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Quant’è labile la memoria degli italiani. Ricordate quella volta di Umberto Bossi…?

30 October 2026 at 05:29

Quando la realtà diventa troppo dolorosa e traumatica, e quella contemporanea non è certo Il paese dei campanelli, la memoria labile è un’ottima difesa contro il burnout emotivo. E’ un fenomeno talmente diffuso che non ce ne rendiamo neppure conto. Ricordate, per esempio, quando…

… venne scoperto un nuovo ceppo del virus Hiv, l’Hiv7, che non ti uccideva, ma ti faceva diventare deputato del Ccd?

… alcuni scienziati clonarono una pecora a Edimburgo e ai giornalisti che gli chiedevano perché risposero: “Ci sentivamo soli”?

… il banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia, che finì al centro dell’inchiesta Tangentopoli 2, aveva 5 bypass attraverso i quali, secondo gli inquirenti, astutamente portava i suoi miliardi all’estero?

… l’altro protagonista della vicenda, l’ex amministratore delle ferrovie Lorenzo Necci, in carcere rifiutò di mangiare un pasto preparato apposta per lui perché temeva di essere avvelenato, però mangiò subito tutto quando gli assicurarono che non era cibo FS?

… sotto la gestione di Necci aumentò non solo il deficit delle ferrovie ma anche la confusione, tanto che un giorno, alla stazione di Bologna, l’Intercity delle 9 e 30 arrivò sul binario 5 da entrambe le direzioni?

… si scoprì che la Dichiarazione d’Indipendenza della Padania scritta da Umberto Bossi era copiata da quella del Québec, discostandosene nella parte che recita “Quando nel corso degli eventi umani”, che era copiata dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana, e nella parte che comincia con “E così Sally può attendere”, che invece era presa pari pari da una canzone degli Oasis?

… papa Woytila fu sottoposto a un’operazione chirurgica al Gemelli, dove gli tolsero l’appendice e gliela sostituirono con un’appendice artificiale?

… la Cassazione assolse un muratore di Palermo che in un raptus gelosia aveva preso a sberle la moglie, creando un precedente preoccupante perché da allora per picchiare una donna in santa pace bisogna pure sposarla?

… fece scandalo la foto scattata da Oliviero Toscani per un manifesto Benetton in cui si vedeva un cavallo nero che stava montando una cavalla bianca e il motivo dello scandalo era che la cavalla bianca era una lesbica transessuale sieropositiva minorenne?

… in un’inchiesta sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza, Vanoni, uno dei manager sotto accusa, s’avvalse della facoltà di non rispondere e chiese invece di girare la ruota?

… in Norvegia fu ritrovata nel ghiaccio dopo quasi 10 anni una coppia di italiani scomparsa durante una vacanza e, scongelati, la loro prima domanda fu: “C’è ancora Berlusconi?”

E ricordate quando a Hollywood un bimbo di 6 anni fu sospeso da scuola perché giocava al dottore con una compagna di classe, mentre le norme dell’istituto vietavano agli alunni di praticare mastectomie? No? Che vi avevo detto?

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Le proteste degli studenti hanno ricevuto la risposta che dà un governo di destra: manganelli, cariche e leggi speciali

29 October 2026 at 05:25

Nessun governo di qualunque segno politico, sotto qualsiasi cielo, teme più delle proteste di piazza. Quando il popolo butta a mare la rassegnazione ad accettare l’inaccettabile, bisogna prepararsi a qualcosa che nessun potere costituito, legittimo o no, può essere certo di controllare.

In Francia centinaia di migliaia di studenti scendono in strada contro il presidente della repubblica Macron e il suo governo minoritario per reclamare ciò che dovrebbe essere la normalità: che la scuola francese venga trattata come una priorità assoluta. Edifici fatiscenti, insegnanti latitanti, lezioni a singhiozzo. Alla deriva i giovani rispondono con l’occupazione degli edifici scolastici e qualche volta la violenza. Il governo ondeggia tra repressione e ricerca del dialogo. Il confronto non cessa. La protesta si coniuga con l’altro grande tema che scuote l’Europa: la guerra. I giovani europei non vogliono più sentir parlare di guerra, di riarmo, di arruolamenti obbligatori.

In Italia le proteste di piazza realizzate da studenti giovanissimi hanno ricevuto la risposta che dà un governo di destra: manganelli, cariche della polizia e leggi speciali. Il governo ha varato l’ottavo pacchetto sicurezza, che definisce nuovi reati (molti dei quali già previsti e spacciati come nuovi), inasprisce le pene e introduce il fermo preventivo a carico di un minorenne sospettato di essere in procinto di commettere un reato. Si fanno intervenire i parà della Folgore, 500 uomini spediti a Milano per il giubilo di Matteo Salvini con poteri di pronto intervento in caso di disordini di piazza: impiego di blindati lince e droni, come se fossimo davvero sull’orlo della guerra civile.

Neppure ai tempi del terrorismo, quello vero, lo Stato reagì con mezzi tanto drastici. E’ bastata una giornata di assalti ai negozi del contro di Milano da parte di gruppi di esaltati per suggerire a Meloni di usare il pugno di ferro. Ispirato, si dice, dai sondaggi. E’ in corso la caccia al voto e tutto fa brodo.
Hanno persino scovato il regista dei disordini. E’ un giornalista italo-marocchino di seconda generazione, attivista Pro Pal (orrore…). I pm milanesi ne hanno chiesto l’arresto. Lo sospettano di aver tenuto i fili di un’organizzazione eversiva che avrebbe voluto attaccare le istituzioni dello Stato. Addirittura… Con quali mezzi? Con quali complicità? Con quali truppe d’assalto? Non s’è ancora capito.

L’ennesimo giro di vite è l’ultimo dei provvedimenti repressivi avviato dall’esecutivo. Il debutto col decreto anti-rave e via via una serie di interventi a gamba tesa sui diritti dei cittadini e di riflesso sulla Costituzione che li garantisce. Le nuove norme penali volute dal ministro Nordio, una barzelletta se non fossero realtà: obbligo di preavviso all’arrestando e a chi deve essere sottoposto a perquisizione. Abolizione del reato di abuso d’ufficio, che l’Europa ci invita invano a ripristinare; stretta alle intercettazioni, strumento principe per smascherare i rapporti illeciti fra politica e criminalità; bavaglio alla stampa (che spesso s’imbavaglia da sé).

La legge di riforma costituzionale mandata al macero dai cittadini col referendum avrebbe smontato la Costituzione e gli organi di garanzia (anzitutto la Magistratura), spalancando la strada al premierato e alla repubblica semipresidenziale. Fallita la spallata decisiva, Meloni riprova per vie traverse. Nessun dialogo con gli studenti, e neppure con autotrasportatori, pescatori, agricoltori messi in ginocchio dal caro carburanti figlio della guerra di Trump e Netanyahu all’Iran. Appena qualche aiutino spruzzato qua e là per provare a calmarli.

Un’opposizione consapevole ne avrebbe approfittato e si sarebbe intestata la protesta giovanile senza timore di venir accusata di favoreggiamento alla violenza, fenomeno marginalissimo e forse provocato (il G8 di Genova ha fatto scuola), per certo gonfiato dal governo e dall’informazione cortigiana al seguito per vellicare la pancia degli elettori di destra. Avrebbe raccolto e rilanciato le ragioni della rabbia giovanile che non nasce – come vorrebbe farci credere la destra – da soprassalti iconoclasti bensì da ragioni oggettive.

La società tracolla, travolta da politiche ingiuste, punitive verso i giovani, le donne e che incoraggiano, anziché provare a capovolgere, le sperequazioni sociali e censuarie. Ignora i disagi di chi perde il lavoro e non lo trova più, dei laureati che vedono il loro orizzonte professionale e di vita restringersi, la disperazione delle famiglie che non possono pagare affitti insostenibili e il disagio cronico dei pendolari di fronte al trasporto pubblico costoso e carente. Il castello di bugie traballa, occorre una spallata per farlo crollare. Se non ora, quando?

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Le proteste degli studenti hanno ricevuto la risposta che dà un governo di destra: manganelli, cariche e leggi speciali

29 October 2026 at 05:25

Nessun governo di qualunque segno politico, sotto qualsiasi cielo, teme più delle proteste di piazza. Quando il popolo butta a mare la rassegnazione ad accettare l’inaccettabile, bisogna prepararsi a qualcosa che nessun potere costituito, legittimo o no, può essere certo di controllare.

In Francia centinaia di migliaia di studenti scendono in strada contro il presidente della repubblica Macron e il suo governo minoritario per reclamare ciò che dovrebbe essere la normalità: che la scuola francese venga trattata come una priorità assoluta. Edifici fatiscenti, insegnanti latitanti, lezioni a singhiozzo. Alla deriva i giovani rispondono con l’occupazione degli edifici scolastici e qualche volta la violenza. Il governo ondeggia tra repressione e ricerca del dialogo. Il confronto non cessa. La protesta si coniuga con l’altro grande tema che scuote l’Europa: la guerra. I giovani europei non vogliono più sentir parlare di guerra, di riarmo, di arruolamenti obbligatori.

In Italia le proteste di piazza realizzate da studenti giovanissimi hanno ricevuto la risposta che dà un governo di destra: manganelli, cariche della polizia e leggi speciali. Il governo ha varato l’ottavo pacchetto sicurezza, che definisce nuovi reati (molti dei quali già previsti e spacciati come nuovi), inasprisce le pene e introduce il fermo preventivo a carico di un minorenne sospettato di essere in procinto di commettere un reato. Si fanno intervenire i parà della Folgore, 500 uomini spediti a Milano per il giubilo di Matteo Salvini con poteri di pronto intervento in caso di disordini di piazza: impiego di blindati lince e droni, come se fossimo davvero sull’orlo della guerra civile.

Neppure ai tempi del terrorismo, quello vero, lo Stato reagì con mezzi tanto drastici. E’ bastata una giornata di assalti ai negozi del contro di Milano da parte di gruppi di esaltati per suggerire a Meloni di usare il pugno di ferro. Ispirato, si dice, dai sondaggi. E’ in corso la caccia al voto e tutto fa brodo.
Hanno persino scovato il regista dei disordini. E’ un giornalista italo-marocchino di seconda generazione, attivista Pro Pal (orrore…). I pm milanesi ne hanno chiesto l’arresto. Lo sospettano di aver tenuto i fili di un’organizzazione eversiva che avrebbe voluto attaccare le istituzioni dello Stato. Addirittura… Con quali mezzi? Con quali complicità? Con quali truppe d’assalto? Non s’è ancora capito.

L’ennesimo giro di vite è l’ultimo dei provvedimenti repressivi avviato dall’esecutivo. Il debutto col decreto anti-rave e via via una serie di interventi a gamba tesa sui diritti dei cittadini e di riflesso sulla Costituzione che li garantisce. Le nuove norme penali volute dal ministro Nordio, una barzelletta se non fossero realtà: obbligo di preavviso all’arrestando e a chi deve essere sottoposto a perquisizione. Abolizione del reato di abuso d’ufficio, che l’Europa ci invita invano a ripristinare; stretta alle intercettazioni, strumento principe per smascherare i rapporti illeciti fra politica e criminalità; bavaglio alla stampa (che spesso s’imbavaglia da sé).

La legge di riforma costituzionale mandata al macero dai cittadini col referendum avrebbe smontato la Costituzione e gli organi di garanzia (anzitutto la Magistratura), spalancando la strada al premierato e alla repubblica semipresidenziale. Fallita la spallata decisiva, Meloni riprova per vie traverse. Nessun dialogo con gli studenti, e neppure con autotrasportatori, pescatori, agricoltori messi in ginocchio dal caro carburanti figlio della guerra di Trump e Netanyahu all’Iran. Appena qualche aiutino spruzzato qua e là per provare a calmarli.

Un’opposizione consapevole ne avrebbe approfittato e si sarebbe intestata la protesta giovanile senza timore di venir accusata di favoreggiamento alla violenza, fenomeno marginalissimo e forse provocato (il G8 di Genova ha fatto scuola), per certo gonfiato dal governo e dall’informazione cortigiana al seguito per vellicare la pancia degli elettori di destra. Avrebbe raccolto e rilanciato le ragioni della rabbia giovanile che non nasce – come vorrebbe farci credere la destra – da soprassalti iconoclasti bensì da ragioni oggettive.

La società tracolla, travolta da politiche ingiuste, punitive verso i giovani, le donne e che incoraggiano, anziché provare a capovolgere, le sperequazioni sociali e censuarie. Ignora i disagi di chi perde il lavoro e non lo trova più, dei laureati che vedono il loro orizzonte professionale e di vita restringersi, la disperazione delle famiglie che non possono pagare affitti insostenibili e il disagio cronico dei pendolari di fronte al trasporto pubblico costoso e carente. Il castello di bugie traballa, occorre una spallata per farlo crollare. Se non ora, quando?

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Intelligenza artificiale, la sfida per gli agenti assicurativi: a Roma il confronto tra esperti e operatori del settore

28 October 2026 at 09:54

Il 5 novembre a Villa Miani il convegno promosso da GAAT Service con UNI Agenti e AGI. Tra i relatori Aranzulla, Camisani Calzolari, Frontoni e Veltroni. Peter Gomez modererà la tavola rotonda sul futuro dell’intermediazione.

L’intelligenza artificiale è già entrata nei processi di molte imprese e sta cambiando il modo in cui vengono analizzati i dati, organizzate le attività e costruite le relazioni con i clienti. Per il mondo assicurativo, il tema non riguarda soltanto l’adozione di nuovi strumenti: chiama in causa il ruolo degli intermediari, la loro autonomia professionale e la capacità di accompagnare persone e aziende in decisioni sempre più complesse.

A queste domande è dedicato il convegno nazionale “Intelligenza artificiale & Agenti di assicurazione”, in programma giovedì 5 novembre 2026 a Villa Miani, a Roma. L’iniziativa è organizzata da GAAT Service, in collaborazione con UNI Agenti e AGI Agenti Generali Italia, e riunirà divulgatori, studiosi e rappresentanti del comparto per discutere opportunità e criticità della trasformazione digitale.

Il confronto parte da una questione concreta: l’IA potrà aiutare gli agenti a interpretare meglio i bisogni della clientela e a rendere più efficiente il lavoro quotidiano, ma solleva anche interrogativi sulla gestione dei dati e sul rapporto diretto tra compagnie e consumatori. È proprio su questo equilibrio che gli organizzatori intendono aprire una riflessione.

“I cambiamenti non si subiscono, si governano”, osserva Roberto Salvi, presidente di GAAT Service e UNI Agenti. Secondo Salvi, “il settore non può limitarsi a osservare l’evoluzione tecnologica: deve comprenderne le conseguenze”. E sugli spazi di autonomia degli intermediari, Salvi è molto chiaro: “L’intelligenza artificiale può rappresentare una grande opportunità proprio per rafforzare quella autonomia se gli intermediari sapranno affrontare questa trasformazione insieme, mettendo in comune competenze, esperienze, risorse e capacità di investimento. La forza di molti può consentire di accedere a strumenti e soluzioni che il singolo, da solo, avrebbe più difficoltà a sviluppare o governare. L’obiettivo del convegno – spiega – è finalizzato ad affrontare il tema senza semplificazioni e con competenze differenti”.

Il programma prevede l’avvio delle attività alle 11 con la registrazione dei partecipanti e un light lunch. Alle 13 l’introduzione di Peter Gomez e il saluto istituzionale di Roberto Salvi apriranno gli interventi. Sul palco si alterneranno Salvatore Aranzulla, divulgatore informatico conosciuto per le sue guide pratiche all’uso della tecnologia; Marco Camisani Calzolari, esperto di digitale, sicurezza e rischi della rete; Emanuele Frontoni, professore ordinario all’Università di Macerata e studioso di intelligenza artificiale e visione artificiale; e Walter Veltroni.

VIDEO | Il videomessaggio di Salvatore Aranzulla

VIDEO | Il videomessaggio di Emanuele Frontoni

VIDEO | Il videomessaggio di Marco Camisani Calzolari

Alle 15.40 è prevista una tavola rotonda moderata da Peter Gomez, dedicata al punto di vista degli operatori del mercato. Interverranno Pietro Franchini (IVASS), Denis Girola (Xoldy), Pisana Liberati (UNI

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Emanuele Frontoni

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Marco Camisani Calzolari

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Peter Gomez

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Roberto Salvi

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Salvatore Aranzulla

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Walter Veltroni

Agenti), Gianni Mezzalira (AGI), Alfredo Penna (UCA Assicurazioni), Osvaldo Rosa (Assigeco) e Orazio Rossi (Chubb). Un confronto tra realtà e ruoli diversi, chiamati a misurarsi con le ricadute dell’innovazione sul lavoro degli agenti e sui rapporti con gli assicurati.

Il filo conduttore della giornata è la necessità di affiancare alla conoscenza tecnica una riflessione sulle persone e sulle professioni. Perché la capacità di ascolto, la fiducia e l’interpretazione dei bisogni restano centrali nel rapporto con il cliente, anche quando cambiano gli strumenti con cui questo rapporto si costruisce.

La partecipazione al convegno è gratuita, con prenotazione obbligatoria. Per informazioni: segreteriaorganizzativa@eventoai.it; tel. 377 5501110.

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Così la rabbia degli studenti dissidenti, di partigiana memoria, diventa sempre più grande

28 October 2026 at 05:24

di Francesca Carone

A furia di ascoltare come un disco rotto le misure “preventive” governative “belliche” pro-riarmo e compagnia bella, i giovani e i meno giovani, e perché no anche anziani, hanno deciso di capovolgere la narrazione radical-chic dei media diventando essi stessi la narrazione. Se la politica e l’informazione non li ascoltano e non parlano di loro sono loro che portano l’informazione e la politica con loro. Nelle piazze. È la guerra partigiana moderna combattuta anche nei circuiti virali. È la strategia moderna della protesta urbana che si combatte a colpi di piazza e social. Se tutto passa dai social-media e dall’ informazione a ciclo continuo, “cotta e mangiata”, è anche da lì che deve passare il dissenso giovanile-adolescenziale, declassato e sabotato da molti operatori dell’informazione come la guerra dei Maranza, sfaticati, alienati e arrabbiati; “fenomeno” oscuro del dissenso giovanile dato in pasto come “salvagente” alla crisi economica e sociale dalla propaganda politica, dall’informazione pilotata e da una buona parte dei social.

Così la rabbia dei giovani studenti dissidenti, di partigiana memoria, diventa sempre più grande. Più forte. Più intima e accorata.

Lo scandaloso e offensivo monologo di Bruno Vespa nei confronti della coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari, Sabrina Brizzola, si trasforma in un monito per giovani e meno giovani a scendere in piazza piuttosto che trastullarsi negli happy hour o nei tour notturni per locali e discoteche. I giovani hanno ormai capito che è arrivato il momento di farsi ascoltare per interrompere il corto circuito della pericolosa dissolvenza e della declinante invisibilità in cui sta scivolando la loro generazione. E non solo.

Dietro la loro protesta c’è quella delle loro famiglie, anche loro condannate all’ invisibilità e ad una sotterranea ed inevitabile indifferenza. Il malcontento nasce alla radice. Dal quel terreno nascosto e arido che sta depauperando il tessuto sociale del nostro Paese. Le famiglie si disgregano, soffrono e, nel migliore dei casi, sopravvivono nell’ indifferenza e nel silenzio della politica, sorda ai loro richiami e troppo impegnata nella propaganda di decretifici e storytelling pre-elettorali. Così tutto diventa paurosamente liquido e inafferrabile. Ognuno procede secondo mete e obiettivi dettati dai propri bisogni e necessità.

In questo agone smembrato e caotico le voci si rincorrono e la narrazione si sfilaccia, si indebolisce diventando piatta e inascoltata, trasformandosi in una sorta di brodo primordiale dove tutto è il contrario di tutto, dove vittima e carnefice si confondono diventando “mangime” virale per social e informazione. I problemi si rincorrono e le narrazioni si sovrappongono entrando in un vortice pericoloso dove le voci rischiano di diventare suoni inascoltati e le azioni una corsa a chi difende meglio il proprio orticello: la politica, con l’ennesimo inutile decreto Sicurezza, nascondendo la protesta legittima e pacifica dei giovani studenti, la guerriglia urbana dei maranza, come sfida e risposta alla crisi della famiglia e della scuola.

E poi la paura della gente, dei commercianti e la vorticosa dialettica dell’informazione che legittima e delegittima questa o quella causa. Così la confusione genera rabbia, ansia, alienazione con il rischio di una grossa implosione. Ecco allora la sfiducia, la frammentazione della verità, dei valori e della società. Di qui il fenomeno dell’astensionismo, della crisi dei valori, del disorientamento etico e politico. In questo scenario funesto, anche il dissenso giovanile rischia di diventare strabico e diafasico: il linguaggio violento dei facinorosi e provocatori distoglie lo sguardo dalla protesta legittima dei giovani che inevitabilmente assume una dimensione distopica priva di visione e futuro.

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I giovani scendono in piazza perché hanno capito che il sistema attuale dev’essere abbattuto e ricostruito

27 October 2026 at 17:26

di Alessia Manera*

In queste settimane si stanno riempiendo le piazze di tutta Italia e le modalità, le parole d’ordine che le stanno attraversando, meritano una riflessione attenta, soprattutto da parte di quella società adulta che rischia di utilizzare etichette stantie e di bollare come già visto o rituale un fenomeno sociale che non ha, credo, nessuna di queste caratteristiche.

Per decenni i movimenti sociali occidentali si sono strutturati all’interno di una cornice di pensiero di accumulo e di andamento positivo delle trasformazioni: la prospettiva era la crescita del sistema, la crisi un momento transitorio, in un mondo in cui sviluppo economico e tecnologico si allargavano sempre di più, conquistando e sottomettendo le alterità, che venivano lette alla luce dei propri paradigmi. Il punto in cui eravamo stava su un piano, ma era l’Occidente a stabilire alla luce di quale retta leggere il posizionamento degli altri punti.

Oggi quella narrazione collassa su se stessa a una velocità sempre maggiore e implacabile: l’accumulo è basato sulla speculazione, per cui si estrae dalla materialità delle relazioni (personali, economiche, di potere) senza mai restituire nulla in cambio, come in un buco nero. Si è spezzato ogni patto sociale, e questo appare più evidente a chi un’epoca di patto sociale funzionante non l’ha mai vissuta e la sente raccontare sotto una luce quasi mitologica. Le piazze di oggi sono fatte di generazioni che non hanno più solo l’Occidente e la sua storia come riferimento culturale. Sono generazioni che parlano più lingue, che conoscono sistemi diversi, con le loro funzionalità e imperfezioni, che seguono canali di informazione in arabo, swahili, cinese, albanese, o anche solo inglese, francese e spagnolo, che sanno che le cose possono avere nomi diversi a seconda di quale prospettiva usi per guardarle, che hanno sperimentato spesso la realtà e la violenza di un potere che è democratico solo di fronte alla conformità. Una conformità legata all’identità bianca, di consumo e di privilegio, accettato come elemento fondamentale per l’accesso ai diritti.

Un ossimoro su cui però si fonda buona parte della narrazione “democratica” degli ultimi decenni. Una conformità che queste generazioni rifiutano. D’altronde a queste piazze viene contesto proprio l’essere scomposte, non etichettabili, non rappresentate. Rompono vetrine che non sono solo quelle materiali dei negozi, ma anche quelle della narrazione del potere. Perché non esprimono un dissenso interno al sistema, ma il bisogno di destrutturare il sistema stesso. Hanno capito che il sistema non li può comprare tutti: non ha più i soldi per farlo perché ha spolpato l’economia reale per garantire profitti alla rendita finanziaria.

Sanno che, se quelli che potranno essere comprati sono pochi, loro probabilmente resteranno fuori. Sono fuori. Siamo fuori. E allora credo che abbiano fatto il passaggio logico successivo, quello stesso passaggio che le generazioni più vecchie, ancorate al proprio bagaglio socialdemocratico, hanno paura di fare: se il sistema non garantisce più almeno il minimo di dignità e di prospettiva di vita, deve essere abbattuto e ricostruito. Non c’è più niente da salvare. Il mondo che i nostri genitori e i nostri nonni hanno conosciuto è sparito. Almeno nel cosiddetto Occidente, che non è il faro della democrazia, seppur imperfetta. È il baluardo della rendita, dell’estrattivismo e del saccheggio, che ha smesso di essere proiettato esclusivamente all’esterno e investe oggi anche il centro dell’Impero.

Si vede bene dall’escalation repressiva: perché anche il potere stesso è consapevole di non avere più leve per trattare, di non poter più di fare concessioni neanche per condividere briciole di benessere. È in gioco l’esistenza stessa del sistema, del suo modello di funzionamento, la sua insostenibilità: economica, climatica, sociale, culturale. Quindi reprime, agisce tutta la propria violenza nei confronti di chi denuncia la realtà e prova a mantenere un minimo di presa su quegli spaccati di società sempre più ridotti che sentono ancora di avere qualcosa da perdere. Così vediamo scene che contestiamo perché “indegne di uno stato democratico” ma che in realtà disvelano la democrazia mancata che abitiamo: idranti sulle ambulanze a Bologna, caroselli di blindati in piazza Duomo a Milano, medici e giornalisti manganellati, minorenni fermati per i vestiti che indossano o per i loro tratti somatici.

La profilazione razziale, agita su ragazze e ragazzi che con i loro coetanei condividono lingua, tempo, esperienze, interessi, ne è l’esempio più evidente, insieme a un proliferare di “decreti sicurezza” che hanno evidentemente poco a che fare con la sicurezza collettiva e molto con la repressione di soggettività giovani e con un background non assimilabile: sono, infatti, il tentativo di tracciare un “noi” e un “loro”, un dentro e fuori, che salta quando un’intera generazione è però capace di riconoscersi su un piano di identità collettiva, abituata a riflettersi negli occhi dell’altro sui banchi di scuola, nei parchi, sui vagoni della metro o finanche sulle panchine di un centro commerciale dove stazioni e non puoi comprare, perché la speculazione si è mangiata ogni spazio di socialità possibile e ha lasciato solo quelli del consumo o del desiderio di questo.

Ma, ancora una volta, il noi e loro che il potere vorrebbe costruire – e non ci riesce – conferma solo la traccia di una linea di faglia generazionale, di un mondo in trasformazione che si sta riconfigurando secondo direttrici che esondano le etichette che siamo abituati ad attribuire, esattamente come le esondano le piazze. E chi sa parlare con le periferie e le province dell’Impero ne riconosce prima e più velocemente i pattern e i meccanismi. Ascoltiamoli, perché il re è nudo. E se gli vediamo i vestiti addosso è solo colpa nostra.

*pedagogista e attivista

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Proteste e violenze: attenzione a non confondere la causa con l’effetto

27 October 2026 at 15:08

Uno dei più grandi errori che può commettere la mente umana è quello di confondere la causa con l’effetto. È esattamente il rischio che corriamo in questo tempo sciagurato, pensando che la barbarie sociale sia il frutto di estremisti violenti, come gli studenti, gli autotrasportatori o gli agricoltori che, fra l’altro, in buona parte avevano votato la parte politica che oggi siede al governo.

Se poi alla confusione tra la causa e l’effetto si aggiunge anche l’incapacità di attuare una visione di insieme, comprendendo che la Storia è un flusso unitario di eventi che si evolvono nel tempo, per cui le cose brutte che accadono non sono episodi scollegati da un prima che li ha generati e da un dopo che ne è la conseguenza, allora ci ritroviamo immersi del tutto nel disastro cognitivo.

Il guaio è che il tipo di società iper-spettacolarizzata in cui ci troviamo immersi favorisce proprio i due errori di cui sopra, proponendo un tipo di comunicazione frammentata per cui la nostra attenzione viene concentrata ossessivamente sugli alberi (singoli episodi scollegati), impedendoci di vedere la foresta (l’insieme), per riprendere la metafora di quel grande pensatore dimenticato che è stato il tedesco Günther Anders (1902-1992).

È con questo meccanismo perverso e scorretto che si può far passare l’idea che esiste un problema sociale, rappresentato dal ritorno di un estremismo eversivo che assume i connotati di ragazzi, lavoratori e categorie disagiate nelle cui proteste accadono, in grande minoranza, episodi violenti che purtroppo sono fisiologici. Perché davvero non si capisce, quel fenomeno curioso in base al quale in guerra esistono vittime collaterali ed episodi di violenza gratuita, mentre in una protesta sociale di persone esasperate dovrebbe filare tutto liscio come in un pranzo di gala per educande.

Sarà pur vero, insomma, che in guerra è responsabile primario chi quel conflitto lo provoca, esattamente come di fronte a una folla esasperata lo è chi, governando male, ha generato quell’esasperazione diffusa.
Non mi pare corretto, né certamente funzionale alla comprensione, individuare i colpevoli nei ragazzi, nei lavoratori, o in generale nelle categorie sociali allo stremo che scendono in piazza, concentrandosi sugli scontri con le forze dell’ordine e pretendendo di individuare presunte “menti” eversive che stanno dietro a tutto ciò. Magari dimenticando che viviamo in un paese con gli stipendi fermi agli anni Novanta del secolo scorso, mentre ministri, deputati, governatori locali etc. si sono aumentati i compensi, negli ultimi trent’anni, del duemila per cento.

Come certamente non è corretto dimenticare che sono oltre centomila i ragazzi che, ogni anno, devono abbandonare l’Italia perché qui non c’è lavoro, perché si pretende di compensarli con retribuzioni da fame, perché posti e assunzioni vengono stabiliti sulla base di raccomandazioni, parentele, affiliazioni di varia natura. Per tacere del degrado in cui sono state lasciate cadere la scuola e la sanità, veri e propri indicatori del grado di civiltà di una nazione, oltre che fondamenta imprescindibili del futuro. Senza contare le lezioni ipocrite e pelose che adulti privilegiati, perlopiù grazie al proprio talento per la genuflessione verso i potenti di turno – Bruno Vespa è solo la punta di un iceberg per il quale augurarsi il riscaldamento globale – vorrebbero impartire ai giovani rispetto alla condanna della violenza o alla difesa dello Stato liberale.

Un solo buon esempio educa più di mille parole, sosteneva un grande pedagogista, e se l’esempio è quello di governi occidentali che hanno consentito, nel silenzio più glaciale, lo sterminio del popolo palestinese – per non parlare dell’imperialismo predatorio attuato lungo i secoli contro popolazioni ed etnie considerate inferiori – non vedo da quale pulpito ci si possa ergere a maestri di vita nei confronti di questi ragazzi. Senza dimenticare, a proposito delle lezioni di liberalismo, che già nel XVII secolo il padre del liberalismo (John Locke) aveva stabilito il diritto del popolo a insorgere contro governanti ingiusti o dispotici.

Quei ragazzi, insieme ai lavoratori e alle persone che scendono in piazza, stanno impartendo una grande lezione di educazione sociale, di sanità mentale e di liberalismo. Esattamente i valori occidentali traditi da governanti sciagurati, incapaci e spesso corrotti. Chiunque intenda presentarsi come alternativa ai suddetti deve assumersi tutta la responsabilità di questo tempo sciagurato, senza perdersi in diatribe e divisioni interne che, di fronte al collasso sociale, sarebbero vissute come l’ennesimo tradimento criminale. Intelligenti pauca, dicevano i latini quando non servivano troppe parole.

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La gentilezza della lingua italiana dipende dall’uso che se ne fa: perciò propongo di boicottare la parola ‘maranza’

27 October 2026 at 06:51

Si è conclusa da pochissimo la XXVI edizione della Settimana della lingua italiana nel mondo (16-25 ottobre 2026), dedicata alla intrinseca creatività dell’italiano e alla sua capacità – sua, come di ogni lingua viva – di dare forma e consistenza alla realtà in cui viviamo, accompagnandone e spesso incanalandone gli sviluppi con innata “gentilezza”: l’italiano Lingua gentile, lingua geniale – come recita il titolo del volume pubblicato per l’occasione dall’Accademia della Crusca.

Ogni giorno tutti noi, parlanti nativi o meno dell’italiano, abbiamo la possibilità di godere della creatività della nostra lingua: quando gustiamo il nostro tramezzino preferito, perché tramezzino è una parola inventata – l’ha ideata per noi il poeta Gabriele D’Annunzio (1863-1938) partendo da tramezzo, la parete divisoria, visto che il tramezzino si mangia per “spezzare la fame” tra un pasto e l’altro, e vista anche la sua stessa forma, col ripieno “in mezzo” a due fette di pane; o quando apriamo la finestra a vasistas, “a ribalta”, perché all’origine del nome di questo comodissimo serramento, che in italiano arriva tramite il francese, c’è forse la domanda tedesca was ist das? – il nostro “chi è?” prima di aprire completamente la porta – che è diventata un sostantivo.

Allo stesso modo, ogni giorno tutti noi parlanti dell’italiano possiamo godere della sua “gentilezza”, ovvero della sua intrinseca democraticità: ad esempio quando adottiamo le forme femminili – forme che la nostra lingua, a diversi livelli della morfologia, ci mette a disposizione – per i nomi di professioni e cariche (la sindaca, l’avvocata, la poeta, la presidente…) nei contesti in cui quella carica accompagna il nome della donna che concretamente, come accade sempre più spesso, la ricopre: dunque, ad esempio, quando nominiamo la sindaca Silvia Salis o la presidente del consiglio Giorgia Meloni (non necessariamente quando parliamo in generale della professione di sindaco, perché altrimenti rischieremmo la “paralisi comunicativa”, come già nel 2017 spiegavano gli autori del volume Quasi una rivoluzione. I femminili di professioni e cariche in Italia e all’estero, pubblicato anch’esso dall’Accademia della Crusca).

La lingua però non esiste “da sola”, esiste in quanto viene parlata: sono i parlanti che “decidono” in che direzione va la naturale evoluzione della lingua; è l’uso vivo che fa della lingua uno strumento di “gentilezza”, insomma di democrazia, o meno. C’è una parola che in questi giorni compare spessissimo nel dibattito pubblico e che mi pare renda bene bene l’idea: la parola maranza. Di per sé, maranza non è un neologismo: la prima attestazione risale a quasi quarant’anni fa, in un brano di Jovanotti che si ritraeva “in questo ambiente / di matti di maranza e di malati di mente / fissati con le moto e coi vestiti americani” (La mia moto, 1988). La novità è la connotazione razzista della parola, che in tempi recenti è passata a indicare non più semplicemente un ragazzo (meno spesso una ragazza) giovane che veste abiti firmati perlopiù contraffatti, ascolta trap e usa un linguaggio un po’ volgare, ma un ragazzo con background migratorio, e in particolare di origine nordafricana, che ha tutte queste caratteristiche.

Ammettiamo che la parola in sé non sia priva di connotazioni razziste – si pensa infatti che derivi da maranza, ‘melanzana’ in vari dialetti meridionali, con allusione dunque al colore scuro della pelle, con possibile sovrapposizione di marakesch o marocco, che da decenni nel lessico giovanile significano dispregiativamente ‘meridionale’: resta il fatto che è l’uso vivo – e in questi ultimi giorni soprattutto l’uso fattone da una determinata parte politica – a inverare le connotazioni razziste di questa parola, fino al punto di trasformarla in un insulto. Di sicuro è così che viene percepita dai “diretti interessati”, come ha spiegato il ventenne torinese Fouad Krarmi, fondatore del movimento 2Gen.

Ma allora esiste un antidoto a un uso della nostra lingua così contrario alla sua intrinseca “gentilezza”? Direi proprio di sì. Nello specifico del dibattito di questi giorni, mi chiedo se non sia il caso di boicottare la parola maranza: rifiutarsi di usarla sarebbe un piccolo atto di uso democratico e civile della nostra lingua, un atto che ogni parlante può scegliere di compiere senza grosso sforzo e di cui in tantissimi possono beneficiare – proprio come quando scegliamo di usare il femminile delle professioni e delle cariche ricoperte da donne.

Più in generale, infatti, credo che la “gentilezza” dell’italiano stia nell’uso consapevole che ciascun parlante ne fa ogni giorno, un uso che non può prescindere da una conoscenza adeguata della nostra lingua. Insomma, forse boicottare la parola maranza significa anche contribuire a ri-orientare il dibattito pubblico in quella che, ora e nel lungo periodo, mi sembra la giusta direzione: verso cioè la riaffermazione del primato dell’istruzione e della scuola pubblica come presidio di civiltà e di democrazia; verso la valorizzazione del multilinguismo e del contatto linguistico come strumento di coesione ed empatia sociale, oltre che come veicolo di geniali creazioni linguistiche – tanto più in un paese già plurilingue come il nostro; verso la consapevolezza che la lingua siamo noi, che non ci sono atti linguistici, per quanto piccoli, inutili, perché ogni scelta linguistica ci allena a dare e a trasmettere una determinata lettura del mondo, di com’è e soprattutto di come vogliamo che sia.

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I giovani usano i social per organizzarsi e vincere, i miei coetanei per insultare: un paragone impietoso

26 October 2026 at 16:26

Una settimana fa, qui, ho scritto che i cattivi maestri non hanno il passamontagna ma il microfono. Sabato ho fatto un video di un minuto per dire a mio figlio, sceso in piazza a Roma, che non deve chiedere permesso a nessuno per reclamare i suoi diritti. Settemilacinquecento persone l’hanno visto. Un record, per me.

Poi ho letto i commenti. “Zecche di padre in figlio”. “Se te lo riportano a pezzi non chiedere il permesso”. “Speriamo che debba chiedere il permesso per il pronto soccorso”. “Vorrei vedere la casa dietro, imbecille”. E la mia preferita: “Ve le fate le docce ogni tanto?”.

Non erano ragazzi. Dalle foto profilo, dalle date di nascita nei nickname, erano quasi tutti della mia età. Gente che ha la mia faccia, i miei capelli bianchi, probabilmente figli grandi quanto il mio. Gente che su un social ha trovato il modo di augurare la testa rotta a un ventiseienne che non ha mai visto, e di firmarsi con nome e cognome.

Ecco, io non so dire meglio di così quello che intendevo con “cattivi maestri”. La violenza che vent’anni di comizi hanno sdoganato non è rimasta sul palco: è scesa nei commenti, ed è arrivata esattamente alla generazione che ha applaudito dal palco. La mia.

Poi è arrivata la domenica.

In Brasile Lula ha vinto un ballottaggio che i sondaggi davano perso, con una rimonta fatta anche da migliaia di ventenni col telefono in mano, uno a uno, su quei social dove la destra pensava di giocare in casa. In Serbia gli studenti hanno vinto le elezioni. Non “hanno fatto bene”: hanno vinto. Hanno mandato a casa Vučić dopo quattordici anni. Erano partiti due anni fa da sedici morti sotto una pensilina crollata a Novi Sad e da un governo che li chiamava teppisti stranieri. Si sono organizzati, hanno usato la rete per contarsi, hanno tenuto le piazze pulite e piene, e alla fine le hanno svuotate per riempire le urne.

Stessa domenica, stessi strumenti. Da una parte dei ragazzi che con un telefono hanno cambiato due Paesi. Dall’altra dei sessantenni che con lo stesso telefono scrivono “zecca” sotto il video di uno sconosciuto. Non è una questione di età, lo so: ci sono sessantenni in piazza e ventenni in divisa. Ma la tendenza si vede, ed è impietosa per la mia generazione: loro i social li usano per organizzarsi, noi per sfogarci.

Per questo, invece di rispondere ai commenti, ho preferito dire grazie ai ragazzi di San Paolo e di Belgrado, che non conosco. A quelli di Roma e di Milano, che non hanno rotto niente e non li ha ripresi nessuno. A mio figlio.

Lo ribadisco: senza chiedere permesso, avete appena dimostrato che funziona.

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A rompersi non sono solo le vetrine ma il patto generazionale: a dover pagare il conto non sono i giovani

26 October 2026 at 15:15

Di fronte agli incidenti e scontri di piazza di queste settimane, si è levato puntuale il coro indignato di una parte consistenza della politica pronto a invocare la legge del “chi rompe paga”. Eppure, quello che si sta rompendo oggi e per il quale i giovani scendono in piazza è il patto generazionale e i responsabili di questo atto vandalico sono gli adulti.

Mentre ci si indigna per violenza e vandalismi che attraversano le strade delle nostre città, il messaggio profondo che i ragazzi stanno lanciando e che la politica, come larghi pezzi della società, continua ostinatamente a ignorare è la richiesta di essere presi sul serio come generazione, come collettivo e come soggetto politico. La risposta istituzionale, invece, si articola lungo uno strabismo inquietante: da una parte la repressione securitaria, dall’altra l’individualizzazione e la patologizzazione del presunto disagio giovanile.

Questa visione distorta si ritrova anche nelle scelte del governo che ha prodotto una stretta punitiva che va dal Decreto Caivano fino alle recenti norme anti-manifestazioni e al cosiddetto “decreto antimaranza”, accompagnata dall’aumento della carcerazione preventiva e da ingenti investimenti economici per la costruzione e l’ampliamento delle carceri minorili. Invece di finanziare i luoghi dell’aggregazione, dell’autodeterminazione e della crescita comunitaria, si sceglie deliberatamente di investire nella reclusione e nella criminalizzazione della gioventù.

In Italia, l’ultimo vero investimento strutturale sul welfare educativo risale al 1997 con la Legge 285. Da quasi trent’anni assistiamo al depauperamento della rete dell’educazione informale e territoriale, della prevenzione e dell’educativa di strada. Un approccio di rete che era stato creato proprio per non lasciare da sole scuole e famiglie nella sfida educativa, ma per integrare le diverse componenti del sistema del quale fanno parte anche servizi sociali, sanitari, educativi, culturali, enti del terzo settore e attivismo territoriale.

Questa rete organica, creata faticosamente nel tempo grazie alle teorizzazioni ed esperienze pratiche che in Italia avevano prodotto una cultura del lavoro di comunità di avanguardia, negli ultimi decenni è stata progressivamente smantellata lasciando le istituzioni educative divise secondo una logica dell’autoreferenzialità che le ha ridotte a monadi, isole separate che operano curando solo il proprio pezzo di responsabilità.

Tra l’altro, questo paradigma dell’autoreferenzialità lo ritroviamo nell’attualità, perché quando la repressione non basta, entra in gioco la seconda gamba del dispositivo di controllo degli adolescenti e dei giovani: l’individualizzazione del malessere. Un certo fervore diagnostico e una psicologia orientata alla logica prestazionale tendono a ridurre una questione generazionale e sistemica a un fatto meramente soggettivo. Si propina la litania della terapia individuale, della patologizzazione della paura e dell’ascolto paternalistico, mettendo ai ragazzi l’etichetta dello stigma (maranza) o della diagnosi (depresso) per neutralizzare la portata politica e generazionale di tale devianza e creare un alibi per le coscienze del mondo adulto che ha costruito le condizioni su cui quel malessere affonda le radici.

Ma i giovani non stanno chiedendo un supporto individuale per adattarsi a un mondo ingiusto, stanno ponendo questioni politiche globali che riguardano il loro presente e il loro futuro. Ridurre la loro voce a un disturbo da curare con strumenti clinici significa esercitare un’ulteriore rottura adultocentrica.

La società vorrebbe ragazzi con gli occhi pieni di lacrime: soggetti depressi, impauriti, ritirati sociali, fragili, sempre bisognosi della protezione dell’adulto per essere rassicurati e controllati. Ma nelle piazze vediamo emergere giovani con gli occhi rossi di fuoco: ragazzi mossi da indignazione e da quella che Paulo Freire definiva la “giusta collera”. Una rabbia sacrosanta e politicamente fondata, promossa da chi sa che gli si sta apparecchiando un futuro catastrofico dal punto di vista sociale, economico ed ecologico, sul quale non ha avuto alcuna voce in capitolo, ma di cui dovrà pagare tutte le conseguenze.

Naturalmente dietro queste mie parole i benpensanti leggeranno una giustificazione delle violenze di piazza e delle razzie nei negozi. Ma non voglio cadere in questa trappola. Penso che la stragrande maggioranza dei ragazzi che sono scesi in piazza in queste settimane lo abbia fatto in modo duro, ma civile. E voler derubricare un movimento ancora fluido, ma che rappresenta una vera spina nel fianco per una classe politica, di destra e di sinistra, incapace di interpretare le sue istanze, non è che un ulteriore sintomo di quella decadenza e autoritarismo miope che ho descritto sopra.

Se vogliamo davvero applicare la regola del “chi rompe paga”, facciamolo fino in fondo. A dover pagare il conto non sono i giovani che protestano e chiedono protagonismo politico, spazi comunitari e diritti sociali. A pagare il conto dovrebbero essere quelle politiche pubbliche che da trent’anni smantellano il sistema di welfare e educativo e che oggi pensano che le soluzioni siano pene più severe e la costruzione di nuove carceri.

Superare la polarizzazione tra repressione e patologizzazione del disagio significa tornare a investire nella cura educativa competente, nella prevenzione e nel protagonismo giovanile. Fino ad allora, la vera rottura rimarrà quella compiuta da un mondo adulto che preferisce rinchiudere i propri figli invece che mettersi in discussione e cambiare.

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Mi sono svegliata arrabbiata: immagina di essere giovane oggi

26 October 2026 at 13:32

di Vittoria Spisa, studentessa

Come tanti giovani, mi sono svegliata arrabbiata. Quella rabbia che risulta inspiegabile agli occhi di molti. Oggi proverò a spiegarla. Bisogna fare un piccolo esercizio di immaginazione. Ricordi la tua giovinezza? Quando avevi un futuro ricolmo di speranze e la profonda convinzione che ogni tuo sacrificio avrebbe portato a un radioso avvenire?

Bene, adesso immagina di essere giovane oggi. Ci hanno sempre detto di dover essere eccezionali per trovare un posto nel mondo. Bisogna essere bravi studenti: tanti anni di studio per trovare un lavoro riconosciuto e ben pagato. Diplòmati, làureati e specialìzzati e forse avrai un buon lavoro. E se non lo trovi? Fai le valigie e vai all’estero. Dopotutto arricchisce il curriculum. La tua famiglia si è potuta permettere di darti sostegno? Fortunato! Il tuo compagno di classe ha dovuto abbandonare gli studi per andare a lavorare? Eh vabbè, in Italia il diritto allo studio è per pochi.

Bisogna essere bravi lavoratori: tutti hanno fatto sacrifici. Non vuoi accettare uno stage non retribuito o sottopagato? Certo che voi giovani non avete voglia di imparare. E se ti offrissi un contratto sotto la soglia del salario minimo, per 12 ore al giorno, senza norme di sicurezza? Nemmeno questo accetti? Poi trovi lavoro in una multinazionale. Paghi le bollette, l’affitto e pensi a un mutuo. E poi arriva la notizia: chiudiamo, trasferiamo la sede in un altro paese, dove possiamo sottopagare ancora di più altri lavoratori.

Sei giovane e puoi sempre trovare un altro lavoro. In cantiere, sì! E un giorno non torni più a casa: la ditta in appalto ha risparmiato sulla sicurezza. Cose che capitano. Tre volte al giorno, per la precisione. Alla tua amica va meglio: 40 ore alla settimana in una scrivania. Non ha tempo libero, ma a chi importa?! Devi vivere per lavorare. È diventata mamma? Congratulazioni, però per l’azienda non è più sostenibile tenerla. Ci penserà il padre a portare il pane a casa. Il padre vuole fare il mammo? Non diciamo castronerie, ci penserà una volta in pensione a fare il nonno. A 70 anni cosa vuoi fare se non il nonno?

Bisogna essere bravi cittadini: devi pagare le tasse e non farti domande. Gli evasori? I politici che percepiscono 10mila euro lordi al mese? Eh, ma quelli lasciali stare, tu paga. Sai, poi il mondo subisce cambiamenti climatici, sei spaventato per il futuro del pianeta, e infatti devi riciclare. I super ricchi con i jet privati? Le multinazionali con le loro emissioni? Eh, ma quelli lasciali stare, tu ricicla. È giusto esprimere il proprio dissenso. Scendete in piazza pacificamente: a noi non interessa. Manifestate contro il carovita come al Sud: a noi non interessa. E se seguiste l’esempio della Francia? Eh no, siete dei violenti. La vetrina di Gucci no!

Lo so, è più semplice sfruttare la rabbia che chiedersi il perché. Abbiamo aizzato noi la massa? I black bloc? Eh vabbè, siamo il paese del G8, cosa pretendi. Come buon cittadino devi anche rispettare la Costituzione. L’Italia ripudia la guerra, ma lascia perdere Israele che uccide i palestinesi: dopotutto è un genocidio, non una guerra. I bambini morti ti fanno impressione? Anche a noi, siamo pro-life, ma solo alcune. E gli Usa che attaccano l’Iran, o l’Ucraina e la Russia? Rassegnati. Ripeti la lezioncina: dopo la Seconda Guerra Mondiale siamo diventati una società migliore, non ripeteremo mai quegli orrori. Tu fidati.

In Italia la sanità è pubblica, ma stiamo tagliando fondi e spingendo alla privatizzazione. Nei privati ti curi subito, mica aspetti due anni! Due giorni se sei il Papa. Non ne abbiamo affatto parlato al telegiornale. Come Garlasco… oh ma ti ricordi la famiglia nel bosco? Sto nuovamente distogliendo l’attenzione dal discorso sanità parlando di altro? Ma pensa te!

Lo so, vorresti sperimentare, azzardare, sbagliare. Fallo, ma come diciamo noi. Tanto lo sapete, prima è toccato a noi accontentarci. Ora è il vostro turno. Volete cambiare il mondo? L’abbiamo avuta tutti quella fase e guardate cosa vi abbiamo consegnato! E non azzardatevi a recriminarci nulla. Perché tanto il nemico è accanto a voi: lo straniero, il disoccupato, il criminale, il drogato, l’ubriacone e il giovane che spacca le vetrine. Non guardate in alto. La guerra è bella solo se fra poveri.

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L’Italia a un bivio: serve un nuovo manifesto identitario contro la decadenza

26 October 2026 at 06:00

di Francesca Carone

Il momento storico che stiamo vivendo è accompagnato da un forte richiamo costituzionale. Navighiamo nell’oceano indistinto di diritti e doveri che si confondono, si mescolano e si perdono nello scontro generazionale tra passato e presente incastrato in un immobilismo culturale, sociale e politico diventato zona d’ombra della società. L’Italia è ormai a un bivio. Annaspa alla deriva con un governo dai paradigmi vuoti che ha ormai i minuti contati. Svilita in una crisi identitaria, la nostra nazione vaga stordita e stanca alla ricerca della sua antica bellezza di Stato moderno con la Costituzione più bella del mondo. A lanciare segnali di fumo sono tutti gli attori della società civile: i neo partigiani schierati dalla parte del diritto e della Costituzione: studenti, operai, insegnanti, agricoltori, trasportatori, commercianti.

Il vicolo cieco in cui si è inabissata l’Italia richiede visione, forza e nuovi costrutti etici, sociali e culturali. Il trasformismo e le lusinghe della politica hanno rimpicciolito e declassato il Paese portandolo all’agonia. Le proteste partono da tutti i settori: scuola, sanità, trasporti, servizi. Hanno tutti un comune denominatore: una “povertà” strutturale, profonda e implacabile che investe l’etica, la cultura, la politica fino a toccare la dignità della società civile depredata dei diritti fondamentali e inespugnabili. L’allarme sociale è ormai a 360° e si ripercuote nella quotidianità e nel futuro della vecchia e della nuova generazione, barricate dietro il fievole vento di un dissenso quasi sempre oscurato e oltraggiato dall’informazione schierata e fuorviante e da una politica cieca e autoreferenziale.

Non si tratta più di un cambio di rotta governativo: la crisi è ormai diventata strutturale, sistemica. Per arginarla non è più sufficiente un cambio di colore politico. Occorre partire dalle basi. Dall’essenza. Dai valori fondanti di una società. La nostra non si può più definire società civile, poiché ha perso i caratteri e l’identità di “civiltà”, di collettività: cosa c’è di etico nella gente che si lascia morire perché non riesce più a curarsi, nella gente che fa fatica a riempire il carrello, a pagare l’affitto e a invecchiare in modo dignitoso. Dov’è l’etica nei salari fermi, nelle università sempre più prerogativa dei ricchi e barriera per i ceti bassi.

Siamo ormai oltre la società liquida. Siamo entrati nel limbo di una fredda convivenza collettiva che ha perso la bussola dell’aggregazione identitaria basata sul diritto e sull’uguaglianza. Siamo in uno dei momenti più difficili della storia della Repubblica che non si può superare con l’insurrezione “partigiana” o con una anacronistica una guerra civile. Bisogna partire dall’essenza: dalla conoscenza, dalla cultura, dalla consapevolezza di sentirsi parte di un società libera che naviga seguendo la rotta della Carta costituzionale.

In questo scenario apocalittico l’informazione è un punto di partenza per ridefinire il perimetro etico e sociale di un Paese che vuole riappropriarsi dei suoi diritti. Essere consapevoli di chi e come ci governa è una priorità per il cambiamento. Capire le mutazioni genetiche di un governo partitocentrico, immobile, autoreferenziale, eticamente e culturalmente ancorato a idee e valori stereotipati, disconnessi con i bisogni reali della collettività e con le istanze di uno stato cosmopolita e moderno. Capire l’interconnessione della politica con i diritti, i bisogni, l’equità e l’uguaglianza di una società che si evolve e cresce. Riappropriarsi della dignità di cittadini di un Paese moderno che lottano quotidianamente restando uniti, informati, vigili e consapevoli di poter cambiare la rotta con quella famosa “matita in mano dentro la cabina elettorale, più forte di qualsiasi arma”. È in questa prospettiva che deve maturare il manifesto identitario di una nuova società costruito con le menti e le idee di uomini liberi che hanno ancora una visione e una prospettiva capace di unire passato, presente e futuro superando i gap generazionali, avendo come faro lo strumento costituzionale, frutto del sacrificio di chi, come loro, ha creduto nella bellezza atavica del nostro meraviglioso Paese.

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La Valle del tempo tra Recco e il Niger: un viaggio interiore

25 October 2026 at 06:27

Nei pressi di Recco, in provincia di Genova, vi abita la ‘Valle del tempo’. Si tratta di tre paesini caratterizzati da campanili che esibiscono grandi e particolari orologi della nota ditta Trebino, nata in questa zona. Uscio, Terrile e Calcinara sono i nomi di questi borghi incollati alle colline che scendono, assai bruscamente, al mar Tirreno. Partecipando al Festival della Valle del tempo, tenuto appunto a Uscio un paio di settimane or sono, non potevo non tentare di riandare alle frontiere del tempo vissuto in questi ultimi anni prima di tornare dal Niger. Siccome esso ci è imprestato posso raccontarlo.

Il tempo come operaio in fabbrica per sette anni a Casarza Ligure nella Trafilerie e Laminatoi di Metalli. Vissuto coi compagni di lavoro perché compagno è quello che condivide lo stesso pane. Il tempo dell’impegno sindacale con la Federazione Lavoratori Metalmeccanici, FLM. Il tempo come volontario in Costa d’Avorio che avrebbe segnato una frontiera decisiva per il cammino che sarebbe poi seguito in casa SMA. Società Missioni Africane il tempo della preparazione e dopo l’ordinazione la ripartenza per lo stesso Paese dell’Africa Occidentale. Il tempo di Cordoba in Argentina, nella ‘villas miserias’ (baraccopoli) della bella città universitaria. Quello della guerra (in) civile in Liberia vissuta nella capitale Monrovia sotto attacco dei ribelli. Giorni in cui il tempo sembrava essersi fermato per sempre. Il tempo nel centro storico di Genova e quello dei detenuto nel carcere di Marassi, visitato per tre anni due volte la settimana. Poi il tempo che il Niger si è portato via per quattordici anni.

Il tempo di Natasha, morta di fame sulla strada quando aveva un anno, in occasione della sua prima e ultima migrazione con la mamma dalla Sierra Leone. Il tempo dell’amico Pierluigi Maccalli, rapito per due anni da gruppi armati terroristi di ispirazione ‘islamica’. Un tempo di sabbia, di vento e di tempesta. Tempi abitati e ritmati da avvenimenti come le chiese bruciate nel 2015 a Niamey e soprattutto dal transito di centinaia di migranti coi loro sogni nascosti nelle borse ingiustamente credute vuote. Il tempo dei militari che hanno preso il potre nel luglio del 2023 non è che un tempo di polvere. Sappiamo solo che non è misurabile ma che detta lui il ritmo dei giorni dalla creazione in poi. La polvere e il vento sono i due elementi nei quali si è rifugiato il tempo fino ad oggi.

L’opacità è la misura del nostro tempo. Inutile tentare di accantonarlo, farlo fruttare, conservarlo in un luogo sicuro per essere poi utilizzato a piacimento. Il tempo che ho spiato nel Niger è soprattutto un tempo di attesa. Della pioggia, del raccolto, del lavoro, del cibo di ogni giorno, della nascita di un figlio, del prossimo colpo di stato e soprattutto della pace perduta, venduta, mercanteggiata e sfinita da troppi tradimenti. Nel Niger, come altrove del resto, ognuno ha ed è il suo tempo che solo occasionalmente coincide con quello dell’ altro e non si accorda mai con gli orologi. In fondo il tempo è come la vita. Un mistero da abitare o meglio, una frontiera da attraversare su una passerella sospesa tra due sogni.

Genova, ottobre 2026

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La Valle del tempo tra Recco e il Niger: un viaggio interiore

25 October 2026 at 06:27

Nei pressi di Recco, in provincia di Genova, vi abita la ‘Valle del tempo’. Si tratta di tre paesini caratterizzati da campanili che esibiscono grandi e particolari orologi della nota ditta Trebino, nata in questa zona. Uscio, Terrile e Calcinara sono i nomi di questi borghi incollati alle colline che scendono, assai bruscamente, al mar Tirreno. Partecipando al Festival della Valle del tempo, tenuto appunto a Uscio un paio di settimane or sono, non potevo non tentare di riandare alle frontiere del tempo vissuto in questi ultimi anni prima di tornare dal Niger. Siccome esso ci è imprestato posso raccontarlo.

Il tempo come operaio in fabbrica per sette anni a Casarza Ligure nella Trafilerie e Laminatoi di Metalli. Vissuto coi compagni di lavoro perché compagno è quello che condivide lo stesso pane. Il tempo dell’impegno sindacale con la Federazione Lavoratori Metalmeccanici, FLM. Il tempo come volontario in Costa d’Avorio che avrebbe segnato una frontiera decisiva per il cammino che sarebbe poi seguito in casa SMA. Società Missioni Africane il tempo della preparazione e dopo l’ordinazione la ripartenza per lo stesso Paese dell’Africa Occidentale. Il tempo di Cordoba in Argentina, nella ‘villas miserias’ (baraccopoli) della bella città universitaria. Quello della guerra (in) civile in Liberia vissuta nella capitale Monrovia sotto attacco dei ribelli. Giorni in cui il tempo sembrava essersi fermato per sempre. Il tempo nel centro storico di Genova e quello dei detenuto nel carcere di Marassi, visitato per tre anni due volte la settimana. Poi il tempo che il Niger si è portato via per quattordici anni.

Il tempo di Natasha, morta di fame sulla strada quando aveva un anno, in occasione della sua prima e ultima migrazione con la mamma dalla Sierra Leone. Il tempo dell’amico Pierluigi Maccalli, rapito per due anni da gruppi armati terroristi di ispirazione ‘islamica’. Un tempo di sabbia, di vento e di tempesta. Tempi abitati e ritmati da avvenimenti come le chiese bruciate nel 2015 a Niamey e soprattutto dal transito di centinaia di migranti coi loro sogni nascosti nelle borse ingiustamente credute vuote. Il tempo dei militari che hanno preso il potre nel luglio del 2023 non è che un tempo di polvere. Sappiamo solo che non è misurabile ma che detta lui il ritmo dei giorni dalla creazione in poi. La polvere e il vento sono i due elementi nei quali si è rifugiato il tempo fino ad oggi.

L’opacità è la misura del nostro tempo. Inutile tentare di accantonarlo, farlo fruttare, conservarlo in un luogo sicuro per essere poi utilizzato a piacimento. Il tempo che ho spiato nel Niger è soprattutto un tempo di attesa. Della pioggia, del raccolto, del lavoro, del cibo di ogni giorno, della nascita di un figlio, del prossimo colpo di stato e soprattutto della pace perduta, venduta, mercanteggiata e sfinita da troppi tradimenti. Nel Niger, come altrove del resto, ognuno ha ed è il suo tempo che solo occasionalmente coincide con quello dell’ altro e non si accorda mai con gli orologi. In fondo il tempo è come la vita. Un mistero da abitare o meglio, una frontiera da attraversare su una passerella sospesa tra due sogni.

Genova, ottobre 2026

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Cosa lega il Sessantotto alle contestazioni di oggi? Attenzione alla trappola della Storia che si ripete

25 October 2026 at 06:09

Impossibile resistere alla tentazione di tracciare, se non un parallelo, una linea di contatto tra il ‘68 e la attuale contestazione studentesca. Ma bisogna fare molta attenzione a non cadere nella trappola della Storia che si ripete, perché la Storia sta cambiando radicalmente. Allora c’era lo Stato e noi, oggi c’è lo Stato, noi e l’intelligenza artificiale – o come è comunemente nota, l’Ai. L’equazione è cambiata, e forse è proprio questo il nocciolo della questione.

L’ingresso di un terzo personaggio nel quotidiano sta scombussolando tutto: la guerra cambia, l’informazione si altera e quel confine netto tra realtà e finzione evapora. Chi non si domanda vedendo un video se è vero oppure no? Il morbo dell’incertezza fa stragi ovunque e nessuno ne è immune. Fatichiamo a recepire tutto ciò che ci sta intorno: politica, economia, persino l’amore si sfilaccia attraverso i siti online che offrono una varietà di profili falsi di compagni ‘ideali’ che gli algoritmi offrono nella solitudine esistenziale dell’era della super-comunicazioni.

In quattro anni l’avvento di AI ha distrutto gran parte delle verità che ci hanno accompagnato per millenni. Soprattutto, il presente non esiste più perché tra pochi minuti sarà sostituito dal futuro ed è impossibile prepararsi o anticipare il cambiamento. Ed è vero anche il contrario: il futuro non esiste più perché si fa incessantemente presente. Come si sente un adolescente di fronte a questa rivoluzione?

Non è facile rispondere, bisogna esserci in quel marasma senza tempo, viverci dentro per capire cosa si provi. E proviamoci.

Nel ’68 l’obiettivo era democratizzare la scuola, rompere le catene dell’autoritarismo e dare libero sfogo alla creatività, alla libertà, alla pace. Oggi la contestazione giovanile chiede una scuola che funzioni, una cultura di cui genitori e nonni hanno potuto usufruire. Chiede di essere messa al centro delle politiche perché il domani, il futuro, è composto da chi lo vivrà.

Sono domande legittime, giuste, di chi capisce che dietro l’angolo dell’età adulta non c’è nessuna certezza, ma le risposte non ci sono. La sovrapposizione tra presente e futuro ha indebolito governi già inefficienti, svuotato la battaglia politica delle idee, pensiamoci bene: se tutto cambia costantemente, come si fa a programmare? È vero, investire nel riarmo quando non ci sono i soldi per istruire i giovani o curare gli anziani è un’assurdità, ma che tipo di percorso accademico si può offrire nell’arco di una generazione al ritmo dei cambiamenti attuali? Tra qualche anno le funzioni di tante professioni saranno svolte da Ai e dai robot. La velocità supersonica di apprendimento dell’intelligenza artificiale rende qualsiasi programmazione obsoleta.

Più facile è invece per i governi focalizzarsi su settori reali, contingenti. L’Europa non ha un esercito, non ha armamenti: allora investiamo nell’industria bellica. Anche qui la marcia a perdifiato delle armi intelligenti rende il presente precario, ma le armi le stiamo usando, le armi hanno una vita breve, anzi brevissima e possono essere sostituite da quelle nuove, ed è relativamente facile incamerare le nuove tecnologie.

La retorica della difesa è diventata il cavallo di battaglia di una classe politica europea incapace di gestire la nuova equazione: Stato-popolo-AI. La violenza attribuita ai manifestati ne è il corollario, ci si deve difendere dalla minaccia esterna e dalle rivolte interne. E meno male che c’è l’Ai che ci aiuta a farlo! Peccato che questa difesa non includa i giovani, ma rimanga confinata alla protezione delle élite al potere, al mantenimento di uno status quo fuori tempo.

Ed ecco un’istantanea del nostro mondo: lo Stato si rimpicciolisce e diventa l’espressione dei privilegiati, non solo quelli dei ricchi e potenti, ma anche di chi ha avuto la fortuna di usufruire di una scuola che gli ha trasmesso cultura e incoraggiato la creatività. Il primo è ormai un bene che l’intelligenza artificiale ci sta strappando e il secondo un dono che sta scomparendo. I ragazzi lo sanno e temono l’inevitabile: crescere ignoranti.

Nessuna innovazione tecnologica è stata mai fermata, ci siamo adattati a tutte nel bene e nel male. Anche questa volta bisognerà farlo, però non rimuovendo la cultura e impoverendo la scuola. Questi ragazzi devono trovare il modo di scuotere uno Stato annichilito, che ha perso il senso del suo esistere, ma anche di mobilitare il popolo per bilanciare nell’equazione della democrazia il peso, e la minaccia, dell’intelligenza artificiale. E forse per riuscirci dovranno reinventare lo Stato insieme all’idea stessa di democrazia.

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Giovani in piazza: perché punire non basta, ma serve educazione

23 October 2026 at 17:00

I ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati ed educati, la scuola e la famiglia hanno un ruolo fondamentale. Serve una forte sinergia fra queste due agenzie educative che hanno perso terreno e carisma nella nostra società.

Personalmente non credo proprio sia la strada giusta ampliare le carceri anche per i minori. Credo che per i minori servano dei progetti educativi strutturati che facciano loro prendere coscienza dei danni che hanno creato durante le manifestazioni, ma che soprattutto gli insegnino a focalizzare la rabbia e ad esternare le emozioni. Credo che nelle città dovrebbero esserci più spazi creativi ed educativi per i giovani, dove si sentano liberi di esprimersi e manifestare anche le proprie fragilità. Senza essere giudicati o condannati.

Condanno con fermezza gli atti vandalici messi in atto durante la manifestazione dei giorni scorsi, ma ritengo che il diritto di manifestare debba restare un diritto sacrosanto e nessun governo debba utilizzare la repressione per cercare di controllare e di impedire il diritto a manifestare.

La scuola al suo interno dovrebbe avere maggiori spazi di ascolto e di confronto in modo che gli strumenti imparino ad ascoltarsi fra di loro e prendano coscienza anche delle difficoltà dei propri compagni; imparino ad accettare i propri limiti ed essere più collaborativi nell’aiutare chi gli sta accanto. In contemporanea, vanno insegnate le materie scolastiche.

La cosa fondamentale per educare dal mio punto di vista credo sia il segnale ad esplorare la propria interiorità, così che ogni studente possa trovare la propria dimensione e sentirsi più sicuro nell’affrontare il domani.

Chi ci governa non deve tagliare i fondi legati alla scuola, alla sanità e alla cultura, tutti questi ambiti vanno incrementati e non sacrificati per incrementare il potere e il profitto che si ottiene attraverso la vendita e l’acquisto delle armi.

Se vogliamo un mondo migliore dobbiamo stimolare dei giovani le qualità positive e la pace. La pace non si ottiene di certo comprando le armi, né continuando ad alimentare i conflitti già esistenti e trovando ulteriori pretesti per innescarne di nuovi. Incoraggio con forza i giovani a continuare a manifestare, ma senza saccheggiare le città o distruggere ciò che vi circonda, voi avete tutto il diritto di far sentire la vostra voce e le vostre esigenze.

Lottate sempre con dignità e rispetto per i vostri ideali positivi e di chi vi sta accanto e potrebbe avere bisogno del vostro aiuto.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it

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Perché rispondere agli scontri di Milano con più carcere per i minori è la cosa peggiore che si possa fare

23 October 2026 at 15:56

Il cosiddetto pacchetto Sicurezza approvato dal governo a seguito dei recenti scontri tra la polizia e i ragazzini nel centro di Milano segue ancora la linea dell’aumento delle pene, secondo una tradizionale, ma fallimentare, logica economica. Nel 1992 l’economista americano Gary Becker vinse il premio Nobel anche per la sua teoria razionale della criminalità. Per l’economista conservatore ogni atto criminale deriva da un calcolo dei costi e dei benefici. Quindi per sradicare ogni tentazione criminale sarebbe sufficiente aumentarne il costo, per esempio incrementando gli anni di pena.

Questa teoria molto semplicistica del crimine è stata abbondantemente smentita da ogni lato e abbandonata scientificamente, ma continua a circolare perché ha il pregio della semplicità e di una sua efficacia mediatica.

Se questa teoria è risultata insufficiente nei confronti degli adulti, diventa del tutto fallimentare se applicata agli adolescenti tra i 14 e i 18 anni, come previsto dal governo. Nasce un nuovo reato, quello di partecipazione violenta a una manifestazione, che può portare fino a cinque anni di galera, e anche di più con il volto mascherato o per chi la organizza. Basterà questo aumento sproporzionato della pena a dissuadere i dodicenni o tredicenni dal manifestare in maniera rabbiosa e violenta? Il governo pensa di sì, risolvendo tutto con un decreto da dare in pasto all’opinione pubblica.

Ma anche seguendo la vecchia logica economica dei costi e dei benefici, il calcolo è sbagliato e il governo Meloni sta compiendo un grossolano errore, che avrà purtroppo conseguenze durature. Sul piano dei benefici per la comunità mettiamo pure un riacquistato senso di sicurezza per le persone che frequentano i centri urbani e il risparmio dei danni evitati con la deterrenza. E sul lato dei costi?

Supponiamo che il tredicenne esaltato sia individuato e condannato a scontare i suoi cinque anni di carcere. Possiamo dargli o darle il massimo della pena perché a capo della protesta. Credo che in questo modo venga procurato un danno umano, educativo e personale notevolissimo, visto che la persona che stiamo considerando è nella sua fase formativa. Per la società la repressione degli adolescenti sicuramente rappresenta un costo futuro molto salato che non può essere ignorato. I ragazzini e le ragazzine che usciranno dopo qualche anno dal carcere non credo saranno persone migliori di quando sono entrate. Anzi potrebbero, per comprensibili ragioni, rappresentare un nuovo e più grande pericolo per la società.

Però la punizione, non la repressione, anche per gli adolescenti che protestano violentemente, ci vuole in uno stato di diritto. Certamente. Ecco allora che si possono pensare delle punizioni alternative. Qui il catalogo è molto ampio, dai lavori socialmente utili a iniziative che facciano capire agli adolescenti la complessità del mondo in cui viviamo, complessità che non può essere risolta spaccando una vetrina e arraffando una felpa. Il governo, vista la giovane età dei devianti, avrebbe dovuto comportarsi da buon genitore e non da ottuso gendarme che non si pone il problema del perché. Punire per reprimere è un non senso da un punto di vista educativo e un fallimento per la società.

Ma chi sono questi ragazzetti che ci fanno paura e che il governo vuole mettere in galera? Forse i più sono come i ladruncoli che popolano i libri di Charles Dickens. Nei romanzi del grande scrittore, ambientati nella Londra opulenta di fine Ottocento, i giovani criminali vengono arrestati, processati e messi in carcere con pene severissime. La loro unica colpa era quella di cercare di campare con furtarelli o stratagemmi illegali in una società che li teneva ai margini. Insomma, la loro colpa era la miseria, una direzione che ci potrebbe aiutare anche oggi.

Speravo che a distanza di un secolo e mezzo le cose fossero cambiate e invece, con il governo Meloni, si torna veramente all’odioso antico. Il carcere per i quasi bambini è da considerare una vergogna e uno scandalo che tutti dovremmo condannare, anche perchè i ragazzini violenti, oggi più di ieri, sono figli della società intera che se ne deve fare carico. In un certo senso, tutti ne siamo responsabili.

Non so se il mondo sarà salvato dai ragazzini, quelli che protestano devastando o gli altri, come scriveva nel suo testo onirico, dallo stesso titolo, Elsa Morante nel 1968. So solo che ora stanno parlando al mondo degli adulti, anche se con un linguaggio rude e aspro che non ci piace. Ascoltarli è nostro dovere, punirli anche, metterli in carcere invece è la cosa peggiore che possiamo fare.

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Da Milano all’intera penisola: così è distribuito il disagio sociale in Italia – le mappe interattive

23 October 2026 at 15:36

Le mappe che trovate qui di seguito mostrano i principali indici di disagio sociale calcolati dall’Istat. I dati di riferimento sono quelli del 2023, gli ultimi resi disponibili dall’Istituto di Statistica. La prima mappa è dedicata a Milano – diventata epicentro della protesta giovanile nelle ultime settimane. E’ possibile navigare selezionando i quartieri, le aree ADU (aree di disagio urbano definite dall’Istat) o specificamente all’interno delle sezioni urbane.

Una cosa importante da tenere in considerazione è che all’interno del Comune, l’indice sintetico di disagio sociale (Idise) misura la variazione rispetto al valore dell’intero Comune fatto 100. L’Idise, a sua volta, è “un indice composito costruito come combinazione di nove indicatori elementari, rappresentativi delle componenti più rilevanti del fenomeno e misurabili con elevata disaggregazione territoriale”. Questo significa, banalmente, che alcuni indicatori – ad esempio la presenza di anziani soli in abitazioni in affitto, possono “pesare” come disagio anche in quartieri tendenzialmente ricchi. Dalla mappa di Milano, ad esempio, appare tanto evidente quanto sorprendente che zone come Duomo e Brera abbiano un indice di disagio maggiore rispetto alla media della città. Ma non necessariamente, scorrendo i singoli indici, questo significa che si tratti di zone più povere. Al contrario, alcuni indicatori usati nell’indice possono avere una doppia valenza. Il basso numero di lavoratori stabili – ad esempio – che nei quartieri più poveri pesa certamente come fattore di disagio, nei quartieri ricchi potrebbe avere una valenza esattamente contraria. A questo va aggiunto che alcune aree centrali della città hanno pochissimi residenti dichiarati. Di conseguenza il peso statistico delle eccezioni è molto più forte nella costruzione dell’indice. Questo tipo di avvertenza non è necessario nella seconda mappa, dedicata all’intero territorio nazionale e navigabile per comuni. In questo caso i pesi statistici sono riequilibrati sull’intero territorio.

Gli indicatori mostrati sono complessivamente 26: nove dedicati ai singoli indicatori di disagio (anziani soli, disoccupazione, istruzione, continuità lavorativa) e 15 che spiegano il contesto di riferimento (immigrazione, età, composizione delle famiglie) più un indice riassuntivo. In ogni mappa è possibile cercare tra le aree/comuni, zoomare e tornare alla visione di insieme.

La mappa del disagio a Milano

La mappa del disagio a livello nazionale

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Protesta degli autotrasportatori, siamo di fronte a una situazione socialmente esplosiva

23 October 2026 at 12:00

Mi ha colpito il post di una mia amica, originaria di Carinola, in provincia di Caserta, che ha raccontato ciò che ha visto in questi giorni di protesta degli autotrasportatori. Ha descritto una mamma che, in farmacia, cercava il latte in polvere per il proprio bambino. Il prodotto, ordinato da giorni, non era ancora disponibile. Era disperata e arrabbiata, con le lacrime agli occhi. Non riusciva a trovare ciò che serviva per dare da mangiare a suo figlio.

Quando una famiglia non riesce più a garantire ai propri figli il cibo necessario, non siamo più di fronte a una semplice difficoltà economica, ma a una situazione socialmente esplosiva. La disperazione di chi non riesce più a soddisfare i bisogni essenziali può trasformarsi in rabbia e sfociare in gravi disordini sociali.

Sono sempre di più le famiglie in difficoltà che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Per loro anche riuscire a mettere qualcosa in tavola diventa sempre più difficile.

In ogni crisi sono le persone più vulnerabili, quelle con meno risorse, a pagare le conseguenze più pesanti. Per chi ha una buona disponibilità economica, anche un aumento dei prezzi non è un problema. Non si può dire lo stesso per chi vive con risorse limitate.

Anche gli autotrasportatori sono in difficoltà. È un lavoro faticoso e i costi crescenti pesano sempre di più sulle imprese del settore. Secondo quanto dichiarato all’Ansa dal presidente del consorzio Acar, da gennaio a settembre i costi sono aumentati di quasi 2.000 euro al mese per ogni mezzo.

Se questo settore entra in crisi, si blocca l’Italia. Nel nostro Paese, infatti, purtroppo oltre il 92% delle merci trasportate via terra viaggia su strada.

Di fronte a una crisi del genere servono risorse adeguate, non briciole. Il Governo dovrebbe affrontare il problema alla radice, invece di puntare sulla minaccia della precettazione per fermare la protesta. La precettazione non può sostituire un confronto serio e un intervento strutturale, sostenuto da risorse adeguate, che affronti le cause della crisi e dia risposte durature al settore. Senza interventi adeguati, il rischio è che la crisi continui a scaricare i suoi effetti su chi ha meno strumenti per difendersi.

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