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Il furto record a Binance svela la contraddizione nella sicurezza delle cripto. Parla Mele

30 October 2026 at 16:27

Il furto del secolo. Basta già questo per spiegare la portata dell’operazione condotta da alcuni hacker, molto probabilmente del gruppo nordcoreano TraderTraitor, ai danni di Binance. Un furto da ben 6,3 miliardi di dollari, come mai era successo prima d’ora. Ci si era fermati ai 1,5 miliardi del febbraio 2025 trafugati dall’altra piattaforma di interscambio Bybut, sempre per mano di uomini al soldo di Pyongyang. Binance fa sapere che restituirà di tasca propria tutto quello che i suoi investitori hanno perso, attingendo dalle casse dell’azienda. Tre miliardi sono stati già congelati e le transazioni sospese, probabilmente per tutto il fine settimana.

Per svaligiare la piattaforma di exchange ci sono voluti all’incirca 20 minuti. Si è trattato di un attacco “complesso”, che potrebbe essere partito da un laptop di un funzionario di Binance per poi espandersi. “Stiamo facendo tutto il possibile, in coordinamento con le forze dell’ordine, per risolvere la situazione”, assicura la società. “Stiamo ancora raccogliendo gli elementi e forniremo ulteriori informazioni non appena saranno disponibili”.

Il danno è già fatto. D’immagine, anzitutto, ma anche a livello operativo. Le criptovalute sono crollate. Bitcoin è sceso del 2%, arrivando per la prima volta in un mese sotto quota 77mila dollari. Ethereum cala dell’1,38%, arrivando a poco più di 2.200 dollari.

Non è la prima che si verificano attacchi simili. E probabilmente nemmeno l’ultima. Il che aumenta i timori di chi investe in monete digitali. “Credo che il danno reputazionale sia soltanto una parte del problema”, spiega a Formiche.net Stefano Mele, partner dello studio legale Gianni & Origoni, dove è il responsabile del Dipartimento Cybersecurity, data privacy & space economy law.

“Questo attacco mette in evidenza una contraddizione importante nell’evoluzione del mercato delle criptovalute. Un ecosistema sviluppatosi anche intorno al principio della decentralizzazione ha progressivamente visto affermarsi grandi intermediari privati che concentrano enormi quantità di risorse finanziarie e funzioni operative essenziali. La sicurezza di queste risorse finisce quindi per dipendere non soltanto dall’affidabilità delle tecnologie blockchain, ma anche dalla capacità degli intermediari di proteggere i propri sistemi e, soprattutto, i processi attraverso i quali vengono autorizzate le transazioni”, spiega.

Se quanto ricostruito da Binance troverà conferme, “il problema non riguarderebbe una vulnerabilità dei protocolli blockchain, ma la possibile compromissione dei sistemi utilizzati dall’exchange per disporre degli asset custoditi”, aggiunge Mele. “È una distinzione fondamentale, perché evidenzia come la concentrazione di funzioni critiche possa generare rischi di dimensioni eccezionali anche in un ecosistema tecnologicamente decentralizzato”. Il problema dunque non riguarda solo la fiducia, ma l’intero ecosistema che regola le cripto.

A sfruttarlo sono hacker esperti, come quelli allevati dalla Corea del Nord. I furti informatici stanno portando alle casse del regime parecchi soldi con cui finanziare i propri programmi, compreso quello militare. Per cui Pyongyang investe molto nella formazione dei suoi talenti cyber. “Non siamo, quindi, necessariamente di fronte a un’operazione criminale il cui obiettivo si esaurisce nell’arricchimento degli autori, ma a un possibile strumento di finanziamento della politica di sicurezza e dei programmi militari di uno Stato”, conclude Mele. “Naturalmente, il valore delle criptovalute sottratte non coincide necessariamente con le risorse di cui gli attaccanti potranno effettivamente disporre. Una parte degli asset può essere congelata o recuperata, mentre la conversione delle somme rimanenti in risorse finanziarie concretamente utilizzabili può essere ostacolata dalla tracciabilità delle transazioni e dai controlli degli intermediari”.

Così Sipal prepara il salto dalla difesa all’economia dello spazio. Parla Venanzetti

30 October 2026 at 15:35

Dopo un percorso di riorganizzazione e sviluppo tecnologico, Sipal si prepara a una nuova fase industriale. La società del gruppo Fininc punta su prodotti proprietari, manutenzione predittiva e realtà aumentata, con l’ambizione di rafforzarsi nella difesa e di entrare nel settore spaziale. Airpress ne ha parlato con il direttore generale Marco Venanzetti.

Il percorso di trasformazione di Sipal arriva a un passaggio decisivo. Quali sono i risultati più importanti di quest’anno?

Stiamo completando il progetto di trasformazione, o meglio di rivalorizzazione, previsto dal nostro piano industriale quinquennale. Vogliamo concentrare Sipal su due grandi ambiti, le tecnologie e la sicurezza. Abbiamo concluso la ristrutturazione organizzativa e diversi programmi di sviluppo interno che ci permettono di presentarci sul mercato con prodotti avanzati, soprattutto nell’elettronica.

Penso alle soluzioni che integrano intelligenza artificiale e realtà virtuale nelle attività di gestione, manutenzione e addestramento. Abbiamo iniziato a investire in queste tecnologie circa cinque anni fa e ora disponiamo di tre prodotti già pronti, che stanno suscitando un forte interesse.

Un altro risultato riguarda l’asset management. Abbiamo trasferito in nuovi ambiti l’esperienza maturata nel settore autostradale, dove dopo il crollo del ponte Morandi è diventato essenziale sviluppare strumenti per monitorare le infrastrutture critiche e prevenire situazioni di rischio. Oggi disponiamo di una piattaforma la cui componente software è interamente nostra, un elemento che ci garantisce indipendenza e capacità di personalizzazione.

Abbiamo inoltre avviato alcune alleanze industriali per combinare le nostre competenze con quelle di altre aziende. È la base su cui intendiamo costruire la crescita del 2027 e degli anni successivi, portando progressivamente queste soluzioni anche fuori dall’Italia e dall’Europa. Abbiamo già contatti in alcuni Paesi e, in qualche caso, le nostre tecnologie sono entrate nelle selezioni dei potenziali clienti. Sono primi passi, ma vogliamo consolidare la presenza internazionale.

Entriamo nelle tecnologie. Come funziona Ipac e quali possibilità apre l’intelligenza artificiale per addestramento e manutenzione?

L’intelligenza artificiale è un campo vastissimo e non pretendiamo di applicarla a tutto. Abbiamo scelto ambiti precisi, a partire da Ipac, uno dei nostri prodotti di punta. Attraverso un visore e modelli digitali possiamo riprodurre asset complessi, come il motore di un aeroplano o un satellite, e consentire agli operatori di addestrarsi senza avere fisicamente a disposizione il componente.

Per formare un manutentore aeronautico, ad esempio, normalmente occorre il velivolo. Con una riproduzione digitale sufficientemente fedele è invece possibile esercitarsi sulle procedure di manutenzione, con un significativo risparmio di risorse. Il sistema permette anche l’assistenza a distanza. Se un aereo si trova in operazione fuori area e sul posto manca uno specialista, un esperto collegato da Roma può entrare nell’ambiente virtuale sotto forma di avatar e guidare il personale nelle operazioni. La blockchain consente inoltre di certificare e registrare le attività svolte.

Un secondo campo è la manutenzione predittiva. Attraverso sensori, telecamere e algoritmi possiamo analizzare l’usura dei componenti e prevedere quando sarà necessario intervenire. Non si tratta più di sostituire un pezzo a una scadenza fissa, ma di programmare la manutenzione in base alle sue condizioni effettive. Questo consente di ridurre i costi e di anticipare possibili malfunzionamenti.

Applichiamo lo stesso principio anche alle infrastrutture critiche. Su un ponte, ad esempio, è possibile monitorare spostamenti, temperatura, umidità e infiltrazioni. L’intelligenza artificiale aiuta a interpretare l’evoluzione di questi parametri e a generare avvisi quando emergono segnali di degrado.

In che modo queste soluzioni rispondono alle esigenze delle aziende della difesa e dell’aerospazio?

Ritengo che aver avviato la ricerca cinque anni fa ci dia oggi un vantaggio tecnologico. Nel confronto con altre realtà noto una differenza sostanziale, noi abbiamo prodotti disponibili, mentre altri stanno ancora sviluppando idee. Questo ci permette di rispondere a problemi operativi molto concreti.

Recentemente un’azienda spaziale ci ha descritto le difficoltà incontrate durante l’assemblaggio dei satelliti. Gli operatori devono interrompere il lavoro per consultare un manuale, recuperare uno strumento o verificare una misurazione, accumulando tempi morti. Con un visore che mette tutte le informazioni davanti agli occhi, possono rimanere alla propria postazione e ridurre sensibilmente i tempi di assemblaggio. Noi abbiamo già un prodotto capace di offrire questa soluzione.

Il digital twin diventerà sempre più importante proprio perché permette di affiancare alle attività manuali un supporto digitale. Non è soltanto una tecnologia da sviluppare, ma uno strumento da rendere concretamente utilizzabile nei processi industriali.

Sipal è presente in India, Romania e Stati Uniti. Quale peso hanno queste realtà e su quali altri mercati intendete puntare?

Le tre società svolgono funzioni diverse. Sipal India è in forte crescita e lavora soprattutto nel supporto ingegneristico e informatico. SIPAL Romania si occupa principalmente di costruzioni, attrezzature e carpenteria metallica e costituisce una base per sviluppare il mercato dell’Europa orientale.

Negli Stati Uniti stiamo costruendo una strategia di alleanze. È un mercato difficile da affrontare, perché i grandi operatori dispongono di capacità di investimento enormi. Accanto a queste sedi, però, guardiamo anche ad altre aree nelle quali le nostre tecnologie potrebbero essere particolarmente apprezzate.

Penso all’America meridionale, ad alcune regioni dell’Asia e alle aree più tecnologicamente sviluppate dell’Africa. Ci interessano soprattutto i mercati nei quali la presenza dei grandi player internazionali è meno forte e possiamo differenziarci. Abbiamo diverse interlocuzioni aperte e un programma di business development, ma per il momento non ci sono contratti definiti. L’obiettivo è trasformare queste opportunità in una presenza commerciale più solida.

Guardando al 2027 e ai prossimi anni, quali sono le priorità industriali e gli investimenti su cui puntate?

La prima priorità è mantenere e rafforzare la nostra posizione nella sicurezza cyber-fisica, cogliendo anche le opportunità legate allo sviluppo del Gcap. Vogliamo crescere nel settore cyber e ottenere contratti significativi per la business unit Electronics, valorizzando i prodotti che abbiamo sviluppato.

Un altro obiettivo è continuare a sostenere il gruppo Fininc, che sta attraversando una fase di forte espansione. Sipal ne rappresenta un supporto tecnologico e ingegneristico e vogliamo consolidare ulteriormente questo ruolo.

Continueremo poi a investire nell’asset management, che riteniamo una tecnologia dalle grandi prospettive anche in ambito dual use. Le applicazioni possono estendersi dalle infrastrutture critiche agli ospedali, fino a sistemi di trasporto complessi come treni e navi. Intendiamo inoltre perfezionare le soluzioni di digitalizzazione e realtà aumentata. Abbiamo l’ambizione di entrare nel mondo dello spazio e stiamo valutando di presentare uno dei nostri prodotti negli Stati Uniti già a dicembre.

C’è infine una caratteristica che considero decisiva. Sipal non lavora secondo una logica di produzione in serie, ma cerca di risolvere i problemi dei clienti con soluzioni costruite sulle loro esigenze. La solidità del gruppo Fininc ci permette, quando necessario, anche di investire direttamente nello sviluppo di ciò che serve al cliente. Questa combinazione di flessibilità e capacità industriale è uno dei nostri principali vantaggi competitivi.

La carta della conservazione tranquilla? Farà vincere Meloni. La previsione di Pombeni

30 October 2026 at 14:37

Meloni, Calenda, il centro, Vannacci, il proporzionale. Una bussola per le elezioni politiche l’ha fornita a Formiche.net il politologo Paolo Pombeni che, partendo dai sommovimenti al centro (come De Luca e Calenda) disegna il perimetro del centrodestra a guida Meloni, con due punti fissi: la ragionevole conservazione di Fratelli d’Italia, con cui la premier può puntare al bis e l’effetto sorpresa che sta svanendo per l’ex generale anti Ue.

La nuova legge elettorale con il proporzionale costringe i partiti a prestare attenzioni ai territori, dopo gli anni di listini bloccati e candidati calati dall’alto?

Sì e no. Sì, perché ovviamente bisognerà raccogliere il maggior numero di voti possibile con l’astensionismo che c’è, e no perché il problema dei territori è indubbiamente “il” problema: comunque le liste verranno gestite dalle segreterie e lo spazio per le preferenze sarà minimo. Dunque alla fine i partiti sono convinti che ciascuno avrà i suoi supporter.

In questo senso bisogna leggere l’apparentamento del movimento di Cateno De Luca con il centrodestra, dopo che negli anni passati si parlava molto di un civismo solo a sinistra?

Credo che più che altro sia un effetto simulazione. Secondo me un civismo di destra non è propriamente così visibile.

Crede che sia la strada possibile per disinnescare Vannacci, che nel frattempo si sta sgonfiando?

Sì, concorre anche questo ma da questo punto di vista il centrodestra ha al suo interno risorse sufficienti per misurarsi. Inoltre il momento di fortuna di Vannacci si sta esaurendo.

L’ex generale ancora qualche giorno fa ha parlato di un tema come l’Italexit che sembrava essere uscito dai radar della politica italiana. Crede che dinanzi agli elettori questo sia un disco rotto, rispetto a elementi più programmatici come per esempio il nucleare o il piano casa?

Sì, credo di sì. Il tema di poter uscire dall’Europa non è nella nostra tradizione: la Brexit funzionava perché gli inglesi hanno, sia pure pagandola a caro prezzo, una tradizione di isolazionismo. Invece l’isolazionismo italiano non è mai esistito e il sovranismo coinvolge solo delle minoranze.

La rottura rispetto al passato è rappresentata dalla stabilità di questo governo: è un trend ormai riconosciuto?

Il problema è che non esiste più quell’impulso alla mobilità fra le classi dirigenti che è esistito per molto tempo. Ormai la situazione si va abbastanza stabilizzando soprattutto io direi nel centrodestra, nel centrosinistra no. Prevale l’idea di una coalizione che non intende dividersi, pena la sconfitta elettorale. Anche lo stesso Salvini fa solo spettacolo con le sue uscite, poi una volta giunto il momento di governare rientra nei ranghi.

Come si intreccerà il centrismo di Calenda e Marattin in questo scenario?

Sono due discorsi diversi. Calenda ha una sua capacità di stare sulla scena, lo ha dimostrato anche col suo background di competenza: poi purtroppo è eccessivamente solipsista, per cui non riesce a andare oltre un certo limite. Difficilmente si sposterà sul centrodestra, perché la sua forza è proprio quella di non piegarsi alla politica delle bandierine. Marattin invece è una novità assoluta, per cui non si sa se e quanto può riuscire ad incidere.

Qual è l’elemento che la presidente del Consiglio potrà giocare più di altri per raggranellare i voti mancanti al raggiungimento del famoso 42%?

La carta della conservazione tranquilla: una conservazione ragionevole può essere pagante. Magari potrebbe fare una cosa che finora non ha fatto, cioè cercare di mostrare che va al di là dell’idea partitica in sé.

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