Nella città araba di Rahat, dove hanno votato quasi tutti: «Abbiamo vinto, ora ascoltino anche la nostra voce»
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L'articolo Vince Netanyahu ma è stallo per il governo proviene da Linkiesta.it.
Le urne non hanno consegnato a Israele il verdetto definitivo su Benjamin Netanyahu. Gli hanno però presentato il conto di una stagione politica consumata tra guerre, tensioni interne e un Paese costretto a misurarsi con troppe emergenze contemporaneamente. L’affluenza oltre il 70%, insieme alla mobilitazione degli elettori arabi, racconta una democrazia tutt’altro che rassegnata. Ma la tenuta del Likud dimostra che archiviare Netanyahu è un’operazione molto più complessa del previsto. Ora il pallino passa alle alleanze: il blocco del cambiamento guidato da Gadi Eisenkot cerca i numeri per costruire un’alternativa, mentre sul tavolo restano i dossier più esplosivi, dagli insediamenti in Cisgiordania al servizio militare degli ultraortodossi, fino al futuro del rapporto con Washington e alla minaccia iraniana.
A leggere gli equilibri usciti dalle urne è Luigi Mattiolo, ambasciatore e profondo conoscitore delle dinamiche internazionali. Perché la partita israeliana non si esaurisce nella sfida tra un premier e i suoi avversari: riguarda la capacità di un Paese sotto pressione di cambiare direzione senza perdere di vista la propria sicurezza.
Ambasciatore, partiamo dal dato più evidente: un’affluenza superiore al 70%. Che cosa ci racconta questa partecipazione in un Paese sottoposto a una pressione securitaria straordinaria?
È un dato che colpisce e che merita di essere sottolineato. La partecipazione al voto è un segnale di vitalità democratica, tanto più significativo in un Paese come Israele, che attraversa una fase di forte tensione e deve confrontarsi con minacce su più fronti. È altrettanto importante la partecipazione della popolazione araba israeliana, che ha dimostrato di credere nella democrazia parlamentare del proprio Paese. Non dimentichiamo che Netanyahu aveva cercato di escludere i partiti arabi dalla competizione, ma la Corte suprema ha annullato quella decisione. È un elemento che invita a guardare alla realtà israeliana con maggiore complessità, senza appiattirla sulla narrazione di uno Stato irrimediabilmente antidemocratico.
Eppure chi pronosticava una bocciatura netta di Netanyahu è rimasto deluso. Il Likud ha tenuto e ha sottratto consensi anche alla destra più radicale. È ancora lui il baricentro della politica israeliana?
Il risultato dimostra che Netanyahu conserva una forza politica considerevole. Il Likud ha recuperato voti anche a scapito di altri partiti alla sua destra, un elemento di cui il premier potrà certamente vantarsi. Ma sarebbe sbagliato confondere la tenuta del suo partito con la possibilità di governare senza difficoltà. Il sistema elettorale israeliano, con la sua soglia di accesso alla Knesset, favorisce una rappresentanza articolata e rende indispensabili le coalizioni. Nessuno può governare da solo: la capacità di costruire una maggioranza parlamentare sarà decisiva.
Il blocco del cambiamento guidato da Gadi Eisenkot può davvero contendere il governo a Netanyahu? E quale margine ha per costruire una maggioranza alternativa?
La possibilità esiste, ma dipende dalla capacità di aggregare forze politiche diverse attorno a un progetto comune. Il blocco del cambiamento deve dimostrare di poter andare oltre la contrapposizione a Netanyahu e trovare una sintesi sulle questioni decisive per il futuro del Paese. In questa fase, la costruzione di una maggioranza è più importante del risultato del singolo partito. Il presidente Isaac Herzog dovrà valutare chi abbia le maggiori possibilità di raccogliere almeno 61 deputati su 120. L’incarico potrebbe essere affidato a più di un leader politico: la vera discriminante sarà la capacità di costruire una coalizione sostenibile.
I partiti arabi possono diventare gli arbitri della prossima maggioranza?
È una possibilità concreta. Se il blocco del cambiamento riuscisse a ottenere un sostegno esterno dai partiti arabi, potrebbe aprirsi una strada per la formazione di un governo. Resta anche l’ipotesi di un esecutivo di unità nazionale. L’incertezza è inevitabile, perché il sistema israeliano produce coalizioni composite, spesso fragili. La tenuta degli accordi sarà quindi fondamentale: una maggioranza numericamente sufficiente non è necessariamente una maggioranza in grado di governare con stabilità.
Al di là dei numeri, il voto può segnare una discontinuità rispetto alla stagione politica di Netanyahu?
Il segnale di una domanda di cambiamento esiste, anche se non si è tradotto in una bocciatura inequivocabile del premier. Una parte consistente della società israeliana ritiene che il Paese non possa continuare a essere impegnato contemporaneamente su tutti i fronti. Le questioni della sicurezza restano centrali, ma cresce la consapevolezza che occorra trovare un equilibrio diverso tra esigenze militari, tenuta interna e prospettive politiche. La vera incognita è se questa domanda riuscirà a trovare uno sbocco in una maggioranza parlamentare coerente.
Uno dei dossier più divisivi è quello degli insediamenti in Cisgiordania. Un eventuale governo del cambiamento potrebbe invertire la rotta?
È uno dei terreni sui quali potremmo assistere a una discontinuità. La politica degli insediamenti è stata uno degli elementi caratterizzanti dell’esecutivo Netanyahu e ha alimentato tensioni sia sul piano interno sia nei rapporti con la comunità internazionale. Un governo con una diversa composizione potrebbe quantomeno rimettere in discussione alcune scelte. Ma bisognerà capire quali forze entreranno nella coalizione e quale sarà il loro peso effettivo. Non basta evocare il cambiamento: occorre verificare se esistano le condizioni politiche per tradurlo in decisioni concrete.
C’è poi la questione dell’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare. Perché può diventare una linea di frattura decisiva?
Perché tocca un nervo scoperto della società israeliana: la distribuzione degli oneri della sicurezza. In un Paese che ha affrontato una lunga fase di conflitto, il tema del servizio militare non è soltanto una questione amministrativa, ma riguarda il principio di equità tra i cittadini. Eisenkot ha costruito una parte importante della propria campagna proprio su questo nodo. Un eventuale governo alternativo potrebbe provare a intervenire, ma si troverebbe davanti a resistenze politiche e sociali significative. È una delle questioni sulle quali si misurerà la capacità di un nuovo esecutivo di rispondere alle aspettative dei propri elettori.
Sul fronte palestinese, invece, esiste davvero uno spazio per riprendere un processo politico? O la sicurezza continuerà a dettare l’agenda?
La sicurezza rimane una precondizione imprescindibile. In Israele c’è una convergenza ampia sulla necessità del disarmo di Hamas, considerato un passaggio fondamentale per qualsiasi prospettiva politica credibile. Ma sicurezza e iniziativa diplomatica non dovrebbero essere considerate alternative. La sfida consiste nel creare le condizioni per superare la fase attuale e riaprire uno spazio di confronto tra israeliani e palestinesi. Il disarmo di Hamas, da solo, non risolve tutte le questioni del conflitto: è necessario capire quale assetto possa garantire stabilità e prospettive politiche nel lungo periodo.
Quanto ha pesato l’endorsement di Donald Trump a Netanyahu? E quanto conterà Washington nella fase che si apre?
Non credo che il sostegno di Trump abbia modificato in maniera determinante gli orientamenti dell’elettorato. È possibile che una parte dei votanti che in precedenza guardavano ai partiti ultraortodossi abbia finito per convergere sul Likud, ma sarebbe riduttivo attribuire l’esito del voto a un singolo fattore. Il rapporto con gli Stati Uniti sarà comunque decisivo. Un eventuale governo diverso da quello di Netanyahu potrebbe avere margini differenti nel dialogo con Washington, mentre una sua riconferma non farebbe prevedere cambiamenti sostanziali nell’impostazione dei rapporti bilaterali. Le elezioni di metà mandato americane aggiungeranno un ulteriore elemento di incertezza, anche se il presidente manterrà ampi poteri in materia di politica estera e difesa pure nell’eventualità di una perdita della maggioranza al Congresso.
Se Netanyahu dovesse restare al potere, quale dossier rischierebbe di tornare in cima all’agenda internazionale?
La minaccia nucleare iraniana potrebbe tornare a occupare una posizione ancora più centrale. Se non dovesse aprirsi una nuova stagione politica in Israele, è plausibile che la questione iraniana continui a rappresentare uno dei principali punti di convergenza tra Netanyahu e Trump. Il tema non riguarda soltanto la sicurezza israeliana, ma investe l’intero equilibrio mediorientale e il ruolo degli Stati Uniti nella regione.
Chiudiamo tornando al dato democratico. Il voto può essere letto come una risposta a chi descrive Israele come una democrazia ormai compromessa?
I segnali vanno letti con attenzione, senza trarre conclusioni assolute. L’affluenza, la partecipazione della componente araba e il ruolo di una diaspora israeliana particolarmente sensibile al tema dell’antisemitismo mostrano una società mobilitata e consapevole della posta in gioco. Anche il confronto tra forze politiche profondamente divise testimonia che gli strumenti democratici continuano a funzionare. Questo non significa ignorare le contraddizioni, le tensioni istituzionali o le criticità del rapporto con i palestinesi. Significa riconoscere che la realtà israeliana è più complessa di qualsiasi rappresentazione univoca. La prova decisiva, adesso, sarà trasformare la partecipazione elettorale in una soluzione politica capace di dare stabilità al Paese.
La Turchia si prepara a candidare Feridun Sinirlioglu, segretario generale dell’Osce ed ex rappresentante permanente alle Nazioni Unite, alla successione di António Guterres. Secondo fonti turche, l’annuncio potrebbe arrivare venerdì sera e dipende dall’esito dello scrutinio informale che il Consiglio di Sicurezza tiene giovedì, il settimo. Ankara vuole leggere gli orientamenti dei cinque membri permanenti prima di scoprire la propria carta. Il momento ha una logica precisa: dopo il voto di giovedì restano pochi giorni alle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre, dopo le quali Washington potrebbe decidere se far scendere in campo Viktor Orbán. Ankara si inserisce nell’intervallo in cui le opzioni americane sono ancora aperte, non ufficializzate.
La gara è bloccata dai veti più che dalla mancanza di voti. Nel sesto scrutinio, il primo con schede colorate per distinguere i cinque permanenti dai dieci eletti, Rebeca Grynspan Mayufis ha raggiunto i nove voti favorevoli necessari, ma due dei cinque l’hanno scoraggiata. Carolyn Rodrigues Birkett e Rafael Grossi hanno ottenuto lo stesso numero di voti contrari dai permanenti, senza arrivare a nove favorevoli. Quando ogni nome in corsa porta con sé un veto, l’ingresso tardivo diventa un vantaggio, e il precedente del 1981 lo conferma: lo stallo si sciolse con un outsider che non aveva fatto campagna (Javier Pérez de Cuéllar). Oggi mancano nove settimane alla scadenza del mandato di Guterres, e Washington ha chiesto di decidere entro l’anno.
L’alternativa che l’amministrazione Trump avrebbe sondato è di segno opposto. Orbán sarebbe stato incoraggiato a candidarsi, con segnali favorevoli da Mosca e Pechino – e secondo la stima di un funzionario del Dipartimento di Stato ci sono otto voti nel Consiglio, forse dieci, a suo sostegno. La candidatura ha però un problema di procedura che precede quello del consenso. I membri permanenti non nominano candidati, come ha ricordato il viceministro degli Esteri russo, e il governo di Péter Magyar, che ha battuto Orbán ad aprile, non ha motivo di sponsorizzarlo. Servirebbe uno Stato terzo disposto a sostenere il nome davanti a Parigi e Londra, che possono fermarlo con un veto o con un voto contrario, mentre Varsavia e Kyiv hanno già preso le distanze con sarcasmo. Una lettura plausibile è che il nome di Orbán serva a Washington più come leva che come candidatura, un argomento per chiedere a Francia e Regno Unito di accettare un compromesso meno sgradito.
In questo spazio Sinirlioglu offre ciò che Orbán non ha più: uno Stato alle spalle, con un seggio nella Nato, sette anni da ambasciatore all’Onu e il profilo di un diplomatico di carriera. Il criterio che rende Orbán problematico, un’autonomia costruita su rapporti stretti con Mosca e Pechino, si applica anche ad Ankara, che ha acquistato i sistemi russi S-400, ne ha pagato il prezzo con sanzioni americane e con l’esclusione dagli F-35, e mantiene con Mosca legami energetici e commerciali profondi. Sinirlioglu stesso ha lanciato la propria candidatura a margine dell’Assemblea Generale, nella stessa settimana in cui incontrava Sergej Lavrov a New York. La differenza sta nel grado e nella leva: Washington si troverebbe davanti un interlocutore difficile da controllare ma dotato di capacità proprie, mentre Orbán porta un’affinità politica senza apparato statale.
Il calcolo dei voti passa per i dieci seggi elettivi. Pakistan e Somalia sono legati ad Ankara da rapporti di sicurezza, e il Parlamento turco sta facendo avanzare un patto di difesa con Riad e Islamabad. La Grecia siede nel Consiglio con ragioni proprie di diffidenza, e il Bahrein appartiene al blocco dei sei Stati del Golfo che sostiene la candidata emiratina Lana Nusseibeh, per cui è difficile immaginarlo schierato con Ankara. La candidatura di Sinirlioglu erode in parte lo stesso bacino di voti arabi e musulmani su cui conta Nusseibeh, che secondo un funzionario turco ha già incontrato resistenze per le posizioni sulle crisi regionali, e che deve rispondere sulle accuse al suo Paese per il sostegno alle Forze di supporto rapido in Sudan, che Abu Dhabi respinge.
Cambia anche il criterio di scelta. I tre candidati in testa vengono tutti da America Latina e Caraibi, e Panama, che siede nel Consiglio, rivendica il turno per la regione. Sinirlioglu, Orbán e Nusseibeh appartengono a tre gruppi regionali diversi, e il loro ingresso trasforma la rotazione da regola in preferenza. La partita si sposta dal nome al principio con cui lo si sceglie: l’area geografica, il profilo politico o il peso geopolitico.
L’ostacolo concreto per Ankara è Parigi. Il presidente turco, Recep Tayyp Erdoğan, ha parlato con il francese Emmanuel Macron martedì sera, ma i contenziosi tra i due Paesi in Libia e nel Mediterraneo orientale rendono il veto francese più probabile di quello americano. Il paradosso è dichiarato dalla stessa diplomazia turca, secondo cui il mondo è più grande di cinque, mentre per ottenere l’incarico Ankara deve convincerli tutti.
Il rischio per la Turchia è di restare una candidatura di posizione, utile a sedersi al tavolo in cui si negozierà il compromesso finale e a incassare altrove, nei rapporti con Washington o con Bruxelles (e con Mosca e Pechino?), ciò che il voto non darà. Per gli Stati Uniti il rischio è più concreto: se i veti reggono fino a dicembre, il Consiglio sceglierà il profilo che offre meno motivi di opposizione, cioè il meno connotato politicamente. Il mandato è di cinque anni a partire da gennaio 2027 e arriva oltre la presidenza Trump: l’Onu “alle basi” che l’amministrazione chiede potrebbe avere alla guida un funzionario di carriera scelto per esaurimento delle alternative, e non l’alleato politico che Washington cercava.
Il 73,5% dei taiwanesi esprime un giudizio negativo sul Partito comunista cinese (Pcc), contro appena l’8,9% che ne ha un’opinione favorevole. È quanto emerge dal nuovo Taiwan Public Sentiment Survey, condotto tra il 20 e il 22 ottobre e diffuso dal sondaggista Tai Li-an. Il risultato conferma una diffidenza consolidata verso il partito guida di Pechino, ma soprattutto rivela quanto questa percezione attraversi le tradizionali divisioni politiche dell’isola.
Il dato più interessante riguarda infatti il Kuomintang (Kmt), principale forza dell’opposizione, storicamente favorevole al dialogo con la Repubblica Popolare. Anche tra i suoi sostenitori prevale una valutazione negativa del Pcc, con il 50,3% di giudizi sfavorevoli contro il 34% di favorevoli. Tra gli elettori politicamente indipendenti, la distanza è ancora più marcata: il 62,5% esprime sfiducia, mentre soltanto il 3,1% manifesta un orientamento positivo.
Questi numeri confermano che la competizione politica taiwanese non possa essere interpretata semplicemente come uno scontro tra posizioni favorevoli e contrarie alla Cina. La disponibilità al dialogo economico e diplomatico con Pechino non coincide necessariamente con l’accettazione del suo sistema politico, né tantomeno delle sue rivendicazioni di sovranità sull’isola. Una distinzione fondamentale per comprendere gli orientamenti dell’opinione pubblica taiwanese.
Il sondaggio arriva mentre il Partito comunista cinese si riunisce per il quinto Plenum del Comitato centrale, appuntamento rilevante per gli equilibri interni della leadership e la definizione delle priorità strategiche. La coincidenza temporale mette in evidenza una tensione strutturale: mentre Pechino continua a considerare la riunificazione un obiettivo politico irrinunciabile, la società taiwanese mantiene un orientamento largamente sfavorevole verso il partito che dovrebbe governarla.
Per Xi Jinping, questa distanza costituisce un problema che non può essere affrontato esclusivamente attraverso la pressione militare o l’integrazione economica. La crescente capacità coercitiva cinese può modificare il calcolo strategico di Taipei, ma non produce certamente consenso politico. Al contrario, rischia di consolidare la diffidenza anche tra quei segmenti dell’elettorato tradizionalmente più disponibili al confronto con Pechino.
La rilevanza del sondaggio risiede dunque nella distinzione tra competizione partitica e orientamento strategico della società. Le divisioni interne a Taiwan restano profonde, ma non implicano una corrispondente disponibilità ad accettare il modello politico cinese. È su questa distanza, prima ancora che sugli equilibri militari dello Stretto, che si misura uno dei principali limiti della strategia di Pechino.
L’illusione dell’opposizione di essersi lasciata alle spalle l’era Netanyahu è durata appena il tempo dei primi exit poll di ieri sera, quando sui palchi si celebrava già Gadi Eisenkot presentandolo come “il prossimo primo ministro”. Lo spoglio reale ha però ribaltato la serata: con la maggior parte delle schede ormai conteggiate, la destra di Netanyahu conquista 54 seggi contro i 47 del fronte del cambiamento, mentre i partiti arabi toccano il record storico di 19 parlamentari. La soglia di 61 deputati indispensabile per formare un governo rimane così un miraggio per chiunque. A questo punto saranno decisivi i voti ancora da spogliare a Tel Aviv, bacino storico del centrosinistra, insieme alle schede inviate da soldati e diplomatici all’estero. I risultati ufficiosi si vedranno venerdì, mentre la convalida ufficiale arriverà a inizio novembre, sapendo che in un Parlamento così spaccato anche un singolo seggio può ribaltare l’esito finale.
Invece di crollare come previsto dai sondaggi, il Likud torna in vetta con 27 seggi: sono 5 in meno rispetto alla precedente tornata, ma bastano a riportare Bibi al centro dei giochi. I centristi di Eisenkot si fermano a quota 20, mentre la vera sorpresa arriva dai seggi arabi del Triangolo, che salgono a 13 seggi diventando la terza forza del Paese.
Ora la palla passa al presidente Herzog per l’avvio delle consultazioni. Chi riceverà l’incarico avrà sei settimane per trovare un’intesa; in caso di fallimento ci sarà un secondo tentativo, prima di passare a un’ultima finestra di tre settimane in cui qualunque parlamentare potrà cercare di unire 61 voti. Qualora non si trovasse un accordo resterebbero solo le urne, anche se in Israele le trattative si preannunciano lunghissime. Sul tavolo restano tre strade, e nessuna è priva di ostacoli.
La prima strada porta a un nuovo mandato per Netanyahu con il Likud. Nel suo discorso notturno Bibi ha ringraziato i suoi “partner leali” lanciando un appello affinché “la maggioranza sionista deve tornare in sé e unirsi“, senza fare nomi specifici. Un’uscita che, “scrive il quotidiano israeliano Haaretz”, molti interpretano come un segnale d’apertura verso Ben-Gvir, Smotrich e i partiti religiosi. Per arrivare alla quota magica servono altri sette deputati, ma le sponde scarseggiano, dato che Bennett e Liberman, suoi ex ministri poi diventati fieri avversari, hanno escluso qualsiasi accordo per farlo tornare al potere.
Dal canto suo Abbas fa notare che a cercarlo “non è solo il blocco del cambiamento”, ricordando le intese sfiorate con Bibi nel 2021 prima del veto di Smotrich. Tuttavia, pure con i 6 voti di Ra’am, Netanyahu si fermerebbe a quota 60.Rimane l’opzione di una grande coalizione di unità nazionale, ben vista dalla presidenza e, dicono a Gerusalemme, caldeggiata anche da Donald Trump.
La seconda opzione punta a un governo di minoranza guidato da Eisenkot con il sostegno esterno dei parlamentari arabi,un’ipotesi credibile ai primi dati ma ormai quasi impossibile dopo lo scrutinio notturno. L’alleanza progressista conta appena 47 seggi e, pur sommando Ra’am e ipotizzando l’astensione della Lista Unita, resterebbe sotto i 54 seggi di Netanyahu.
Per ottenere la fiducia servirebbe infatti il voto favorevole di tutti i 19 deputati arabi, che si dicono aperti a trattare: Abbas è pronto a entrare nell’esecutivo e Tibi offre una «rete di protezione». L’ostacolo è però nel campo avverso, perché Eisenkot aveva promesso in campagna elettorale di non accettare quel sostegno, mentre Liberman — pur attaccando pesantemente il premier definendolo “il capo di un’organizzazione criminale”— rifiuta l’idea di un esecutivo di minoranza. Con questi dati sfuma pure l’ipotesi dell’opposizione di creare un governo provvisorio per sostituire il presidente della Knesset Amir Ohana e lanciare la commissione d’inchiesta sui fatti del 7 ottobre sempre bloccata da Netanyahu.
La terza via è quella più pericolosa: in assenza di un’intesa, Netanyahu rimarrebbe in carica come premier ad interim fino a nuove elezioni, che rappresenterebbero la settima chiamata alle urne dal 2019. È un film già visto, dato che tra il 2019 e il 2020 guidò una fase provvisoria per un anno e mezzo attraverso tre tornate elettorali, ma la differenza è che oggi il Paese si trova in guerra.
Un primo ministro con poteri ridotti dovrebbe affrontare emergenze gravissime, dall’Iran a Gaza, senza una maggioranza solida. A Netanyahu, tuttavia, il caos potrebbe persino far comodo, scommettendo su un calo dei votanti arabi e su una minore affluenza degli israeliani all’estero. Nel campo dell’opposizione, “racconta il giornale israeliano Ynet”, c’è già chi teme che possa sfruttare l’escalation con Teheran per costringere tutti a un esecutivo d’emergenza.
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Queste elezioni, celebrate durante una guerra, hanno dimostrato che Israele è una democrazia vera, vivace e aperta a tutti, per cui se in Ue c’è qualche Stato illuminato dovrebbe capire come stare un po’ più tranquilli sull’antisionismo. Lo dice a Formiche.net uno degli analisti di geopolitica più autorevoli del panorama continentale, il prof. Carlo Pelanda, economista, accademico e autore de “L’Italia globale” per Rubbettino. “L’aspetto che mi preoccupa di più è che il mondo europeo e anche in parte quello statunitense, non capisce proprio alcunché di che cosa sia Israele. E quindi Israele reagisce in una maniera violenta”.

Netanyahu non perde le elezioni e resta premier ad interim: sarà stallo per la formazione del governo. Quale il primo effetto geopolitico sulla guerra in Iran?
Se l’America decide una mossa, Israele segue, anche se non sarà una decisione israeliana. Però se l’America parte, senza il supporto di Israele gli Stati Uniti potrebbero fare fatica a decidere. Quindi lo scenario di deterrenza nei confronti dell’Iran è piuttosto puntuto e ciò permette di sceneggiare soluzioni. Washington non ha intenzione di fare un conflitto aperto, ma solo selettivo per ottenere dall’Iran delle condizioni per cui fondamentalmente si riapre lo Stretto di Hormuz: in quel caso Israele diventerebbe strumento.
Netanyahu è in grado di spingere gli Stati Uniti a fare un’azione bellica in questo momento?
No, lui è una variabile più dipendente che indipendente.
Vede in questo voto anche un elemento conservativo rispetto a pericoli oggettivi, come l’antisemitismo e la pressione di Hamas su settori strategici come energia e difesa?
La preoccupazione dei cittadini è molto ampia, nel senso che il linguaggio di Netanyahu che tocca il rischio esistenziale di Israele ha funzionato, perché la maggioranza degli elettori di religione ebraica in Israele lo percepisce. Tutte le analisi giornalistiche in qualche modo non dico che lo neghino, ma attutiscono il rischio di antisionismo, senza dimenticare che Israele è una potenza nucleare. Per cui Netanyahu ha incassato questo allarme perché percepito dalla maggioranza dei votanti, che si sono divisi tra i due schieramenti, i quali però sono molto simili sulla politica estera.
Quindi?
Quindi è prevalso lui, cioè meglio “il vecchio bastardo” che conosciamo, ma che però quando serve fa la guerra, piuttosto che una figura nuova con punto interrogativo.
Il buon risultato dei partiti arabi che segnale rappresenta, anche in ottica di equilibri futuri?
È irrilevante. Sinceramente non so perché i giornalisti si siano oggi tanto concentrati su questo dato: quel 18% non conta nulla, a meno che non ci sia qualche partito tradizionale che voglia utilizzarlo. Inoltre, avendo un minimo di conoscenza della materia, anche per ragioni etniche, osservo che i due partiti cosiddetti arabi sono molto diversi fra loro, perché uno è fatto da beduini che non sono poi così amorevoli nei confronti dei palestinesi o di Hamas, mentre l’altro è fatto da filopalestinesi. Da un lato è molto bello che questo tipo di diversità etnica, politica e religiosa sia inclusa nel voto democratico e dimostra che Israele è una democrazia vera e non finta. Ma dall’altro è un elemento che non conta molto, perché il primo partito israeliano che vorrà in qualche modo includere un partito arabo verrà massacrato mediaticamente. In molti stanno facendo analisi su Israele senza conoscerla bene, circostanza di cui sono rimasto esterrefatto.
Medio Oriente, Golfo, Europa: come potrebbe cambiare (o non cambiare) il rapporto fra queste tre aree dopo il voto?
Dipenderà da quanto le nazioni arabe più importanti, cioè Emirati e Arabia Saudita, avranno bisogno dell’aiuto di Israele per uscire dalla crisi. E quindi dipenderà da quale mossa saggia potrà fare Netanyahu, in particolare per dare un aiuto ancora maggiore di quello che sta dando l’Arabia Saudita contro gli Houthi. Si tratta però di fattori che verranno decisi nello scenario mediorientale, ma se mi è permesso di dare dei suggerimenti ai leader europei consiglierei loro di stare un po’ più tranquilli sull’antisionismo. Il fatto che siano molto condizionati da una presenza islamica enorme nelle loro nazioni, non rende credibile questa postura. Penso ad esempio agli inglesi: non è conveniente per loro e per l’Unione europea questo atteggiamento. Per cui potrebbero attutire, oppure addirittura abolire, il divieto della partecipazione di aziende israeliane nel programma Horizon.
Israele in queste elezioni cosa ha dimostrato?
Di essere una democrazia vera che in una situazione di guerra ha celebrato le elezioni e resta aperta alla più ampia varietà del consenso. Ovviamente dentro Israele c’è una percezione che fa dire: “Tutto il mondo è contro di noi e quindi combattiamo”. Ma l’aspetto che mi preoccupa di più è che il mondo europeo e anche in parte quello statunitense, non capisce proprio alcunché di che cosa sia Israele. E quindi Israele reagisce in una maniera violenta. Se uno spettatore israeliano vedesse ad esempio tutte le manifestazioni che si sono svolte in Italia, che è un Paese in una posizione più equilibrata rispetto ad altri, cosa dovrebbe pensare dinanzi a chi invoca un nuovo olocausto? Queste elezioni mostrano la realtà di Israele, di una democrazia molto vivace, attiva e dove prevale la percezione di essere circondata da tutto il mondo e quindi è disposta a lottare per la propria sopravvivenza.
Cosa dovrebbe fare l’Ue?
Se c’è fra gli Stati membri qualche nazione europea illuminata, le direi di attutire la polemica nei confronti di Israele, al netto del fatto che è giusto criticare gli eccessi dei coloni in Cisgiordania che sono inaccettabili per le modalità. Al contempo però bisognerebbe allungare una mano a Israele per mostrare comprensione, ricordandole di stare dentro le regole della democrazia: e soprattutto non escludere Israele. Credo sia stato un errore da dilettanti da parte delle nazioni europee.
Anche se la guerra in Ucraina non è ancora finita, e anzi i negoziati non sembrano essere in procinto di uscire dallo stallo, a Washington già si pensa a ricostruire i rapporti commerciali con Mosca nello scenario post-bellico. Sul tavolo ci sarebbero una joint venture che coinvolge le principali compagnie petrolifere statunitensi e russe all’interno di alcuni progetti nei pressi della (contesa) isola di Sakhalin, così come il coinvolgimento di grandi compagnie americane in un piano volto a riprendere le vendite di petrolio russo all’Europa attraverso l’oleodotto Druzhba. A queste opzioni si aggiungono anche il ripristino dell’accesso delle compagnie aeree statunitensi allo spazio aereo russo per il transito e il sorvolo, uno sviluppo che ridurrebbe in modo significativo i costi in carburante dei voli, così come la ripresa della cooperazione tra aziende statunitensi e russe nella produzione e nella fornitura di titanio, un componente fondamentale negli aerei civili. Tutte strade che erano già state battute da aziende americane in passato, come Boeing ed Exxon, ma che si erano arenate con l’inizio del conflitto.
Secondo una fonte informata, che ha parlato in forma anonima con il Financial Times, dietro queste aperture ci sarebbe la volontà di offrire degli incentivi per arrivare a dei risultati concreti dal punto di vista diplomatico. Ma, dati i precedenti e le parole pronunciate in passato dallo stesso Trump, difficilmente una lettura cinica del caso attraverso le lenti del puro interesse economico statunitense risulterebbe sbagliata. Dal lato del Cremlino, invece, queste trattative servirebbero a spingere ad una normalizzazione dei rapporti tra Russia e Stati Uniti già prima della fine del conflitto.
Questa tipologia di “dialogo esclusivo” portato avanti senza il coinvolgimento dei partner ucraini ed europei, di poco posteriore all’accordo per importare gasolio russo, allo stop (apparentemente temporaneo) sulle sanzioni a Mosca e le pressioni rivolte a Kyiv per cessare gli attacchi contro le infrastrutture energetiche ucraine, rischia di stressare ulteriormente i rapporti transatlantici in un momento di tensione già elevata. Soprattutto perché oltre alle questioni di Sakhalin e Druzhba, sul tavolo ci sarebbero la cessione degli asset internazionali di Lukoil a investitori vicini alla Casa Bianca, un progetto di gas naturale liquefatto in Alaska con la partecipazione di Novatek e persino la ripresa delle forniture attraverso ciò che resta di Nord Stream. Si parla anche di un allentamento delle sanzioni sui fertilizzanti potassici, da esportare attraverso i porti del Baltico, che richiederebbe però una decisione di Bruxelles. Infine, c’è l’ipotesi di affidare la gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia a un soggetto statunitense, incaricato di ripartire l’energia prodotta tra Russia e Ucraina. Le diplomazie europee hanno ribadito ai loro interlocutori americani che nessuna decisione che riguardi interessi comunitari può essere presa senza il loro consenso. “Non è una questione di soldi, ma di umiliazione e controllo”, ha sintetizzato un diplomatico europeo.
Al di là dell’esito dei negoziati, è innegabile che il dato politico resti. Washington tratta con Mosca dossier che toccano direttamente gli interessi europei, scavalcando gli alleati di sempre. Se pure si tratta di sole ipotesi, delineano già sul piano pratico un rovesciamento degli equilibri transatlantici costruiti nell’arco di decenni. Una prospettiva tutt’altro che rassicurante.



