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Agrivoltaico, la scommessa dell’Europa solare: pro e contro per gli agricoltori

24 October 2026 at 12:51

I pannelli fotovoltaici possono aiutare gli agricoltori. L’agrivoltaico infatti potrebbe contribuire a prevenire l’abbandono dei terreni agricoli, diventando una fonte di energia e allo stesso tempo una barriera protettiva per i raccolti. L’agrivoltaico permette di integrare la produzione alimentare con la produzione di energia rinnovabile e nella pratica consiste nell’installazione di pannelli fotovoltaici sopra o tra le coltivazioni agricole.

Secondo uno studio del 2023, l’Europa ha il potenziale per generare una quantità di energia elettrica pari a 25 volte il suo attuale fabbisogno tramite l’agrivoltaico o fotovoltaico agricolo. L’agrivoltaico ha un grande potenziale sia in termini di benefici economici sia ambientali, perché permette di ridurre la superficie necessaria per generare energia dal solare. Non tutti però sono d’accordo, perché questo sistema potrebbe “ignorare i reali problemi”.

Trasformare l’Europa in una potenza solare

L’Europa può diventare una potenza solare e a dircelo è stato persino Elon Musk, quando lo scorso gennaio ha affermato come le zone scarsamente popolate di Sicilia e Spagna potrebbero teoricamente generare l’energia solare sufficiente per tutto il continente.

Uno scenario non lontano dalla realtà che aziende come Amazon e Apple stanno cercando di realizzare. Infatti queste multinazionali hanno firmato contratti per l’acquisto di energia da grandi progetti agrivoltaici con capacità di oltre 150 MW, capaci di soddisfare il fabbisogno di circa 100.000 famiglie italiane.

Euronews ricorda anche come l’Europa stia già finanziando il progetto AgriSol, un investimento di 1,9 milioni di euro per progetti agrivoltaici in Spagna e in Italia. La sola Italia ha ottenuto 1,7 miliardi di euro di aiuti proprio per l’iniziativa.

L’impatto sull’agricoltura

Da una parte ci sono le promesse di un continente capace di sostentarsi solo con l’energia rinnovabile, dall’altra c’è il reale impatto di questa corsa. Le normative europee infatti limitano l’utilizzo di grandi campi per gli impianti fotovoltaici, lasciandoli all’agricoltura.

Anche i progetti agrivoltaici hanno dei limiti. In Francia, per esempio, i progetti devono mantenere almeno il 90% della produzione agricola rispetto ai rendimenti di riferimento stabiliti a livello locale, mentre in Italia la percentuale è del 70%.

La chiave, come spiega Pilar Flores, coordinatrice del progetto agrivoltaico finanziato dall’Unione Europea presso l’Istituto Murciano per la Ricerca e lo Sviluppo Agricolo e Ambientale, è garantire una perdita minima di terreno coltivabile.

Quali sono i vantaggi per gli agricoltori?

L’agrivoltaico può essere una scelta vantaggiosa per diversi agricoltori. A seconda dei casi, infatti, l’agrivoltaico può migliorare l’efficienza dell’uso dell’acqua, proteggere i raccolti dalle condizioni meteorologiche e aumentare la produttività dei terreni. Se si inizia a pensare agli impianti fotovoltaici sui terreni agricoli come a un sistema per proteggere questi ultimi dai cambiamenti climatici, allora l’agrivoltaico può diventare un vantaggio reale per gli agricoltori, pur riducendo leggermente la percentuale di terreno dedicata alla sola coltivazione.

L’agrivoltaico infatti rappresenta uno strumento fisico per evitare l’abbandono dei terreni, ridurre i cali di profitto per gli agricoltori e proteggere i campi da caldo e piogge eccessive. I pannelli banalmente proiettano ombra, riducendo l’evaporazione e quindi aiutando il terreno a trattenere l’umidità.

Quali sono gli svantaggi?

La verità è che i benefici descritti non sono garantiti. “Tutte queste opportunità vengono talvolta presentate come se fossero scontate, ma dipendono dal sistema agrivoltaico utilizzato e dalle caratteristiche del territorio”, spiega Flores.

In alcuni casi i territori vengono sottoposti a uno stress aggiuntivo in presenza di pannelli fotovoltaici e quindi bisogna analizzare caso per caso per capire se ci siano vantaggi o meno. È della stessa opinione il presidente dell’Associazione Rurale Italiana, Fabrizio Garbarino:

L’agrivoltaico sta approfittando della crisi del settore agricolo in Italia, mentre dovremmo concentrarci su soluzioni concrete per prevenire l’abbandono dei terreni agricoli.

Le grandi aziende tecnologiche promettono risultati anche per gli agricoltori, ma come abbiamo visto non sono scontati. In uno studio del 2025 si è scoperto che l’agrivoltaico favorisce i grandi agricoltori, i proprietari terrieri e gli investitori, a scapito dei piccoli agricoltori e delle comunità locali.

I motivi sono gli elevati costi iniziali e le lunghe attese per l’allacciamento alla rete elettrica. In Italia circa 775 milioni di euro di fondi pubblici destinati ai progetti agrivoltaici sono stati impiegati su larga scala, su proprietà di multinazionali straniere e non dei piccoli agricoltori. I grandi investitori così si insediano in luoghi che spesso non conoscono e ottengono solo i benefici economici della produzione energetica, non garantendo lo stesso risultato agli agricoltori che quel terreno lo hanno ceduto.

L’agrivoltaico ha il potenziale per essere un beneficio per entrambe le parti, per chi investe nell’energia e per chi coltiva la terra, ma deve partire da una coordinazione comune, senza mai smettere di pensare al terreno e alla comunità locale.

Caro voli, Ryanair prevede «il più grande aumento della storia»: quanto e quando

24 October 2026 at 06:00

“Assisterete al più grande aumento dei prezzi dei biglietti aerei, direi, della storia in Europa nei prossimi 12 mesi”, lo ha dichiarato Michael O’Leary, amministratore delegato di Ryanair. L’avvertimento è stato lanciato il 20 ottobre 2026 durante una conferenza stampa a Bruxelles e, stando alle giustificazioni date dal Ceo, non sembrerebbe essere oggi un’eventualità così improbabile.

Perché nel 2027 aumenteranno i prezzi dei voli in Europa

La previsione di O’Leary si fonda su due fattori principali:

  • l’aumento dei costi operativi delle compagnie aeree, soprattutto per via del costo del carburante sempre più alto;
  • una possibile riduzione dell’offerta di posti a causa di fallimenti e operazioni di acquisizione nel settore. Se alcuni vettori dovessero uscire dal mercato o ridurre le proprie attività, una parte della capacità di trasporto verrebbe meno.

Si tratta di due dinamiche che, agendo contemporaneamente, potrebbero spingere verso l’alto i prezzi dei biglietti. Quando il costo del carburante cresce rapidamente, infatti, le compagnie devono decidere come assorbire la spesa aggiuntiva. Possono quindi ridurre i margini di profitto, cercare risparmi in altre aree oppure trasferire almeno una parte dei maggiori costi sui passeggeri, attraverso tariffe più elevate.

La combinazione tra carburante più caro e minore disponibilità di posti, poi, potrebbe creare le condizioni per un trend al rialzo sempre più sostenuto. Quando la domanda rimane elevata ma diminuisce il numero di sedili disponibili, come in ogni economia, le aziende hanno un maggiore margine nell’aumentare i prezzi, soprattutto sulle rotte e nelle date più richieste.

Di quanto potrebbero aumentare i biglietti aerei

L’amministratore delegato di Ryanair, nel suo intervento, ha parlato di aumenti compresi tra il 10% e il 20% nel giro di un anno. Se le cose dovessero andare veramente così, gli incrementi riguarderebbero senza alcuna distinzione sia i voli low cost che le tratte standard, fino a ripercuotersi sugli spostamenti a medio e lungo raggio (nazionali e internazionali).

Di seguito, alcuni esempi di quanto potrebbe arrivare a costare un volo:

Prezzo attuale Con aumento del 10% Con aumento del 15% Con aumento del 20%
30 € 33,00 € 34,50 € 36,00 €
50 € 55,00 € 57,50 € 60,00 €
100 € 110,00 € 115,00 € 120,00 €
200 € 220,00 € 230,00 € 240,00 €
300 € 330,00 € 345,00 € 360,00 €

Il peso maggiore ricadrebbe sulle famiglie. Per quattro passeggeri, ad esempio, quattro biglietti da 100 euro ciascuno costerebbero complessivamente 400 euro. Con un aumento del 20%, la spesa salirebbe a 480 euro (80 euro in più per lo stesso viaggio, a parità di condizioni).

L’impatto potrebbe essere ancora più significativo per chi deve acquistare biglietti per le vacanze, quando la domanda tende a concentrarsi in periodi specifici e le tariffe possono già essere elevate.

Le destinazioni più a rischio aumento

Anche se O’Leary ha parlato in generale di aumenti per il mercato europeo, non indicando precisamente quali rotte diventeranno più costose, dalle sue parole sono emersi alcuni indizi sui fattori che potrebbero rendere determinati collegamenti particolarmente esposti ai rincari.

  • il primo riguarda le rotte con una domanda elevata e un’offerta limitata. Se il numero di posti disponibili dovesse diminuire, i collegamenti verso le destinazioni turistiche più richieste potrebbero diventare più costosi, soprattutto nei fine settimana, durante le festività e nei mesi estivi. La dinamica dipenderà anche dalla possibilità per i passeggeri di scegliere aeroporti alternativi;
  • un secondo elemento riguarda i collegamenti serviti da vettori che dovessero ridurre le proprie attività o uscire dal mercato. Se una compagnia abbandonasse una rotta e gli altri operatori non compensassero la perdita di capacità, i passeggeri potrebbero trovarsi con meno voli tra cui scegliere. In questo scenario, anche le destinazioni normalmente raggiungibili con tariffe low cost potrebbero diventare meno accessibili.

Quando scattano gli aumenti

Molti vettori utilizzano strategie di copertura finanziaria, note come hedging, per proteggersi dalle oscillazioni dei prezzi del carburante. Attraverso questi strumenti, una compagnia può bloccare in anticipo il costo di una parte del carburante che prevede di acquistare nei mesi successivi, riducendo l’esposizione a eventuali rialzi del mercato.

La stessa linea è stata seguita da Ryanair che, come riferito dal Ceo, quando il conflitto in Iran è iniziato, alla fine di febbraio 2026, aveva già coperto circa l’80% del proprio fabbisogno di carburante fino a marzo 2027, a un prezzo di 67 dollari al barile.

La situazione, però, cambierà a partire da aprile 2027. Per il periodo successivo, Ryanair avrebbe coperto soltanto il 15% del proprio fabbisogno di carburante a un prezzo di 85 dollari al barile, rimanendo quindi esposta alle oscillazioni del mercato per la parte restante. E dalle dichiarazioni di O’Leary, anche molte altre compagnie europee si trovano in una posizione simile.

Afd vuole smantellare l’Unione europea, ma Meloni e Le Pen hanno altri piani

24 October 2026 at 03:45

C’è una certa pigrizia intellettuale nel definire Alternative für Deutschland un partito xenofobo di estrema destra. Lo è, ma non solo. A distinguere l’AfD da buona parte dei movimenti sovranisti europei c’è una formazione economica legata alla diffidenza verso qualsiasi forma di condivisione del debito. Il partito nacque nel 2013 per iniziativa di Bernd Lucke, professore di economia ad Amburgo, e di altri accademici contrari ai salvataggi dei paesi indebitati durante la crisi dell’euro. La Grecia, e per un soffio l’Italia. Poi è arrivato il 2015, la crisi migratoria è diventata il tema del decennio e il partito è stato conquistato dalla destra nazionalista. Lucke se n’è andato, ma non la sua visione economica.

Nella prima stagione del populismo europeo, quella esplosa dopo la crisi finanziaria del 2008 e culminata con la Brexit e l’elezione di Donald Trump nel 2016, la ricetta sovranista era primitiva: incolpare l’Europa di qualsiasi male e uscire, preferibilmente sbattendo la porta. Giorgia Meloni chiedeva di abbandonare l’euro, Marine Le Pen prospettava persino un referendum sulla permanenza della Francia nell’Unione. Ancora nel programma elettorale del 2025 l’AfD sosteneva il ritorno a una moneta nazionale. La leader Alice Weidel ha scelto una strategia più sofisticata, per attrarre il pragmatico elettorato tedesco: promettere di regredire l’Unione europea di almeno cinquant’anni. 

Il suo New Deal for Europe, presentato il 21 ottobre a Strasburgo, comincia da una proposta originale: abolire l’elezione diretta del Parlamento europeo e tornare a prima del 1979, quando i rappresentanti erano designati dai parlamenti nazionali. La Commissione verrebbe declassata a una sorta di segreteria al servizio dei governi. Un passo indietro che andrebbe persino oltre le origini dell’integrazione europea: già la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nata nel 1951 come primo nucleo della futura Unione, disponeva di un’Alta Autorità indipendente con poteri decisionali vincolanti. Anche la Corte di giustizia, istituita nel 1952, verrebbe sostituita da un tribunale arbitrale, competente soltanto sulle controversie relative ai trattati e non più sulle materie riservate agli Stati. Le costituzioni nazionali dovrebbero prevalere sul diritto europeo nelle competenze sottratte a Bruxelles. L’AfD conserverebbe invece il primato delle norme comuni nel mercato unico, che considera uno dei pochi compiti essenziali dell’Unione. Il principale centro delle decisioni politiche europee diventerebbe il Consiglio europeo, l’organo dove siedono i capi di Stato e di governo dei Ventisette Stati membri. 

Weidel vuole poi ridurre il bilancio comunitario, abolire le risorse proprie legate all’Iva e alla plastica non riciclata, impedire nuove emissioni di debito garantito congiuntamente e subordinare i fondi di coesione a risultati verificabili, utilizzando il veto tedesco sulle decisioni di finanziamento europeo per imporre le riforme. Berlino dovrebbe potersi sottrarre alle regole comuni sull’immigrazione attraverso deroghe garantite dai trattati, respingendo le quote di ricollocamento dei richiedenti asilo, e recuperare autonomia nella politica energetica, potendo scegliere liberamente fra nucleare, carbone, gas e rinnovabili.

Alla Banca centrale europea verrebbe chiesto di concentrarsi rigorosamente sulla stabilità dei prezzi, mentre le maggiori economie dell’eurozona dovrebbero contare di più nelle decisioni monetarie, attraverso diritti di voto proporzionati alle quote di capitale. Il piano chiede inoltre di porre fine al finanziamento indiretto dei debiti pubblici da parte della BCE. Al momento Afd non propone necessariamente di abolire l’euro, ma di riformarlo radicalmente, introducendo anche un meccanismo ordinato di insolvenza per gli Stati membri.

Che cosa rimarrebbe dopo questo smantellamento? Un’Unione ridotta alle poche funzioni che l’AfD considera davvero comuni: il mercato unico, la protezione delle frontiere esterne, la lotta alla criminalità transnazionale e la cooperazione nella ricerca, nell’industria e nella tecnologia militare. Ma con una differenza sostanziale: i grandi progetti comuni sarebbero decisi e finanziati dagli Stati, senza nuovo debito europeo, mentre Bruxelles avrebbe soprattutto il compito di coordinarli. Insomma, Weidel vuole spingersi più indietro delle origini stesse del progetto europeo, cancellando proprio quei poteri sovranazionali sui quali era stato costruito. La sovranità tedesca prima di tutto.

Per ora due ostacoli si frappongono tra Weidel e il suo progetto di rifondazione dell’Unione europea. Il primo è il calendario: le prossime elezioni federali tedesche sono previste nel 2029, salvo uno scioglimento anticipato del Bundestag. Il secondo è la Brandmauer, il cordone sanitario con cui i partiti tradizionali escludono alleanze di governo con l’AfD. Il cancelliere Friedrich Merz ha ribadito il rifiuto dei cristianodemocratici di collaborare con Weidel. E anche gli importanti successi elettorali dell’AfD in Sassonia Anhalt e Meclemburgo Pomerania Anteriore non bastano a garantirle maggioranze autonome. Tre anni in politica sono un’eternità, e il tempo può giocare a favore di entrambe le parti. Gli avversari dell’AfD scommettono su un ridimensionamento del suo consenso; i sostenitori contano su un’ulteriore crescita elettorale che finisca per incrinare il cordone sanitario e costringere i partiti tradizionali a fare i conti con Weidel.

Nel frattempo cambierà sicuramente la Francia: Emmanuel Macron non potrà candidarsi per un terzo mandato consecutivo e Marine Le Pen sa di essere la favorita alle elezioni presidenziali del 2027. Il 14 ottobre, una settimana prima di Weidel, ha illustrato a Bruxelles il proprio progetto europeo. Anche lei ha abbandonato l’idea di lasciare l’Unione. E anche lei vuole trasformare la Commissione in un organismo subordinato ai governi, riducendola a un segretariato e negandole competenze autonome nella sanità, nella sicurezza, nella diplomazia e nell’intelligence. Vorrebbe anche sopprimere il Comitato delle regioni e il Comitato economico e sociale europeo, altre due istituzioni europee importanti, ma poco conosciute dal grande pubblico. Propone inoltre di limitare a cinque miliardi di euro annui il contributo netto francese al bilancio comunitario, rispetto ai circa otto miliardi del 2024. Non arriva però a chiedere la cancellazione delle elezioni dirette del Parlamento europeo. Né rinuncia all’idea che la cooperazione Ue possa rafforzare la capacità industriale, commerciale e tecnologica degli Stati: il programma del Rassemblement national del 2024 rivendicava progetti comuni nella difesa, nella ricerca e nell’intelligenza artificiale, purché non comportassero un’ulteriore cessione di sovranità politica.

Le differenze più interessanti riguardano l’economia. Le Pen propone di armonizzare alcune imposte europee, in particolare quelle su tabacco e alcol, e di introdurre un’aliquota comune fra il 20 e il 25 per cento per le grandi imprese, nel tentativo di contrastare la concorrenza fiscale fra gli Stati. È una novità significativa rispetto agli ultimi mesi: Le Pen ora accetta alcune forme di armonizzazione tributaria, senza per questo sostenere un sistema fiscale federale. Weidel rifiuta nuovi trasferimenti di sovranità tributaria a Bruxelles e persino l’armonizzazione europea delle politiche sociali, dal salario minimo all’assicurazione contro la disoccupazione.

La leader francese vorrebbe una Banca centrale europea più attenta all’occupazione, alla crescita e all’innovazione, mentre la politica tedesca chiede soprattutto rigore monetario. Entrambe rifiutano però la mutualizzazione dei debiti pubblici e la trasformazione dell’Unione in un’unione permanente di trasferimenti finanziari. Anche sul clima divergono: Le Pen sostiene una tassa sul carbonio alle frontiere europee, con esenzioni per i beni che l’Europa non produce, e propone perfino di commisurare una parte dei contributi nazionali al bilancio dell’Unione all’intensità delle emissioni dei singoli paesi.

L’AfD rivendica la libertà di utilizzare carbone e gas senza vincoli comunitari, ma anche il nucleare e le rinnovabili, secondo le scelte dei governi nazionali. Entrambe contestano il Green Deal, ma Le Pen conserva una concezione protezionistica dell’intervento europeo, mentre Weidel privilegia la deregolamentazione e la libertà di scelta degli Stati. È difficile immaginare che gli interessi di una Francia fortemente indebitata e quelli della Germania descritta da Weidel possano coincidere semplicemente perché entrambe sarebbero governate dalla destra nazionalista.

Un accordo sarebbe invece più facile sull’Ucraina. Pur avendo condannato formalmente l’invasione russa, Le Pen vuole interrompere i finanziamenti francesi a Kyjiv, conservando l’addestramento dei soldati ucraini e alcune forniture di equipaggiamenti militari, e chiede la revoca delle sanzioni contro Mosca. Weidel sostiene che la Germania debba smettere di finanziare una guerra che considera impossibile da vincere per gli ucraini. Entrambe chiedono negoziati con Putin. Un’eventuale intesa fra Parigi e Berlino su questa linea cambierebbe profondamente la politica europea verso l’aggressione russa.

E Meloni? Se rimarrà a Palazzo Chigi dopo le prossime elezioni, forse già nella primavera del 2027, l’Unione potrebbe ritrovarsi con tre grandi paesi guidati dalla destra, senza per questo avere tre governi d’accordo sul futuro dell’Europa. La presidente del Consiglio condivide la critica all’accentramento delle competenze e sostiene un modello confederale fondato sulla sovranità nazionale. Il programma presentato da Fratelli d’Italia alle elezioni europee del 2024 attribuisce però a Bruxelles responsabilità importanti nella difesa. Meloni vuole inoltre rafforzare gli strumenti comuni per il controllo delle frontiere e continua a considerare i finanziamenti europei essenziali per gli investimenti strategici. E soprattutto sulla guerra in Ucraina non ha mai avuto dubbi, schierandosi sempre a favore di Kyjiv.

L’Europa delle nazioni immaginata da Meloni non prevede dunque lo svuotamento delle istituzioni comunitarie, ma una diversa distribuzione dei loro poteri. Fratelli d’Italia sostiene una politica industriale comune della difesa, integrata nella Nato, e l’allargamento dell’Unione ai Balcani occidentali e, secondo criteri di merito, all’Ucraina e alla Moldova. Sul piano economico difende i fondi di coesione e la Politica agricola comune, chiede maggiore flessibilità nelle regole di bilancio e non esclude il debito comune per finanziare obiettivi specifici. Per Meloni la sovranità nazionale non è incompatibile con un’Unione dotata di risorse e capacità d’intervento. L’obiettivo è cambiarne le priorità: meno vincoli ambientali e burocratici, più competitività, investimenti e autonomia strategica.

La differenza tra le tre leader si vede anche nei seggi del Parlamento europeo. Tre partiti in tre eurogruppi diversi: Fratelli d’Italia nei Conservatori e Riformisti europei, il Rassemblement national nei Patrioti per l’Europa con la Lega di Matteo Salvini e l’AfD in Europa delle Nazioni Sovrane con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Una divisione che non risponde soltanto a rivalità politiche e personali, ma riflette anche idee differenti su quali poteri, risorse e responsabilità affidare alle istituzioni europee.

A luglio la delegazione di Fratelli d’Italia ha sostenuto prevalentemente l’avvio dei negoziati sull’euro digitale, osteggiato dai gruppi di Le Pen e Weidel. Il 21 ottobre, poche ore dopo la presentazione del piano dell’AfD, i 22 eurodeputati di Meloni che hanno partecipato al voto sul bilancio europeo per il 2027 si sono astenuti. I Patrioti per l’Europa ed Europa delle Nazioni Sovrane hanno invece votato contro.

Meloni ha scelto di utilizzare le istituzioni europee per modificarne le politiche, costruendo maggioranze diverse secondo le convenienze. Le Pen vuole subordinare maggiormente Bruxelles ai governi nazionali. Weidel propone di riscrivere l’architettura istituzionale dell’Unione. Per riuscirci avrebbe bisogno anche dei voti degli altri Stati, perché una revisione dei trattati richiede il loro accordo e le successive ratifiche nazionali.

Fratelli d’Italia è invece più vicina alle altre destre sull’immigrazione. Il 17 giugno Fratelli d’Italia ha sostenuto insieme ai Patrioti per l’Europa e al gruppo dell’AfD le nuove regole europee sui rimpatri, approvate con 418 voti favorevoli. Una convergenza simile si era verificata nel novembre 2025, quando popolari e destre avevano approvato l’alleggerimento degli obblighi di sostenibilità delle imprese. Su questi dossier una maggioranza alternativa a quella tradizionale di Bruxelles esiste già, e può produrre risultati legislativi concreti. Ma per immaginare il futuro dell’Ue non si può vivere di sola politica migratoria. 

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La Repubblica di San Marino cerca nel mercato unico una crescita senza scorciatoie fiscali

24 October 2026 at 03:45

Per anni San Marino è stata agli occhi di molti italiani soprattutto un posto dove le tasse erano più basse e le banche facevano meno domande. Una reputazione che aveva le basi nel segreto bancario e nella possibilità di tenere capitali al riparo dal fisco italiano, due elementi che avevano contribuito alla fortuna economica della Repubblica. Oggi quel modello è tramontato e l’accordo di associazione firmato lo scorso lunedì con l’Unione europea racconta quanto sia cambiato il Paese.

Il trattato, sottoscritto il 19 ottobre insieme ad Andorra dopo oltre dodici anni di negoziati, consentirà a San Marino di partecipare più ampiamente al mercato unico senza diventare membro dell’UE. Una scelta significativa per uno Stato di appena trentaquattromila abitanti –meno di un quarto di quelli del vicino Comune di Rimini– che per decenni ha tratto vantaggio dalle differenze con il sistema italiano e ora almeno in campo economico ha interesse a ridurle.

Il vecchio modello mostrò tutti i suoi limiti già durante la crisi finanziaria. Le banche sammarinesi raccoglievano capitali soprattutto dall’Italia, attirando clienti anche grazie alla riservatezza garantita sui depositi. Lo scudo fiscale varato da Roma nel 2009, insieme alla crescente pressione internazionale per una maggiore trasparenza, mise in crisi quel sistema. Tra la fine del 2008 e la metà del 2010 i depositi bancari diminuirono di circa il trentacinque percento. Negli anni successivi il settore si ridimensionò profondamente, con il numero delle banche sceso da dodici a quattro e ripetuti interventi pubblici di sostegno. Ancora nel 2025, secondo il Fondo monetario internazionale, il rapporto tra crediti deteriorati netti e prestiti netti era dell’11,1 percento.

L’industria intanto è diventata uno dei principali punti di forza dell’economia. La manifattura produce circa un terzo del valore aggiunto nazionale ed esporta quasi nove decimi della propria produzione. Impiega inoltre più di un lavoratore su tre nel settore privato. Per avere un termine di paragone, ad Andorra la manifattura pesa appena per il quattro percento del valore aggiunto. San Marino somiglia piuttosto al Liechtenstein, dove l’industria ha un impatto analogo.

Il FMI osserva anche che le esportazioni sammarinesi sono relativamente diversificate rispetto a quelle di altri microstati, soprattutto considerando i singoli prodotti. Un risultato non scontato per un Paese di queste dimensioni, anche se la dipendenza dalla domanda estera lo espone alle difficoltà dei suoi principali mercati.

Il legame con l’Italia è particolarmente evidente nel lavoro. A settembre 2025 erano oltre 8.600 i frontalieri impiegati a San Marino. Le imprese della Repubblica dipendono quindi sia dai clienti stranieri sia da una forza lavoro che arriva quotidianamente dal territorio italiano.

Non tutte le distanze dall’Italia, però, scompariranno. Nel 2014 San Marino è uscita dalla lista italiana dei territori a fiscalità privilegiata, dopo anni di tensioni e un progressivo adeguamento agli standard internazionali sulla trasparenza. Oggi non compare neppure nella lista europea delle giurisdizioni fiscali non cooperative. La Repubblica conserva comunque una propria politica tributaria, che si riflette ad esempio nei prezzi dei carburanti, inferiori a quelli italiani grazie a un diverso regime di imposte.

Ma la questione più difficile resta quella bancaria. L’accesso ai mercati finanziari europei sarà graduale e subordinato a verifiche sulla regolamentazione e sulla vigilanza. Le cautele di Bruxelles riflettono i problemi di un settore che, nonostante i progressi nel risanamento, presenta ancora fragilità patrimoniali e difficoltà di redditività. L’integrazione offrirà nuove opportunità, ma imporrà anche controlli più stringenti.

L’intesa comporta anche un compromesso politico. Per accedere più ampiamente al mercato unico, San Marino dovrà applicare molte delle norme europee che lo regolano, pur non essendo membro dell’Unione. Potrà partecipare alle consultazioni previste dall’accordo, ma non avrà il diritto di voto degli Stati membri nelle istituzioni europee. 

Sul piano diplomatico, invece, San Marino continuerà a rivendicare una tradizione di neutralità attiva, che non le impedisce di prendere posizione nelle crisi internazionali. Nel 2023 è stata tra i membri fondatori del Registro dei danni per l’Ucraina, istituito nell’ambito del Consiglio d’Europa, mentre nel settembre 2025 ha riconosciuto lo Stato di Palestina, a differenza dell’Italia. Due scelte che mostrano come la Repubblica cerchi di esercitare la propria autonomia soprattutto attraverso le istituzioni multilaterali.

Il trattato dovrà ancora completare le procedure necessarie per entrare pienamente in vigore. San Marino ha firmato l’accordo con un’economia più diversificata rispetto al passato, ma anche con un sistema bancario che continua a pagare il prezzo dei vecchi squilibri. La scommessa europea nasce da entrambe queste condizioni, dalle esigenze di un’industria che lavora per l’estero e dalla necessità di non tornare al modello che aveva reso la Repubblica una piazza finanziaria prospera ma vulnerabile.

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