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I giovani scendono in piazza perché hanno capito che il sistema attuale dev’essere abbattuto e ricostruito

27 October 2026 at 17:26

di Alessia Manera*

In queste settimane si stanno riempiendo le piazze di tutta Italia e le modalità, le parole d’ordine che le stanno attraversando, meritano una riflessione attenta, soprattutto da parte di quella società adulta che rischia di utilizzare etichette stantie e di bollare come già visto o rituale un fenomeno sociale che non ha, credo, nessuna di queste caratteristiche.

Per decenni i movimenti sociali occidentali si sono strutturati all’interno di una cornice di pensiero di accumulo e di andamento positivo delle trasformazioni: la prospettiva era la crescita del sistema, la crisi un momento transitorio, in un mondo in cui sviluppo economico e tecnologico si allargavano sempre di più, conquistando e sottomettendo le alterità, che venivano lette alla luce dei propri paradigmi. Il punto in cui eravamo stava su un piano, ma era l’Occidente a stabilire alla luce di quale retta leggere il posizionamento degli altri punti.

Oggi quella narrazione collassa su se stessa a una velocità sempre maggiore e implacabile: l’accumulo è basato sulla speculazione, per cui si estrae dalla materialità delle relazioni (personali, economiche, di potere) senza mai restituire nulla in cambio, come in un buco nero. Si è spezzato ogni patto sociale, e questo appare più evidente a chi un’epoca di patto sociale funzionante non l’ha mai vissuta e la sente raccontare sotto una luce quasi mitologica. Le piazze di oggi sono fatte di generazioni che non hanno più solo l’Occidente e la sua storia come riferimento culturale. Sono generazioni che parlano più lingue, che conoscono sistemi diversi, con le loro funzionalità e imperfezioni, che seguono canali di informazione in arabo, swahili, cinese, albanese, o anche solo inglese, francese e spagnolo, che sanno che le cose possono avere nomi diversi a seconda di quale prospettiva usi per guardarle, che hanno sperimentato spesso la realtà e la violenza di un potere che è democratico solo di fronte alla conformità. Una conformità legata all’identità bianca, di consumo e di privilegio, accettato come elemento fondamentale per l’accesso ai diritti.

Un ossimoro su cui però si fonda buona parte della narrazione “democratica” degli ultimi decenni. Una conformità che queste generazioni rifiutano. D’altronde a queste piazze viene contesto proprio l’essere scomposte, non etichettabili, non rappresentate. Rompono vetrine che non sono solo quelle materiali dei negozi, ma anche quelle della narrazione del potere. Perché non esprimono un dissenso interno al sistema, ma il bisogno di destrutturare il sistema stesso. Hanno capito che il sistema non li può comprare tutti: non ha più i soldi per farlo perché ha spolpato l’economia reale per garantire profitti alla rendita finanziaria.

Sanno che, se quelli che potranno essere comprati sono pochi, loro probabilmente resteranno fuori. Sono fuori. Siamo fuori. E allora credo che abbiano fatto il passaggio logico successivo, quello stesso passaggio che le generazioni più vecchie, ancorate al proprio bagaglio socialdemocratico, hanno paura di fare: se il sistema non garantisce più almeno il minimo di dignità e di prospettiva di vita, deve essere abbattuto e ricostruito. Non c’è più niente da salvare. Il mondo che i nostri genitori e i nostri nonni hanno conosciuto è sparito. Almeno nel cosiddetto Occidente, che non è il faro della democrazia, seppur imperfetta. È il baluardo della rendita, dell’estrattivismo e del saccheggio, che ha smesso di essere proiettato esclusivamente all’esterno e investe oggi anche il centro dell’Impero.

Si vede bene dall’escalation repressiva: perché anche il potere stesso è consapevole di non avere più leve per trattare, di non poter più di fare concessioni neanche per condividere briciole di benessere. È in gioco l’esistenza stessa del sistema, del suo modello di funzionamento, la sua insostenibilità: economica, climatica, sociale, culturale. Quindi reprime, agisce tutta la propria violenza nei confronti di chi denuncia la realtà e prova a mantenere un minimo di presa su quegli spaccati di società sempre più ridotti che sentono ancora di avere qualcosa da perdere. Così vediamo scene che contestiamo perché “indegne di uno stato democratico” ma che in realtà disvelano la democrazia mancata che abitiamo: idranti sulle ambulanze a Bologna, caroselli di blindati in piazza Duomo a Milano, medici e giornalisti manganellati, minorenni fermati per i vestiti che indossano o per i loro tratti somatici.

La profilazione razziale, agita su ragazze e ragazzi che con i loro coetanei condividono lingua, tempo, esperienze, interessi, ne è l’esempio più evidente, insieme a un proliferare di “decreti sicurezza” che hanno evidentemente poco a che fare con la sicurezza collettiva e molto con la repressione di soggettività giovani e con un background non assimilabile: sono, infatti, il tentativo di tracciare un “noi” e un “loro”, un dentro e fuori, che salta quando un’intera generazione è però capace di riconoscersi su un piano di identità collettiva, abituata a riflettersi negli occhi dell’altro sui banchi di scuola, nei parchi, sui vagoni della metro o finanche sulle panchine di un centro commerciale dove stazioni e non puoi comprare, perché la speculazione si è mangiata ogni spazio di socialità possibile e ha lasciato solo quelli del consumo o del desiderio di questo.

Ma, ancora una volta, il noi e loro che il potere vorrebbe costruire – e non ci riesce – conferma solo la traccia di una linea di faglia generazionale, di un mondo in trasformazione che si sta riconfigurando secondo direttrici che esondano le etichette che siamo abituati ad attribuire, esattamente come le esondano le piazze. E chi sa parlare con le periferie e le province dell’Impero ne riconosce prima e più velocemente i pattern e i meccanismi. Ascoltiamoli, perché il re è nudo. E se gli vediamo i vestiti addosso è solo colpa nostra.

*pedagogista e attivista

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Proteste e violenze: attenzione a non confondere la causa con l’effetto

27 October 2026 at 15:08

Uno dei più grandi errori che può commettere la mente umana è quello di confondere la causa con l’effetto. È esattamente il rischio che corriamo in questo tempo sciagurato, pensando che la barbarie sociale sia il frutto di estremisti violenti, come gli studenti, gli autotrasportatori o gli agricoltori che, fra l’altro, in buona parte avevano votato la parte politica che oggi siede al governo.

Se poi alla confusione tra la causa e l’effetto si aggiunge anche l’incapacità di attuare una visione di insieme, comprendendo che la Storia è un flusso unitario di eventi che si evolvono nel tempo, per cui le cose brutte che accadono non sono episodi scollegati da un prima che li ha generati e da un dopo che ne è la conseguenza, allora ci ritroviamo immersi del tutto nel disastro cognitivo.

Il guaio è che il tipo di società iper-spettacolarizzata in cui ci troviamo immersi favorisce proprio i due errori di cui sopra, proponendo un tipo di comunicazione frammentata per cui la nostra attenzione viene concentrata ossessivamente sugli alberi (singoli episodi scollegati), impedendoci di vedere la foresta (l’insieme), per riprendere la metafora di quel grande pensatore dimenticato che è stato il tedesco Günther Anders (1902-1992).

È con questo meccanismo perverso e scorretto che si può far passare l’idea che esiste un problema sociale, rappresentato dal ritorno di un estremismo eversivo che assume i connotati di ragazzi, lavoratori e categorie disagiate nelle cui proteste accadono, in grande minoranza, episodi violenti che purtroppo sono fisiologici. Perché davvero non si capisce, quel fenomeno curioso in base al quale in guerra esistono vittime collaterali ed episodi di violenza gratuita, mentre in una protesta sociale di persone esasperate dovrebbe filare tutto liscio come in un pranzo di gala per educande.

Sarà pur vero, insomma, che in guerra è responsabile primario chi quel conflitto lo provoca, esattamente come di fronte a una folla esasperata lo è chi, governando male, ha generato quell’esasperazione diffusa.
Non mi pare corretto, né certamente funzionale alla comprensione, individuare i colpevoli nei ragazzi, nei lavoratori, o in generale nelle categorie sociali allo stremo che scendono in piazza, concentrandosi sugli scontri con le forze dell’ordine e pretendendo di individuare presunte “menti” eversive che stanno dietro a tutto ciò. Magari dimenticando che viviamo in un paese con gli stipendi fermi agli anni Novanta del secolo scorso, mentre ministri, deputati, governatori locali etc. si sono aumentati i compensi, negli ultimi trent’anni, del duemila per cento.

Come certamente non è corretto dimenticare che sono oltre centomila i ragazzi che, ogni anno, devono abbandonare l’Italia perché qui non c’è lavoro, perché si pretende di compensarli con retribuzioni da fame, perché posti e assunzioni vengono stabiliti sulla base di raccomandazioni, parentele, affiliazioni di varia natura. Per tacere del degrado in cui sono state lasciate cadere la scuola e la sanità, veri e propri indicatori del grado di civiltà di una nazione, oltre che fondamenta imprescindibili del futuro. Senza contare le lezioni ipocrite e pelose che adulti privilegiati, perlopiù grazie al proprio talento per la genuflessione verso i potenti di turno – Bruno Vespa è solo la punta di un iceberg per il quale augurarsi il riscaldamento globale – vorrebbero impartire ai giovani rispetto alla condanna della violenza o alla difesa dello Stato liberale.

Un solo buon esempio educa più di mille parole, sosteneva un grande pedagogista, e se l’esempio è quello di governi occidentali che hanno consentito, nel silenzio più glaciale, lo sterminio del popolo palestinese – per non parlare dell’imperialismo predatorio attuato lungo i secoli contro popolazioni ed etnie considerate inferiori – non vedo da quale pulpito ci si possa ergere a maestri di vita nei confronti di questi ragazzi. Senza dimenticare, a proposito delle lezioni di liberalismo, che già nel XVII secolo il padre del liberalismo (John Locke) aveva stabilito il diritto del popolo a insorgere contro governanti ingiusti o dispotici.

Quei ragazzi, insieme ai lavoratori e alle persone che scendono in piazza, stanno impartendo una grande lezione di educazione sociale, di sanità mentale e di liberalismo. Esattamente i valori occidentali traditi da governanti sciagurati, incapaci e spesso corrotti. Chiunque intenda presentarsi come alternativa ai suddetti deve assumersi tutta la responsabilità di questo tempo sciagurato, senza perdersi in diatribe e divisioni interne che, di fronte al collasso sociale, sarebbero vissute come l’ennesimo tradimento criminale. Intelligenti pauca, dicevano i latini quando non servivano troppe parole.

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La gentilezza della lingua italiana dipende dall’uso che se ne fa: perciò propongo di boicottare la parola ‘maranza’

27 October 2026 at 06:51

Si è conclusa da pochissimo la XXVI edizione della Settimana della lingua italiana nel mondo (16-25 ottobre 2026), dedicata alla intrinseca creatività dell’italiano e alla sua capacità – sua, come di ogni lingua viva – di dare forma e consistenza alla realtà in cui viviamo, accompagnandone e spesso incanalandone gli sviluppi con innata “gentilezza”: l’italiano Lingua gentile, lingua geniale – come recita il titolo del volume pubblicato per l’occasione dall’Accademia della Crusca.

Ogni giorno tutti noi, parlanti nativi o meno dell’italiano, abbiamo la possibilità di godere della creatività della nostra lingua: quando gustiamo il nostro tramezzino preferito, perché tramezzino è una parola inventata – l’ha ideata per noi il poeta Gabriele D’Annunzio (1863-1938) partendo da tramezzo, la parete divisoria, visto che il tramezzino si mangia per “spezzare la fame” tra un pasto e l’altro, e vista anche la sua stessa forma, col ripieno “in mezzo” a due fette di pane; o quando apriamo la finestra a vasistas, “a ribalta”, perché all’origine del nome di questo comodissimo serramento, che in italiano arriva tramite il francese, c’è forse la domanda tedesca was ist das? – il nostro “chi è?” prima di aprire completamente la porta – che è diventata un sostantivo.

Allo stesso modo, ogni giorno tutti noi parlanti dell’italiano possiamo godere della sua “gentilezza”, ovvero della sua intrinseca democraticità: ad esempio quando adottiamo le forme femminili – forme che la nostra lingua, a diversi livelli della morfologia, ci mette a disposizione – per i nomi di professioni e cariche (la sindaca, l’avvocata, la poeta, la presidente…) nei contesti in cui quella carica accompagna il nome della donna che concretamente, come accade sempre più spesso, la ricopre: dunque, ad esempio, quando nominiamo la sindaca Silvia Salis o la presidente del consiglio Giorgia Meloni (non necessariamente quando parliamo in generale della professione di sindaco, perché altrimenti rischieremmo la “paralisi comunicativa”, come già nel 2017 spiegavano gli autori del volume Quasi una rivoluzione. I femminili di professioni e cariche in Italia e all’estero, pubblicato anch’esso dall’Accademia della Crusca).

La lingua però non esiste “da sola”, esiste in quanto viene parlata: sono i parlanti che “decidono” in che direzione va la naturale evoluzione della lingua; è l’uso vivo che fa della lingua uno strumento di “gentilezza”, insomma di democrazia, o meno. C’è una parola che in questi giorni compare spessissimo nel dibattito pubblico e che mi pare renda bene bene l’idea: la parola maranza. Di per sé, maranza non è un neologismo: la prima attestazione risale a quasi quarant’anni fa, in un brano di Jovanotti che si ritraeva “in questo ambiente / di matti di maranza e di malati di mente / fissati con le moto e coi vestiti americani” (La mia moto, 1988). La novità è la connotazione razzista della parola, che in tempi recenti è passata a indicare non più semplicemente un ragazzo (meno spesso una ragazza) giovane che veste abiti firmati perlopiù contraffatti, ascolta trap e usa un linguaggio un po’ volgare, ma un ragazzo con background migratorio, e in particolare di origine nordafricana, che ha tutte queste caratteristiche.

Ammettiamo che la parola in sé non sia priva di connotazioni razziste – si pensa infatti che derivi da maranza, ‘melanzana’ in vari dialetti meridionali, con allusione dunque al colore scuro della pelle, con possibile sovrapposizione di marakesch o marocco, che da decenni nel lessico giovanile significano dispregiativamente ‘meridionale’: resta il fatto che è l’uso vivo – e in questi ultimi giorni soprattutto l’uso fattone da una determinata parte politica – a inverare le connotazioni razziste di questa parola, fino al punto di trasformarla in un insulto. Di sicuro è così che viene percepita dai “diretti interessati”, come ha spiegato il ventenne torinese Fouad Krarmi, fondatore del movimento 2Gen.

Ma allora esiste un antidoto a un uso della nostra lingua così contrario alla sua intrinseca “gentilezza”? Direi proprio di sì. Nello specifico del dibattito di questi giorni, mi chiedo se non sia il caso di boicottare la parola maranza: rifiutarsi di usarla sarebbe un piccolo atto di uso democratico e civile della nostra lingua, un atto che ogni parlante può scegliere di compiere senza grosso sforzo e di cui in tantissimi possono beneficiare – proprio come quando scegliamo di usare il femminile delle professioni e delle cariche ricoperte da donne.

Più in generale, infatti, credo che la “gentilezza” dell’italiano stia nell’uso consapevole che ciascun parlante ne fa ogni giorno, un uso che non può prescindere da una conoscenza adeguata della nostra lingua. Insomma, forse boicottare la parola maranza significa anche contribuire a ri-orientare il dibattito pubblico in quella che, ora e nel lungo periodo, mi sembra la giusta direzione: verso cioè la riaffermazione del primato dell’istruzione e della scuola pubblica come presidio di civiltà e di democrazia; verso la valorizzazione del multilinguismo e del contatto linguistico come strumento di coesione ed empatia sociale, oltre che come veicolo di geniali creazioni linguistiche – tanto più in un paese già plurilingue come il nostro; verso la consapevolezza che la lingua siamo noi, che non ci sono atti linguistici, per quanto piccoli, inutili, perché ogni scelta linguistica ci allena a dare e a trasmettere una determinata lettura del mondo, di com’è e soprattutto di come vogliamo che sia.

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