❌

Normal view

Cuba Presents Ballet Documentary During Its Culture Week

23 October 2026 at 20:00

The film honors generations of dancers, choreographers, and artists.

On Wednesday, the documentary “Afternoon Echoes,” directed by Cuban filmmaker Lourdes de los Santos, was presented at the Yara Cinema in Havana as part of the activities organized during Cuban Culture Week.

RELATED:

Cuba Backs Writer María Elena Llana’s Candidacy for the 2026 Cervantes Prize

The film explores the history and significance of the ballet “Afternoon Echoes,” created by choreographer Alberto Mendez in 1973 and considered one of the most important pieces in the repertoire of the National Ballet of Cuba (BNC).

It shows the links between dance, painting, and cinema, taking as a reference point the influence attributed to the painting “The Noon,” by Cuban painter Guillermo Collazo, on the conception of the choreographic work.

According to its director, the documentary constitutes a tribute to generations of dancers, choreographers, and artists who contributed to the formation and consolidation of the Cuban School of Ballet.

El Ballet Contemporáneo de Camagüey, en el marco de la Jornada por la Cultura Cubana, presentó la Peña “Escape”, la cual es una ventana de creación donde los bailarines, reafirman que la entrega artística va más allá de cualquier obstáculo. #PorCamagüeyTodo#CubaEsCultura pic.twitter.com/XMm52u12xz

— Osva Beta (@OsvaBeta) October 17, 2026

The text reads, “The Camaguey Contemporary Ballet, within the framework of the Cuban Culture Week, presented the ‘Escape’ event, which is a window of creation where the dancers reaffirm that artistic dedication goes beyond any obstacle.”

The production also highlights the historic collaborative relationship between the BNC and the Cuban Institute of Cinematographic Art and Industry (ICAIC), reflected in numerous audiovisual works dedicated to dance.

Among the central elements of the narrative are the testimonies of prominent figures associated with ballet, including Maria Elena Llorente, one of the most renowned performers of “Afternoon Echoes,” to whose memory the documentary is dedicated.

ICAIC president Alexis Triana emphasized that this production inaugurates a new line of work within the institution’s Documentary Department, focused on exploring topics related to Cuban culture and history.

#FromTheSouth News Bits | In Cuba, over a million students return to school, marking an achievement for the nation's education system amid ongoing United States aggression. pic.twitter.com/oMCCt8jRPD

— teleSUR English (@telesurenglish) September 4, 2026

teleSUR: JP

Source: Prensa Latina

Festival Leffest traz a Lisboa David Cronenberg e Kelly Reichardt, estreia último filme de Mike Leigh e dedica ciclo a Lars Von Trier

23 October 2026 at 17:51

David Cronenberg, Kelly Reichardt e Tiago Guedes são alguns dos nomes que vão estar em novembro no Lisboa Film Festival (LEFFEST) que, à 20.ª edição, inclui “o que foi essencial na produção cinematográfica” deste ano, olhando também para trás

“Farne un film è stata una scelta difficile”: il dolore per Giulia Cecchettin diventa un manifesto contro la cultura patriarcale nel film Se domani non torno

23 October 2026 at 17:45

“Farne un film è stata una scelta difficile. Ma già con il libro ho visto che dal gesto di raccontare una storia poi ritorna tanto. A convincermi è stata una ragazza in aereo che mi ha detto: ‘Grazie per quello che fai. Grazie alla storia di Giulia io sono ancora viva’. Raccontare questa storia significa raccontare un dolore, ma anche un percorso di salvezza. Portare quel messaggio in modo ancor più capillare all’interno della nostra comunità e della nostra nazione è stato complesso, ma la motivazione che mi sono dato è stata: se non lo raccontiamo, quel dolore lo riviviamo. Da lì l’impegno della Fondazione a sostenere un’opera che racconta non solo l’ultimo giorno di Giulia, ma la vita di una giovane che aveva dei sogni, dei progetti. Lì i ragazzi possono rispecchiarsi e trovare il coraggio di qualche buona azione. Attraverso il film vorremmo che, oltre alla nostra famiglia, gli spettatori conoscano anche loro stessi per diventare agenti di un cambiamento di cui questa società ha tanto bisogno”.

Con queste parole Gino Cecchettin ha inaugurato la conferenza stampa dedicata a Se domani non torno, l’atteso film di Paola Randi sull’omicidio di sua figlia Giulia, avvenuto l’11 novembre 2023.

Un’opera così importante e necessaria da richiedere una “lettura” diversa rispetto agli altri titoli in programma alla 21ª Festa del Cinema di Roma che, peraltro, ha scelto di mostrarla al pubblico a due giorni dalla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ispirato al libro Cara Giulia di Gino Cecchettin, scritto con Marco Franzoso (Rizzoli, 2024), e sceneggiato dalla regista insieme a Lisa Nur Sultan, il film è stato prodotto da Notorious Pictures, che lo distribuirà dal 5 novembre.

Con la Fondazione Giulia Cecchettin totalmente coinvolta nel progetto, si tratta di un testo orientato non a chiudere un doloroso caso di femminicidio, bensì ad aprire e rafforzare il dibattito che lo coinvolge, a partire dalla sensibilizzazione sugli orrori generati dalla cultura del patriarcato. In un’estetica rigorosa, che rispetta l’etica del racconto, e interpretato con sensibilità da tutto il cast, fra cui spiccano gli ottimi Filippo Timi nel ruolo di Gino Cecchettin e Tecla Bossi in quello di Elena Cecchettin, sorella maggiore di Giulia, è dunque un vero e proprio film-manifesto, animato dall’urgenza di veicolare i temi che lo attraversano con il dovuto coraggio e la sincera intenzione pedagogica.

“Quando mi è stato affidato il progetto ero intimidita da tanta responsabilità. Ma la lettura del libro di Gino mi ha offerto subito una possibile chiave di accesso al racconto, ovvero quella dell’assenza”, ha spiegato Paola Randi. “Perché l’assenza di una persona all’interno di un nucleo familiare è qualcosa di dirompente, di enorme. Ma quando siamo anestetizzati dalla quantità di stimoli a cui siamo sottoposti, rischiamo di chiudere i rubinetti dell’empatia. È dunque l’assenza che li riapre, la percezione di questo incolmabile vuoto. È questo uno dei motivi per cui l’omicida non è mai né nominato né mostrato: noi volevamo raccontare l’assenza di Giulia e il percorso della sua famiglia per poter trasformare un dolore così grande in impegno civile. Credo che quando ci si focalizza su un colpevole si rischia di assolvere tutti gli altri. Qui invece il crimine è sistemico. Questa famiglia ha fatto un richiamo alle coscienze. Il patriarcato è parte di noi, e dunque solo da noi può essere decostruito”.

Un concetto che la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan ha voluto rimarcare: “I femminicidi non sono più dei casi, ma sono le dirette conseguenze di un sistema che Gino ed Elena Cecchettin ci stanno urlando in faccia di mettere a fuoco. Pensiamo che fino a 30 anni fa lo stupro era riconosciuto solo come crimine contro la morale e non la persona. Il problema è che la nostra società sta mantenendo questa cultura del patriarcato, e l’unica forma che abbiamo per attivarci sugli effetti è curare le cause. Come si fa? Con l’educazione sesso-affettiva nelle scuole. Non ci si può definire contrari ai femminicidi e alla violenza di genere senza pensare di incoraggiare l’educazione sesso-affettiva”.

Da parte sua, Filippo Timi ha spiegato di essersi avvicinato al ruolo di papà Cecchettin “con piccole pennellate e mettendo da parte ogni ego, come del resto ha fatto chiunque lavorando a questo film”. Ha poi aggiunto di aver “provato una gioia incredibile nel poter affrontare un personaggio che davanti a qualcosa di così ingiustificabile e imperdonabile reagisce con valore e con dolcezza, senza copiare alcun modello di violenza. Sono grato per tutto questo. Arte e vita vanno a braccetto. L’urgenza è reale, il momento è adesso, non domani”.

L'articolo “Farne un film è stata una scelta difficile”: il dolore per Giulia Cecchettin diventa un manifesto contro la cultura patriarcale nel film Se domani non torno proviene da Il Fatto Quotidiano.

Dalla Festa del Cinema di Roma al Mercato Internazionale Audiovisivo: opacità, lobby e nessuno che ne parli

23 October 2026 at 16:37

Come ogni anno, sia la Festa del Cinema di Roma sia il Mercato Internazionale Audiovisivo (per qualche giorno si sono svolti in contemporanea) rappresentano occasioni di incontro relazionale e confronto tecnico tra i professionisti del settore cinematografico e audiovisivo, e non soltanto passarelle per attrici ed attori e per paparazzi e influencer, anche se la quasi totalità dei giornalisti italiani si appassiona più ai look che ai numeri.

Anche in materia di dati e analisi, queste kermesse finiscono per evidenziare un approccio asettico ed acritico: sarà forse perché sono iniziative generosamente finanziate dal Principe, e quindi – suvvia! – “non è bello” anche soltanto sussurrare che egli è semi-nudo, se non nudo, ovvero che il reame è in crisi, se non alla fame… Si tratta di iniziative autoreferenziali, nella cui economia ideologica il concetto di autocoscienza (e finanche autocritica) è totalmente assente.

Sarà anche perché queste iniziative sono guidate da esponenti del settore che rappresentano interessi ben precisi: il Presidente della Fondazione Cinema per Roma, Salvo Nastasi, l’uomo più potente del settore spettacolo in Italia, è anche Presidente della Società Italiana degli Autori ed Editori – Siae; la Presidente della potente lobby Apa, ovvero l’Associazione dei Produttori Audiovisivi, Chiara Sbarigia, guida giustappunto il Mia (dopo essere stata per anni Presidente della società pubblica Cinecittà), insieme al Presidente dell’Anica (produttori cinematografici ma anche Netflix ed altri influenti player) Alessandro Usai.

Da anni, vado scrivendo (denunciando) che molte iniziative italiane nell’ambito del settore culturale non rispettano regole “basic” di trasparenza: è il caso emblematico del Mia, che pure beneficia di non pochi milioni di euro di danaro pubblico, tra Ministero della Cultura, Ministero degli Affari Esteri, e finanche Commissione Europea. Il Mia non pubblica sul proprio sito web un bilancio, e viola la legge in materia di trasparenza. La legge n. 124/2017 impone infatti ad associazioni e fondazioni di pubblicare online i contributi pubblici, se complessivamente pari o superiori a 10.000 euro annui. È prevista anche una sanzione pari all’1% degli importi ricevuti e, se perdura l’inadempimento, addirittura la restituzione integrale del beneficio. Evidentemente nessun Ministero o altra Pubblica Amministrazione richiama il Mia a quest’obbligo.

Ci si può aspettare dall’Apa e dall’Anica analisi e ricerche che evidenzino come la gran parte delle maggiori e migliori società di produzione audiovisiva italiane siano state acquisite, nell’ultimo decennio, da multinazionali straniere come la tedesca Fremantle e la francese Banijay? Ovviamente no. Ci si può aspettare dall’Apa e dall’Anica un’analisi critica della (mala) gestione dello strumento del “tax credit”, di cui hanno ben approfittato per un decennio? Ovviamente no. Offrono dati che sono funzionali ai loro propri interessi, e generalmente proponendo uno scenario idilliaco, limitandosi a chiedere allo Stato… più danaro per sostenere “la crescita”.

Quindi inaffidabile è anche l’ottava edizione del “Rapporto sulla Produzione Audiovisiva Nazionale di Apa”, che mette confusamente assieme più fonti (Certa Università Cattolica, eMedia, Symbola, OpenEconomics…), senza alcuna spiegazione metodologica, e quindi senza validazione oggettiva di dati verificabili, e senza che questi numeri possano essere quindi ritenuti attendibili. Numerologie fantasiose e strumentali. E le rare testate giornalistiche che li rilanciano non si pongono queste perplessità: vale anche per il maggiore quotidiano economico nazionale, qual è il confindustriale Il Sole 24 Ore (senza dimenticare che Apa ed Anica sono associazioni che aderiscono a Confindustria…).

D’altronde, come si può sperare in ricerche e studi che hanno committenti “partigiani” possano offrire analisi oggettive e indipendenti, che potrebbero mettere in discussione le loro stesse attività e anche il loro foraggiamento pubblico?!

Il problema non è marginale, perché in verità dovrebbe essere lo Stato stesso a studiare seriamente l’efficacia del proprio intervento (anche) nel settore culturale: invece, non esiste una strumentazione tecnica minimamente adeguata.

Da anni denuncio – da ricercatore specializzato in IsICult prima che da giornalista investigativo – come quella stessa “valutazione di impatto” prevista dalla Legge Franceschini del 2016, che dovrebbe essere indipendente dal Mic per consentire al Principe – ma magari anche ai sudditi… – di capire il vero stato di salute del settore, sia ormai ridotta ad un documento illeggibile, privo di approccio critico, e quindi perfettamente inutile anche ai fini delle esigenze di conoscenza del Parlamento… Anche l’iter stesso della legge di riforma del settore – che arriverà in Senato per essere approvata definitivamente il 3 novembre prossimo – non s’è certo caratterizzato per una profonda volontà di conoscere lo stato dell’arte. Si procede ancora per approssimazione cognitiva e per scontri interni ed oscuri mercanteggiamenti tra lobby, grandi e piccole: nasometria cognitiva e clientelismo diffuso.

D’altronde, siamo in un Paese nel quale il Direttore Generale del Cinema e dell’Audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni (che è anche incredibilmente Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, in un’impropria sovrapposizione di ruolo di gestione amministrativa e di orientamento politico: caso unico in Italia) si vanta sempre più dell’“efficientamento” dell’amministrazione che dirige, allorquando la gran parte degli operatori del settore lamentano ritardi kafkiani, superiori a quelli di cui soffrivano ai tempi dell’ex Dg Nicola Borrelli.

E naturalmente in nessuna pubblica occasione – che sia la Festa del Cinema di Roma o il Mia – qualcuno alza il ditino e urla “ma, guardate, il Principe è nudo!”, oppure denuncia con onestà intellettuale lo stato di profonda crisi strutturale del settore. E d’altronde, nessuno sembra ricordare che esiste un regolamento (il Dpcm n. 271 del 22 dicembre 2010) che prevedrebbe tempi ragionevoli nei rapporti con la Pa: per esempio, gli organizzatori di festival dovrebbero essere pagati dal Ministero della Cultura entro 90 giorni da quando trasmettono i consuntivi delle iniziative sovvenzionate, ma questa regola non viene quasi mai rispettata.

Insomma, fatta la legge, trovato l’inganno. Pubbliche virtù e vizi privati. Così si (mal) governano le politiche culturali in Italia.

L'articolo Dalla Festa del Cinema di Roma al Mercato Internazionale Audiovisivo: opacità, lobby e nessuno che ne parli proviene da Il Fatto Quotidiano.

David Cronenberg, Kelly Reichardt e Tiago Guedes no LEFFEST

23 October 2026 at 15:33
David Cronenberg, Kelly Reichardt e Tiago Guedes são alguns dos nomes que vão estar em novembro no Lisboa Film Festival (LEFFEST) que, à 20.ª edição, inclui o "essencial na produção cinematográfica".

© TERESA SUAREZ/EPA

O festival vai abrir, no Cinema São Jorge, com o filme "Paper Tiger", de James Gray e encerra com "The Debut", do ator e realizador Jesse Eisenberg

Il nuovo agente 007 sta arrivando: Callum Turner, Jack Lowden e Josh O’Connor corrono ai provini finali

23 October 2026 at 14:20

La caccia al successore di Daniel Craig entra nella fase decisiva. Secondo la stampa specializzata americana, tre nomi in particolare, Callum Turner, Jack Lowden e Josh O’Connor, sarebbero in lizza per vestire i panni di James Bond nel film diretto da Denis Villeneuve. I provini conclusivi, a cui parteciperebbero da tre a cinque attori, potrebbero iniziare già oggi.

Il copione dei test, stando a The Hollywood Reporter, prevede tre prove: scene d’azione, resa davanti alla macchina da presa e lettura dei dialoghi. Deadline parla di almeno quattro inviti già partiti, ma senza alcuna conferma sui nomi. Lowden, volto di “Slow Horses”, viene indicato da Variety come possibile favorito; Turner, visto in “Masters of the Air”, era già stato associato al personaggio nei mesi scorsi; O’Connor, il principe Carlo di “The Crown” e interprete in “Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery”, completa il terzetto.

Resta però un quadro fluido. Nelle settimane passate si era parlato anche di Aaron Taylor-Johnson, James Norton, Harris Dickinson, Jack O’Connell e Paul Mescal. Le ultime voci darebbero fuori dai giochi Jacob Elordi assente ai provini finali. Le audizioni, previste a inizio ottobre, erano slittate per via di impegni incrociati degli attori, e Deadline precisa che non c’è una data certa per l’annuncio, nemmeno a test conclusi.

Dietro il progetto c’è Amazon MGM Studios, che a maggio ha avviato la selezione. Amy Pascal, tra i produttori, ad agosto aveva indicato la fine dell’anno come possibile momento per svelare il nome, invitando alla cautela: raccogliere l’eredità di Craig, protagonista di cinque film tra il 2006 e “No Time to Die” (2021), non è impresa da poco.

L’idea è trovare un Bond “diverso, originale e coinvolgente”. La sceneggiatura di Steven Knight, il papà di “Peaky Blinders”, ha già una prima bozza completa, e l’uscita in sala è attesa intorno al 2028, senza conferme ufficiali.

L'articolo Il nuovo agente 007 sta arrivando: Callum Turner, Jack Lowden e Josh O’Connor corrono ai provini finali proviene da Il Fatto Quotidiano.

Walter Veltroni e la Gialappa’s, l’assurda storia di un documentario

23 October 2026 at 12:04

Seguiamo da tempo con curiosità la carriera di Walter Veltroni “regista”. Negli ultimi dodici anni, ad esempio, ha girato dodici documentari. Ripetiamo: dodici. Uno all’anno. Implacabile come l’Immacolata Concezione o il Ferragosto. Alla lunga lista di temi affrontati nel tempo (politica, musica, calcio) oggi, grazie a L’assurda storia della Gialappa’s Band, se ne aggiunge un altro: la storia della televisione. E come per le precedenti opere, Veltroni non riesce a ritagliarsi una riga sul Rondolino-Tomasi o sul Brunetta dedicati alla storia patria del nostro cinema.

Sarà perché l’ex segretario PD sta al documentario cinematografico un po’ in generoso prestito come Fabio Volo al romanzo letterario, ma L’assurda storia della Gialappa’s Band sembra tutto fuorché un film. Ingordo collage di intervistati (27!), collezione di figurine Panini con molti doppioni, festival del dire qualcosa a tutti i costi con la rilevanza cronachistica e storica delle estrazioni del lotto, la dodicesima fatica documentaria dell’ex vicepresidente del Consiglio rinnova limiti e semplificazioni di una formula che vuole essere forma, di un prodotto commerciabile indistinguibile che vuole essere progetto estetico raffinato.

Intanto alla matrice visiva ricorrente (il trio protagonista Giorgio Gherarducci-Marco Santin-Carlo Taranto ritratto ripetutamente insieme a mezzo busto, più variante dei tre ripresi da soli verso la fine) viene come abbozzato un franoso anelito drammaturgico. Visto che il documentario, tra piatte richieste frontali da telegiornale, è già al palo dopo pochi minuti, ecco che lo scheletro del racconto va a ricomporsi frettolosamente su alcune varianti di linguaggio.

Si parte dal tentativo di intervallare spesso tutti gli intervistati con la scenetta del Mago Forest in uno studio mezzo buio che dialoga con Veltroni, nientemeno che voce fuoricampo/spalla comica modello Gialappa’s. Altra variante, qui direttamente nell’interpunzione di montaggio, una scelta che nemmeno Ejzenstejn, sono le espressioni facciali tra le più varie di Elio delle Storie Tese, seduto tra Faso e Cesareo, inquadrate brevemente a mo’ di commento alle battute o affermazioni dei colleghi comici. Un espediente che, va detto, non abbandona mai lo spettatore. Una specie di litania espressiva a metà strada tra il tormentone e il memento mori.

Nella catasta chilometrica, sommaria e sommabile, di filmati tratti da Mai dire gol, a volte interi sketch (ce n’è uno di Aldo, Giovanni e Giacomo medici di quasi tre minuti), si rinviene poi la confusione teorica tra poetica necessità della ricerca e affermazione autocelebrativa del ritrovamento (a Bisio che si schermisce di una partecipazione a un vecchio show su Odeon TV, Veltroni – fuori campo – risponde con un «Ce l’abbiamo!»). E se L’assurda storia della Gialappa’s Band fatica ancora a girare, Veltroni mostra il tocco e trucco per il quale è stato da noi definito la “Barbara D’Urso del documentario”: l’inquadratura forzata della lacrima indotta (ci fermiamo all’anziano Teo Teocoli).

Infine, come se non bastasse, appena dopo la metà del film, circa un’ora di estenuante batti e ribatti tra Gialappi e comici del loro ampio carnet, Veltroni si adopera in una raffica di retoriche istantanee da rimanere fulminati. Memore di una didascalia iniziale bianca su sfondo nero che suona pressappoco “i 40 anni che hanno cambiato l’Italia” (figuriamoci i quaranta precedenti! ndr), ecco che parte, senza motivo alcuno rispetto alla Gialappa’s, una gragnola di foto, bric-à-brac pop porno per turisti della democrazia: scatti della demolizione del Muro di Berlino, della Guerra del Golfo, di Berlusconi, di Antonio Di Pietro (in toga), ancora di Berlusconi, di Giovanni Falcone, della strage di Capaci, di Paolo Borsellino, della strage di via d’Amelio, di nuovo Berlusconi, Achille Occhetto, Carlo Azeglio Ciampi e ancora Berlusconi. L’assurda storia del documentario, altroché.

L'articolo Walter Veltroni e la Gialappa’s, l’assurda storia di un documentario proviene da Il Fatto Quotidiano.

È morto Tom Skerritt, l’istruttore di volo in “Top Gun” e lo sceriffo della serie “La famiglia Brock”. La famiglia: “Aiutava gli altri a trovare e far sentire la propria voce”

23 October 2026 at 08:08

Mondo del cinema in lutto. È morto, a 93 anni, Tom Skerritt, attore vincitore di un premio Emmy, noto per aver interpretato diversi ruoli tra cui l’istruttore di volo in “Top Gun”, lo sceriffo nella serie tv “La famiglia Brock” (“Picket Fences”), fino al capitano destinato a un tragico destino in “Alien”. Skerritt si è spento mercoledì per cause naturali, come reso noto dalla famiglia in un comunicato.

“Se il mondo conosceva Tom per la sua straordinaria carriera di attore, – si legge nella nota – noi lo ricordiamo per il suo umorismo, la sua curiosità, la sua saggezza, la sua generosità e l’amore che ha portato nelle nostre vite. Nutriva un profondo interesse per l’immaginazione, la creatività, la narrazione, il senso del dovere, i veterani, il mondo naturale e l’aiutare gli altri a trovare e far sentire la propria voce”.

Skerritt ha ricevuto due candidature agli Emmy, entrambe per “La famiglia Brock”, vincendo il premio come miglior attore protagonista in una serie drammatica nel 1993. Tra gli altri ruoli di spicco della sua carriera, si ricordano quello del marito paziente di Shirley MacLaine in”‘Due vite, una svolta”, del marito di Sally Field in “Fiori d’acciaio” e dell’opportunista senza scrupoli che ostacola il tentativo del personaggio di Jodie Foster di comunicare con forme di vita extraterrestri nel film “Contact”.

L'articolo È morto Tom Skerritt, l’istruttore di volo in “Top Gun” e lo sceriffo della serie “La famiglia Brock”. La famiglia: “Aiutava gli altri a trovare e far sentire la propria voce” proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌