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Perché secondo me il fermo di Youssef Siher si colloca al di fuori della lettura costituzionale dei reati d’opinione

26 October 2026 at 17:43

Youssef Siher è indagato per istigazione a delinquere (art. 414 CP) e associazione con finalità di terrorismo (art. 270-bis CP) “perché in qualità di amministratore del canale Movimento 17 ottobre presente sulla piattaforma social Instagram, creato a seguito degli scontri e degli atti di devastazione e saccheggio avvenuti il 17 ottobre 2026, pubblicamente istigava a commettere delitti contro l’ordine pubblico, in particolare pubblicava contenuti del seguente tenore: ‘lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame’. Fatto aggravato dall’aver commesso il fatto per finalità di terrorismo e attraverso strumenti informatici o telematici. In luogo imprecisato epoca anteriore e prossima al 20 ottobre 2026”.

Così si apre il provvedimento con cui la Procura di Milano ha messo in stato di fermo l’uomo sbattuto sui media come la mente eversiva del Movimento 17 ottobre.

Da oltre mezzo secolo la Corte Costituzionale ha affermato che l’art. 414 del codice penale è violato solamente qualora la manifestazione del pensiero oggetto d’attenzione “per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti” (Sentenza n. 65 del 1970).

Quattro anni dopo una sentenza gemella della Consulta, riguardante un altro articolo del codice penale, ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale della disposizione contenuta nell’art. 415 del codice penale, riguardante l’istigazione all’odio fra le classi sociali, nella parte in cui non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità” (Sentenza n. 108 del 1974).

E la Corte di Cassazione nel 2019 ha chiarito l’interpretazione della norma spiegando che il delitto di istigazione a delinquere è un reato di pericolo concreto e non presunto e che quindi per essere configurato richiede un comportamento ritenuto concretamente idoneo, in base a un giudizio ex ante, a provocare la commissione di delitti (Cassazione penale n. 48247).

Questa è la lettura costituzionale dei reati di opinione. Per quanto si sa adesso e sulla base degli elementi finora emersi, quel provvedimento se ne colloca al di fuori. Non basta dire che “dichiariamo guerra a questo presente infame” per diventare dei terroristi che istigano all’eversione.

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Sanità, 12enne cresciuta senza polmone destro torna a respirare grazie a una protesi al Niguarda

26 October 2026 at 16:09

Sanità, raro intervento al Niguarda di Milano: protesi nel torace per riallineare gli organi e liberare il bronco

Era cresciuta senza il polmone destro, asportato completamente nelle prime ore di vita a causa di una grave malformazione congenita, riuscendo per anni a mantenere un equilibrio e a condurre una vita vicina alla normalità. Intorno ai 12 anni, però, respirare era diventato sempre più difficile e anche salire pochi gradini senza fermarsi rappresentava ormai uno sforzo importante. Oggi, grazie a un intervento altamente complesso eseguito all’ospedale Niguarda di Milano, che ha richiesto l’inserimento di protesi e il lavoro congiunto di diversi specialisti, la ragazza ha ritrovato il respiro e una buona qualità di vita.

“E a un mese dall’operazione – racconta Francesco Macchini, direttore della Chirurgia pediatrica del Niguarda che ha seguito il suo caso – è riuscita persino ad andare al concerto della sua band americana preferita”. La storia della giovane paziente comincia proprio al Niguarda, dove nasce 12 anni fa. Le difficoltà respiratorie manifestate subito dopo il parto portano gli specialisti ad approfondire il quadro clinico, fino alla diagnosi di una grave malformazione congenita che interessava tutto il polmone destro.

Il progressivo peggioramento delle sue condizioni rende necessaria la completa asportazione del polmone, una scelta impegnativa ma indispensabile per salvaguardarne la sopravvivenza. Negli anni successivi la bambina cresce conducendo una vita compatibile con la propria condizione, fino alla comparsa di nuovi problemi respiratori. Nell’ultimo periodo comincia ad affaticarsi facilmente, presenta frequenti infezioni e incontra difficoltà anche nello svolgimento delle attività quotidiane più semplici.

Gli accertamenti permettono di individuare una rara complicanza, conosciuta come sindrome post-pneumonectomia. Dopo la rimozione di un polmone, soprattutto quello destro, gli organi presenti nel torace possono infatti spostarsi progressivamente verso lo spazio rimasto vuoto.

Nel caso della ragazza, il polmone sinistro aveva occupato parte di quello spazio, mentre cuore, trachea e bronco si erano dislocati. Questo aveva determinato una progressiva compressione e deformazione dell’unica via aerea attraverso cui l’aria raggiungeva il polmone rimasto, riducendo sempre più la capacità respiratoria e compromettendo la possibilità di svolgere una vita normale.

Per affrontare il caso, gli specialisti del Niguarda hanno seguito un percorso multidisciplinare, coinvolgendo diversi professionisti e radiologi per studiare la situazione e individuare la strategia più adatta. Un approccio reso possibile anche dall’esperienza del Kites Center dell’ospedale, dedicato allo studio delle patologie congenite dell’apparato digerente e delle vie aeree nei bambini.

Le esperienze descritte nella letteratura scientifica internazionale sono pochissime: secondo gli specialisti che hanno seguito la giovane paziente, si contano circa 50 casi in tutto il mondo. L’obiettivo dell’intervento era quello di riportare il più possibile in asse gli organi del torace, liberando il bronco e ripristinando condizioni più favorevoli alla respirazione.

Per raggiungere il risultato, nello spazio toracico rimasto libero dopo l’asportazione del polmone destro sono state inserite delle protesi adattate alle specifiche esigenze della paziente. In particolare è stata utilizzata una protesi mammaria, dal momento che non esistono dispositivi progettati appositamente per questa rara complicanza. Fondamentale, sottolineano gli specialisti, è stato il contributo del chirurgo plastico, insieme a quello dei chirurghi toracici, degli anestesisti e degli altri professionisti coinvolti nell’assistenza.

L’intervento è riuscito e la ragazza è stata dimessa dopo pochi giorni. I risultati sono comparsi rapidamente: già a un mese dall’operazione era tornata a salire le scale di casa e aveva potuto partecipare al concerto della sua band preferita. Anche i successivi controlli hanno confermato un decorso regolare e stabile.

“La soddisfazione più grande – conclude Macchini – è stata riuscire a dimetterla dopo pochi giorni e vedere che, a un mese dall’intervento, aveva ripreso a fare le scale ed era andata al concerto. I controlli stanno dando risultati positivi e vedere la felicità della ragazza e dei suoi genitori è la soddisfazione più grande per noi”.

L’esperienza maturata al Niguarda può rappresentare inoltre una risorsa per la comunità scientifica internazionale. La condivisione del percorso seguito potrebbe infatti aiutare altri specialisti chiamati ad affrontare casi analoghi, offrendo nuove prospettive terapeutiche per pazienti colpiti da una patologia rara e invalidante.

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Il ruolo del doxxing nello scovare la presunta cabina di regia del ‘Movimento 17 ottobre’

26 October 2026 at 15:16

I miti dell’invisibilità e dell’anonimato online erano morti da tempo, ma non tutti lo avevano capito. I fatti recenti hanno confermato l’avvenuta sepoltura di certi sogni che per anni avevano accompagnato gli utenti di Internet, rasserenandoli nella perigliosa navigazione in Rete e distraendoli dalle insidie dei protocolli di comunicazione.

Lasciamo tracce in ogni istante della nostra vita digitale e chiunque è capace di raccogliere i sassolini che – come Pollicino – lasciamo cadere al nostro passaggio nell’intricata foresta del web, dei social e della messaggistica istantanea. A catturare le informazioni, che convergono su un determinato soggetto o che permettono di dare un nome o almeno un numero di telefono a Tizio o a Caio, non sono soltanto le realtà istituzionali preposte a garantirci la sicurezza e la democrazia.

I primi che mietono e incrociano quei dati sono i signori delle diverse piattaforme digitali di uso quotidiano, quelle che offrono ammalianti servizi gratuiti ripagandosi con la profilazione e la schedatura degli incauti utilizzatori. A ruota vengono le organizzazioni criminali che vogliono assicurarsi il controllo parallelo di qualunque contesto, così da trarne vantaggio per i più diversi obiettivi. Nella sequela di coltivatori diretti di piantagioni di dati ci sono anche gruppetti di curioso volontariato e anche singoli appassionati che si cimentano in una ginnastica da impiccioni che li porta a mostrare quanto sono bravi.

La liceità di certe iniziative è francamente discutibile, ma recentemente una esperienza di quel tipo si è rivelata di una certa utilità per l’identificazione di chi ha organizzato i raid che hanno messo a ferro e fuoco le nostre città.

A dare trasparenza alla composizione della presunta cabina di regia del Movimento 17 Ottobre è stata una operazione di doxxing messa in atto da un team di giovani tedeschi con evidenti simpatie viscerali di estrema destra. La circostanza ha mortificato la tradizione secondo la quale hacker e smanettoni fossero una delle colonne portanti dei centri sociali, ma i tempi cambiano e non c’è da stupirsi. Il doxxing, o doxing che scriver si voglia, è una tecnica che viene utilizzata per smascherare una persona, rendendola vulnerabile o ricattabile. Niente di nuovo, è naturale, ma in questo momento qualcosa di evidente attualità.

La filiale italiana del gruppo Der Einzige ha mostrato grande abilità nell’applicazione di questa metodologia di azione e da quel che si è visto ha saputo giocare tutte le carte che il contesto permette di sfruttare raccogliendo informazioni personali che risultano accessibili pubblicamente o che sono state protette con eccessiva superficialità.

Gli strumenti sono il banale monitoraggio dei nomi e dei nickname degli utenti presi di mira, il riscontro della loro presenza sui social, l’analisi di tutto quel che ruota attorno ad un determinato profilo (foto, geolocalizzazioni, relazioni…), l’utilizzo di software di scraping che automatizzano la raccolta di dati online, l’aggregazione e il riordino del materiale eterogeneo collezionato, l’eventuale uso di tecniche di phishing e in ultimo il ricorso a chi – broker di dati – può aver già dossierato questo o quel soggetto.

L’insieme di queste iniziative ha portato i baldanzosi giovanotti in virtuale camicia bruna a pubblicare su Telegram una serie di liste di soggetti che a diverso titolo avevano animato la chat di “17 Ottobre”. I numeri telefonici riportati in quegli elenchi hanno senza dubbio accelerato le operazioni di polizia. E tutto il resto è cronaca.

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Ex Ilva, chiesti i domiciliari per l’ex ad Lucia Morselli: nel mirino emissioni e quote CO2

26 October 2026 at 14:46

La Procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, nell’ambito dell’inchiesta sul presunto inquinamento prodotto dalle emissioni dell’ex Ilva tra il 2019 e il 2024 e sulle presunte irregolarità nella gestione delle quote di anidride carbonica. La richiesta riguarda anche Alessandro Labile, dirigente dello stabilimento, e Francesco Astorri, capo del Nucleo ispettivo di Ispra.

Il gip Francesco Maccagnano ha fissato per il 3 novembre gli interrogatori preventivi dei tre indagati, prima di decidere sull’eventuale applicazione delle misure cautelari. Al centro dell’indagine ci sono le emissioni dello stabilimento siderurgico di Taranto e la gestione delle quote Ets, il sistema europeo che regola lo scambio dei diritti di emissione di CO2.

Ex Ilva, dai picchi di benzene alla presunta truffa sulle quote CO2

L’inchiesta affonda le radici nelle verifiche sulle emissioni dell’acciaieria. Già nel marzo 2024 Morselli aveva ricevuto un avviso di proroga delle indagini avviate dopo un esposto relativo ai picchi di benzene registrati nello stabilimento. Nel luglio dello stesso anno erano poi scattati perquisizioni e sequestri nell’ambito degli accertamenti su una presunta truffa ai danni dello Stato legata alle quote di CO2. Successivamente erano arrivati gli avvisi di garanzia per l’ex amministratrice delegata e altri dirigenti, consulenti e dipendenti.

Tra le ipotesi di reato contestate figurano associazione a delinquere finalizzata all’inquinamento, disastro ambientale e truffa ai danni dello Stato. Secondo la ricostruzione della Procura, una manutenzione carente degli impianti avrebbe contribuito a provocare emissioni potenzialmente dannose per la salute dei lavoratori e dei cittadini.

Morselli, anche Milano indaga sull’ex amministratrice delegata

Per Lucia Morselli il procedimento tarantino non è l’unico fronte giudiziario aperto. L’ex amministratrice delegata è coinvolta anche in un’inchiesta per bancarotta fraudolenta della Procura di Milano, avviata dopo una relazione presentata dai commissari straordinari dell’ex Ilva. Le due indagini riguardano profili differenti della gestione di Acciaierie d’Italia: da una parte le presunte responsabilità ambientali e le irregolarità sulle quote di emissione, dall’altra gli aspetti economico-finanziari oggetto degli accertamenti milanesi.

La prossima tappa dell’inchiesta di Taranto è dunque fissata per il 3 novembre, quando Morselli, Labile e Astorri saranno ascoltati dal gip. Solo successivamente il giudice si pronuncerà sulla richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla Procura. Per tutti gli indagati resta ferma la presunzione di innocenza.

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Perché militarizzare le notizie per spremerle e ottenere un bel titolone è indecente

26 October 2026 at 12:57

Ci sono mille modi per abitare le notizie, per farle conoscere, comprendere, viverle e restituirle a chi legge. Ma militarizzarle, forzarle e spremerle per un bel titolone “di prima” è indecente.

Qui anche la forma è sostanza, e l’informazione ha il potere di indirizzare la percezione della realtà e condizionare, soprattutto, il modo in cui viene interpretata. Contribuisce a formare giudizi, e di questo giornaliste e giornalisti sono responsabili. Perché non occorre raccontare una falsità per manovrare l’opinione pubblica. Basta scegliere un termine invece di un altro, enfatizzare un dettaglio, suggerire un’associazione di idee, attribuire un significato che i fatti da soli, magari, non avrebbero mai dimostrato.

È in questo spazio, sottile ma determinante, che si inserisce il linguaggio della rappresentazione mediatica: può precedere la conoscenza dei fatti, consegnare a chi legge un’interpretazione, una cornice. È il meccanismo descritto nel 1993 da Robert Entman nella sua teoria del framing. Selezionare alcuni aspetti della realtà e attribuire loro maggiore rilevanza significa costruire una cornice interpretativa capace di influenzare il modo in cui vengono compresi i fatti, individuate le responsabilità e formulati persino i giudizi morali. Non è un effetto automatico, ma un processo attraverso il quale l’informazione può favorire determinate letture della realtà rispetto ad altre.

La cornice è costruita di parole, ed è stata costruita molto male attorno alle cronache legate al Movimento 17 ottobre e al ragazzo indicato come la “mente” dell’organizzazione. Mente in base a cosa? Il 26 ottobre, Repubblica ha descritto il pubblico social del movimento con espressioni come “esercito arruolato online” e lui, il trentenne, come il “comandante”. Ecco che torna il concetto di militarizzare le notizie. Perché un follower non è un soldato, iscriversi a una chat non significa aderire a un movimento, né tantomeno arruolarsi. E amministrare un canale social non dimostra che una persona sia la mente di ogni fatto accaduto in Italia, né l’esistenza di una struttura gerarchica.

Il meccanismo del framing descritto da Entman è riconoscibile proprio nella cornice militare suggerita da quelle parole. Ed è evidente quanto una scelta lessicale possa orientare la lettura di una notizia. Quanto la forma sia sostanza.

Lo è anche quando si ignorano le cautele imposte dalla deontologia e si sbatte un minore in prima pagina. È ancora Repubblica, nel racconto di un altro fatto legato alle mobilitazioni e malcontento di questi giorni, a rendere identificabile un bambino di soli 11 anni. Il Comitato di redazione del quotidiano aveva inviato una nota interna, prima ancora che esplodesse il clamore, richiamando tutta la redazione al rispetto della Carta di Treviso e dell’articolo 12 del Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti. “La rilevanza pubblica di una notizia non comporta automaticamente la rilevanza pubblica di ogni dettaglio personale”, scriveva il Cdr, invitando a evitare “rappresentazioni stigmatizzanti, sensazionalistiche o lesive della dignità di adolescenti o addirittura bambini”. E ricordando che il rispetto della deontologia è “una responsabilità collettiva della redazione e di tutta la catena di comando della testata”.

Due episodi diversi, ravvicinati, inseriti entrambi nel racconto delle proteste; due vicende nelle quali la rappresentazione mediatica rischia di prendere il sopravvento sulle ragioni dei fatti, spostando i riflettori sul cattivo di turno, sul colpevole, di cui l’opinione pubblica ha fame; fame di nomi, cognomi, dettagli, di una costruzione di figure simboliche, della ricerca di un colpevole. Fino a far passare in secondo piano la notizia: perché ci sono manifestazioni, malcontento, proteste? Quali ragioni alimentano questa mobilitazione?

La responsabilità, attenzione, non si esaurisce con il giornale che il giorno dopo viene usato per incartare il pesce. Va oltre l’immediatezza della cronaca, riguarda la memoria collettiva. Ad Albert Camus, scrittore e giornalista, è attribuita la definizione, magistrale, del giornalista come “storico dell’istante”. Ciò che raccontiamo oggi diventerà parte della memoria di domani. Della storia che studierà chi verrà dopo di noi, che consegneremo alle generazioni future e che, se riportata in modo distorto conserverà, insieme ai fatti, anche i pregiudizi, le semplificazioni e le deformazioni del linguaggio con cui sono stati narrati.

Per questo la scelta delle parole non può essere liquidata come questione di stile: è la lente attraverso la quale la società comprende il proprio presente e costruisce, domani, il proprio passato. Sì, un titolo può durare un giorno. Ma il giudizio che contribuisce a formare molto, ma molto di più.

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Il pm chiede il carcere per Youssef Siher: “Può sviluppare strategia rivoluzionaria”

26 October 2026 at 12:56

Youssef Siher, il ricercatore 30enne italiano di origini marocchine, fermato su disposizione della Procura di Milano per essere la presunta “mente” del canale social Movimento 17 ottobre, avrebbe avuto una conoscenza degli strumenti informatici tale da poter “sviluppare una strategia rivoluzionaria“. È uno degli elementi valorizzati dai pm nella richiesta di convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare in carcere, nella quale si ritiene sussistente, oltre al pericolo di fuga, anche quello di reiterazione del reato.

Il 30enne, che si trova al carcere di San Vittore, è accusato di istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità del terrorismo e dal mezzo informatico e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (reato quest’ultimo che fa parte dell’ultimo decreto del governo). La procura, nella richiesta firmata dal procuratore Marcello Viola e dalla pm Francesca Crupi, ritiene che Siher abbia assunto “un profilo di spicco nel movimentismo” ed era “conoscenza degli strumenti informatici idonei a sviluppare una strategia rivoluzionaria anche attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone“. Le istruzioni fornite agli utenti “denotano un chiaro disegno strategico nel senso che le piazze indicate come luogo di concentramento risultavano per l’appunto strategiche al fine di impedire i controlli delle forze dell’ordine. Sull’ideologia manifestata tale da far ritenere insufficienti gli arresti domiciliari”, si sottolinea nel provvedimento.

Quanto al pericolo di fuga “appare evidente la sussistenza”, scrivono i pm. Sebbene Siher sia “italiano di seconda generazione”, per la Procura “ha dimostrato di avere particolari abilità e capacità di muoversi e di aver contatti relazionali che lo potrebbero aiutare a far perdere le sue tracce”.

Secondo quanto trapela, sarebbe finita al centro degli accertamenti degli investigatori anche una chat WhatsApp. Da quanto si è saputo, infatti, si indaga anche sugli ultimi contatti che Youssef Siher avrebbe avuto prima di essere rintracciato e sottoposto a perquisizioni informatiche la mattina del 24 ottobre. Dal suo notebook, infatti, a cui la Polizia Postale ha potuto accedere perché non protetto da password, a differenza del telefono (lui si è rifiutato di comunicare la chiave di accesso), risultava, si legge negli atti, che il 30enne avesse utilizzato quel “devices in questione anche per collegarsi al proprio whatsappweb dove all’interno era attivo l’account denominato Youssef Siher”. E in questa pagina “si poteva riscontrare la presenza di diversi messaggi da parte di terzi che chiedevano informazioni sulla manifestazione del 24 ottobre”. Negli atti del provvedimento di fermo, come già emerso anche ieri, né in quelli della richiesta di convalida e di custodia cautelare in carcere, non c’è alcun elemento su presunti contatti tra Siher e hacker filorussi.

“Per lo smartphone l’indagato non ha fornito le credenziali di accesso”, hanno scritto i pm negli atti. Sul telefono sotto sequestro, ad ogni modo, si tenterà comunque di accedere nell’ambito delle indagini in corso, probabilmente con accertamenti irripetibili. Si sta analizzando, intanto, anche altro materiale trovato negli altri dispositivi sequestrati. In un’annotazione del 24 ottobre della Polizia Postale, che conduce le indagini assieme alla Squadra mobile e alla Digos della Polizia, si dà conto di come Siher avesse attiva sul suo notebook anche “l’applicazione Telegram Desktop configurata” con il suo account e che nella “sezione Comunicati del Movimento 17 Ottobre risultavano attivi i due messaggi programmati relativi all’indicazioni della piazze in cui concentrarsi” sabato scorso. Il 30enne, scrive la Procura, aveva “programmato l’invio, rispettivamente per le ore 14.31 e 15.31, di disposizioni organizzative sui luoghi ossia le varie piazze d’Italia, dove gli appartenenti al citato gruppo Telegram ed i loro adepti avrebbero dovuto riunirsi”. Messaggi che, però, non sono mai partiti, perché sono scattate le perquisizioni e i sequestri a suo carico.

L’udienza di convalida, davanti alla giudice per le indagini preliminari di Milano Tiziana Landoni, è attesa per domani, martedì 27 ottobre.

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Femminicidio Giulia Tramontano: riconosciuta la premeditazione per Alessandro Impagnatiello nell’appello bis

26 October 2026 at 12:39

La Corte d’Appello di Milano ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione per Alessandro Impagnatiello, condannato in primo e secondo grado per il femminicidio della compagna Giulia Tramontano, uccisa con 37 coltellate il 27 maggio 2023 a Senago, nel Milanese, mentre era incinta di sette mesi di loro figlio. La decisione arriva alla fine di un secondo processo di appello.

Nel primo processo d’appello, pur confermando l’ergastolo, la Corte non aveva riconosciuto l’aggravante della premeditazione in quanto, secondo i giudici, l’avvelenamento della donna era finalizzato a provocare un aborto, non ad ucciderla. La Procura generale aveva impugnato la sentenza nella parte in cui questa aggravante era esclusa e la Cassazione le aveva dato ragione, disponendo così l’appello bis.

La decisione è fondamentale per ciò che concerne l’esecuzione della pena, poiché comporta un “isolamento diurno di tre mesi“. Tra 45 giorni saranno pubblicate le motivazioni. Applausi e abbracci tra i familiari di Giulia Tramontano e l’avvocato Nicodemo Gentile alla lettura della sentenza. “Penso che Impagnatiello e la sua famiglia dovrebbero essere l’esempio del fallimento sociale”, aveva detto la sorella della vittima prima dell’ingresso in aula.

La procuratrice generale Maria Pia Gualtieri aveva chiesto il riconoscimento dell’aggravante “per mettere a posto le cose e dare il giusto nome” ai fatti, anche se “la decisione non potrà far tornare in vita la povera Giulia Tramontano”, ma è necessaria perché “ci sono azioni che non possono essere dimenticate, ma sono espressione della massima intensità del dolo”. Per Gualtieri, l’aggravante serve a restituire il senso della “brutale personalità” dell’imputato: “Impagnatiello – ha affermato – ha avuto tutto il tempo per ritornare sulla sua decisione, ma non lo ha fatto. Ha voluto determinare la morte di Giulia per continuare la sua relazione con l’altra donna”.

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Milano, dopo le violenze Mazzali (FI) rilancia sui giovani: “Il futuro non si governa con gli slogan, serve una legge”

27 October 2026 at 08:00

Le violenze nelle piazze vanno condannate senza ambiguità, ma la risposta della politica non può fermarsi all’ordine pubblico. È questa la posizione di Barbara Mazzali, consigliera regionale della Lombardia di Forza Italia, che interviene dopo i disordini del 17 e 18 ottobre a Milano e le nuove mobilitazioni dello scorso fine settimana. Al centro della sua proposta c’è il progetto di legge n. 174 sulla Valutazione di Impatto Generazionale (VIG), già avviato all’esame della Commissione regionale, con l’obiettivo di misurare le conseguenze delle decisioni politiche sul futuro dei giovani. “Il futuro non si governa con gli slogan”, sostiene Mazzali, che punta a introdurre uno strumento concreto per valutare gli effetti delle politiche pubbliche sulle nuove generazioni, dall’occupazione all’accesso alla casa, fino alla formazione e alla sostenibilità economica.

Mazzali: “Le violenze sono inaccettabili, ma fermarsi all’ordine pubblico sarebbe un errore”

La consigliera azzurra parte dagli episodi che hanno segnato le ultime settimane a Milano e in altre città italiane. Devastazioni, aggressioni alle forze dell’ordine e violenze non possono trovare giustificazione nel disagio sociale, ribadisce, sottolineando la necessità di rispettare le regole della convivenza civile. Ma limitarsi alla condanna, secondo Mazzali, significherebbe ignorare una questione più profonda. “Sarebbe un errore fermare tutta la nostra analisi alla sola questione dell’ordine pubblico”, osserva. Al di là di chi sceglie deliberatamente la violenza, infatti, esiste un disagio generazionale che le istituzioni hanno il dovere di affrontare.

Lavoro precario, stipendi insufficienti, difficoltà nell’accesso alla casa e impossibilità di raggiungere una reale autonomia economica sono alcuni dei problemi che, secondo la consigliera, alimentano l’incertezza delle nuove generazioni. Questioni che richiedono risposte strutturali e non soltanto interventi legati alle emergenze.

Milano rappresenta un paradosso: capitale economica, ma inaccessibile ai giovani

È proprio Milano, secondo Mazzali, a rappresentare uno dei paradossi più evidenti. Una città capace di attrarre investimenti internazionali, grandi imprese, università e capitali, ma nella quale anche un giovane lavoratore può trovarsi nell’impossibilità di sostenere il costo di un’abitazione. “Che valore ha una crescita economica se una parte delle nuove generazioni rischia di restarne esclusa?”, si domanda la consigliera regionale.

Il problema, sottolinea, non riguarda soltanto le condizioni sociali dei giovani, ma anche la competitività economica della Lombardia. Ritardare l’indipendenza economica, l’acquisto di una casa e la formazione di una famiglia significa incidere sui consumi, sulla natalità e sulla capacità del territorio di trattenere i talenti. Per questo, secondo Mazzali, le politiche regionali devono essere valutate non soltanto per i risultati immediati, ma anche per le conseguenze che produrranno nei prossimi dieci o vent’anni.

La proposta di Mazzali: un Osservatorio per misurare il futuro dei giovani

La risposta della consigliera di Forza Italia passa dal progetto di legge n. 174 sulla Valutazione di Impatto Generazionale, con cui la Lombardia punta a diventare la prima Regione italiana a istituire un Osservatorio dedicato agli effetti delle politiche pubbliche sulle nuove generazioni. Il provvedimento prevede indicatori oggettivi, una Scheda VIG per valutare preventivamente l’impatto delle principali decisioni regionali e un sistema di monitoraggio per verificarne successivamente i risultati.

Le analisi riguarderebbero diversi ambiti: occupazione, accesso all’abitazione, natalità, mobilità sociale, formazione, servizi e sostenibilità economica e ambientale. L’obiettivo è comprendere in anticipo come una scelta urbanistica, un investimento infrastrutturale o una politica industriale possano influenzare le opportunità delle generazioni future. Previsto anche il coinvolgimento di università, associazioni giovanili, enti territoriali e mondo produttivo, chiamati a contribuire alla costruzione delle politiche rivolte ai giovani. “Non un nuovo apparato burocratico”, precisa Mazzali, ma uno strumento per migliorare la qualità delle decisioni pubbliche, utilizzando competenze e risorse già disponibili.

Mazzali chiede tempi rapidi: “La questione generazionale non diventi uno scontro ideologico”

La consigliera auspica ora un’accelerazione dell’iter legislativo e un confronto tra le diverse forze politiche. La questione generazionale, sostiene, non dovrebbe diventare terreno di contrapposizione ideologica, perché riguarda direttamente la tenuta economica e sociale della Lombardia. Mazzali riconosce che una legge non potrà risolvere da sola le difficoltà di un’intera generazione, ma ritiene che possa modificare il modo in cui le istituzioni valutano e assumono la responsabilità delle proprie scelte.

“La sicurezza è un dovere dello Stato. Creare le condizioni perché i giovani possano costruirsi un futuro è una responsabilità della politica”, sottolinea, ribadendo la necessità di affiancare alla tutela dell’ordine pubblico interventi capaci di offrire prospettive concrete. Il punto, conclude la consigliera, è non giudicare le decisioni politiche soltanto per i risultati ottenuti durante una legislatura, ma soprattutto per le opportunità che lasceranno alle generazioni successive. “Non possiamo continuare a chiedere ai giovani di avere fiducia nel futuro senza preoccuparci di misurare quale futuro stiamo effettivamente costruendo per loro”.

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