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Come J.D. Vance sta preparando il terreno per il post-Trump

27 October 2026 at 03:45

Vice President JD Vance arrives to speak at a midterm campaign rally at the LevelUp Training Complex in Monroe, Mich., Thursday, Oct. 15, 2026. (Daniel Heuer/Pool Photo via AP)

Prima scena. Il giornalista Mark Halperin chiede a J.D. Vance se, in caso di candidatura alla presidenza nel 2028, potrebbe contare sull’endorsement di Donald Trump. Il vicepresidente sorride: «Direi di sì, ma non lo so, amico mio». Del resto, il sostegno del presidente è fondamentale. E aggiunge che in effetti i due non ne hanno mai parlato. Seconda scena. L’indomani, nello Studio Ovale, Halperin fa la stessa domanda al presidente, gli chiede se è pronto dare l’endorsement al suo vice, e Trump abbozza un complimento, poi dice che non ne hanno parlato, fa il vago, si gira anche verso lo stesso Vance che ricambia con un altro sorriso. Un attimo dopo il vicepresidente perde l’espressione gioviale, si incupisce. Si aspettava una risposta più esauriente. Dal video si può vedere il momento esatto in cui gli si spezza il cuore. Ne era convinto, dovrebbe essere lui il candidato di punta del Partito Repubblicano, l’alfiere del trumpismo dopo Trump. Ma con un capo così, chi può avere delle certezze?

La scena tragicomica è della settimana scorsa e sintetizza bene il problema politico di Vance: è uno dei volti più riconoscibili dell’universo Maga, nonché il favorito per la nomination repubblicana, eppure non può dare per scontato il sostegno di Trump, cioè l’uomo che lo ha portato fin lì. Per diventare il futuro del partito deve dimostrare di poter fare a meno di Trump, senza perderlo.

Il 3 novembre ci sono le elezioni di metà mandato, si vota per rinnovare la Camera e un terzo del Senato. Il clima è sfavorevole ai repubblicani, c’è aria di riscatto dei democratici (ne aveva scritto il direttore Christian Rocca in questo editoriale). L’approvazione di Trump è al livello più basso dei suoi due mandati.

I sondaggi più recenti confermano una tendenza negativa che dura ormai da mesi, su cui pesano il costo della vita, i prezzi dell’energia e la guerra con l’Iran. Butta male per il Partito Repubblicano, e forse per Vance è una brutta notizia solo a metà: in caso di sconfitta, la base Maga ancora fedele a Trump potrebbe stringersi attorno al vicepresidente. Ma il condizionale è d’obbligo.

Vance avrebbe bisogno del sostegno degli elettori che si identificano con Trump e, insieme, di recuperare una parte di quelli che si sono allontanati da lui. Non può permettersi di fare campagna elettorale scaricando il trumpismo e non può nemmeno limitarsi a imitare Trump, rischiando di ereditarne l’impopolarità. Per questo il vicepresidente sta cercando di costruirsi una sua autonomia politica, anche in modi imprevedibili. Di recente ha evitato di appoggiare la candidatura di Benjamin Netanyahu alle elezioni in Israele, limitandosi a una risposta cerchiobottista: «Io sostengo i candidati americani», spiegando di essere concentrato sulle midterm, quindi non ha attaccato Netanyahu né sconfessato Trump che invece lo appoggia apertamente. La cautela è notevole ancor di più perché in primavera Vance aveva fatto campagna in Ungheria per Viktor Orbán. E non risulta un passaporto americano per l’ex autocrate di Budapest.

La successione a Trump non riguarda soltanto chi riceverà l’endorsement del presidente, riguarda soprattutto il tipo di partito che dovrà guidare. Sotto l’etichetta Maga convivono visioni diverse dell’economia, della religione, dello Stato e del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Trump ha potuto rinviare il confronto perché lui tiene tutti sotto la sua ala, fa da collante. Ma nessun altro, almeno per il momento, ha mostrato le stesse capacità.

La prima corrente con cui Vance deve fare i conti è quella dei national conservatives, i conservatori nazionali. Sono quelli che hanno progressivamente superato il vecchio conservatorismo reaganiano – libero mercato globale, interventismo militare – incanalando l’agenda del movimento Maga in una dottrina intellettuale e politica strutturata, ispirandosi anche alle linee nazionaliste promosse da Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation. Tutto fa perno sulla nozione di “Heritage American”, che privilegia chi discende da famiglie presenti nel Paese fin dalle origini.

La conversione cattolica sbandierata nel libro “Communion” avvicina Vance ai postliberali, che a differenza dei nazional-conservatori vogliono uno Stato impegnato a promuovere una visione morale della società. Il Claremont Institute, altra area di riferimento per Vance, punta invece a ridimensionare il potere federale.

Le differenze riemergono anche sui confini del Maga: ad AmericaFest, nel 2025, Vance ha messo in guardia dalle «prove di purezza» ideologica caldeggiate da una parte di mondo repubblicano, mentre la destra americana discuteva se isolare figure come il suprematista Nick Fuentes (di lui avevamo parlato qui), evitando di indicare chi escludere dal movimento. Insomma, tenere unita la coalizione significa convivere con contraddizioni che Trump poteva lasciare irrisolte, ma che il suo successore dovrà prima o poi affrontare.

Una rete attraversa quasi tutte queste correnti ed è decisiva per l’ascesa di Vance: quella di Peter Thiel, il miliardario della tecnologia che ne ha sostenuto la carriera. Il rapporto comincia a Yale nel 2011; attraverso Thiel, Vance incontra il pensiero di René Girard e un ambiente in cui cristianesimo, critica del liberalismo e innovazione tecnologica convivono. Dopo Yale Vance entra nel venture capital: lavora a Mithril Capital e avvia poi Narya Capital. Nel 2022, quando si candida al Senato dell’Ohio, Thiel versa quindici milioni di dollari a un Super Pac che lo sostiene. L’endorsement di Trump completa l’operazione e porta al Senato un uomo che fino a pochi anni prima era conosciuto soprattutto come autore di “Hillbilly Elegy” e critico del trumpismo.

Rispetto a Trump, Vance potrebbe quindi essere ancor più accondiscendente nei confronti degli oligarchi digitali. A settembre, il vicepresidente ha respinto le richieste di una regolamentazione internazionale della sicurezza dell’intelligenza artificiale, sostenendo che le aziende preoccupate dei rischi delle proprie tecnologie dovrebbero fermarne lo sviluppo, anziché chiedere nuove regole. Una posizione motivata anche dalla competizione con la Cina, che rivela però una tensione interna al mondo Maga: come conciliare la difesa dell’industria americana con la diffidenza verso il potere delle grandi imprese?

La politica estera mette a nudo le contraddizioni del Maga, dove convivono nazionalisti contrari alle guerre e sostenitori di un ruolo militare globale. Jonathan Chait sull’Atlantic scriveva a giugno che Vance aveva sconsigliato l’intervento in Iran, ma dopo la decisione ha difeso Trump, ritrovandosi a sostenere una guerra che contraddice la promessa di ridurre gli impegni americani.

Anche l’Ucraina mostra che “America First” non è necessariamente sinonimo di isolazionismo. Vance ha sostenuto la riduzione degli aiuti a Kyjiv, ma si è anche impegnato in prima persona per chiedere a Volodymyr Zelenky di fermare attacchi contro petroliere, impianti di raffinazione e altre infrastrutture critiche – mai alla Russia, ci mancherebbe. Perché va bene l’isolazionismo, ma quando c’è da difendere gli interessi nazionali allora si può derogare ai propri slogan e intervenire.

Vance ha una risorsa che Trump non ha mai posseduto nella stessa misura: una rete di intellettuali, finanziatori e organizzazioni che prova a dare al movimento una struttura e una dottrina. Questo potrebbe far emergere le contraddizioni e le divergenze tra nazional-conservatori, postliberali, ambienti di Claremont e imprenditori tecnologici. Frizioni che Trump è spesso riuscito a tenere sotto controllo, senza risolverle, perché il punto di convergenza era lui. Vance dovrà convincere il partito di poter custodire quell’eredità senza diventare una copia in sedicesimo del suo predecessore.

L'articolo Come J.D. Vance sta preparando il terreno per il post-Trump proviene da Linkiesta.it.

James Talarico, speranza dem in Texas per vincere il seggio al Senato: chi è il 37enne che sfida il candidato sostenuto da Trump

26 October 2026 at 13:44

L’ultimo endorsement di richiamo per lui arriva dal figlio dell’ex presidente George H.W. Bush e fratello dell’altro ex commander in chief George W.Bush. Anche Neil Bush si smarca da Donald Trump e sceglie James Talarico, astro nascente dei democratici, che corre per il Senato nello Stato di famiglia, il Texas. È da più di tre decenni che i democratici non vincono un’elezione nazionale, ma ora il seggio del Congresso è contendibile. Talarico, 37enne ex seminarista presbiteriano, ex insegnante di scuola media, è in vantaggio di 5 punti percentuali sul repubblicano Ken Paxton, attuale procuratore generale dello Stato sostenuto dal capo della Casa Bianca.

Famiglia, amore per i propri vicini e poi, ovviamente, fede: le parole d’ordine, da texano di ottava generazione, della campagna di Talarico sono spiazzanti per la retorica di Paxton e Donald Trump – che lo descrivono come un democratico estremista sotto mentite spoglie – e tutta la potente macchina finanziaria repubblicana, Elon Musk in testa, scesa in campo in queste ultime decisive settimane per scongiurare la possibilità che Talarico, che gli ultimi sondaggi danno avanti di due, tre anche 4 punti, possa far centrare il sogno, fino a pochi mesi fa impensabile, di una vittoria al Senato in uno stato come il Texas dove sono oltre 30 anni che i democratici non vincono a livello nazionale. Il candidato dem, peraltro, è spesso del mirino di Trump, che gli ha affibbiato il nomignolo di ‘Tala-freak-o‘, dandogli del vegano, negli sforzi per tracciare un profilo non in linea con lo stereotipo texano.

“In queste elezioni non c’entra il partito democratico o il partito repubblicano, è una cosa più grande, queste elezioni devono puntare alla visione di quello che il nostro stato può essere”, ha detto in uno dei suoi ultimi comizi il democratico ribadendo il messaggio bipartisan, quello che in America si chiama della ‘big tent’, con cui promette che dal Senato di Washington guiderà “la lotta contro i finanziatori mega miliardari e i politici burattini che hanno preso il controllo del Texas“, come recita il programma. Un messaggio che ha non solo galvanizzato e riunito le varie anime del partito democratico, ma sta attirando repubblicani, delusi da Trump e in generale dai repubblicani per la questione del carovita, del prezzo della benzina e, elemento molto rilevante in Texas, la costruzione dei data center per l’intelligenza artificiale. Ma forse l’elemento che ha aiutato e sta aiutando maggiormente la sorpresa Talarico nei sondaggi è il fatto che come avversario ha una delle figure politiche più controverse del Texas, l’attuale procuratore generale Paxton.

Paxton ha vinto le primarie perché sostenuto vigorosamente da Trump che ha voluto così togliere il seggio a John Cornyn, senatore al quarto mandato che il tycoon ha voluto punire perché ‘sleale’. Non ha aiutato la candidatura di Paxton il fatto che la moglie Angela, anche lei esponente repubblicana texana, abbia chiesto il divorzio nell’estate del 2025 accusandolo, con tanto di citazioni biblica, di adulterio. Salvo poi chiedere alle elettrici texane di tapparsi il naso e votare per tutti i candidati repubblicani a novembre “a prescindere dalle loro debolezze’.

E dal vecchio establishment repubblicano texano, di cui Cornyn fa parte e che ha un punto di riferimento al clan dei Bush – anche se quella che era un tempo la dinastia politica repubblicana sta perdendo progressivamente influenza nel Gop controllo dal mai amato Trump -, sono arrivati dubbi, reticenze e vere e proprie prese di distanze nei confronti di Paxton . E, sebbene George W. Bush non abbia preso una posizione ufficiale, il Nyt scrive che ha escluso Paxton da una raccolta di fondi organizzata per candidati Gop al Senato. Invece hanno preso posizioni pubbliche contro Paxton il suo ex stratega Karl Rove, e per decenni il deus ex machina della politica repubblicana texana, e ora il fratello minore dell’ex presidente, Neil, ha annunciato di aver votato in anticipo per Talarico perché “profondamente preoccupato” per la condotta di Paxton e invece “enormemente impressionati” dai principi pragmatici del democratico. Il candidato repubblicano ha però dalla sua la pioggia di milioni di dollari che stanno arrivando, in particolare da Musk, che gli permettono di spendere tre volte di più del dem in questi ultimi giorni decisivi. Tanto che si prevede che alla fine la sua campagna, tra primarie e elezioni, arriverà a spendere 380 milioni di dollari, una cifra astronomica per un’elezione al Senato in uno stato considerato una roccaforte Gop.

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