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Perché il vertice di Teheran rappresenta una svolta epocale

By: A A
30 October 2026 at 21:05

Dopo il Vertice di Teheran la palla è interamente nel campo dell’Asia occidentale. Gli Stati Uniti non sono nemmeno in gioco

Segue nostro Telegram.

L’immagine trasmessa è stata sensazionale.

Il ministro della Difesa saudita, il principe Khalid, fratello di MbS; il capo dei servizi segreti turchi, Ibrahim Kalin; e il capo delle forze armate pakistane, il feldmaresciallo Asim Munir, tutti e tre membri a pieno titolo dell’Alleanza di Difesa della Mecca, entrano in una sala sontuosa del proverbiale palazzo persiano per salutare – o baciare l’anello – del potentato, pardon, del segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (SNSC), Moshen Rezaee, numero due della struttura di potere iraniana, subito dopo la Guida Mojtaba Khamenei.

Non si trattava dell’Alleanza di Difesa della Mecca che, apparentemente, sfilava in parata – in rappresentanza dei neo-ottomani, degli arabi e dei sudasiatici. Si trattava del Vertice di Teheran – così come definito dai persiani.

L’Iran aveva acconsentito a tenere questo vertice rivoluzionario – in realtà suggerito da Asim Munir durante la sua visita a Teheran la scorsa settimana – solo al di fuori del quadro dell’accordo della Mecca, ed esplicitamente nell’ambito della discussione sulla «sicurezza regionale endogena».

Pertanto, sì, si è discusso di Palestina, Libano, Yemen, sicurezza del Golfo e dello Stretto di Hormuz, nello spirito di ridurre le proverbiali «tensioni regionali» e porre fine alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e l’Asse della Resistenza.

Il Vertice di Teheran potrebbe alla fine significare l’accettazione – riluttante o meno – delle richieste di sicurezza dell’Iran e dello status definitivo dello Stretto di Hormuz, attualmente in fase di elaborazione tramite l’accordo Iran-Oman.

Tutto dipende, ovviamente, da ciò che la Casa dei Saud deciderà alla fine. E questa decisione è direttamente legata al modo in cui Riyadh risolverà il suo sanguinoso conflitto con lo Yemen.

Teheran è stata esplicita: siamo pronti a mediare e ad assistere nella risoluzione della questione yemenita; tuttavia, spetta a Riyadh affrontare – e accettare – le condizioni di Ansarallah. Altrimenti, la guerra – già in corso – continuerà.

Analisi delle «sette condizioni»

È stato il dottor Ali Bagheri Kani, il vicessegretario dell’SNSC di grande competenza, a fornire la migliore visione dall’interno di ciò che veniva discusso al tavolo delle trattative.

  1. Le quattro nazioni hanno identificato Israele come la principale fonte di instabilità regionale, con l’Iran come bersaglio immediato e altri paesi potenzialmente i prossimi (corsivo mio). L’altra fonte sono gli Stati Uniti. Immaginate il principe Khalid che acconsente a tutto quanto sopra.

Un accordo sulla sicurezza duratura in Asia occidentale deve essere costruito dall’interno, senza dipendere da potenze straniere.

Teheran si è posizionata come l’anello centrale (il corsivo è mio) che collega Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Sentitevi liberi di rimanere sbalorditi.

Tutte e quattro le nazioni hanno concordato di proseguire i colloqui. L’Iran coordinerà il prossimo incontro. Non sono ancora state stabilite né la data né la sede.

Aggiunga ora a questo quadro già sbalorditivo uno speciale «Mohsen Rezaee Unplugged»: era decisamente di umore molto più allegro del solito.

Prenda questo passaggio saliente:

«Percepisco la presenza di una nuova atmosfera nella regione. Si è creata grazie alla resistenza del popolo iraniano e alla capacità delle forze armate. Ho avvertito un’atmosfera estremamente positiva nelle discussioni con questi signori».

Pur elogiando «il successo di questa discussione retorica e delle dichiarazioni», Rezaee si è mostrato cauto: «Abbiamo preferito non rilasciare alcuna dichiarazione in questo momento, ma rilasceremo un’unica dichiarazione congiunta in cui concorderemo su questi punti e raggiungeremo un’intesa; l’attuazione di tali questioni sarà concreta e reale, e procederemo in tal senso».

Nel frattempo, rimane un compito sisifeo: come costringere l’Impero della Pirateria a comprendere la diplomazia in Asia occidentale.

Bagheri-Kani: «Gli Stati Uniti devono soddisfare le sette condizioni dell’Iran». Ha poi aggiunto: «Rezaee ha menzionato oggi che il piano di sette giorni potrebbe essere ridotto a cinque giorni o addirittura a quattro».

Analizziamo questi numeri.

Le sette condizioni rimangono le stesse: sono la versione sintetica di quel «gatto morto» ricorrente, il Memorandum d’intesa (MoU), che lo stesso Trump ha strappato e sul quale insiste nel dire che non abbia alcun significato.

Ricapitoliamo: revoca delle sanzioni; cessazione delle minacce militari; riconoscimento del diritto dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare; cessazione del sostegno a Israele; riconoscimento dei diritti sovrani dell’Iran sullo Stretto di Ormuz; cessazione delle interferenze negli affari interni dell’Iran; e fornitura di garanzie credibili contro future aggressioni.
Persino i cammelli nel cuore del Nejd sanno che gli «Eccezionali» non adempiranno mai a nessuno di questi impegni.

Ciò che cambia ora è la tempistica. Secondo il piano originale, nell’improbabile eventualità che gli Stati Uniti avessero soddisfatto le condizioni, il sesto giorno lo Stretto di Ormuz sarebbe stato aperto; e il settimo giorno, come per volere divino, sarebbero iniziati i negoziati.
La nuova proposta di Rezaee può essere interpretata solo come una gioiosa provocazione: tutto può essere fatto in cinque giorni o addirittura in quattro, perché no?

Rezaee sta sostanzialmente affermando che tutte e sette le condizioni rimangono valide; ma se Trump fosse davvero interessato ai negoziati (non lo è: vuole una capitolazione), l’Iran non avrebbe bisogno di attendere sette giorni. Ne bastano quattro.

Qualunque cosa accada in seguito – e dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti potrebbe benissimo verificarsi un attacco militare alla Trump – è Teheran a dettare ancora i tempi. Oltre alle sette condizioni – che costituiscono i prerequisiti per qualsiasi negoziazione. Oltre alla tempistica. Oltre al fatto che, in assenza di progressi, lo Stretto di Ormuz rimarrà chiuso.
Ciò che Bagheri-Kani e Rezaee – i due massimi responsabili della sicurezza – stanno sottolineando è che l’Iran ha presentato una fattura all’Impero della Pirateria. A proposito, ogni singola voce della fattura è già stata approvata dallo stesso Presidente degli Stati Uniti, per quanto egli cerchi di svicolare.

O sicurezza “endogena” o nulla

A prima vista, l’Alleanza di Difesa della Mecca avrebbe dovuto essere vista come un potente allineamento di sicurezza e difesa collettiva guidato dai sunniti.

Eppure l’ultima cosa che l’Impero della Pirateria, strategicamente svantaggiato, si aspetterebbe è che il trio iniziasse a esplorare vie di cooperazione con la nazione che era stato costretto a considerare una minaccia esistenziale.

Non sottovalutate mai i persiani. Dimostrando la loro consueta finezza, ciò che hanno appena fatto è stato ribaltare strategicamente il contenimento dell’Iran.

Nel prossimo futuro l’Iran potrebbe persino prendere in considerazione l’adesione all’Alleanza di Difesa della Mecca – che non pochi studiosi musulmani autorevoli descrivono effettivamente come una blasfemia nei confronti della Mecca.

Prima di ciò, gli «sceicchi del petrolio» – quelle controparti del Golfo Persico dei «chihuahua del Baltico» – potrebbero andare incontro alla loro rovina, qualora si rivelassero incapaci di disinnescare l’incessante incitamento anglo-salafita alle guerre settarie.

Gli iraniani sono devoti della sacra Mecca e di Medina tanto quanto gli yemeniti – poiché entrambi i popoli furono direttamente elogiati dal Profeta (gli iraniani furono indicati come impareggiabili nel discernimento della conoscenza e nella ricerca della saggezza).

E ciò spiega in definitiva perché questo incontro sia stato definito «Vertice di Teheran» – senza alcun nesso con l’idea di un patto della «Mecca».

Per quanto riguarda gli yemeniti, Mohammad Ali al-Houthi, membro chiave del Consiglio politico supremo di Ansarallah, ha posto le cose in chiaro: ha criticato aspramente le affermazioni dell’Arabia Saudita secondo cui la visita del principe Khalid a Teheran mirerebbe a un allentamento delle tensioni nella regione, sottolineando che la retorica diplomatica di Riyadh è in contraddizione con il protrarsi della guerra, del blocco e dell’occupazione dello Yemen.

Dopo il Vertice di Teheran, la Guida Mojtaba Khamenei ha incontrato di persona Mohsen Rezaee. Il Numero Uno che parla con il Numero Due.

Khamenei ha esplicitamente chiesto di porre fine all’attuale stato di «né guerra né pace» garantendo il rispetto delle sette condizioni e «mantenendo il controllo sullo Stretto di Ormuz».

Rezaee ha infatti illustrato a Khamenei l’idea di una sicurezza «endogena» in tutta l’Asia occidentale. Si tratta di una controparte diretta della spinta russa verso l’«indivisibilità della sicurezza» alla fine del 2021, alla quale gli Stati Uniti e la NATO avevano allora risposto con un silenzio elocitante.

Eppure ora la palla è interamente nel campo dell’Asia occidentale. Gli Stati Uniti non sono nemmeno in gioco. Spetta alla Turchia, all’Arabia Saudita, al Pakistan e all’Iran far sì che ciò avvenga.

È morto a 49 anni Francesco Pompilio, addio all’attore de “Il Paradiso delle Signore” e “Buen Camino” con Zalone

30 October 2026 at 15:47

Francesco Pompilio, attore noto tra i suoi lavori per la partecipazione nella terza stagione di “Il Paradiso delle Signore” e anche per la più recente parte ricoperta in “Buen Camino” di Checco Zalone, è morto all’età di 49 anni. Ad annunciare la sua scomparsa è stata la sua agenzia, che in un messaggio pubblicato su Facebook lo ha così ricordato: “Dire che Francesco fosse un attore è riduttivo: Francesco era un’anima generosa che ha scelto di fare del palcoscenico e dello schermo lo specchio della propria umanità, regalando a tutti noi frammenti di verità attraverso ogni personaggio che ha interpretato”.

Pompilio è passato sia dal piccolo che dal grande schermo, recitando anche in alcuni spot pubblicitari. Ha lavorato per un progetto italianissimo e legato alla tv come “Il Paradiso delle Signore”, ma ha anche recitato in “Ripley”, una serie prodotta da Netflix, frutto di una collaborazione italo-americana.

Come si ricordava, però, nella carriera dell’attore scomparso a soli 49 anni non è mancato neanche il cinema, in film anche in questo caso molto diversi tra loro. Ha partecipato, infatti, sia a un film d’autore come “Finalmente l’alba” di Saverio Costanzo che a una commedia leggera come “Buen Camino” di Checco Zalone, dove interpretava Gianni, un pellegrino incontrato durante il cammino di Santiago.

“Francesco ci lascia una grande eredità: l’esempio di un artista autentico, che ha amato profondamente la vita, la famiglia e la creatività. Quando il sipario cala, non svanisce la bellezza di ciò che è stato messo in scena. I suoi progetti passati e futuri, le sue interpretazioni, la sua voce e il ricordo del suo sguardo rimarranno impressi in tutti noi, e di chiunque abbia incrociato il suo cammino” ha scritto sempre nel post pubblicato su Facebook la sua agenzia.

L'articolo È morto a 49 anni Francesco Pompilio, addio all’attore de “Il Paradiso delle Signore” e “Buen Camino” con Zalone proviene da Il Fatto Quotidiano.

Musk o Trump? Chi decide su Starlink all’Ucraina

By: A A
30 October 2026 at 09:10

Il 24 ottobre, l’Ucraina ha annunciato che i suoi sistemi Starlink e Starshield erano di nuovo pienamente operativi dopo oltre una settimana di restrizioni. Nello specifico, il Ministero della Difesa ucraino ha rilevato che la connessione è tornata stabilmente a velocità superiori a 400 km/h, a fronte dei 160 km/h a cui era precipitata giorni prima.
La limitazione, hanno spiegato diversi funzionari ucraini, aveva compromesso la capacità ucraina di intercettare i droni russi in fase di attacco, costringendo le forze armate di Kiev ad annullare alcune operazioni già pianificate.

Segue nostro Telegram.

Tuttavia, a brevissima distanza dal ripristino della piena operatività dei sistemi Starlink a disposizione di Kiev, Elon Musk, amministratore delegato di Space-X, ha accusato l’esercito ucraino di aver violato i termini di servizio.

In un post sul suo profilo X, il magnate di origini sudafricane ha affermato che: «l’uso di Starlink, un servizio commerciale civile, per attacchi con droni offensivi volti a uccidere persone non è mai stato consentito, né dovrebbe esserlo. Starshield è un sistema diverso ed è controllato dal governo degli Stati Uniti. Ciò che decidono di fare spetta a loro».

L’esercito ucraino «ha violato i termini di servizio di Starlink e lo ha utilizzato per attacchi con droni offensivi volti a uccidere persone. Quella falla è stata chiusa la settimana scorsa».

Starlink «rimane cruciale per la difesa dell’Ucraina, poiché è l’unico sistema che non può essere disturbato o distrutto, almeno per ora. Se Starlink venisse spento, il fronte ucraino collasserebbe immediatamente. Questa non è una minaccia, è semplicemente un dato di fatto.

Il sistema si è rivelato cruciale per «impedire alla Russia di sopraffare l’Ucraina nei primi giorni della guerra, poiché tutti gli altri mezzi di comunicazione erano stati distrutti o disturbati dalla Russia».

Space-X «ha fatto molto di più per difendere l’Ucraina di qualsiasi altra azienda privata sulla Terra. Detto questo, non provo che disprezzo assoluto per i guerrafondai che fanno la morale e spingono per un massacro senza fine, senza offrire alcuna soluzione realistica al conflitto. Che possano bruciare all’inferno. Fine della storia».

Starlink è un sistema internet satellitare gestito da Space-X, mentre Starshield è una versione che si avvale della tecnologia Starlink per scopi militari gestita dal governo degli Stati Uniti.

Questa integrazione rende quantomeno ambigua la posizione di Starlink, mettendo in seria discussione la natura privata della casa madre Space-X.

Quella del connubio pubblico-privato negli Stati Uniti è una storia vecchissima, ma che trova negli anni Cinquanta uno dei suoi momenti decisivi.

All’epoca, in piena Guerra Fredda, lo spauracchio sovietico, agitato con cieca ossessività specialmente in seguito allo shock generato dal lancio dello Sputnik (1957) e all’entrata in servizio del bombardiere strategico Tupolev-95, si rivelò determinante a costruire un robusto consenso politico attorno alla decisione dell’amministrazione Eisenhower di destinare una quota crescente di risorse al rafforzamento della marina e al potenziamento dei settori di ricerca e sviluppo.

L’onere di gestire le risorse e coordinare gli sforzi in questo senso ricadde sulla Defense Advanced Research Projects Agency (Darpa), un organismo facente capo al Pentagono fondato, al pari della National Aeronautics and Space Administration (Nasa), nel 1958 in conformità all’esigenza di colmare il divario tecnico-scientifico con l’Unione Sovietica.

Mentre il governo moltiplicava le misure di stimolo alle imprese (assegnazione di commesse pubbliche agli atenei, concessione di agevolazioni fiscali, ecc.), la Darpa elaborava una rete di ricerca e condivisione a maglie strettissime, in grado di interconnettere decine di università, start-up e laboratori di ricerca e portare gli Stati Uniti all’avanguardia nel campo cruciale della scienza. Il lancio dei programmi Gemini e Apollo, lo sviluppo dei missili balistici a medio e lungo raggio, la realizzazione dei sottomarini e delle portaerei a propulsione nucleare si devono al contributo determinante apportato dalla Darpa.

Nel 1982, il Congresso approvò il programma di sostegno alle start-up Small Business Innovation Research (Sbir), affidandone la gestione alla Small Business Administration, predisponendo parallelamente la trasformazione della Darpa nel fondamentale canale di collegamento tra imprese e dipartimenti universitari, in grado di assolvere ai compiti di mediazione tecnologica e imprenditoriale necessari alla commercializzazione delle innovazioni che venivano realizzate nei settori di punta (informatica, telecomunicazioni, biotecnologia, semiconduttori, ecc.) dalle società hi-tech a cui il complesso militar-industriale aveva subappaltato parte delle mansioni legate ai comparti di ricerca e sviluppo, nell’ambito della celeberrima Strategic Defense Initiative (Sdi).

Il progetto, concepito dall’amministrazione Reagan e annunciato urbi et orbi nel marzo 1983, puntava alla creazione di un sistema di difesa aerea multistratificato basato su intercettori spaziali in grado di colpire i missili balistici nemici prima che colpissero il suolo statunitense, “superando” così il principio della mutua distruzione assicurata su cui si era imperniata la Guerra Fredda fino a quel momento.

La Sdi, recita un documento del dipartimento di Stato, «si basava su tecnologie avveniristiche, inclusi sistemi laser spaziali non ancora realizzati», il cui sviluppo assorbì enormi risorse pubbliche in larga parte ridistribuite a beneficio delle aziende private sotto il coordinamento della Darpa.

Una volta convertite all’uso civile, le nuove tecnologie ad elevata intensità di capitale messe a punto contestualmente alla Sdi assunsero rapidamente un grado di pervasività – inteso come capacità di trovare applicazione in un numero sbalorditivo di campi sconvolgendone il funzionamento e i rendimenti – tale da scompaginare il vecchio sistema di produzione fordista ad elevata intensità di manodopera riducendo drasticamente la presenza umana sia nella manifattura che nel settore di servizi.

«Non si tralasciò occasione – osserva Giuseppe Guarino – che si prestasse per la stimolazione e la promozione della Information Technology per finalità militari. Ognuna delle sue fasi essenziali, con successiva trasformazione e utilizzazione dei prodotti a fini commerciali, è stata in pratica resa possibile dal sostegno del Dipartimento della Difesa, dalla Nasa e degli altri dipartimenti militari, compresa la Cia […]. Il merito dell’intervento pubblico non è di aver assorbito l’intera produzione della Information Technology, ma di aver contribuito in maniera determinante con i propri acquisti iniziali a far scendere i prezzi a livelli che avrebbero consentito la diffusione civile e commerciale delle innovazioni, nonché con quelli successivi che hanno favorito l’utilizzazione delle nuove tecnologie nell’organizzazione pubblica, anche civile, e la diffusione delle stesse» (1).

La progressiva affermazione del nuovo modello in tutti i comparti dell’economia ha accelerato il processo di “terziarizzazione” dell’economia statunitense, e palesato il ruolo cruciale giocato dallo Stato rispetto al finanziamento dello sviluppo tecnologico realizzato da aziende private.

Negli anni ’90, sotto la direzione del direttore George Tenet, la Cia iniziò a finanziare generosamente le piccole aziende intente a sviluppare tecnologie applicabili a fini di intelligence aggirando le lungaggini che caratterizzano la mastodontica macchina burocratica statunitense. A questo scopo, la Casa Bianca e il Congresso approvarono la creazione di In-Q-Tel, oscura società di venture capital senza scopo di lucro incaricata di finanziare la messa a punto di tecnologie d’avanguardia per conto – o quasi – della Cia. Come riporta il «Wall Street Journal»:  «i vertici In-Q-Tel considerano l’azienda come indipendente, nonostante i legami molto stretti con la Cia e il fatto che quasi tutte le decisioni di investimento sono gestite dall’agenzia di spionaggio […].La presenza di intricati legami è endemica nel venture capital, in cui la conoscenza intima del settore è essenziale per il successo. Le altre società, tuttavia, giocano con il proprio denaro, o quello di privati».

In-Q-Tel «utilizza denaro pubblico, soggetto a severe norme sul conflitto di interessi e, secondo fonti vicine, si tratta di almeno 120 milioni di dollari all’anno. A volte impegna questo capitale secondo modalità che, anche se non intenzionalmente, avvantaggiano gli stessi amministratori dell’azienda in virtù di altre cariche nel settore hi-tech».

Quasi sempre, le scelte di In-Q-Tel «attraggono altri finanziamenti. Ogni dollaro investito in una piccola impresa in genere è accompagnato da 15 dollari provenienti da altre fonti. Questo aumenta le probabilità di successo del piccolo business in questione e rende le sue stock option più preziose».

Nel 2000, In-Q-Tel ha investito somme piuttosto rilevanti in alcune imprese che producevano satelliti e che si occupavano di raccogliere, classificare e analizzare dati sensibili. In breve tempo, la società ha accumulato quote azionarie di maggioranza di decine compagnie hi-tech, così da dettarne gli indirizzi e allinearle alle esigenze di Washington. Opportunamente orientata dai fondi di In-Q-Tel, una compagnia specializzata nell’elaborazione di soluzioni chimiche adatte alla fabbricazione di tappeti sviluppò in breve tempo una specie di sonda in grado di rilevare la presenza di veleni ed altre sostanze chimiche letali in ambienti chiusi, poi sistematicamente impiegata nei teatri di guerra afghano e iracheno.

Parallelamente, In-Q-Tel investì in un’azienda operante nel settore delle antenne satellitari, ricavando sistemi di localizzazione portatili di cui le truppe e le forze speciali Usa si sono servite per segnalare la propria posizione ai centri di comando.

Più recentemente, i capitali di In-Q-Tel hanno finanziato aziende cruciali come Anduril e, soprattutto, Palantir, saldamente integrata nelle macchine militari statunitense, israeliana e ucraina oltre che nella pubblica amministrazione britannica e in molti altri comparti critici.

L’altissimo livello di “collaborazione pubblico-privato” raggiunto negli Stati Uniti grazie a entità come In-Q-Tel è emblematizzato dal cosiddetto “scandalo Datagate”, scoperchiato nel 2013 grazie alle rivelazioni dello “spifferatore” Edward Snowden. In qualità di tecnico impiegato per una società appaltatrice della National Security Agency, Snowden ha documentato con dovizia di particolari l’esistenza di una rete di sorveglianza capillare e massiccia sui miliardi di comunicazioni sia interne che esterne agli Stati Uniti gestita dalla Nsa stessa attraverso Prism. Vale a dire un sistema in grado di assicurare all’intelligence nazionale la possibilità di accedere in maniera diretta ai server di cui si servivano le aziende operanti nel settore dell’alta tecnologia per ottenere qualsiasi tipo di informazione (messaggi, fotografie, e-mail, ecc.).

Entrato in vigore nel 2007 e beneficiando nel corso degli anni della collaborazione di colossi del calibro di Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, Skype, AoL, YouTube e Apple, Prism ha posto la Nsc e anche il Gchq britannico nelle condizioni di acquisire i metadati in transito attraverso i cavi in fibra ottica collegati ai server centrali di Yahoo e Google.

Space-X non ha beneficiato dei fondi di In-Q-Tel, ma del subappalto sistematico ad opera di agenzie statali come la Nasa o dello stesso Pentagono, che come contropartita gode di libero e completo accesso alla tecnologia  Starlink. Al punto da garantirlo a Paesi alleati come l’Ucraina.

La decisione di ridurre prima e ripristinare poi il servizio Starlink a Kiev non fa quindi capo a Elon Musk, ma sui vertici del potere pubblico statunitense a cui Space-X – così come le altre grandi aziende hi-tech statunitensi – rispondono più o meno indirettamente.

NOTE

1) Guarino, Giuseppe, I soldi della guerra. Gli Stati Uniti: spesa militare, innovazione, economia globale, Mondadori, Milano 2003, pp. 67-80.

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