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Ballottaggio in Brasile, Bolsonaro deride Lula: “Avversario nove dita”. Il presidente: “Quel dito l’ho perso lavorando” – video

24 October 2026 at 16:36

Un ultimo duello tv, a due giorni dal voto, dove il candidato della destra Flavio Bolsonaro ha attaccato lo sfidante e presidente uscente Luiz Inacio Lula Da Silva, definendolo a più riprese il suo avversario ‘nove dita’. Un riferimento di dubbio gusto, già adottato dal padre Jair 4 anni fa, alla mutilazione subita da Lula quando a 17 anni perse il mignolo della mano sinistra sotto una pressa. È lo scambio andato in onda nell’ultimo faccia a faccia televisivo prima del ballottaggio in Brasile, dove il 25 ottobre oltre 158 milioni gli elettori saranno chiamati alle urne per scegliere il capo dello Stato per i prossimi quattro anni. In generale, il candidato della destra ha scelto toni più cauti, più moderati, a tratti presidenziali, abbandonando l’arroganza e l’aggressività dell’ultimo dibattito tv. Lula invece è andato all’attacco, rivendicando con efficacia la sua storia di ex operaio diventato presidente, la sua profonda conoscenza del Paese e la sua azione di governo a favore dei ceti meno abbienti. Ambedue, in un clima molto più composto rispetto alla rissa in tv di domenica scorsa, hanno espresso con calma le proprie idee e le proprie proposte. Solo in un momento Flavio ha seriamente barcollato, ma solo l’esito del voto dirà se quello di Lula è stato un colpo da ko, o se segnerà solo una leggera vittoria ai punti. Ed è quando ha appellato il rivale “nove dita”.

“Quel dito l’ho perso lavorando di notte per poter mangiare – ha risposto Lula -, quando ero ancora minorenne e nemmeno avrei potuto lavorare. Non permetterò a un miliziano di chiamarmi ‘nove dita’, a uno che non ha mai lavorato in vita sua. Non sa nemmeno cosa sia un libretto di lavoro. Il suo primo impiego è stato un lavoro fittizio procuratogli da suo padre”. Parole talmente nette che Bolsonaro ha barcollato. E ha chiesto subito perdono: “Non volevo offendere nessuno, mi scuso”. Ma quell’insulto di fatto ha stonato con tutta la gestione della sua serata all’impronta del dialogo. Un passaggio che ha messo in crisi la sua strategia generale: Folha aveva appena scovato nei fogli preparatori al duello, in mano alla moglie di Flavio, la scritta: “uomo di stato”. Ma la rete ha colto il suo momento di difficoltà: in pochi minuti l’Esercito di Lula ha diffuso l’hashtag “SomosTodos9Dedos”, siamo tutti nove dita. Più avanti ha implicitamente accennato all’età di Lula, 81 primavere tra qualche giorno. “Non capisco quando parli”, ha ironizzato sulla sua voce roca, dimenticando però il tumore alla gola che lo ha colpito nel 2011.

Anche alla fine del dibattito, Lula, consapevole della caduta di stile di Flavio, nel suo appello al voto finale, ha affondato su questo punto: “Ho una storia di lotta che è la stessa di milioni di brasiliani, di chi ha iniziato a lavorare a 12 anni e poi è arrivato alla Presidenza senza dimenticare da dove viene né per chi governa”. Per il resto, in oltre due ore di dibattito, Bolsonaro ha spinto sul tema a lui molto caro della sicurezza, della lotta all’inflazione, dell’azione a favore delle imprese. Lula, di contro, ha punzecchiato il suo avversario sulla sua presunta inesperienza accusandolo di non “conoscere il Brasile”. Quindi ha esaltato i programmi sociali del suo governo, dalla settimana corta al salario minimo, dal condono a 4 milioni di brasiliani di piccoli debiti agli investimenti per la scuola. Quando Lula gli ha rinfacciato di aver votato contro l’allungamento della maternità, ha perfino detto di essersi sbagliato. Una pacatezza ostentata per dare la caccia ai voti centristi. La Folha è riuscita a scovare la scritta cerchiata “uomo di Stato” in un foglio preparatorio in mano alla moglie di Flavio. Chi invece è andato all’attacco rivendicando con orgoglio la sua biografia politica, la sua storia personale di ex operaio diventato presidente, e anche il suo buongoverno, è stato Lula.

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Giordania, le vittime dell’attacco alla chiesa ortodossa salgono a 8. Hezbollah: “Atto terroristico contro l’umanità”

24 October 2026 at 14:51

Si aggrava il bilancio dell’attacco perpetrato ieri contro la chiesa greco-ortodossa di San Giorgio a Hammoud, nel governatorato di Karak, nel sud della Giordania. Uno dei feriti è morto a causa delle lesioni riportate, ha reso noto il ministro della Salute, Ibrahim Al-Bdour. Il numero delle vittime sale dunque a otto. Al-Bdour ha inoltre precisato che 26 persone ferite nell’attacco restano ricoverate in ospedale. Venerdì le autorità avevano riferito di sette morti e 34 feriti.

Il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente ha espresso “profondo sdegno e ferma condanna”: “Prendere di mira le chiese, i luoghi di culto e le persone raccolte in preghiera costituisce una flagrante violazione della sacralità dei luoghi santi e dei valori umani e morali che uniscono i membri della famiglia umana – afferma il Consiglio delle chiese in Medio Oriente -; i luoghi di culto esistono per essere case di preghiera, di pace e di speranza, non scenari di violenza, uccisioni e paura”. Il Consiglio si dice “fiducioso” del fatto che le autorità competenti faranno ”piena luce sulle circostanze del crimine”.

Il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, ha presieduto oggi una preghiera in suffragio delle vittime e ha invocato “il riposo eterno per le persone uccise nell’attentato, il conforto per le loro famiglie e il dono della pace e della riconciliazione per una regione segnata dalla violenza”. Il Patriarcato di Gerusalemme ha ricordato che l’attacco ha gettato “il Patriarcato di Gerusalemme e l’intera società giordana in un profondo lutto”, colpendo un Paese che “continua a distinguersi per i legami di convivenza pacifica e fraternità tra le diverse componenti religiose”.

Anche Hezbollah ha condannato “questo efferato atto terroristico contro l’umanità che costituisce una palese profanazione della sacralità dei luoghi di culto e un brutale massacro di persone comuni, si inserisce nel quadro di una serie di attività terroristiche che da anni causano morte e distruzione nella nostra regione”, ha dichiarato Mohammad Khansa, responsabile delle relazioni con le istituzioni e i partiti cristiani del movimento sciita. “Condanniamo fermamente questo atto criminale ed esprimiamo le nostre più sentite condoglianze e la nostra solidarietà alla fraterna nazione giordana e alle famiglie delle vittime. Chiediamo a Dio Onnipotente di avvolgere le vittime nella Sua immensa misericordia e di concedere ai feriti una pronta guarigione”, ha aggiunto Khansa.

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Proteste in Francia, i sindacati: “800mila persone in piazza contro il caro vita”. Tensioni a Parigi, Marsiglia e Lione

24 October 2026 at 13:15

Quasi 800mila persone hanno partecipato oggi alle manifestazioni organizzate in tutta la Francia contro il caro-vita. Lo ha reso noto il sindacato Cgt, secondo cui nella sola capitale sono scese in piazza 250mila manifestanti. Una cifra superiore a quella comunicata dalla prefettura di polizia di Parigi, che ha stimato la partecipazione al corteo nella capitale in 110mila manifestanti. Secondo il ministero dell’Interno, sono stati complessivamente 410mila i manifestanti in tutto il Paese. Oggi erano oltre 70mila gli agenti schierati in tutto il Paese, 700 le forme di protesta annunciate. E non solo: oltre 30mila persone hanno manifestato a Orlèans, dove si teneva il congresso del Rassemblement National. Finora 135 persone sono state fermate.

A Parigi, dopo un corteo pacifico, si sono registrati scontri tra forze dell’ordine e manifestanti quando gran parte del corteo è arrivato a destinazione, alla Porte de Vincennes. Gas lacrimogeni e un idrante in azione per tentare di disperdere la folla, mentre i manifestanti, la maggior parte con il volto coperto da una maschera, gridano slogan ostili alla polizia. Fino all’arrivo del corteo, tutto si era svolto nella calma. Tensioni si sono registrate anche a Lione, dove 10.000 persone si sono riunite per manifestare nonostante il divieto della polizia in un ampio perimetro della città. Tafferugli anche a Marsiglia e Rennes, dove a fine manifestazione la polizia ha fatto uso di gas lacrimogeni. A Nantes gli agenti sono ricorsi agli idranti per disperdere raduni non autorizzati.

Schierati 70mila agenti. I gilet gialli annunciano 700 forme di protesta in tutto il Paese

I gilet gialli hanno organizzato 700 forme di protesta oggi in Francia. Secondo una mappa pubblicata sul loro sito Internet, hanno previsto azioni in 86 rotatorie, 21 aree di servizio, due depositi di carburante, 33 stazioni ferroviarie, tre porti, 17 ponti e 17 caselli autostradali. I principali musei di Parigi sono rimasti chiusi e le autorità hanno schierato un ingente contingente di polizia in vista di una nuova ondata di proteste previste per oggi in tutta la Francia, nella speranza di evitare il ripetersi dei violenti disordini della scorsa settimana, che hanno sconvolto il Paese. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha dichiarato che saranno dispiegati in tutto il Paese fino a 70mila agenti, affiancati da elicotteri, veicoli blindati e cannoni ad acqua. Si prevede nuovamente una partecipazione massiccia, dopo che la scorsa settimana oltre mezzo milione di persone sono scese in piazza.

Le proteste al congresso del partito di Marine Le Pen

Intanto si sono radunanti 11mila manifestanti (29mila per gli organizzatori) ad Orléans, nel centro della Francia, contro il congresso del Rassemblement National che si svolge in città oggi e domani, stando ai dati della Prefettura. Presenti anche Olivier Faure (Ps), Bally Bagayoko (Lfi) e Sophie Binet (Cgt). La prefettura precisa che la stima “può ancora cambiare”, dal momento che molte persone sono ancora in viaggio.

Il sindaco Serge Grouard ha annunciato stamattina l’instaurazione di un coprifuoco in tutto il comune le prossime due notti per i minorenni. “Questo provvedimento preventivo – ha dichiarato il sindaco – deriva dalla volontà di prevenire qualsiasi violazione dell’ordine pubblico, limitare i rischi di disordini e garantire la sicurezza delle persone in un contesto di raduni annunciati”.

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Russia, Zakharova arruola Al Bano per attaccare Meloni: “Roma ascolti il suo appello contro le sanzioni”

24 October 2026 at 12:28

“Felicità è un bicchiere di vino con un panino“. Ma anche far la pace con il Cremlino. Chissà se era questo il ritornello che le girava nella testa quando Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha deciso di arruolare l’ambasciatore più improbabile della diplomazia mondiale per sferrare l’ultimo attacco al governo italiano: Al Bano Carrisi. Con un post su Telegram il cui tono oscilla tra il melodrammatico e il canzonatorio, la zarina della comunicazione russa ha esortato Giorgia Meloni ad ascoltare l’accorato appello del cantante di Cellino San Marco, che chiedeva di “aprire le porte alla Russia” e cancellare le sanzioni, trasformando l’artista pugliese, che oltre l’ex cortina di ferro è una vera e propria pop star, in un testimonial capace di scardinare la linea atlantista di Roma.

Il trionfatore di Sanremo ’84, gloria della canzone nazional-popolare, ha concesso un’intervista a Sandro Teti Editore, pubblicata su YouTube il 21 ottobre, nella quale ha affermato che la Russia è un Paese “che ci ama” e che “ha molta linfa italiana”, chiedendosi: “Perché fare sanzioni alla Russia? Diamo azioni alla Russia, diamo fiori alla Russia. Facciamo in modo che si smetta questa maledetta guerra”. E ha aggiunto: “Cara Giorgia, ti voglio bene. Te ne vorrei ancora di più se apriamo le porte alla Russia. Io sono un uomo di pace”.

“Il famoso e popolare cantante italiano Al Bano, molto conosciuto e amato nel nostro Paese – ha scritto Zakharova – ha rivolto un appello pubblico, molto sincero e sentito, alla presidente del Consiglio dei ministri italiano Giorgia Meloni. Sottolineando i profondi legami storici e culturali tra i nostri Paesi, ha esortato con grande emotività la presidente del Consiglio a smettere di imporre sanzioni alla Russia, riaprire le porte alla Russia e iniziare finalmente a lavorare concretamente per raggiungere una pace duratura in Ucraina. Ma la sua voce verrà ascoltata a Roma?”.

“A giudicare dagli ultimi avvenimenti le autorità italiane sembrano avere serie difficoltà ad accogliere le voci che dissentono dal discorso politico predominante”, prosegue il post di Zacharova. “I giovani italiani protestano: si cerca una pista russa. I cittadini italiani esprimono il loro malcontento: si sospetta un’influenza straniera”, osserva ancora, chiedendosi ironicamente se “il prossimo obiettivo delle indagini dei servizi segreti italiani sarà Al Bano”.

Da tempo la retorica di Zakharova sembra seguire logiche da show-biz più che da istituzione diplomatica. Se Al Bano è stato elevato al rango di consulente geopolitico di Palazzo Chigi, solo poche settimane fa il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si era visto rifilare una recensione tutt’altro che lusinghiera per aver scelto come consigliere l’ex ministro ucraino Mykhailo Fedorov. In quell’occasione, Zakharova aveva liquidato la Difesa italiana come un “Teatro dell’Assurdo“, arrivando a scomodare lo scrittore per ragazzi Gianni Rodari e insinuando che di questo passo Roma avrebbe potuto assumere persino Osama bin Laden.

Anche il Quirinale è stato a lungo il bersaglio prediletto di questa insolita retorica. La prima, durissima escalation risale al 14 febbraio 2025, quando Zakharova definì “invenzioni blasfeme” e “oltraggiose” le parole pronunciate pochi giorni prima a Marsiglia da Sergio Mattarella, che aveva accostato l’aggressione russa in Ucraina alle mire espansionistiche del Terzo Reich. Neanche 72 ore dopo, 17 febbraio, la portavoce russa era tornata alla carica avvertendo in tv che quelle dichiarazioni “non sarebbero rimaste senza conseguenze“.

Il culmine dello scontro si era consumato il 13 marzo, giorno del terzo affondo: in un briefing rilanciato dalle agenzie russe, Zakharova ha accusato direttamente Mattarella di diffondere “menzogne, falsità e disinformazione” in merito alle minacce nucleari di Mosca all’Europa: “La Federazione Russa si è fatta promotrice di una rinnovata e pericolosa narrativa nucleare, a cui si aggiungono il blocco dei lavori del Trattato di non proliferazione, instillando l’inaccettabile idea che ordigni nucleari possano divenire strumento ordinario nella gestione dei conflitti”, aveva detto il capo dello Stato l’8 marzo a Hiroshima. Un attacco frontale così violento da costringere il ministro degli Esteri Antonio Tajani a convocare d’urgenza l’ambasciatore russo a Roma per consegnargli una formale nota di biasimo.

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Cisgiordania, rimpatriate le 5 attiviste italiane fermate vicino a Hebron

24 October 2026 at 11:31

Sono rientrate in Italia le cinque connazionali fermate in Cisgiordania dalle Forze di difesa israeliane. Funzionari dell’ambasciata d’Italia a Tel Aviv, ha reso noto il ministero degli Esteri, hanno potuto effettuare ieri sera una visita consolare presso l’aeroporto, in cui le italiane sono apparse in buone condizioni fisiche: è stato consentito loro l’utilizzo dei telefoni cellulari e tutte hanno potuto parlare almeno una volta con il proprio legale.

Le cinque donne sono volontarie e attiviste internazionali. Si trovavano nel West Bank per fornire “protezione attiva” e supporto agli agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive, periodo storicamente caratterizzato da forti tensioni, aggressioni a opera dei coloni e restrizioni nell’area da parte delle autorità israeliane. Il fermo è scattato il 22 ottobre nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron. Le attiviste sono state prelevate insieme ad altri volontari internazionali e condotte inizialmente presso la stazione di polizia dell’insediamento di Kiryat Arba per essere interrogate. Subito dopo il fermo, la Farnesina si è attivata chiedendo a Israele chiarimenti urgenti e l’immediato rilascio delle cittadine.

Negli ultimi mesi, le autorità israeliane hanno intensificato i fermi, i respingimenti alla frontiera e le espulsioni di volontari delle Ong, presenti sul territorio con lo scopo di documentare le violazioni dei diritti umani e proteggere i civili palestinesi dalle violenze dei coloni e dalle operazioni militari, ma accusati da Israele di alimentare le provocazioni.

Il 21 ottobre un’operazione su vasta scala dell’Idf aveva portato al blocco e al fermo di circa 90 volontari, tra cui il candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti Brad Lander, rilasciato poco dopo insieme a decine di altri attivisti sotto severe restrizioni di movimento. Nelle stesse ore sono stati trattenuti due italiani, un padre e un figlio originari di Bolzano, Manuel e Alberto Tartarotti, di 35 e 67 anni. I due erano arrivati in Cisgiordania per consegnare fondi umanitari e sostenere la raccolta nei campi. Dopo essere stati detenuti per ore dalla polizia israeliana sono stati espulsi dal Paese con il divieto di rientro in Israele per i prossimi dieci anni.

La raccolta delle olive in Cisgiordania rappresenta da sempre un momento cruciale e ad altissimo rischio di incidenti. Nelle ultime settimane si è registrata un’impennata di attacchi condotti da gruppi di coloni estremisti, culminati lo scorso fine settimana nel ferimento di una fotoreporter del Wall Street Journal e nell’assalto ad alcune auto diplomatiche europee.

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Ucraina, Starlink torna a funzionare: “Stabile a velocità sopra i 400 km/h”

24 October 2026 at 10:48

L’Ucraina è tornata a usare a pieno regime il sistema Starlink nel conflitto con la Russia. Gli specialisti del ministero e delle Forze di Difesa hanno registrato che Starshield, la versione militare della rete satellitare utilizzata da Kiev per manovrare i droni in funzione offensiva e difensiva contro l’esercito di Mosca, è ora in grado di operare regolarmente anche a velocità superiori ai 161 km/h.

A metà ottobre, SpaceX ha applicato un blocco software per cui i terminali perdevano istantaneamente la connessione satellitare se l’hardware si muoveva a una velocità fisica superiore ai 160-161 km/h. Questo limite ha ostacolato l’esercito di Kiev poiché i droni intercettori ucraini, muovendosi a velocità elevate per inseguire i droni russi (che viaggiano a oltre 400 km/h), superavano i 161 km/h, si “disattivavano” a mezz’aria a causa della perdita di segnale e precipitavano nel vuoto.

Nelle ultime ore, ha fatto sapere il ministro della Difesa ucraino Yevhenii Khmara, il sistema rimane stabile anche a velocità superiori ai 400 km/h: “È un risultato fondamentale per il fronte: per il nostro personale militare, per le operazioni con i droni, per la logistica e le comunicazioni”. “Questo è un ulteriore esempio di come il dialogo diretto e la posizione risoluta assunta dal presidente dell’Ucraina ai massimi livelli producano risultati”, ha aggiunto il ministro della Difesa.

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Germania, brucia il “Nido dell’Aquila” di Adolf Hitler: fermato un sospetto

24 October 2026 at 09:08

In fiamme il Kehlsteinhaus, il “Nido dell’Aquila” di Adolf Hitler, il rifugio sul monte Obersalzberg a Berchtesgaden, nella Germania meridionale, usato dai dirigenti del nazionalsocialismo. “Una persona sospetta è stata posta in stato di fermo”, ha dichiarato la polizia in un comunicato, riportato dalla France Presse. I vigili del fuoco hanno trovato già da ieri sera “completamente in fiamme” l’edificio amato dai gerarchi nazisti. Il Comando di Polizia dell’Alta Baviera Meridionale ha riferito che i primi soccorritori sono arrivati alle 21.52 di ieri sera e hanno constatato un incendio di vaste proporzioni.

“Le indagini della polizia giudiziaria sono in corso”, ha detto la portavoce della polizia Lisa Maier. Poco dopo l’inizio del rogo “una persona sospetta ha attirato l’attenzione degli investigatori”, ha aggiunto la polizia. “Le indagini mirano attualmente a stabilire se tale individuo sia coinvolto nell’incendio”, ha aggiunto la fonte. Secondo il tabloid Bild, si sta valutando l’ipotesi di un incendio doloso: giungendo sul posto, le forze dell’ordine avrebbero incrociato un motociclista, che sarebbe stato successivamente fermato.

Circa 200 vigili del fuoco sono stati mobilitati per domare le fiamme nell’edificio, situato in una posizione estremamente difficile da raggiungere, su uno sperone roccioso che sovrasta Berchtesgaden. L’allarme antincendio è scattato ieri sera grazie a un rilevatore di fumo presente nella struttura. I vigili del fuoco, una volta allertati, hanno notato alte fiamme mentre si dirigevano verso il luogo dell’incendio. L’accesso al sito e le operazioni di spegnimento si sono rivelati complessi, ha spiegato ancora Maier.

Costruito tra il 1937 e il 1938 vicino a Berchtesgaden a un’altitudine di 1834 metri, il Kehlsteinhaus faceva parte della “zona riservata al Führer” sull’Obersalzberg e doveva fungere da edificio di rappresentanza per Hitler, che lo visitò solo poche volte. Realizzato in pietra e granito, era concepito per impressionare i diplomatici stranieri. L’edificio è sopravvissuto alla Seconda Guerra mondiale senza subire danni. Dal 1952 è adibito a ristorante e ospita un’esposizione che ne ripercorre la storia.

Contrariamente a quanto si crede comunemente, la Kehlsteinhaus non fu un regalo per il cinquantesimo compleanno di Hitler nel 1939, secondo quanto riportato sul sito web della casa. Un ascensore dorato, incastonato nella roccia, permetteva di raggiungere l’edificio, coprendo gli ultimi 125 metri circa. È accessibile tramite la Kehlsteinstraße, una strada ora utilizzata esclusivamente dagli autobus.

Nei film di guerra americani, l’edificio veniva chiamato “Nido dell’Aquila”. A differenza di altre dimore appartenenti a dignitari nazisti sull’Obersalzberg, non subì danni durante gli attacchi alleati.

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