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Musk o Trump? Chi decide su Starlink all’Ucraina

By: A A
30 October 2026 at 09:10

Il 24 ottobre, l’Ucraina ha annunciato che i suoi sistemi Starlink e Starshield erano di nuovo pienamente operativi dopo oltre una settimana di restrizioni. Nello specifico, il Ministero della Difesa ucraino ha rilevato che la connessione è tornata stabilmente a velocità superiori a 400 km/h, a fronte dei 160 km/h a cui era precipitata giorni prima.
La limitazione, hanno spiegato diversi funzionari ucraini, aveva compromesso la capacità ucraina di intercettare i droni russi in fase di attacco, costringendo le forze armate di Kiev ad annullare alcune operazioni già pianificate.

Segue nostro Telegram.

Tuttavia, a brevissima distanza dal ripristino della piena operatività dei sistemi Starlink a disposizione di Kiev, Elon Musk, amministratore delegato di Space-X, ha accusato l’esercito ucraino di aver violato i termini di servizio.

In un post sul suo profilo X, il magnate di origini sudafricane ha affermato che: «l’uso di Starlink, un servizio commerciale civile, per attacchi con droni offensivi volti a uccidere persone non è mai stato consentito, né dovrebbe esserlo. Starshield è un sistema diverso ed è controllato dal governo degli Stati Uniti. Ciò che decidono di fare spetta a loro».

L’esercito ucraino «ha violato i termini di servizio di Starlink e lo ha utilizzato per attacchi con droni offensivi volti a uccidere persone. Quella falla è stata chiusa la settimana scorsa».

Starlink «rimane cruciale per la difesa dell’Ucraina, poiché è l’unico sistema che non può essere disturbato o distrutto, almeno per ora. Se Starlink venisse spento, il fronte ucraino collasserebbe immediatamente. Questa non è una minaccia, è semplicemente un dato di fatto.

Il sistema si è rivelato cruciale per «impedire alla Russia di sopraffare l’Ucraina nei primi giorni della guerra, poiché tutti gli altri mezzi di comunicazione erano stati distrutti o disturbati dalla Russia».

Space-X «ha fatto molto di più per difendere l’Ucraina di qualsiasi altra azienda privata sulla Terra. Detto questo, non provo che disprezzo assoluto per i guerrafondai che fanno la morale e spingono per un massacro senza fine, senza offrire alcuna soluzione realistica al conflitto. Che possano bruciare all’inferno. Fine della storia».

Starlink è un sistema internet satellitare gestito da Space-X, mentre Starshield è una versione che si avvale della tecnologia Starlink per scopi militari gestita dal governo degli Stati Uniti.

Questa integrazione rende quantomeno ambigua la posizione di Starlink, mettendo in seria discussione la natura privata della casa madre Space-X.

Quella del connubio pubblico-privato negli Stati Uniti è una storia vecchissima, ma che trova negli anni Cinquanta uno dei suoi momenti decisivi.

All’epoca, in piena Guerra Fredda, lo spauracchio sovietico, agitato con cieca ossessività specialmente in seguito allo shock generato dal lancio dello Sputnik (1957) e all’entrata in servizio del bombardiere strategico Tupolev-95, si rivelò determinante a costruire un robusto consenso politico attorno alla decisione dell’amministrazione Eisenhower di destinare una quota crescente di risorse al rafforzamento della marina e al potenziamento dei settori di ricerca e sviluppo.

L’onere di gestire le risorse e coordinare gli sforzi in questo senso ricadde sulla Defense Advanced Research Projects Agency (Darpa), un organismo facente capo al Pentagono fondato, al pari della National Aeronautics and Space Administration (Nasa), nel 1958 in conformità all’esigenza di colmare il divario tecnico-scientifico con l’Unione Sovietica.

Mentre il governo moltiplicava le misure di stimolo alle imprese (assegnazione di commesse pubbliche agli atenei, concessione di agevolazioni fiscali, ecc.), la Darpa elaborava una rete di ricerca e condivisione a maglie strettissime, in grado di interconnettere decine di università, start-up e laboratori di ricerca e portare gli Stati Uniti all’avanguardia nel campo cruciale della scienza. Il lancio dei programmi Gemini e Apollo, lo sviluppo dei missili balistici a medio e lungo raggio, la realizzazione dei sottomarini e delle portaerei a propulsione nucleare si devono al contributo determinante apportato dalla Darpa.

Nel 1982, il Congresso approvò il programma di sostegno alle start-up Small Business Innovation Research (Sbir), affidandone la gestione alla Small Business Administration, predisponendo parallelamente la trasformazione della Darpa nel fondamentale canale di collegamento tra imprese e dipartimenti universitari, in grado di assolvere ai compiti di mediazione tecnologica e imprenditoriale necessari alla commercializzazione delle innovazioni che venivano realizzate nei settori di punta (informatica, telecomunicazioni, biotecnologia, semiconduttori, ecc.) dalle società hi-tech a cui il complesso militar-industriale aveva subappaltato parte delle mansioni legate ai comparti di ricerca e sviluppo, nell’ambito della celeberrima Strategic Defense Initiative (Sdi).

Il progetto, concepito dall’amministrazione Reagan e annunciato urbi et orbi nel marzo 1983, puntava alla creazione di un sistema di difesa aerea multistratificato basato su intercettori spaziali in grado di colpire i missili balistici nemici prima che colpissero il suolo statunitense, “superando” così il principio della mutua distruzione assicurata su cui si era imperniata la Guerra Fredda fino a quel momento.

La Sdi, recita un documento del dipartimento di Stato, «si basava su tecnologie avveniristiche, inclusi sistemi laser spaziali non ancora realizzati», il cui sviluppo assorbì enormi risorse pubbliche in larga parte ridistribuite a beneficio delle aziende private sotto il coordinamento della Darpa.

Una volta convertite all’uso civile, le nuove tecnologie ad elevata intensità di capitale messe a punto contestualmente alla Sdi assunsero rapidamente un grado di pervasività – inteso come capacità di trovare applicazione in un numero sbalorditivo di campi sconvolgendone il funzionamento e i rendimenti – tale da scompaginare il vecchio sistema di produzione fordista ad elevata intensità di manodopera riducendo drasticamente la presenza umana sia nella manifattura che nel settore di servizi.

«Non si tralasciò occasione – osserva Giuseppe Guarino – che si prestasse per la stimolazione e la promozione della Information Technology per finalità militari. Ognuna delle sue fasi essenziali, con successiva trasformazione e utilizzazione dei prodotti a fini commerciali, è stata in pratica resa possibile dal sostegno del Dipartimento della Difesa, dalla Nasa e degli altri dipartimenti militari, compresa la Cia […]. Il merito dell’intervento pubblico non è di aver assorbito l’intera produzione della Information Technology, ma di aver contribuito in maniera determinante con i propri acquisti iniziali a far scendere i prezzi a livelli che avrebbero consentito la diffusione civile e commerciale delle innovazioni, nonché con quelli successivi che hanno favorito l’utilizzazione delle nuove tecnologie nell’organizzazione pubblica, anche civile, e la diffusione delle stesse» (1).

La progressiva affermazione del nuovo modello in tutti i comparti dell’economia ha accelerato il processo di “terziarizzazione” dell’economia statunitense, e palesato il ruolo cruciale giocato dallo Stato rispetto al finanziamento dello sviluppo tecnologico realizzato da aziende private.

Negli anni ’90, sotto la direzione del direttore George Tenet, la Cia iniziò a finanziare generosamente le piccole aziende intente a sviluppare tecnologie applicabili a fini di intelligence aggirando le lungaggini che caratterizzano la mastodontica macchina burocratica statunitense. A questo scopo, la Casa Bianca e il Congresso approvarono la creazione di In-Q-Tel, oscura società di venture capital senza scopo di lucro incaricata di finanziare la messa a punto di tecnologie d’avanguardia per conto – o quasi – della Cia. Come riporta il «Wall Street Journal»:  «i vertici In-Q-Tel considerano l’azienda come indipendente, nonostante i legami molto stretti con la Cia e il fatto che quasi tutte le decisioni di investimento sono gestite dall’agenzia di spionaggio […].La presenza di intricati legami è endemica nel venture capital, in cui la conoscenza intima del settore è essenziale per il successo. Le altre società, tuttavia, giocano con il proprio denaro, o quello di privati».

In-Q-Tel «utilizza denaro pubblico, soggetto a severe norme sul conflitto di interessi e, secondo fonti vicine, si tratta di almeno 120 milioni di dollari all’anno. A volte impegna questo capitale secondo modalità che, anche se non intenzionalmente, avvantaggiano gli stessi amministratori dell’azienda in virtù di altre cariche nel settore hi-tech».

Quasi sempre, le scelte di In-Q-Tel «attraggono altri finanziamenti. Ogni dollaro investito in una piccola impresa in genere è accompagnato da 15 dollari provenienti da altre fonti. Questo aumenta le probabilità di successo del piccolo business in questione e rende le sue stock option più preziose».

Nel 2000, In-Q-Tel ha investito somme piuttosto rilevanti in alcune imprese che producevano satelliti e che si occupavano di raccogliere, classificare e analizzare dati sensibili. In breve tempo, la società ha accumulato quote azionarie di maggioranza di decine compagnie hi-tech, così da dettarne gli indirizzi e allinearle alle esigenze di Washington. Opportunamente orientata dai fondi di In-Q-Tel, una compagnia specializzata nell’elaborazione di soluzioni chimiche adatte alla fabbricazione di tappeti sviluppò in breve tempo una specie di sonda in grado di rilevare la presenza di veleni ed altre sostanze chimiche letali in ambienti chiusi, poi sistematicamente impiegata nei teatri di guerra afghano e iracheno.

Parallelamente, In-Q-Tel investì in un’azienda operante nel settore delle antenne satellitari, ricavando sistemi di localizzazione portatili di cui le truppe e le forze speciali Usa si sono servite per segnalare la propria posizione ai centri di comando.

Più recentemente, i capitali di In-Q-Tel hanno finanziato aziende cruciali come Anduril e, soprattutto, Palantir, saldamente integrata nelle macchine militari statunitense, israeliana e ucraina oltre che nella pubblica amministrazione britannica e in molti altri comparti critici.

L’altissimo livello di “collaborazione pubblico-privato” raggiunto negli Stati Uniti grazie a entità come In-Q-Tel è emblematizzato dal cosiddetto “scandalo Datagate”, scoperchiato nel 2013 grazie alle rivelazioni dello “spifferatore” Edward Snowden. In qualità di tecnico impiegato per una società appaltatrice della National Security Agency, Snowden ha documentato con dovizia di particolari l’esistenza di una rete di sorveglianza capillare e massiccia sui miliardi di comunicazioni sia interne che esterne agli Stati Uniti gestita dalla Nsa stessa attraverso Prism. Vale a dire un sistema in grado di assicurare all’intelligence nazionale la possibilità di accedere in maniera diretta ai server di cui si servivano le aziende operanti nel settore dell’alta tecnologia per ottenere qualsiasi tipo di informazione (messaggi, fotografie, e-mail, ecc.).

Entrato in vigore nel 2007 e beneficiando nel corso degli anni della collaborazione di colossi del calibro di Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, Skype, AoL, YouTube e Apple, Prism ha posto la Nsc e anche il Gchq britannico nelle condizioni di acquisire i metadati in transito attraverso i cavi in fibra ottica collegati ai server centrali di Yahoo e Google.

Space-X non ha beneficiato dei fondi di In-Q-Tel, ma del subappalto sistematico ad opera di agenzie statali come la Nasa o dello stesso Pentagono, che come contropartita gode di libero e completo accesso alla tecnologia  Starlink. Al punto da garantirlo a Paesi alleati come l’Ucraina.

La decisione di ridurre prima e ripristinare poi il servizio Starlink a Kiev non fa quindi capo a Elon Musk, ma sui vertici del potere pubblico statunitense a cui Space-X – così come le altre grandi aziende hi-tech statunitensi – rispondono più o meno indirettamente.

NOTE

1) Guarino, Giuseppe, I soldi della guerra. Gli Stati Uniti: spesa militare, innovazione, economia globale, Mondadori, Milano 2003, pp. 67-80.

ARTHUR HERMAN: Musk and others prove that this election cash is king. Will it be enough?

30 October 2026 at 09:00

What lit a fire under billionaire SpaceX CEO Elon Musk this midterm cycle?

He’s given more than $445 million to Republican candidates and causes this year, making him the single biggest disclosed donor in the 2026 midterms — and the biggest single donor in a midterm cycle ever.

According to the most recent data, he’s given:

REPUBLICAN CAVALRY ARRIVES FOR KEN PAXTON AS BIG-BUCKS TEXAS OFFENSIVE OPENS CASH FLOODGATES

  • An estimated $189 million to support Ken Paxton’s Senate bid in Texas.
  • $10 million to the Republican Governors Association campaign fund, including funds for the gubernatorial race in New York State.
  • At least $5 million to the GOP PAC MAGA Inc., which is building a strong ground game in key races in both the House and Senate.

SENATE CONTROL IS A COIN FLIP — AND DEMOCRATS’ PATH RUNS THROUGH TRUMP COUNTRY

All this makes the $288 million Musk gave to help elect President Donald Trump and Republicans in 2024 look miserly.

Why so much more? Because Musk realizes that keeping the Republican majority in Congress has become crucial to America’s secure and prosperous future.

On his social media platform, Musk shared a post last week agreeing that Democrats "must lose" the midterms. Critics claim he’s doing this because he fears investigations by a Democrat-controlled Congress. The truth is, he understands what it takes to build a strong America, and what threatens to tear it down.

He’s not alone. He’s been joined by other tech and financial billionaires who are spending tens of millions to protect America’s future from the Democrats.

WARREN GETS DEFENSIVE WHEN PRESSED ON DEMOCRATS ACCEPTING BILLIONAIRE DONATIONS

Tech entrepreneurs and venture capital giants Marc Andreessen and Ben Horowitz are major contributors to Trump’s MAGA, Inc.

Citadel’s Ken Griffin has spent at least $40 million to support Republican candidates.

Blackstone CEO Steve Schwarzman and his wife Christine have put up almost $32 million to Republican-affiliated political organizations and Super PACs this election cycle.

It’s not just tech billionaires who’ve opened their wallets to the GOP. Uline founders Elizabeth and Richard Uihlein have reportedly put up $124 million for their own Restoration of America PAC, and roofing company ABC Supply Chairman Diane Hendricks has given $25 million to MAGA, Inc.

'DARK MONEY’ GROUP ACCUSED OF 'SCHEME' TO TIP ELECTION IN FAVOR OF DEMOCRATS, MANIPULATE GOP VOTERS

In 2025, we saw the denizens of America’s high-tech sector — Amazon founder Jeff Bezos, Meta CEO Mark Zuckerberg, Apple’s Tim Cook, and key Google executives — paying out millions for Trump’s inauguration festivities. Bezos, Cook, Zuckerberg and OpenAI’s Sam Altman even attended the inauguration in person — as did Elon Musk.

What did they understand about Trump and the GOP that the media didn’t?

This midterm cycle, according to The Washington Post, total Republican-leaning mega-donors have contributed $1.7 billion this cycle with Musk leading the way, compared to $832 million from Democratic-leaning givers.

Critics dismiss these donors as superrich oligarchs and robber barons trying to protect their ill-gotten money. Critics are wrong, tragically wrong. The truth is, the key stewards of our private sector economy are taking bold action to protect America’s future.

That’s because they see two possible paths to the future, and only two. One makes America strong, prosperous and secure, with tax cuts, investment, energy dominance and a strong, unequaled military.

One deals finally with the Iran that has destabilized the Middle East, and killed thousands around the world, including American soldiers in Iraq and Afghanistan, for four decades.

One sees the need to cut what the GAO says could be as much as $500 billion of fraud from the federal budget — the cause that rallied Elon Musk to the DOGE agenda in the first place.

One sees American AI dominance as key to protecting our freedom.

One sees restoring America’s manufacturing and industrial base, as key to protecting prosperity.

All that stands on one side. On the other is a party that makes unsustainable policy promises like "Medicare for All."

A party that will give back the uncontrolled government spending spree that drove cumulative inflation up 21% during the Biden years.

A party cradled in corruption, waste and fraud, as exposed first by DOGE and now by Vice President JD Vance’s anti-fraud task force.

A party that has consistently presented weakness and prevarication to America’s foes, whether it’s Iran or China or the Muslim Brotherhood.

Finally, a party that threatens to mobilize the same radical forces that have turned the streets of France and European cities into battlegrounds.

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The choice is clear to Elon Musk, and our private sector’s best and brightest founders and entrepreneurs. Those 77 million Americans who voted for Donald Trump in 2024, now face the same choice. It is either to return to the voting booth in order to protect America’s safe and prosperous future or hand Congress over to those who want to bring back a bankrupt and discredited past.

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The choice seems easy. It will be America’s tragedy, and ours, if we don’t take it together.

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EasyJet annuncia l’arrivo del Wi-Fi sui suoi voli low cost grazie a Starlink: Ryanair la deride con la pecora di Elon Musk. Ecco come funziona e i prezzi

30 October 2026 at 08:14

La cabina di un volo low cost europeo rappresenta, ad oggi, l’ultimo vero santuario della disconnessione forzata. L’unica zona d’ombra in cui lo smartphone perde la sua onnipotenza, garantendoci un’ora o due di isolamento assoluto tra le nuvole, al riparo da email, notifiche e messaggi. Ma questa bolla di irraggiungibilità ha ormai i giorni contati. Con l’annuncio ufficiale di easyJet, che a partire dal 2027 doterà la propria flotta di connessione Wi-Fi grazie all’installazione delle antenne Starlink, si prepara a cadere anche l’ultimo baluardo dell’offline.

La seconda più importante compagnia a basso costo d’Europa si unisce così alla schiera di aviolinee che hanno bussato alla porta di Elon Musk per fornire internet ad alta velocità ad alta quota. Un servizio che cambierà radicalmente l’esperienza di viaggio, ma che porta con sé un’incognita non da poco per il portafogli dei passeggeri. Il comunicato ufficiale diffuso dalla low cost britannica non chiarisce infatti i termini dell’accordo commerciale, glissando sulla domanda cruciale: la connessione sarà offerta gratuitamente o richiederà un sovrapprezzo? Contattata dal Corriere, una portavoce dell’azienda si è limitata a prendere tempo, dichiarando che “i dettagli sui prezzi ed eventuali modalità di accesso gratuito saranno forniti più avanti”. L’ipotesi più accreditata, considerando il modello di business del vettore, è che la navigazione in volo diventi un servizio extra a pagamento.

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Onde se esconde, afinal, o poder?

30 October 2026 at 00:14

“People have the power”, canta Patti Smith e parecem acreditar os manifestantes que tumultuam as cidades europeias reclamando um futuro. Mas será mesmo assim nos dias de hoje? A democracia, na clássica definição de Abraham Lincoln, é “o governo do povo, pelo povo e para o povo.” Acontece que, na verdade, a democracia é o governo da maioria. Como elucida Alexis de Tocqueville na obra “Democracia na América”, “em todos os países onde o povo é soberano, é a maioria que governa em nome do povo.” O busílis está no facto de essa maioria ser a maioria dos que votam, o que pode levar a que muitos cidadãos não se sintam verdadeiramente representados pelas instituições democráticas.

Talvez seja esse o caso dos jovens que se manifestam nas cidades europeias, causando aquilo que António Guerreiro apelida de “guerra civil planetária”. O mal-estar social que faz emergir movimentos inorgânicos e leva a contestação às ruas expõe os limites da democracia liberal, num tempo em que o poder é cada vez mais difuso e fragmentado. A hiperpolítica, conceito popularizado pelo historiador Anton Jäger no livro homónimo, invadiu o espaço público entendido quer como conceito urbanístico, quer como conceito filosófico de lugar de debate e formação de opiniões.

A politização exacerbada e contínua do espaço público no seu duplo sentido não trará, muito provavelmente, reformas estruturais ou soluções concretas para problemas coletivos. Quando a maré descer, só ficarão na restinga os despojos da degradação das democracias liberais, bem patente na incapacidade dos governos de exercerem a sua autoridade e de conterem a fúria dos manifestantes dentro dos limites da civilidade democrática. Enquadrar a natureza inorgânica e muitas vezes violenta dos movimentos de rua na organização institucional das democracias é, hoje, um dos principais desafios do poder político nos países ocidentais.

Novas geografias do poder

Historicamente, o poder esteve sempre associado a lugares e símbolos identificáveis: o trono, o palácio, o parlamento, o quartel, a fábrica… O poder tinha um rosto, uma hierarquia e um território. Mesmo quando se encontrava disperso por diferentes instituições, era possível reconhecer os seus centros de gravidade e os limites da sua ação. Hoje, a geografia do poder tornou-se mais complexa. Embora o poder continue a habitar os lugares tradicionais, também circula, e cada vez mais, por redes financeiras, infraestruturas tecnológicas, sistemas de informação, plataformas digitais e mecanismos algorítmicos cuja influência nem sempre é visível.

É atribuída a William Shakespeare a frase “o horror visível tem menos poder sobre a alma do que o horror imaginado.” O problema contemporâneo com o poder é, justamente, a sua invisibilidade aos olhos da maioria dos cidadãos. A questão decisiva do nosso tempo já não consiste, por isso, em saber apenas quem governa. Consiste em perceber quem define as condições em que se governa, quem controla os instrumentos que permitem decidir e quem tem capacidade para impor limites aos decisores.

O poder formal nem sempre coincide com a capacidade real de influenciar os acontecimentos. Um governo empoderado pela legitimidade eleitoral pode, ainda assim, estar condicionado por múltiplos poderes difusos. A distância entre a titularidade formal do poder e a capacidade efetiva de intervenção constitui uma das questões centrais das democracias contemporâneas, como se vê pela inépcia dos governos europeus em encontrar respostas para quem protesta nas ruas.

Tradicionalmente, o poder é distribuído por diferentes esferas que se cruzam e ora cooperam, ora entram em conflito. Grosso modo, o Estado conserva os três monopólios legítimos: legislar, tributar e punir. O poder económico condiciona o investimento, o emprego, os salários e a distribuição da riqueza. O poder tecnológico controla infraestruturas essenciais à comunicação, ao acesso à informação e à gestão de dados. O poder mediático participa na definição dos assuntos que merecem atenção coletiva e influencia a formação da opinião pública. E o poder cultural contribui para estabelecer os valores, as aspirações e as representações através das quais uma sociedade questiona a sua própria condição.

Atualmente, estes poderes continuam a existir e a influenciar o modo de vida nas sociedades democráticas. Mas, entretanto, verificou-se a concentração num número restrito de pessoas, grupos ou instituições de poderes com menor visibilidade e, por isso, menos escrutináveis. O poder contemporâneo já não é piramidal, mas sim uma imbricada rede de relações e dependências. Neste sentido, o exercício do poder depende da posição ocupada nessa rede, dos recursos disponíveis e da capacidade de transformar esses recursos em influência.

Longa manus da tecnologia

Nas novas geografias do poder, o capital, a informação e a tecnologia estão, seguramente, entre os fatores que mais condicionam e influenciam quem decide. No caso da tecnologia, a inteligência artificial veio, aliás, acentuar o carácter concêntrico, etéreo, manipulador e inescrutável dos novos instrumentos de poder. De repente, os centros tradicionais de poder ficaram expostos a mecanismos de influência cuja lógica desconhecemos e muito menos controlamos. A inteligência artificial permite ampliar a vigilância, dificultar a identificação de manipulações e concentrar poder nas organizações que controlam os dados, os modelos e a infraestrutura digital.

O pequeno grupo de oligarcas tecnológicos acumula um poder económico, político e social sem precedentes, através do controlo dos sistemas digitais globais. Dispõe de uma extraordinária capacidade de moldar a opinião pública a partir das redes sociais, de avançar sem regras no desenvolvimento da superinteligência, de investir na reversão do envelhecimento celular, de esboroar as regras da privacidade ou de acelerar a crise ambiental. Tudo isto tem efeitos profundos no funcionamento das democracias liberais e até no equilíbrio geopolítico.

Há poucos dias, as forças militares ucranianas deram conta de que os terminais Starshield começaram, sem aviso prévio, a perder conectividade acima de 160 km/h, dificultando a ação dos drones intercetores usados contra os drones russos impulsionados a jato. As limitações à velocidade da rede de internet via satélite desenvolvida pela SpaceX, de Elon Musk, estão a servir para forçar a Ucrânia a ceder a um acordo de paz (ou de capitulação, na verdade) com a Rússia, como deseja a administração Trump.

Um tech oligarch é, portanto, capaz de influenciar decisivamente o desfecho de uma guerra que está a massacrar um povo e que tem implicações profundas na segurança da Europa. É um sinal dos tempos e representa a tendência para impor o poder pela superioridade tecnológica, através de parcerias entre governos e setor privado. Assim será cada vez mais no futuro, considerando a velocidade de desenvolvimento de tecnologias complexas com fins simultaneamente civis e militares.

É claro que a superioridade económica, tecnológica, energética ou militar sempre ditou as regras no mundo, ao longo da História. A diferença é que o poder hoje é cada vez mais difuso e fragmentado, o que torna difícil o seu controlo, limitação e escrutínio democráticos. Das ruas de Paris aos escritórios de Silicon Valley, das corretoras de Wall Street ao estreito de Ormuz, da linha da frente da Ucrânia às redes de bots, dos campos de morte de Gaza ao luxo de Mar-a-Lago, da opacidade dos offshores à sede da ONU, onde se esconde, afinal, o poder?

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