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Gli Stati Uniti e Trump al bivio alle elezioni di midterm: la contesa tra democratici e repubblicani e gli scenari per il Congresso

29 October 2026 at 07:05

L’inimmaginabile potrebbe a questo punto accadere. Soltanto qualche mese fa, la previsione più realistica nella politica americana era che alle elezioni di midterm i democratici riconquistassero la Camera e i repubblicani si confermassero maggioranza al Senato. Il dato si basava su un calcolo. Per conquistare il Senato, i democratici avrebbero dovuto conservare quattro seggi che già ora controllano – Georgia, Minnesota, New Hampshire, Michigan – ma che i repubblicani giudicavano “contendibili”. Oltre a mantenere i quattro collegi, i dem ne avrebbero dovuto conquistare altri quattro tra Maine, North Carolina, Alaska, Texas, Ohio, Iowa. Se non impossibile, la cosa appariva ardua. In molte di queste zone Trump aveva vinto nel 2024 con oltre 20 punti di vantaggio. Come sarebbe stato possibile ribaltare una così massiccia prevalenza dei conservatori? Quanto sarebbe stata realistica una vittoria liberal nella Trumpland?

A pochi giorni dall’apertura delle urne, l’inimmaginabile può essere immaginato. Oltre che alla Camera, i democratici potrebbero prevalere anche al Senato. In tutti gli Stati sopra menzionati, sondaggisti e ricercatori parlano di una situazione di sostanziale equilibrio. A rivelarlo, oltre ai sondaggi, è anche la corsa disperata che Donald Trump ha intrapreso da un comizio all’altro in Texas. Ohio, Iowa, Mississippi, fino a qualche mese fa solide roccaforti repubblicane e dove ora si spedisce a far comizi last minute un presidente ottantenne, non si sa quanto consapevole del momento. Il timore è che le roccaforti crollino. Persino il Kansas, che non elegge un senatore democratico dal 1932, non pare più così certa terra repubblicana. Nelle ultime settimane si è assistito a un altro fenomeno significativo. I repubblicani, che pure a queste elezioni dispongono di un solido vantaggio finanziario rispetto ai democratici, stanno riposizionando ingenti risorse dai collegi elettorali “di attacco” a quelli “di difesa”. Gli strateghi del G.O. P. si sono cioè convinti che a questo punto non si tratti tanto di strappare seggi ai democratici ma di difendere, disperatamente, i propri. Con un presidente largamente impopolare e un’economia frenata dalla guerra in Iran, la linea non può che essere quella della resistenza.

Se questo è il quadro che a pochi giorni dal voto emerge da sondaggi e analisi, una certa prudenza è comunque d’obbligo. Chi nel 2016 avrebbe mai pensato che un imprenditore mezzo fallito diventato personaggio TV folkloristico fosse candidato repubblicano alla presidenza, senza esperienza e senza un partito alle spalle, e potesse battere Hillary Clinton e diventare presidente degli Stati Uniti? Chi avrebbe immaginato che sempre quel presidente, sconfitto, allo sbando, circondato da generale riprovazione per aver lanciato i suoi supporter contro il Congresso, potesse tornare alla ribalta e rientrare trionfalmente alla Casa Bianca quattro anni dopo? La carriera politica di Trump – il corso della sua vita – sono costellati da continue cadute e inaspettati ritorni e non si può escludere che istinto e capacità di capire cuore e testa degli americani lo facciano tornare in auge anche questa volta.

La cosa è possibile, ma improbabile. Trump ha ottant’anni e, nonostante le chiacchiere da lui stesso alimentate, nessuna possibilità di un terzo mandato. Tra due anni lascerà la Casa Bianca e il suo principale problema non sarà tanto consolidare il movimento che ha creato e trovargli un leader, quanto difendere se stesso e la sua famiglia dalle inchieste che i democratici, nel caso di ritorno al potere, faranno partire. C’è poi da aggiungere che difficilmente la crisi energetica globale, scatenata dalla guerra in Iran, si risolverà nel giro di qualche settimana. Se si incrociano lo stato attuale delle cose e i dati dei sondaggi, quello che potrebbe accadere il 3 novembre è quindi molto di più di un semplice trasferimento del controllo del Congresso dai repubblicani ai democratici. La sera del 3 novembre potrebbe rappresentare l’inizio della fine dell’era Trump, il momento in cui un presidente ormai anziano, pochissimo amato, segnato da diverse crisi che non sa risolvere, perde anche il sostegno del suo partito al Congresso e diventa una delle figure tragiche dell’immaginario politico americano. Una lame duck, un’anatra zoppa.

Ovviamente gli scenari sono diversi per i diversi risultati del voto. Nel caso i democratici dovessero riprendere il controllo della sola Camera, potranno nominare lo speaker, gestire l’agenda dei lavori e le commissioni, avviare inchieste e indagini formali, ostacolare l’approvazione di tasse e bilancio federale (il power of the purse, il potere di borsa, negli Stati Uniti appartiene al Congresso nel suo insieme, la Camera ha però più funzioni di proposta e il Senato di verifica e approvazione). A Trump resterebbe il potere di veto e la possibilità di governare attraverso decreti e ordini esecutivi. Il Senato in mano ai repubblicani significherebbe una cosa soprattutto – e importante per i conservatori: audizioni più veloci e quasi certa approvazione per i giudici federali nominati dal presidente. Limitato nei poteri sul fronte interno, Trump potrebbe dedicarsi con più tempo e impegno alla politica estera – su cui il presidente ha più ampia autonomia – puntando alla chiusura del conflitto in Ucraina e alla liquidazione della minaccia nucleare iraniana. Per un politico che da sempre sogna di tramandare ai posteri il segno del suo passaggio alla Casa Bianca, non è cosa trascurabile.

Tutto ciò diventerebbe ancora più restrittivo dei poteri del presidente, nel caso i democratici conquistassero la maggioranza di Camera e Senato. A quel punto l’agenda legislativa di Trump subirebbe uno stop quasi totale e la Casa Bianca sarebbe costretta a un’estenuante lavoro di compromesso sulle leggi che fanno funzionare la macchina statale. Per i giudici federali scelti da Trump, l’audizione davanti ai senatori non sarebbe più una formalità. E un ruolo chiave verrebbe a quel punto giocato dalle commissioni del Congresso, controllate in toto dai democratici e da cui partirà una probabile, profonda revisione politica e giudiziaria degli anni di governo di Trump – inclusa la schiera dei collaboratori particolarmente zelanti: Pete Hegseth, Robert F. Kennedy, Todd Blanche. Non ci sono dubbi sul fatto che i democratici faranno partire, proprio dalla Camera, un nuovo impeachment per Trump. Anche questo, come i precedenti, si concluderà nel nulla. Sono necessari i due terzi del voto del Senato per mettere sotto accusa un presidente – e i dem non li hanno. Anche questo, come i precedenti, creerà tensioni e alimenterà la crisi americana nei due anni finali di Donald Trump – destinato a uscire di scena come tigre ferita, più che anatra zoppa.

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Midterm 2026, il più costoso della storia Usa: i milioni di Musk, dei super ricchi e i “dark money” per finanziare i repubblicani

29 October 2026 at 07:04

Questa volta potrebbero essersi sbagliati. Alle elezioni di midterm del 3 novembre, i super ricchi hanno scelto il partito repubblicano e potrebbero aver puntato sul cavallo sbagliato. I sondaggi, a meno di una settimana dal voto, danno infatti i repubblicani destinati a perdere la maggioranza alla Camera e in un testa a testa molto poco rassicurante con i democratici al Senato. Un’analisi condotta da CNBC sui dati della Federal Election Commission ha evidenziato comunque che 14 dei 20 dei maggiori finanziatori o gruppi di finanziatori al midterm 2026 hanno scelto il G.O.P. Guida il gruppo pro-repubblicani Elon Musk – ovviamente, verrebbe da dire, considerato il suo ruolo in gran parte della battaglie della destra Usa e globale. Vengono quindi i proprietari di Uline, Richard e Elizabeth Uihlein, seguiti da Jeff Yass, l’uomo più ricco della Pennsylvania, tra i 25 più ricchi al mondo. I 20 hanno comunque complessivamente messo a disposizione di questo ciclo elettorale 1 miliardo e 200 milioni di dollari, pari a circa un ottavo dei 9 miliardi e 800 milioni complessivi raccolti sino al 25 settembre dalle campagne dei partiti e dai super Pac. Se però si considera il cosiddetto dark money, quindi i fondi non tracciabili provenienti dai gruppi non-profit, la spesa per queste elezioni potrebbe arrivare a 15 miliardi. Una cifra stratosferica, che fa del midterm 2026 il più costoso della storia americana.

Sono diverse le ragioni che spiegano il vantaggio dei repubblicani sui democratici nella raccolta di finanziamenti elettorali. A risaltare è anzitutto il ruolo di Donald Trump, il presidente più pro-business della storia americana, che ha gestito la Casa Bianca come un comitato d’affari in cui politica e miliardi si confondono, in cui si esige dal mondo del business fedeltà cieca – in cambio di leggi e regolamentazioni favorevoli – e in cui dichiarazioni e decisioni governative sono state sapientemente distribuite in modo da orientare migliaia di operazioni sui mercati azionari e delle criptovalute. La scelta del G.O.P. da parte dei super ricchi dipende comunque anche da ragioni interne al Partito Democratico. Tra queste, c’è il “trauma” per la sconfitta di Kamala Harris, ancora molto forte. Non è poi ancora chiaro quale sarà il peso dei socialisti democratici nel partito. Domina anche una certa scarsa considerazione per la leadership democratica di Washington, guidata da Chuck Schumer e Hakeem Jeffries, non particolarmente capaci di dare al partito una linea unitaria. Questo complesso di ragioni ha fatto sì che, rispetto al passato, siano passati meno finanziamenti per il Democratic National Committee. Quando i ricchi hanno voluto donare ai democratici, lo hanno fatto direttamente ai candidati o alle cause che sostengono.

È vero che i democratici sono stati capaci di lavorare soprattutto su milioni di piccoli contributi, poi indirizzati ai 13 duelli chiave al Senato – ciò che ha rafforzato le loro speranze di riprendersi anche il Senato. Per il resto, appunto, nel campo dem si è distinto il solito George Soros, il maggiore finanziatore privato individuale delle cause progressiste anche a questo giro elettorale, che ha destinato 103 milioni di dollari a organizzazioni a lui collegate, tipo “Democracy PAC”, che hanno a loro volta sostenuto gruppi e comitati vicini ai dem. Subito dietro Soros, tra i principali donatori dell’area liberal, si colloca l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, che è intervenuto soprattutto nell’ultima fase della campagna elettorale, tra settembre e ottobre, con un mega finanziamento di 80 milioni di dollari destinato all’“House Majority PAC” e in generale ai gruppi focalizzati sulla riconquista democratica della Camera. Bloomberg ha continuato anche a finanziare una causa cui da anni si mostra particolarmente sensibile: quella del controllo nella vendita e possesso delle armi.

Sono stati però appunto i repubblicani ad accaparrarsi la fetta più consistente delle centinaia di milioni donati nel 2026 dai grandi ricchi alla politica Usa. In cima alla classifica dei “generosi” del G.O.P. c’è Elon Musk, che a questo ciclo elettorale si impone definitivamente come il più grande donatore politico individuale nella storia degli Stati Uniti. Per le elezione 2026, Musk ha investito 446 milioni di dollari del suo patrimonio personale. Il finanziamento – che segue a un’altra donazione record, quasi 290 milioni di dollari alle presidenziali 2024 – è stato fatto cadere a pioggia su istituzioni ufficialmente legate al partito e a gruppi che rappresentano le cause conservatrici. Al “Senate Leadership Fund” il principale PAC a sostegno dei candidati repubblicani per il Senato, è andata la donazione più consistente del proprietario di Tesla: circa 158 milioni, destinati soprattutto alla non facile impresa di sostenere le speranze di elezione in Texas di Ken Paxton, candidato voluto fortemente da Donald Trump ma segnato, nella sua carriera politica, da troppe zone d’ombra. L’ultima riguarda i circa 350 viaggi fuori del Texas, pagati dai contribuenti del Texas, che Paxton fece da attorney general dello Stato.

Tra i beneficiari di Musk c’è poi, con 76 milioni, il suo personale gruppo di pressione politica, “America Pac”, che si è concentrato sulle operazioni di canvassing, la campagna porta a porta dei candidati, oltre che sulla mobilitazione dell’elettorato conservatore nei distretti elettorali in bilico. Al “Congressional Leadership Fund” sono invece andati 20 milioni di dollari, meno che al Senato, considerate le scarse speranze repubblicane di mantenere il controllo della Camera. Ancora al Texas, in particolare al “Lone Star Liberty PAC”, Musk ha indirizzato 10 milioni di dollari – la perdita del seggio senatoriale in Texas sarebbe simbolicamente, oltre che politicamente, un pessimo segnale per l’America di Trump. Altri milioni sono andati all’associazione dei governatori repubblicani e a quella degli attorneys general – rispettivamente, 10 e 2 milioni di dollari. Se una parte significativa dell’enorme quantità di denaro immesso da Musk nel midterm è andata alla difesa della maggioranza repubblicana del Senato – il miliardario cerca di tutelare i contratti che SpaceX ha con il governo federale, in particolare NASA e Dipartimento alla Difesa, ed evitare che un Congresso dominato dai democratici faccia partire inchieste a raffica sul suo operato a capo del DOGE – non sono state dimenticati i temi qualificanti dell’agenda conservatrice più radicale, con milioni di dollari a gruppi che contrastano le restrizioni in tema di AI o che si battono contro i diritti delle persone transgender.

Dietro Musk, si è consolidato a queste elezioni il ruolo di Richard e Elizabeth Uihlein come grandi donatori conservatori. A capo di un impero costruito grazie agli imballaggi industriali, la coppia ha donato quest’anno ai repubblicani tra i 135 e i 150 milioni di dollari. Gli Uihlein si sono concentrati su aree e candidati specifici. 34,8 milioni di dollari sono andati ai repubblicani del Wisconsin e sono serviti in gran parte a finanziare la campagna a governatore di Tom Tiffany. Una cifra ancora maggiore, intorno ai 39 milioni di dollari, sono stati versati dagli Uihlein a “Restoration of America PAC”, che li ha a sua volta destinati alle campagne elettorali dei repubblicani di un altro Stato del Midwest, il Minnesota. In California Richard Uihlein ha spedito circa 17 milioni di dollari per sostenere la “Prop 39”, un referendum sull’introduzione dI regole più severe nell’identificazione degli elettori. Brilla poi come finanziatore di cause conservatrici Jeff Yass, storico libertarian, co-fondatore della società di trading Susquehanna International Group, che ha donato milioni di dollari a cause come la libertà di scelta scolastica per le famiglie e il finanziamento pubblico per le scuole private; la battaglia contro la regolamentazione delle attività economiche; il sostegno a Israele e l’elezione del maggior numero di giudici federali conservatori. Dietro questo gruppetto si schiera il Gotha della finanza e dell’economia Usa, da Marc Andreessen e Ben Horowitz a Miriam Adelson, da Kenneth Griffin a Paul Singer – tutti insieme appassionatamente per sostenere con una valanga di dollari quella che potrebbe rivelarsi una tra le delusioni più cocenti nella storia recente dei repubblicani.

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Trump, le elezioni di midterm, e la triste realtà di un’America ancora febbricitante

29 October 2026 at 03:47

A pochi giorni dalle elezioni di metà mandato, gli analisti americani si chiedono se il vantaggio dei democratici segnalato dai sondaggi si tramuterà in una sconfitta del fronte trumpiano sia alla Camera sia al Senato o se, come al solito, il voto per Trump invece è sottovalutato dalle indagini demoscopiche e mercoledì mattina ci sveglieremo con i repubblicani che manterranno perlomeno il Senato. 

Una Camera ancora a guida repubblicana è improbabile, ma la situazione è più aperta al Senato. Martedì sarà rinnovato soltanto un terzo del Senato (trentacinque seggi), e più o meno ovunque in Stati dove i trumpiani sono tradizionalmente molto forti: per conquistare la maggioranza, i democratici dovrebbero conquistare almeno quattro seggi tra quelli occupati dai repubblicani, e non perderne nemmeno uno.

I democratici sembrano in grande vantaggio in luoghi fino a poco tempo fa inimmaginabili per i candidati liberal. In Texas, per esempio, grazie a un ottimo candidato democratico moderato come James Talarico e a un pessimo repubblicano Ken Paxton, un estremista e pasticcione che Trump ha sponsorizzato nei mesi scorsi, costringendo il senatore uscente repubblicano John Cornyn a non ricandidarsi, e la famiglia Bush e lo stratega conservatore Karl Rove ad annunciare il voto per Talarico. 

Insomma, il primo seggio che potrebbe passare di mano è un gentile regalo di Trump ai suoi avversari. Il secondo seggio che pare già assegnato ai democratici è quello della North Carolina, di nuovo a causa di un candidato scelto da Trump. Il terzo seggio che potrebbe andare ai democratici è quello dell’Alaska, un’altra roccaforte repubblicana. Anche qui una buona candidata democratica, Mary Peltola, e un pessimo senatore uscente Dan Sullivan, che tra le altre cose dovrà vedersela con un omonimo che si è candidato come indipendente e che potrebbe fargli perdere qualche voto. Trump ha già mobilitato il ministero della giustizia di Washington, guidato dal suo avvocato personale, per non certificare il risultato dell’Alaska nel caso vincesse la candidata democratica, e ora agita uno scoop del New York Times, momentaneamente non più etichettato come «fake news», secondo cui sarebbero stati proprio i democratici a cercare e a convincere a candidarsi l’omonimo del senatore repubblicano, in modo da confondere gli elettori di Trump in Alaska. Trump ha chiesto l’esclusione della candidata democratica dalla scheda, con l’accusa di brogli elettorali. Non finirà qui.

Poi ci sono il Michigan, dove i democratici difendono il seggio di un loro senatore uscente, e il Maine. In entrambi gli Stati, i democratici hanno restituito il favore a Trump: in Michigan hanno scelto il brillante ma molto radicale Abdul El-Sayed; e in Maine hanno combinato un guaio enorme, scegliendo un candidato populista e progressista, Graham Platner, che a luglio è stato costretto a ritirarsi per vari scandali sessuali. 

I democratici possono ancora vincere in questi due Stati, ma gli analisti si chiedono che cosa sarebbe successo se avessero scelto candidati meno estremisti. Ieri il senatore del Texas Ted Cruz ha detto che se El-Sayed, che è musulmano, fosse eletto al Senato e entrasse nella Commissione sui servizi segreti di Washington, il risultato sarebbe che molti americani morirebbero perché, secondo Cruz, El-Sayed passerebbe le informazioni riservate ai Fratelli musulmani. Questo è il livello degli attacchi delle ultime ore da parte di un senatore che l’altro ieri Trump ha detto che nominerà giudice della Corte Suprema, e non importa che El-Sayed non sia affiliato ai Fratelli musulmani.

I democratici possono anche strappare l’Ohio ai repubblicani, e incredibilmente sono competitivi anche in Iowa, e addirittura in Carolina del Sud, Alabama e Kansas (dove il candidato repubblicano l’altro giorno ha detto che «la situazione economica oggi è la migliore che abbia visto nella sua vita»), a dimostrazione di quanto sia diffuso il sentimento anti Trump, anche facendo la tara della sottovalutazione cronica dell’elettorato trumpiano. 

Prima di festeggiare, però, i democratici farebbero meglio ad aspettare il conteggio reale dei voti, a fare il bilancio dei seggi senatoriali conquistati e di quelli eventualmente persi, e a sperare che la Casa Bianca non passi dalle minacce di colpo di stato ai fatti in caso di sconfitta. Sarebbe ingenuo escludere che Trump possa reagire alla possibile sconfitta organizzando ancora una volta qualcosa di simile al 6 gennaio 2021, quando istigò all’assalto violento del Congresso, se non addirittura qualcosa di più efficace e pericoloso. 

C’è un elemento che, a prescindere dal risultato finale, però non depone a favore del risveglio dell’America dopo la febbre trumpiana, ed è quello secondo cui la prima preoccupazione degli elettori oggi è di gran lunga quella del costo della benzina. 

Non sappiamo ancora se Trump uscirà con le ossa rotte da queste elezioni di metà mandato, ma nel caso in cui le perdesse non sarebbe perché ha ridotto l’America a una barzelletta globale, né per aver distrutto la geniale rete di alleanze internazionali con cui ha governato il mondo negli ultimi ottant’anni, né perché si è alleata con i peggiori ceffi del pianeta, e nemmeno per aver disintegrato decoro, moralità, e nobiltà della politica. 

Gli americani sono insoddisfatti di Trump (martedì vedremo in che quantità) principalmente perché la benzina è diventata troppo costosa. È molto triste che un così palese smantellamento della democrazia americana, l’indebolimento del mondo libero, e il sostegno alle dittature illiberali tradizionalmente nemiche dell’America non suscitino una gloriosa reazione democratica e liberale, come del resto non la suscitò l’assalto violento al Congresso del 6 gennaio 2021. Per la più longeva democrazia del mondo, e per gli alleati che la guardano con nostalgia da lontano, è avvilente accettare l’idea che la causa di un eventuale indebolimento di Trump non sarà il desiderio di riscatto democratico, la difesa dello stato di diritto, e la passione per la libertà, ma il prezzo del pieno di benzina. 

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