Le elezioni possono sconfiggere gli autocrati ma non bastano a ricostruire la democrazia
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Nel 1974 la Rivoluzione dei garofani apriva in Portogallo quella che Samuel Huntington avrebbe chiamato la «terza ondata di democratizzazione». Più di cinquant’anni dopo, quei guadagni sono quasi interamente svaniti. È la conclusione del decimo Democracy Report del V-Dem Institute dell’Università di Gothenburg, il più ampio database al mondo sulla qualità democratica: oltre 4.200 esperti, più di 600 indicatori, 202 Paesi osservati dal 1789 a oggi. A fine 2025 il mondo conta 92 autocrazie e 87 democrazie; per il secondo anno consecutivo, le prime superano le seconde. Il 74 per cento della popolazione mondiale, circa sei miliardi di persone, vive in regimi autocratici. Solo il 7 per cento, 600 milioni, vive in una democrazia liberale: il dato più basso da oltre mezzo secolo.
C’è poi un dato che misura la dinamica del fenomeno. Sono 44 i Paesi oggi in un episodio di autocratizzazione, quasi un quarto delle nazioni del pianeta. Ospitano il 41 per cento della popolazione mondiale – 3,4 miliardi di persone, contro il 9 per cento del 2005 – e il 39 per cento del Pil globale. I Paesi che si stanno democratizzando sono appena 18 e insieme fanno il 5 per cento degli abitanti della Terra.
Secondo una ricerca del gruppo V-Dem citata nel rapporto, l’ondata attuale supera per durata, estensione e intensità quella degli anni Trenta. E la prima vittima è quasi sempre la stessa: la libertà di espressione, in peggioramento in 44 Paesi. La censura dei media è la tattica preferita da tre autocratizzatori su quattro, seguita dalla repressione della società civile, che colpisce ormai il 68 per cento dei casi.
Il capitolo più impressionante riguarda gli Stati Uniti. Nel 2024 il loro Liberal Democracy Index valeva 0,75; a fine 2025 è sceso a 0,57: meno 24 per cento in un solo anno, dal ventesimo al cinquantunesimo posto su 179 Paesi. È il calo annuale più ampio dell’intera serie storica americana, che V-Dem ricostruisce dal 1789. Gli Stati Uniti non sono più classificati come democrazia liberale, ma come democrazia elettorale. Il livello raggiunto è quello del 1965, l’anno del Voting Rights Act. Ma il paragone è ingannevole, e gli stessi autori lo avvertono. Allora il deficit era legale, ossia l’esclusione di milioni di cittadini dal voto e dai diritti civili. Oggi è istituzionale, figlio di un esecutivo che concentra potere svuotando i contrappesi.
I dati scompongono bene il meccanismo. I vincoli legislativi sull’esecutivo passano da 0,86 a 0,61, perdendo un terzo del loro valore e toccando il minimo da oltre cent’anni: un Congresso a maggioranza repubblicana che ha approvato 49 leggi, quasi tutte minori, mentre il presidente firmava 225 ordini esecutivi. La libertà di espressione scende da 0,94 a 0,73, il punto più basso dal dopoguerra. Diritti civili e uguaglianza davanti alla legge tornano ai livelli di fine anni Sessanta. A colpire è soprattutto la velocità. Viktor Orbán ha impiegato oltre quattro anni per produrre un calo comparabile; Aleksandar Vučić, otto; Narendra Modi e Recep Tayyip Erdoğan, circa un decennio. A Washington è bastato un anno. Il rapporto osserva che una caduta così ripida, in genere, si registra solo dopo un colpo di Stato.
Resta un dettaglio decisivo: quello di un indice non crollato ancora di più solo perché le componenti elettorali vengono rivalutate negli anni di voto. Il punteggio 2025 riflette le elezioni del 2024, giudicate libere e regolari. Per questo le elezioni di midterm del 3 novembre saranno il vero banco di prova. E i segnali non sono rassicuranti: richieste del Dipartimento di Giustizia sulle liste elettorali di quasi tutti gli Stati, 24 Stati citati in giudizio per aver rifiutato, una perquisizione dell’Fbi negli archivi elettorali della contea di Fulton, in Georgia, e il 40 per cento dei funzionari elettorali che ha lasciato l’incarico dal 2020.
Per quel che riguarda l’Unione europea, l’autocratizzazione tocca oggi sette Stati membri. Tra i dieci nuovi autocratizzatori individuati quest’anno, cinque sono europei: Croazia, Italia, Slovacchia, Slovenia e Regno Unito (extra-Ue). In Europa occidentale e Nord America la Grecia era l’unico caso; ora si aggiungono Italia, Regno Unito e Stati Uniti, che insieme pesano per il 59 per cento della popolazione della regione.
Va precisato cosa significa. L’Italia rimane una democrazia liberale, trentasettesima al mondo con un indice di 0,64, ma nella fascia di incertezza che la avvicina alla categoria inferiore. L’episodio di arretramento viene fatto partire dal 2021 e il calo rispetto al 2015 è statisticamente significativo. Non siamo l’Ungheria di Orbán né la Slovacchia di Robert Fico, ma siamo nella lista. Le voci che spiegano il dato sono quelle dell’informazione. L’Italia compare tra i Paesi in cui cresce l’autocensura dei media e tra quelli in cui aumenta lo sbilanciamento dell’informazione a favore di chi governa. Sono esattamente gli indicatori che, secondo V-Dem, cedono per primi.
C’è anche un contrappeso metodologico da tenere presente, e lo offrono gli stessi principal investigator di V-Dem in un commento allegato al rapporto. Le soglie che definiscono un «episodio» sono in parte arbitrarie; tra 2024 e 2025 il punteggio di 175 Paesi su 179 non è cambiato in modo significativo; le medie pesate per popolazione amplificano il peso di giganti come India e Stati Uniti. Proprio perché i cambiamenti sono lenti e poco visibili, accorgersene presto è l’unico modo per non doverli constatare a cose fatte.
Il rapporto contiene anche un dato fondamentale per chi fa politica: circa il 70 per cento degli episodi di autocratizzazione della terza ondata è stato poi invertito. V-Dem li chiama U-turn, inversioni a U. Va tenuto insieme all’altro elemento, meno consolatorio: quando una democrazia comincia a scivolare, nel 54 per cento dei casi finisce per crollare.
Le ricerche del gruppo di Gothenburg individuano tre fattori ricorrenti nelle inversioni riuscite. I freni istituzionali – quindi integrità elettorale, magistratura indipendente, un Parlamento che controlla davvero – sono le istituzioni che rallentano l’aggressione. Negli Stati Uniti il rapporto indica la Corte Suprema e il federalismo, cioè governi e tribunali statali che amministrano il voto.
C’è poi il motore sociale: un’opposizione unita, una società civile attiva, media indipendenti, mobilitazione pacifica e continua. Infine, il tempo. La maggior parte delle inversioni avviene entro la fine del primo ciclo elettorale; dopo, il potere si consolida e la finestra si restringe.
Gli esempi non mancano. In Polonia, la coalizione guidata da Donald Tusk ha interrotto nel 2023 otto anni di governo PiS. In Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto nel 2022 con una coalizione di nove partiti e Jair Bolsonaro è stato condannato. In Guatemala, Bernardo Arévalo si è insediato nonostante i tentativi di rovesciarne l’elezione. In Corea del Sud, le istituzioni hanno respinto la legge marziale di Yoon Suk Yeol.
E c’è un caso arrivato dopo la chiusura del rapporto, che ne conferma le argomentazioni. Il 12 aprile scorso, l’Ungheria, prima nella classifica degli autocratizzatori e autocrazia elettorale dal 2018, ha mandato a casa Orbán dopo sedici anni. Il Tisza di Péter Magyar ha conquistato la maggioranza dei due terzi, con un’affluenza record, oltre il 77 per cento. Un’opposizione finalmente unificata, un voto di massa, un campo ancora sufficientemente aperto. I tre ingredienti di V-Dem, visti all’opera nel caso più difficile d’Europa.
Attenzione però a scambiare l’alternanza per riparazione. La Polonia, dopo due anni, resta sotto i livelli democratici del 2015, perché smontare la cattura dello Stato si è rivelato più lento che costruirla. E lo Zambia, inversione celebrata nel 2021, è tornato a scivolare verso l’autocrazia elettorale. Vincere le elezioni resta insomma condizione necessaria, ma non sufficiente.
Il valore del rapporto V-Dem sta proprio nella capacità di diagnosi, che arriva precocemente. Le autocrazie del ventunesimo secolo nascono da un’erosione graduale: un’informazione più docile, un Parlamento che smette di controllare, una società civile messa sotto pressione. Processi lenti, quasi impercettibili, che possono diventare irreversibili. Per gli Stati Uniti le elezioni di midterm saranno il momento della verità. Per l’Europa e per l’Italia, la lezione è invece che le leve funzionano finché il campo resta aperto. Difendere l’indipendenza dei media, la forza dei contrappesi, l’unità di chi si oppone e la capacità di agire presto è manutenzione ordinaria. E come ogni manutenzione, costa molto meno farla prima.
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