Youssef Siher è indagato per istigazione a delinquere (art. 414 CP) e associazione con finalità di terrorismo (art. 270-bis CP) “perché in qualità di amministratore del canale Movimento 17 ottobre presente sulla piattaforma social Instagram, creato a seguito degli scontri e degli atti di devastazione e saccheggio avvenuti il 17 ottobre 2026, pubblicamente istigava a commettere delitti contro l’ordine pubblico, in particolare pubblicava contenuti del seguente tenore: ‘lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame’. Fatto aggravato dall’aver commesso il fatto per finalità di terrorismo e attraverso strumenti informatici o telematici. In luogo imprecisato epoca anteriore e prossima al 20 ottobre 2026”.
Così si apre il provvedimento con cui la Procura di Milano ha messo in stato di fermo l’uomo sbattuto sui media come la mente eversiva del Movimento 17 ottobre.
Da oltre mezzo secolo la Corte Costituzionale ha affermato che l’art. 414 del codice penale è violato solamente qualora la manifestazione del pensiero oggetto d’attenzione “per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti” (Sentenza n. 65 del 1970).
Quattro anni dopo una sentenza gemella della Consulta, riguardante un altro articolo del codice penale, ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale della disposizione contenuta nell’art. 415 del codice penale, riguardante l’istigazione all’odio fra le classi sociali, nella parte in cui non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità” (Sentenza n. 108 del 1974).
E la Corte di Cassazione nel 2019 ha chiarito l’interpretazione della norma spiegando che il delitto di istigazione a delinquere è un reato di pericoloconcreto e non presunto e che quindi per essere configurato richiede un comportamento ritenuto concretamente idoneo, in base a un giudizio ex ante, a provocare la commissione di delitti (Cassazione penale n. 48247).
Questa è la lettura costituzionale dei reati di opinione. Per quanto si sa adesso e sulla base degli elementi finora emersi, quel provvedimento se ne colloca al di fuori. Non basta dire che “dichiariamo guerra a questo presente infame” per diventare dei terroristi che istigano all’eversione.
Luiz Inácio Lula da Silva è stato ufficialmente rieletto presidente del Brasile, superando al ballottaggio lo sfidante della destra reazionaria e filostatunitense Flávio Bolsonaro con il 51,79% dei voti validi contro il 48,21%. Questo esito storico, ratificato dal Tribunale Superiore Elettorale (TSE), va ben oltre la semplice riconferma del leader progressista: segna un netto e definitivo rifiuto popolare del modello economico e politico oligarchico espresso dal clan Bolsonaro. Nelle piazze e nel web si è assistito a una mobilitazione di massa senza precedenti, in cui milioni di persone si sono organizzate spontaneamente per contrastare la propaganda reazionaria e l'inedito "oscuramento digital-mediatico", in una campagna dominata dal desiderio collettivo di giustizia sociale, eguaglianza e autodeterminazione. A San Paolo, nel mezzo dei festeggiamenti della folla, Lula ha parlato stringendo un megafono, ringraziando la gioventù brasiliana scesa in prima linea a difesa dei presidi democratici.
L'ingerenza della Silicon Valley e la guerra algoritmica
La caratteristica più allarmante di questa tornata elettorale è stata l'evidente interferenza asimmetrica delle grandi piattaforme statunitensi. Nelle settimane cruciali del voto, il Partito dei Lavoratori ha formalmente denunciato la multinazionale Meta sia davanti al TSE sia di fronte all'Organizzazione degli Stati Americani (OSA), accusandola di ingerenza elettorale. I tentativi di condizionamento si sono articolati attraverso la penalizzazione occulta degli account (shadowbanning), con i profili ufficiali di Lula su Instagram e WhatsApp sistematicamente limitati nella loro portata algoritmica, spingendo persino dipendenti interni di Meta ad ammettere anomalie a vantaggio dello sfidante di destra. A questo si è aggiunta l'offensiva della disinformazione automatizzata e dei deepfake, che ha costretto il tribunale elettorale a ordinare la rimozione d'urgenza di centinaia di profili falsi. La manipolazione è stata così palese da spingere gli attivisti a manifestare sotto il quartier generale di Meta in Brasile al grido di "Meta não se meta nas nossas eleições", evidenziando il pericolo democratico rappresentato dal potere di una corporation privata di orientare il dibattito pubblico.
Giustizia sociale contro l'austerità neoliberista
Sul piano interno, Lula ha vinto perché il suo mandato ha offerto al popolo la concretezza di un buon governo economico e sociale, antitetico all'austerità e al neoliberismo selvaggio promossi dalle destre. Sotto la guida della presidenza progressista, il PIL brasiliano è tornato a espandersi in modo robusto (registrando un +2,6% nei primi otto mesi dell'anno), trainato da riforme strutturali e investimenti nella transizione ecologica. Inoltre, dopo trent'anni di stallo, l'amministrazione ha ottenuto il via libera dal Congresso per una storica riforma fiscale basata sull'Imposta sul Valore Aggiunto (IVA).
Sul piano sociale, il potenziamento di Bolsa Família, il lancio dell'Alleanza Globale contro la Fame e il rilancio della Farmácia Popular per la distribuzione gratuita di farmaci essenziali hanno garantito una rete di sicurezza alle fasce indigenti. Il fiore all'occhiello dell'azione politica è stato lo smantellamento delle deregolamentazioni lavorative, avviando il percorso istituzionale per abolire lo schema della scala 6x1 e approvando la riduzione della settimana lavorativa da 44 a 40 ore a parità di stipendio, restituendo dignità e tempo di vita a oltre 22 milioni di lavoratori.
Gli equilibri globali: il rafforzamento dei BRICS e la lezione all'Europa
Il trionfo di Lula ridefinisce profondamente anche gli equilibri internazionali, spezzando sul nascere l'asse ultraliberista e reazionario che Washington e Buenos Aires speravano di estendere all'intera America Latina attraverso un'ipotetica vittoria bolsonarista allineata a Donald Trump e Javier Milei. La riconferma della presidenza progressista blinda e rilancia il ruolo del Brasile come pilastro strategico del blocco dei BRICS, proprio mentre il Paese si avvia a celebrare i vent'anni dalla sua fondazione diplomatica. Questo attivismo multilaterale assicura al Sud globale una sponda solida in favore del multipolarismo e dell'autodeterminazione, allontanando il rischio del disallineamento strategico che la destra di Flávio Bolsonaro — intenzionata ad applicare ricette mutuate dalla "motosierra" di Milei — avrebbe inevitabilmente provocato.
Al contempo, l'esito del voto offre un'importante boccata d'ossigeno alle relazioni con Bruxelles, riaprendo una finestra di dialogo paritario e salvaguardando i canali diplomatici legati all'accordo transatlantico UE-Mercosur. Una vittoria che dimostra anche alle sinistre europee una lezione fondamentale: l'avanzata delle destre populiste non si argina assecondando le ricette dell'austerità e del neoliberismo, ma unendo la difesa della democrazia a programmi coraggiosi di giustizia distributiva e centralità dei diritti sociali.
In piena continuità con la postura eversiva dell'estrema destra globale, lo sconfitto Flávio Bolsonaro ha immediatamente contestato l'esito dello scrutinio emesso dal tribunale, richiedendo l'annullamento delle elezioni ed evocando presunte irregolarità nel tentativo di delegittimare il verdetto delle urne, ricalcando la strategia già tentata dal padre Jair nel 2022. I grandi proprietari terrieri e i mercati finanziari hanno fatto muro fino all'ultimo per difendere un modello ingiusto e classista, ma la risposta dei ceti popolari, dei movimenti indigeni e dei lavoratori ha dimostrato che la maggioranza dei brasiliani ha saputo rigettare la natura discriminatoria della proposta oligarchica.
Emissioni di CO2 e benzene truccate, da una parte, i controlli addomesticati e le manutenzioni non fatte dall’altra. Sono le due direttrici lungo le quali si muove l’ultima inchiesta della procura di Taranto sull’Ilva. A finire sotto accusa è la gestione di ArcelorMittal e, quindi, l’intera catena di comando scelta dalla proprietà. A iniziare dall’ex amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia Lucia Morselli che rischia di finire ai domiciliari e, come lei, anche l’ex direttore dello stabilimento Ilva di Taranto Alessandro Labile e Francesco Astorri, ex responsabile di Ispra per la valutazione e i controlli degli impianti di interesse strategico nazionale.
A richiedere gli arresti per i tre sono stati i sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Francesco Sansobrino e Francesco Ciardo, nel frattempo passato alla procura di Lecce, nell’ambito di un’indagine aperta tempo fa, relativa alle quote di Co2 che avrebbe provocato un ingiusto profitto di 342 milioni di euro ai danni dell’Ue e per le manutenzioni mai fatte all’interno dell’impianto pugliese, arrivata a un punto di svolta. I pubblici ministeri hanno chiesto anche dieci interdittive per tre diversi motivi e l’inchiesta conta, in totale, 28 persone indagate e 5 società. Il giudice per le indagini preliminari Francesco Maccagnano ha disposto gli interrogatori preventivi per il 3 novembre.
A carico di otto persone, la procura contesta l’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione. Tra le ipotesi contestate, a vario titolo, c’è anche quella di disastro ambientale. Le accuse coprono un periodo temporale che va dal 2019 e al 2024. Astorri, ex capo del nucleo ispettivo di Ispra, è accusato di aver falsato gli esiti dei controlli in fabbrica per favorire l’impresa.
La Corte d’Appello di Milano ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione per Alessandro Impagnatiello, condannato in primo e secondo grado per il femminicidio della compagna Giulia Tramontano, uccisa con 37 coltellate il 27 maggio 2023 a Senago, nel Milanese, mentre era incinta di sette mesi di loro figlio. La decisione arriva alla fine di un secondo processo di appello.
La decisione è fondamentale per ciò che concerne l’esecuzione della pena, poiché comporta un “isolamento diurno di tre mesi“. Tra 45 giorni saranno pubblicate le motivazioni. Applausi e abbracci tra i familiari di Giulia Tramontano e l’avvocato Nicodemo Gentile alla lettura della sentenza. “Penso che Impagnatiello e la sua famiglia dovrebbero essere l’esempio del fallimento sociale”, aveva detto la sorella della vittima prima dell’ingresso in aula.
La procuratrice generale Maria Pia Gualtieri aveva chiesto il riconoscimento dell’aggravante “per mettere a posto le cose e dare il giusto nome” ai fatti, anche se “la decisione non potrà far tornare in vita la povera Giulia Tramontano”, ma è necessaria perché “ci sono azioni che non possono essere dimenticate, ma sono espressione della massima intensità del dolo”. Per Gualtieri, l’aggravante serve a restituire il senso della “brutale personalità” dell’imputato: “Impagnatiello – ha affermato – ha avuto tutto il tempo per ritornare sulla sua decisione, ma non lo ha fatto. Ha voluto determinare la morte di Giulia per continuare la sua relazione con l’altra donna”.