Il cervello si frolla di più nei talk show che su TikTok
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La prima volta che ho visto qualcuna arricciare il naso per il vocativo «signora», più o meno trentacinque anni fa, vivevo a Roma e frequentavo nobili decaduti e squattrinati ma determinati a vivere come se quella sera fossero dovuti andare a un ricevimento a Versailles. Magda era siciliana, se i titoli nobiliari fossero valsi qualcosa sarebbe stata marchesa, e sbuffò perché qualcuno l’aveva borghesemente degradata a «signora»: mi spiegò che «o Magda, o marchesa». A Bologna il marchese era il ciclo mestruale, quindi mi fece particolarmente ridere che qualcuna volesse venire così appellata.
Non guardo mai i talk show, perché sono la mia definizione principale di «slop». Lo so che voi pensate che a mandare il cervello al macero siano i video che sui social vi spiegano che avete il cortisolo alto o che siamo in una dittatura, ma io ho una personalissima tassonomia dello slop, e una mia classifica dell’urgenza con cui evitare certe categorie.
Più da evitare di tutti, i talk show; posti dove arrotondano i giornalisti epperciò utilissimi in tempi in cui nessuno è più disposto a leggere, ma anche posti in cui il livello del dibattito è invero imbarazzante. Il che non m’impedirà di girarli tutti quando avrò un libro da vendere (ancora spostano qualche copia, ma sempre meno), ma guardarli proprio no.
Secondo livello di slop: i social in forma scritta. Frequento sempre meno Twitter (o come si chiama ora) e Facebook, perché ho capito che il vero pericolo non sono i video in cui qualche cretino dice cose a caso: il vero pericolo sono le parole scritte. Quelli che scrivono cento righe dandosi toni colti per spiegarti qualcosa, dandosi toni morali coi loro ricordi di gioventù (i settantenni sull’internet sono un’emergenza sociale), dandosi il tono di chi sta dicendo cose serie. In un posto dove puoi cliccare le faccine arrabbiate o i pollici alzati, voi volete dissertare dei problemi del mondo: ma allora siete scemi.
I video che tutti temono, quelli su Instagram e su TikTok, sono un problema minorissimo. Mentre, leggendo quelli che spiegano il mondo su Facebook o guardando i talk show, ho la percezione precisa di stare perdendo punti di quoziente intellettivo, guardando i video di qualcuna che usa un anticalcare dai risultati miracolosi la mia prosa non peggiora e il mio cervello non subisce danni.
Ho fatto un’eccezione all’evitare i talk show l’altro giorno, perché miracolosamente la nuova app di La7 funzionava, e mi era passato davanti sui social un frammento relativo a una di quelle polemichette da dieci minuti che occupano insensatamente spazio nel nostro cervello, e volevo esser sicura di avere capito bene.
Una storica era andata dalla Gruber a dire che La Russa nel secolo scorso era a un corteo fascista (accipicchia, fermate le rotative), La Russa si era offeso moltissimo (tipo noi quando pubblicano le foto delle medie in cui eravamo malvestite) e aveva annunciato querela (un giorno poi dobbiamo parlare di quelli che invece di fare querele le annunciano).
Questa tizia si chiama Michela Ponzani, e lui ha detto che avrebbe querelato «la signora Ponzani». Una cosa normale nel mondo normale, in cui sono tutti mister, pure gli ex presidenti degli Stati Uniti, tutte madame, pure le presidenti della Banca Centrale. Da noi no e, giura la Ponzani, non è per le stesse ragioni per cui Magda voleva essere chiamata marchesa.
Tornata dalla Gruber, cui non è parso vero – mentre Massimo Giannini, che se c’è da sbagliarne una non si tira mai indietro, le dava ragione – di dire che La Russa l’ha chiamata «signora» per maschilismo (neanche avesse detto «signorinella pallida»), la Ponzani – riferendosi in terza persona alla «professoressa Ponzani» – ha spiegato che «i titoli accademici non si ereditano come quelli nobiliari, costano tanta fatica, per le donne è ancora più difficile raggiungere certe vette» (vette!).
Insomma lei pretende che La Russa la chiami professoressa, dice, per poi sciorinarci l’allitterazione da poesia di Natale: «Ho già sentito il mio avvocato, per tutelare quelle che sono le mie ragioni, quella che è la mia onorabilità, quella che è la mia professionalità». Non sono riuscita a capire se stesse dicendo che voleva far causa a La Russa perché non l’aveva chiamata coi titoli di studio come avrebbe fatto un qualsivoglia parcheggiatore.
La cosa stupenda è che poco prima Beppe Sala, in collegamento, aveva detto questa frase qua: «A differenza di quando noi eravamo giovani, questi sono condizionati pesantissimamente dai social media, che sono – purtroppo qui denuncio la mia età – sono una delusione, sono un disastro: stiamo facendo arricchire quattro oligarchi americani che senza regole distruggono proprio i fondamenti del dialogo tra chi è più maturo e chi è giovane, tra i giovani stessi».
Beppe Sala, come si vede che non hai Facebook pieno di settantenni che ci tengono a dire che i giovani ci salveranno, come si vede che non guardi la tv dentro la quale le professoresse non hanno la prontezza di citare Loredana Berté: facciamo a cambio? Beppe Sala, io ti difendo sempre e passo la giornata a dire alle milanesi che si lamentano di te che le farei amministrare dieci minuti da Lepore e poi vedi come corrono a chiederti scusa, ma lì pensavo: ti pare che nel luogo in cui si frollano più i cervelli di tutti, i talk show della tv italiana, tu te la prendi coi social?
Cioè, voglio dire, in quella stessa mezz’ora Giannini ha appena detto che lui domenica era a Milano e non è vero come dicevano i tg che era stata una giornata di tensione, e nessuno gli diceva «Massimo, i tg parlavano di sabato, era un altro giorno», e davvero vogliamo dire che lo slop sta sui social cinesi e non alla tv italiana?
La risposta l’aveva data la sera prima, sempre dalla Gruber, Marco Travaglio, cui lei proponeva di andare lì a confrontarsi con Per Brevità Maria, che si vuole comprare Il Fatto. Tra l’altro, poiché una laurea non si nega a nessuno, ne ha una persino Per Brevità Maria, cui però nessuno nello studio di “Otto e mezzo” si riferisce come «dottore»: sarà misandria?
La proposta della Gruber si incrocia con un’intervista che Per Brevità Maria ha dato a Rtl, in cui racconta che lui, quando andò ospite dalla Dietlinde, chiese di avere come interlocutore Travaglio, ma l’ufficio stampa mise il veto – l’ufficio stampa di Del Vecchio, mica quello di Travaglio.
Comunque, lei – che evidentemente ritiene di poter addomesticare l’ufficio stampa di Per Brevità – propone a Travaglio questo incontro di Camp David, e Travaglio, con un sussiego che altro che La Russa, le risponde che questa del tentativo di scalata al Fatto «è una questione molto seria» (mica come l’Ucraina o Israele o qualunque altra delle sciocchezzuole al dibattito televisivo sulle quali Travaglio non mi pare si sottragga), che «se ci saranno incontri avverranno ovviamente nelle sedi ufficiali», e soprattutto mi fornisce finalmente la definizione che aspettavo di quello slop che sono i programmi che contribuiscono al reddito di Travaglio e degli altri: «Non è che questa storia possa trasformarsi in un Bagaglino, in un circo Barnum, o in un talk dove si chiacchiera del più e del meno».
A quel punto la Gruber – che è una signora, una con tutte stelle nella vita – ha sorriso, ha detto che sì, certo, non si possono discutere questioni che riguardano società quotate in Borsa, ma da giornalista aveva il dovere di provarci; chissà se poi, a fine registrazione, gli ha ricordato quanto gli dà a puntata e che insomma, non è molto signorile sputare nel piatto che ti fa fatturare.
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