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Bolsonaro, operazione Guaidó 2.0: Flávio si autoproclama presidente dagli USA

Fuggito negli Stati Uniti dopo le iniziative giudiziarie nei suoi confronti, Flávio Bolsonaro rilancia lo scontro politico in Brasile con una mossa che ricorda da vicino l’operazione Juan Guaidó in Venezuela. In una lettera pubblica diffusa dal portale Metrópoles, il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro si è autoproclamato «vero presidente eletto», sostenendo di essere vittima di una frode elettorale e di una persecuzione politica. Le accuse contro il presidente Luiz Inácio Lula da Silva e le istituzioni brasiliane, tuttavia, non trovano riscontro nei dati citati a sostegno della presunta manipolazione del voto.

La proroga dell’orario elettorale contestata da Bolsonaro, infatti, aveva raccolto appena 34.330 voti, pari allo 0,03% del totale: una cifra insufficiente a ribaltare il risultato, con cui Lula si era imposto per oltre 4,3 milioni di preferenze. Ma l’obiettivo della campagna di Flávio sembra andare oltre la contestazione elettorale. Denunciando una presunta «dittatura» e presentandosi come vittima di una persecuzione orchestrata dalla magistratura, il dirigente dell’estrema destra cerca di delegittimare le istituzioni brasiliane e accreditarsi come guida dell’opposizione dall’estero. Non è un dettaglio che nella sua lettera abbia ringraziato Donald Trump e Javier Milei, due alleati politici che condividono la sua visione ideologica, neoliberista e sionista.

Da Washington, Bolsonaro punta a trasformare una vicenda giudiziaria e una sconfitta politica in una causa internazionale, invocando il sostegno di governi amici. Il copione richiama quello già visto in Venezuela, quando Juan Guaidó si autoproclamò presidente ad interim nel 2019 con il sostegno degli Stati Uniti e di diversi governi occidentali, nel tentativo di rovesciare il governo costituzionale di Nicolás Maduro.

La strategia appare chiara: costruire dall’estero una narrazione di frode e repressione, mobilitare gli alleati internazionali e preparare un nuovo fronte di destabilizzazione contro il governo Lula. L’operazione Guaidó 2.0 punta a trasformare la sconfitta politica in una presidenza immaginaria, con Washington come retrovia e la delegittimazione delle istituzioni brasiliane come principale arma di combattimento.


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Cuba, l’offensiva USA spezza il fronte latinoamericano contro il bloqueo

Per decenni, l’Assemblea generale dell’ONU ha condannato a larga maggioranza il bloqueo statunitense contro Cuba, con il sostegno compatto dell’America Latina. Nel giro di due anni, però, gli equilibri sono cambiati: dai 187 voti favorevoli del 2024 si è passati a 130, con 25 astensioni e 17 voti contrari.

Argentina, Colombia, Costa Rica, Ecuador e Paraguay si sono schierati contro la risoluzione, mentre altri Paesi latinoamericani hanno scelto l’astensione o non hanno partecipato al voto. L’Avana denuncia le pressioni e i ricatti di Washington sui governi della regione per spezzare il tradizionale fronte contrario al bloqueo.

L’ambasciatore statunitense all’ONU, Mike Waltz, ha accolto con soddisfazione il risultato, confermando che l’offensiva diplomatica USA sta producendo effetti.

Il voto fotografa così una crescente pressione statunitense sull’America Latina, volta a isolare Cuba e a ridisegnare gli allineamenti politici regionali.


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Media USA: la guerra contro l'Iran sta costa 47 miliardi di dollari

 

La guerra degli USA contro l’Iran è costata 47 miliardi di dollari. È quanto emerge da un articolo pubblicato dal quotidiano americano The Hill. Nell’articolo del media statunitense sono stati citati i dati del Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) presentati al Congresso.

Da questo rapporto del Centcom, si evidenzia che il costo della guerra è aumentato di oltre 3 miliardi di dollari dall'inizio di settembre, quando il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti (il Pentagono) aveva stimato la spesa militare a circa 43,6 miliardi di dollari.

La maggior parte della spesa è destinata alla sostituzione delle munizioni utilizzate durante le operazioni militari, per un costo stimato di circa 29 miliardi di dollari.Inoltre, bisogna aggiungere circa 12 miliardi di dollari di spese operative e altri 6,1 miliardi di dollari stanziati per la sostituzione di equipaggiamento militare perso o danneggiato.

Nel report si considera, tra l’altro, che il costo del supporto fornito dall'aeronautica militare statunitense alle truppe schierate nella regione si aggiri intorno ai 7,6 miliardi di dollari, includendo il trasporto aereo del personale, il supporto alle basi militari, le comunicazioni e la logistica nel teatro delle operazioni.

La maggior parte della spesa è destinata alla sostituzione delle munizioni utilizzate durante le operazioni militari, il cui costo è stimato in circa 29 miliardi di dollari. 

Tale importo si aggiunge a circa 12 miliardi di dollari di spese operative aggiuntive e ad altri 6,1 miliardi di dollari stanziati per la sostituzione di attrezzature militari perse o danneggiate.

Il rapporto valuta inoltre in circa 7,6 miliardi di dollari il costo dell’assistenza fornita dall’Aeronautica militare statunitense alle truppe dislocate nella regione. La stima comprende il trasporto aereo del personale, il sostegno alle basi, le comunicazioni e la logistica nel teatro operativo.

La cifra, tuttavia, non tiene conto delle spese necessarie per riparare i danni subiti dalle basi statunitensi in Medio Oriente, alcune delle quali sono state bersaglio di attacchi iraniani con missili e droni. Questo elemento potrebbe far crescere ulteriormente il costo complessivo del conflitto.

La guerra pesa sempre di più sulle famiglie americane

Le ricadute economiche del conflitto coinvolgono anche la popolazione statunitense. Secondo una stima di Moody’s Analytics riportata da The Hill, finora la guerra è costata circa 2.000 dollari a ogni famiglia americana.

Le valutazioni del costo complessivo del conflitto differiscono in base agli elementi considerati. Le cifre ufficiali riguardano soprattutto le spese militari registrate, mentre altre analisi segnalano che gli effetti economici nel medio e lungo periodo potrebbero far aumentare notevolmente il conto finale.

Il quotidiano britannico The Telegraph, sulla base di un’analisi di Linda J. Bilmes, professoressa all’Università di Harvard ed esperta di economia di guerra, ha calcolato il costo del conflitto in circa 151,3 miliardi di dollari.

I senatori attaccano Trump per la guerra e il rincaro dei prezzi

Secondo Bilmes, la stima del Pentagono — che in precedenza aveva quantificato il costo in 37,5 miliardi di dollari — non comprende tutte le spese legate alla guerra e rappresenta soltanto «la punta dell’iceberg».

The Telegraph prevede che, se il ritmo attuale dovesse mantenersi, entro la fine dell’anno il costo complessivo potrebbe arrivare a circa 311,3 miliardi di dollari. Si tratta di una previsione, non di una spesa già accertata.

La distanza tra le diverse stime mostra quanto sia complesso determinare il costo effettivo del conflitto, soprattutto se si escludono i danni materiali e le conseguenze economiche di lungo periodo.

Pfizergate: il j'accuse finale di Kovesi su Ursula von der Leyen e le ombre dell'UE

 

Mentre si avvia a concludere il suo mandato settennale alla guida della Procura europea (EPPO), Laura Codru?a Kövesi traccia un bilancio contro i vertici delle istituzioni comunitarie. Al centro dell'attenzione resta l'ombra del cosiddetto Pfizergate, l'inchiesta sulla gestione delle centinaia di milioni di dosi di vaccino anti-Covid negoziate privatamente via SMS tra la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e l'amministratore delegato del colosso farmaceutico americano, Albert Bourla.

Nonostante la gravità delle ipotesi di reato, secondo i documenti giudiziari spaziano dall'interferenza nelle funzioni pubbliche alla distruzione di prove, fino alla corruzione e al conflitto di interessi, von der Leyen non si è mai presentata di persona davanti ai magistrati dell'EPPO per rilasciare una dichiarazione. La conferma arriva da fonti vicine all'indagine, che preferiscono mantenere il riserbo per questioni di sicurezza. Dalla Commissione europea la versione ufficiale prova ad ammorbidire l'ostruzionismo: il portavoce Thomas Regnier si è affrettato a precisare che l'esecutivo ha "collaborato ampiamente" con gli inquirenti "per conto e con il pieno appoggio della Presidente", la quale si sarebbe sempre mostrata disponible, pur "nei limiti delle sue funzioni e dell'agenda".

Tuttavia, le parole rilasciate dal Procuratore Capo uscente dipingono uno scenario del tutto opposto, denunciando l'arroganza del potere politico a Bruxelles. Senza fare nomi espliciti per via del segreto istruttorio, Kövesi ha puntato il dito contro una prassi diffusa nelle stanze dell'UE: "Alcuni politici pensano di essere al di sopra della legge. Se si viene convocati per rendere dichiarazioni, ci si deve presentare". La magistrata non ha nascosto le enormi barriere frapposte al lavoro della magistratura quando si toccano gli untouchables della burocrazia continentale: "Quando nell'indagine sono coinvolte persone importanti, che si tratti di politici di alto profilo o di soggetti facoltosi legati alle élite, incontriamo ostacoli sistematici nell'esercizio delle nostre competenze".

Un attacco che travalica i singoli fascicoli e mette a nudo la fragilità costitutiva dell'EPPO. Nata nel 2017 e operativa dal 2021 per perseguire i reati finanziari a danno del bilancio comunitario, l'agenzia rischia di essere progressivamente svuotata dall'interno. Citando una celebre battuta ispirata alla serie Borgen, Kövesi ha amaramente osservato: "A Bruxelles nessuno ti sente urlare. Temo che la Procura europea verrà smantellata in modo strisciante ed elegante proprio perché sta facendo il suo lavoro". La strategia del depotenziamento passa attraverso tre direttrici contigue: il sottofinanziamento cronico, il blocco delle riforme legislative e l'ipertrofia burocratica studiata a tavolino per "complicare la vita ai PM".

L'ostruzionismo nei confronti dell'organo inquirente non riguarda soltanto i vertici della Commissione, ma investe l'intera governance degli Stati membri. Il caso più eclatante si è registrato in Grecia, travolta dagli scandali sulle frodi ai fondi agricoli dell'UE che hanno portato alle dimissioni di esponenti di governo e al rinvio a giudizio di quattro deputati del partito di maggioranza Nuova Democrazia. Di fronte ai tentativi del premier Kyriakos Mitsotakis di bloccare le indagini e delegittimare l'EPPO parlando di "fughe di notizie pilotate" e "agende politiche", Kövesi ha risposto denunciando formalmente Atene alla Commissione e ipotizzando il taglio dei fondi comunitari al paese. "Molti politici celebrano l'indipendenza della magistratura finché non si tocca la loro cerchia ristretta. Un istante dopo, i procuratori diventano improvvisamente prepotenti e politicizzati", ha accusato la magistrata.

Tra fondi inadeguati, come dimostra il budget dimezzato concesso dalla Commissione per le operazioni dell'EPPO in Ungheria, e il rischio di compromettere la credibilità dell'azione giudiziaria anche in paesi chiave come la Polonia, il bilancio finale di Kövesi suona come un allarme per il suo successore, il procuratore tedesco Andrés Ritter. Ma su un punto la magistrata non mostra cedimenti: né le scadenze elettorali né il peso dei gruppi politici bloccheranno i fascicoli pendenti, compresi quelli sull'uso improprio di fondi pubblici da parte di sciolte formazioni europarlamentari. "Se la Procura europea dovesse fermarsi ogni volta che ci sono le elezioni in Europa, potremmo direttamente smettere di lavorare".

 

Gli USA avvertono gli alleati nel Golfo: possibile "breve e intensa campagna militare" contro l'Iran

 

I piani di guerra degli Stati uniti d’America contro l’Iran non sono mai stati accantonati.

La conferma giunge dal The Wall Street Journal attraverso le voci di dentro della diplomazia USA, rivelando come la Casa Bianca avrebbe già avviato le notifiche informali ai partner dell'area del Golfo: l'avviso per le monarchie alleate è quello di prepararsi a un'offensiva militare a breve raggio ma a elevata intensità contro l'Iran, da sferrarsi subito dopo la tornata delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.

Le indiscrezioni trapelate dal Pentagono tracciano il contorno di una manovra d'escalation deliberata. Washington punta a colpire duro per scardinare l'architettura d'influenza regionale di Teheran e forzare il governo iraniano a sedersi al tavolo dei negoziati da una posizione di totale subalternità.

Sul campo, le parole stanno già lasciando il posto al rischieramento logistico: la difesa missilistica americana è stata ridisegnata per proteggere i contingenti a rischio, gran parte delle truppe è stata evacuata dalle posizioni più esposte e le basi avanzate registrano un continuo afflusso di munizionamento pesante e assetti aerei pronti al decollo.

A completare lo scenario l'arrivo nel teatro di guerra di un gruppo d'attacco guidato da una portaerei e da un'unità di spedizione dei Marines, destinate ad affiancare oltre venti unità da guerra già stanziate nelle acque mediorientali.

Nelle stanze dell'amministrazione Trump la linea dura sembra raccogliere i consensi decisivi. Le indiscrezioni convergono nel descrivere un Presidente propenso ad autorizzare un raid su larga scala orientato a smantellare le infrastrutture critiche e i siti del programma nucleare iraniano, sebbene l'ordine operativo finale non sia stato ancora formalmente firmato. Sull'altro fronte del triangolo, anche Tel Aviv accelera i tempi dei propri preparativi militari, pronta a coordinare un nuovo ciclo di raid in parallelo alle forze di Washington.

 

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