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Bosnia, elicottero precipitato: ecco chi sono le quattro vittime. I ritratti

30 October 2026 at 08:40

Bosnia, elicottero precipitato: ecco chi sono le vittime

Nell’incidente che ha coinvolto un elicottero italiano impegnato nell’ambito dell’operazione Eufor Althea in Bosnia-Erzegovina, sono deceduti quattro militari: due appartenenti all’Esercito Italiano e due al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana (CRI). Ma chi sono le vittime? A perdere la vita sono stati Simone Ruggia e Claudio Marchesi, che appartenevano alla componente aerea dell’Esercito, e il tenente Franco Adriano Zecchillo e la sergente Laura Procacci della Croce Rossa.

Per Procacci – riporta Il Corriere della Sera – era la prima missione internazionale. Originaria di Andria, alla salute aveva dedicato tutta la sua vita: si era trasferita a Roma per studiare Medicina e durante l’Università si era impegnata nella Croce Rossa. Proprio lo scorso marzo aveva giurato come sergente, prima donna a raggiungere il grado di sottufficiale nel Corpo militare volontario della Croce Rossa italiana.

A questo corpo apparteneva anche il lombardo Zecchillo, tecnico di fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare all’Ospedale di Legnano. Dal 1990 tenente della Croce rossa, aveva una grande competenza nelle attività di soccorso e intervento in casi di emergenza. Autore di numerose pubblicazioni, aveva tenuto diversi corsi ed era stato relatore di molte tesi di laurea alle Facoltà di Medicina delle Università di Milano e Varese.

Le vittime dell’Esercito

Ruggia e Marchesi erano tecnici di volo, e facevano parte del Primo reggimento Aviazione dell’esercito “Antares” di Viterbo. Ruggia era originario di Salerno. Era un appassionato di corsa e di immersioni subacquee. Sui social scrivevano di lui: “E tu Simone accetti e superi sempre nuove sfide”. Marchesi, 35 anni, era originario di Orvieto, nel Ternano. Appassionato di sci e calcio, sport che aveva praticato da ragazzo. Oltre ai quattro morti, nella tragedia di ieri si contano anche undici feriti (dieci militari dell’Esercito e uno della Croce Rossa): “Nessuno di loro versa in pericolo di vita“, ha precisato ieri sera il ministero della Difesa.

Da quanto è trapelato ieri sera, il Chinook precipitato subito dopo il decollo era partito mercoledì proprio dalla base nella città laziale, e dopo una tappa all’aeroporto militare di Pratica di Mare, aveva raggiunto la Bosnia. Allo stesso raggruppamento apparteneva anche l’elicottero precipitato ad Abu Dhabi nel 1980, un incidente durante una dimostrazione che costò la vita a tredici persone.

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Russia, chiude Novaja Gazeta: “Ci hanno uccisi”. Cala il silenzio sull’ultimo giornale d’opposizione

Dopo anni di censura, perquisizioni e intimidazioni, la storica testata indipendente annuncia la cessazione delle attività dal 9 novembre. Fondata con il sostegno di Gorbaciov, ha avuto tra le sue firme Anna Politkovskaja, assassinata nel 2006, e tra i direttori il Nobel per la...

Dalle colonne corazzate agli assalti a ondate. Come cambia la guerra russa

30 October 2026 at 07:31

L’esercito russo che combatte oggi in Ucraina ha poco a che vedere con quello che varcò il confine nel febbraio 2022. Le colonne corazzate lanciate in profondità sono sparite. Al loro posto c’è una pressione continua su un fronte ampio, esercitata da piccoli gruppi d’assalto di quattro-otto uomini che avanzano a ondate successive contro lo stesso obiettivo. È il quadro tracciato da Hlib Parfonov in un’analisi pubblicata dalla Jamestown Foundation, in cui l’autore prova anche a tradurre l’esperienza del conflitto in indicazioni operative per i Paesi baltici.

Il primo elemento su cui si concentra Parfonov nella sua analisi è il carattere “sacrificabile” della prima ondata degli attacchi, impiegata in funzione di “ricognizione col fuoco”, con il compito di costringere il difensore a rivelare le proprie postazioni, che vengono poi colpite da successive ondate più pesantemente armate e coordinate con droni e artiglieria. A questo fenomeno si affiancano quelli di frequenti azioni diversive su un fianco per attirare le riserve, così come quelli di cicli di addestramento di due-tre settimane su riproduzioni a grandezza naturale delle località da conquistare.

Il secondo elemento centrale nell’analisi di Parfonov riguarda l’impiego dei droni first person-view. Secondo l’esperto, questa tipologia di sistemi unmanned costituisce oltre il 90% dei sistemi senza pilota impiegati nella zona di combattimento, ed è responsabile di quasi il 70% delle distruzioni di mezzi corazzati russi.  E anche all’interno della categoria si sta assistendo ad una transizione: già a metà 2025 i droni guidati in fibra ottica superavano il 20% dell’impiego totale di droni Fpv, riducendo drasticamente l’efficacia della guerra elettronica.

L’autore valorizza anche l’autocritica russa. I quaderni di sintesi dell’esperienza di combattimento distribuiti alle truppe riconoscono il degrado dell’organico tradizionale, e lo stesso fa il segmento analitico dei canali Telegram filo-bellici. Le squadre di fanteria motorizzata hanno smesso di funzionare come elementi dell’ordine di battaglia e la fanteria si divide ormai tra unità “di tenuta” e “d’assalto”. Inoltre, mantenere una posizione impreparata per più di un giorno costa più perdite dell’attacco.

Come applicare dunque queste lezioni al teatro baltico? Parfonov riprende un’ipotesi operativa su un’eventuale offensiva contro la Lettonia, in cui l’attacco non punterebbe alle grandi città, ma seguirebbe invece l’asse Daugavpils-Rēzekne-Jēkabpils-Jelgava fino a Tukums, per spezzare il Paese, isolare Riga e imporre un “negoziato” alle condizioni di Mosca. Uno scenario plausibile, ma non con i numeri attuali: delle circa 17 divisioni previste per il 2025, infatti, la Russia ne ha costituite appena quattro, mentre il reclutamento di circa 400mila contrattisti basta a malapena a compensare le perdite. Cifre non sufficienti, conclude l’autore dell’analisi, per permettere la messa in atto di una simile operazione.

Bolsonaro jr, il giallo del viaggio da 150.000 dollari pagato “da un conto degli Stati Uniti”. La “manina” sospetta del consigliere di Trump

30 October 2026 at 05:39

Il jet privato con cui Flávio Bolsonaro ha lasciato il Brasile per raggiungere gli Stati Uniti è stato prenotato e pagato da un intermediario del settore aeronautico attraverso un conto bancario americano. Lo ha riferito all’Afp Luis Grande, proprietario della compagnia argentina Baires Fly, che ha effettuato il volo. Il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, sconfitto domenica alle elezioni presidenziali da Lula, ha raggiunto la Florida dopo essere fuggito in Argentina, mentre in Brasile è indagato per presunto riciclaggio di denaro. “Mi ha contattato un intermediario che conosco da dieci anni e che vive negli Stati Uniti”, ha spiegato Grande, precisando di aver ricevuto un pagamento di 150.000 dollari da un conto americano.

Il New York Times e il Wall Street Journal hanno riferito che il volo sarebbe stato organizzato da un consigliere del presidente Donald Trump. La Casa Bianca non ha commentato. Bolsonaro, che non ha riconosciuto la sconfitta elettorale, è partito nella notte tra martedì e mercoledì dall’aeroporto argentino di Puerto Iguazú, dopo aver attraversato via terra il confine brasiliano insieme alla moglie e alle due figlie.

Secondo quanto riportato dal New York Times, Trump avrebbe agevolato la fuga di Flávio Bolsonaro dal Brasile agli Stati Uniti. Il giornale, citando funzionari statunitensi a conoscenza del piano, scrive che Trump ha ordinato che Bolsonaro fosse accolto in Florida con un permesso di soggiorno temporaneo, che probabilmente sarebbe stato esteso alla residenza permanente. Un funzionario della Casa Bianca avrebbe anche organizzato il jet privato che ha trasportato Bolsonaro e la sua famiglia a Miami, secondo quanto riportato dal Times.

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Medio Oriente nel caos, 4 petroliere in fiamme a Hormuz, missili Houthi contro l’Arabia. Trump con i vertici militari Usa alla Casa Bianca

30 October 2026 at 05:26

Le forze armate iraniane hanno annunciato che quattro petroliere sono state colpite da mine navali e hanno preso fuoco nello Stretto di Hormuz, che gli Stati Uniti sostengono di aver in gran parte bonificato. Secondo i Guardiani della Rivoluzione, tre imbarcazioni avrebbero urtato le mine mentre tentavano di attraversare una rotta non autorizzata nella parte meridionale dello Stretto, dopo aver disattivato radar e sistemi di navigazione e ignorato gli avvertimenti iraniani. L’esercito di Teheran ha successivamente riferito di un quarto tanker danneggiato e incendiato nelle stesse circostanze. Non sono state precisate le bandiere delle navi né la provenienza dei carichi.

L’agenzia britannica per la sicurezza marittima UKMTO ha segnalato un’imbarcazione in fiamme al largo dell’Oman e una petroliera colpita da un proiettile, di cui non è stata identificata la natura. In quest’ultimo episodio non si registrano feriti. Non è ancora chiaro se le due navi siano tra le quattro che, secondo Teheran, avrebbero urtato mine navali nello Stretto di Hormuz.

L’Iran considera illegittimo il passaggio delle navi lungo il corridoio meridionale dello Stretto di Hormuz, vicino alle coste dell’Oman. “La rotta non autorizzata è minata e gli armatori e gli equipaggi che decidono di attraversarla lo fanno a proprio rischio e pericolo”, hanno avvertito i Guardiani della Rivoluzione, invitando a non dare credito alle “assurdità diffuse sui social media dal Centcom”, il comando militare americano per il Medio Oriente e l’Asia.

Gli incidenti riaccendono lo scontro tra Iran e Stati Uniti sulla sicurezza di una delle rotte marittime più importanti al mondo, attraverso la quale, prima della guerra, transitava circa un quinto degli idrocarburi mondiali. Washington sostiene di aver bonificato dalle mine iraniane i principali corridoi di navigazione e di aver contribuito, dall’estate, al transito di 1,5 miliardi di barili di petrolio. Teheran contesta però questa ricostruzione e avverte che le rotte non autorizzate restano minate.

“Dimostrate di aver bonificato lo Stretto di Hormuz con prove indipendenti, non con semplici dichiarazioni“, ha affermato il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione, Hossein Mohebi. In un comunicato separato, i Pasdaran hanno inoltre annunciato di aver catturato un drone da ricognizione statunitense. Secondo quanto riferito, il velivolo, identificato come un MQM-170, sarebbe stato intercettato da un’unità di guerra elettronica durante un’operazione nella parte occidentale dello Stretto di Hormuz.

Un frammento di missile ha ferito un cittadino saudita. L’autorità di protezione civile saudita ha dichiarato che alcune schegge cadute, in seguito all’intercettazione di due missili, hanno ferito un cittadino saudita a Riad. L’intercettazione ha provocato anche danni a un’abitazione e a un veicolo, ha dichiarato il portavoce delle autorità all’agenzia di stampa statale.

Il portavoce degli Houthi, Yahya Saree, ha affermato di avere condotto sei operazioni militari contro l’Arabia Saudita. Secondo la dichiarazione di Saree, gli Houthi hanno preso di mira i seguenti obiettivi: la raffineria petrolifera di Ras Tanura con un missile balistico, l’impianto Aramco ad Abqaiq con un missile, l’Aeroporto internazionale Re Khalid di Riad con numerosi missili, l’aeroporto internazionale King Fahd di Dammam con un drone, la raffineria petrolifera di Rabigh con un missile balistico, il Quartier generale delle truppe saudite nella regione di Najran. L’Arabia Saudita non ha ancora confermato le affermazioni degli Houthi.

Il presidente americano Donald Trump non permetterà che il conflitto con l’Iran si trasformi in una “guerra senza fine”. Lo ha assicurato il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, durante un incontro con gli elettori organizzato da Fox News a Fort Worth, in Texas, difendendo la campagna militare dell’amministrazione americana in Medio Oriente.

Il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), l’ammiraglio Brad Cooper, ha informato il Presidente americano Donald Trump sulle opzioni militari da adottare nei confronti dell’Iran durante una rara visita alla Casa Bianca. Lo riporta il Wall Street Journal, citando fonti ufficiali americane e altre fonti con conoscenza diretta della questione. Secondo il quotidiano, all’incontro hanno partecipato anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il Capo di Stato Maggiore Congiunto, il generale Dan Kyne. L’incontro ha fatto seguito a una riunione tenutasi ieri alla Casa Bianca, durante la quale gli ufficiali militari hanno incontrato il vicepresidente JD Vance, ha affermato una fonte.

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Ucraina, i russi bombardano Kiev e Dnipro: ennesima strage. Incendi e danni: in 350mila senza luce

30 October 2026 at 04:58

Una persona è morta a Kiev e circa 350.000 sono rimaste senza elettricità nella regione di Dnipro in seguito a una nuova ondata di attacchi russi nella notte. Lo riferisce il Kyiv Independent, citando le autorità ucraine. La capitale è stata colpita da alcuni missili balistici che hanno provocato incendi e danni a diversi edifici. Secondo il sindaco Vitali Klitschko, nel distretto di Darnytskyi sono stati colpiti alcuni magazzini, mentre nel vicino quartiere di Dniprovskyi i detriti dei missili sono caduti nei pressi di edifici residenziali, danneggiando un negozio, diverse automobili e le finestre delle abitazioni.

Nella regione di Dnipro, gli attacchi contro le infrastrutture energetiche hanno lasciato senza corrente circa 350.000 persone, secondo il governatore regionale Oleksandr Ganzha. Le squadre di emergenza sono al lavoro per ripristinare le forniture. I nuovi bombardamenti arrivano dopo una giornata particolarmente sanguinosa, durante la quale un attacco russo contro una stazione ferroviaria di Dnipro ha provocato almeno 14 morti e altrettanti feriti. Mosca ha intensificato nelle ultime settimane i raid contro la rete energetica ucraina, prendendo di mira centrali elettriche e infrastrutture del gas in vista dell’inverno.

L’Ucraina ha sospeso informalmente gli attacchi contro le raffinerie petrolifere russe dopo settimane di pressioni da parte del presidente americano Donald Trump. Lo riferisce il Wall Street Journal, citando fonti a conoscenza delle operazioni militari. La pausa, iniziata a metà ottobre, dovrebbe proseguire almeno fino alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti di inizio novembre e potrebbe estendersi anche nelle settimane successive. Secondo il quotidiano, Trump avrebbe chiesto ripetutamente a Kiev di interrompere i bombardamenti contro le infrastrutture petrolifere russe, ritenendoli responsabili dell’aumento dei prezzi dei carburanti.

La richiesta sarebbe stata ribadita dall’inviato americano Jared Kushner durante un incontro con Volodymyr Zelensky il 20 ottobre a Oslo, proponendo una sospensione di 30 giorni come gesto di riconoscenza per gli sforzi diplomatici di Washington. Il presidente ucraino ha tuttavia precisato che non esiste alcun ordine formale di fermare gli attacchi e che le forze armate restano libere di riprenderli. La decisione arriva in un momento di forte tensione tra Washington e Kiev, aggravata dalle recenti limitazioni al servizio satellitare Starlink utilizzato dall’esercito ucraino. Secondo il Wsj, anche alcuni alleati europei avrebbero consigliato a Zelensky di sospendere temporaneamente i raid per evitare ulteriori tensioni con Trump. La Russia, intanto, continua a colpire le infrastrutture energetiche e le città ucraine.

La delegazione russa guidata dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov è arrivata ad Atlanta, negli Stati Uniti, per partecipare alla riunione dei capi delle diplomazie del G20, in programma oggi e domani. Lo riferisce l’agenzia Tass, precisando che l’aereo governativo è atterrato nella capitale dello stato della Georgia dopo un viaggio da Mosca durato 20 ore e 10 minuti, con uno scalo intermedio. La riunione, ospitata dal segretario di Stato americano Marco Rubio, rappresenta uno dei principali appuntamenti preparatori del vertice dei leader del G20, previsto il 14 e 15 dicembre a Doral, vicino a Miami. Non è ancora stata presa alcuna decisione sull’eventuale partecipazione del presidente russo Vladimir Putin, secondo quanto riferito nei giorni scorsi dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov.

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Bosnia, ecco che cosa è successo. L’elicottero italiano in avvitamento e la tragedia: muoiono in 4, i feriti sono 11 (e c’è un precedente)

30 October 2026 at 04:42

Nell’incidente che ha coinvolto un elicottero italiano impegnato nell’ambito dell’operazione Eufor Althea in Bosnia-Erzegovina, sono deceduti quattro militari e i feriti sono 11. Due delle vittime erano appartenenti all’Esercito Italiano e due al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana (CRI). Lo rende noto il ministero della Difesa. A bordo del velivolo si trovavano complessivamente 15 persone. Undici i feriti: stanno ricevendo le cure necessarie e, al momento, nessuno di loro versa in pericolo di vita. La Difesa ha immediatamente disposto l’invio di un’équipe medica italiana per garantire ai feriti il massimo supporto e la migliore assistenza possibile.

“Ci uniamo al dolore dei familiari del sergente Simone Ruggia, del sergente Claudio Marchesi, del tenente del Corpo militare volontario della Croce rossa italiana Franco Adriano Zecchillo e del sergente del Corpo militare volontario della Croce rossa Laura Procacci, che hanno perso la vita servendo l’Italia, la Difesa e l’Esercito”. In un post su X il ministro della Difesa Guido Crosetto rivolge il suo cordoglio ai familiari dei militari caduti nell’incidente in Bosnia-Erzegovina, dove è precipitato un elicottero italiano impegnato nell’ambito dell’operazione Eufor Althea. Quattro i militari che hanno perso la vita: due appartenenti all’Esercito Italiano e due al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana (CRI). I due sergenti appartenevano all’Aviazione dell’Esercito. “L’angoscia e la sofferenza per questo tragico evento cambieranno ciò che avevamo previsto per la Festa delle Forze armate del 4 novembre”, ha aggiunto il ministro.

Che cosa è successo? “È quasi certamente un guasto tecnico”. “Dettagli? Impossibile, è troppo presto, ci potrebbero volere giorni per capire e risalire alle cause”. Al ministero della Difesa, le prime ore dopo la tragedia, sono concentrati su altro, sul bilancio delle vittime, le famiglie da contattare prima che arrivino le notizie dai media, italiani o bosniaci. Poi arrivano brandelli di informazioni aggiuntive, filtra che – riporta Il Corriere della Sera – i piloti si sono salvati, “ed è stato quasi un miracolo”, commentano nel governo. Filtra anche un’ipotesi di guasto specifico, gli esperti di elicotteri hanno guardato il video che è stato postato su Facebook dalla Bosnia, sembra che uno dei due rotori si sia bloccato, o abbia operato un’inversione della rotazione. Almeno questo sembrano raccontare le immagini e i pochi fotogrammi disponibili prima dello schianto: le sequenze di un avvitamento anomalo.

C’è un precedente, stesso elicottero, stessa città. Il Chinook caduto in Bosnia è di Viterbo. E Viterbo ha già pianto per un CH-47 Chinook. Era domenica 30 marzo 1980, aeroporto di Abu Dhabi. La missione si chiamava “Ghibli”, come il vento del deserto: doveva provare che il gigante a due rotori reggeva sabbia e caldo. Volo dimostrativo a quota bassissima, vicino a un hangar. Le pale del rotore posteriore urtano la struttura, l’elicottero si ribalta, i serbatoi si squarciano. In pochi secondi è un rogo. Sei militari muoiono sul colpo, altri quattro nelle 48 ore successive, per le ustioni.

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Il mondo libero ha ancora bisogno dell’America

30 October 2026 at 03:45

Ci vuole molto coraggio per essere ottimisti oggi sull’America devastata da Donald Trump e presa in ostaggio dagli oligarchi dell’intelligenza artificiale. Ci vuole molto coraggio, ma bisogna fare di tutto per cercarlo e trovarlo, in modo da restare aggrappati all’idea dell’America come faro di libertà e democrazia e progresso e prosperità, come è sempre stata al netto delle immense contraddizioni e ingiustizie, particolarmente evidenti proprio negli Stati Uniti, ancora di più che nei Paesi, come il nostro, che dopo la Seconda guerra mondiale sono stati protetti dagli americani e con una maggiore copertura sociale hanno contribuito a costruire il cosiddetto mondo libero e pacifico guidato da Washington.

Sì, il modello di vita occidentale è molto lontano dall’essere perfetto ma, a parte che la perfezione non esiste, avete presente le alternative? Le alternative al modello americano sono l’autoritarismo russo, la dittatura cinese, la teocrazia sciita, il fondamentalismo islamico, per non parlare del nazifascismo e del comunismo.

Quel mondo americano che abbiamo conosciuto oggi è in crisi, spesso vittima del suo stesso successo: la crescita impetuosa della Cina e dell’Asia e la liberazione dell’Europa orientale dal comunismo che, insieme, hanno piegato il sistema industriale e il mercato del lavoro occidentale creando il discontento diffuso dove prima si concentrava la ricchezza, cosa altro sono se non il trionfo del modello americano esportato con la globalizzazione che ha sottratto miliardi di persone ai quattro angoli del pianeta dalla povertà estrema?

Questo modello è stato messo in discussione innanzitutto dall’America, e già prima di Trump. È cominciato tutto alla fine della presidenza di George W. Bush, anche come conseguenza degli interventi militari e democratici post 11 settembre in Medio Oriente che non sono riusciti a centrare l’obiettivo di promuovere in pieno libertà e stato di diritto (eppure gli afghani, e soprattutto le afghane, stavano meglio proprio in quegli anni di febbricitante promozione armata della democrazia, piuttosto che prima o dopo, sotto la sciabola talebana).

Alla fine degli anni di Bush (2000-2008), in reazione al “conservatorismo solidale” di quel tanto bistrattato presidente, sono nati i movimenti bipopulisti che ancora oggi infestano il mondo occidentale: i Tea party a destra, Occupy Wall Street a sinistra. Vent’anni dopo, il nazionalismo becero e ignorante dei Tea Party ha conquistato il Partito Repubblicano e la Casa Bianca, e i movimenti anticapitalisti hanno a poco a poco spostato l’asse politico dei democratici americani a sinistra, fino alla recente fiammata socialista che scalda l’attuale Partito Democratico.

Barack Obama, un po’ per reazione alle campagne mediorientali di Bush un po’ per formazione ideologica, ha assunto il ruolo di amministratore globale del declino americano nei rapporti con il resto del mondo, ma il declino americano non è una condizione dettata dal destino, è una scelta politica ben precisa, uguale e contraria a quella, come si diceva una volta, dell’America che fa il poliziotto del mondo. Obama ha cominciato a ritirare l’America da molti quadranti internazionali, in particolare dall’Europa e dal Medio Oriente, si è messo a guidare il mondo dal sedile del passeggero («leading from behind») e ha cominciato a limitare la propensione americana alla promozione della democrazia che aveva caratterizzato gli anni di Reagan, Clinton e Bush. Dalla Georgia alla Siria, dalla Libia alla Crimea, l’America ha smesso di fare l’America e ha preparato il terreno alla tragedia di Trump, il quale senza avere la grazia di Obama non solo ha cominciato a considerare nemici gli alleati e a intrattenere rapporti fraterni con i peggiori aguzzini del pianeta, ma ha anche cominciato a smantellare quel geniale reticolo di alleanze fatto di organizzazioni multilaterali e internazionali che nel secondo dopoguerra il genio americano ha costruito per guidare il mondo in condivisione con gli alleati.

Trump ovviamente ha fatto molto di più e di peggio, perché è mosso esclusivamente dall’interesse personale, suo e del suo brand, ed è un analfabeta della democrazia che non appartiene a nessuna famiglia politica tradizionale.

Il risultato è che oggi l’America non è più quella «città illuminata sulla collina» che indica la strada verso una società migliore e più giusta.

Le parole dell’Antico Testamento di cui si era appropriato il puritano John Winthrop nel Seicento, e poi soprattutto Ronald Reagan, ma anche Barack Obama proprio per segnare la differenza tra l’America che abbiamo sempre conosciuto e quella di Trump, oggi non hanno più senso.

L’America non è più un modello illuminato cui guardare per costruire un mondo migliore, al contrario è fonte di oscurità e genera tenebre.

Trump, con Xi Jinping e Putin, ha demolito l’ordine mondiale successivo alla Seconda guerra mondiale per far precipitare il mondo nel caos del modello anteguerra.

Prima della catastrofe Trump, con il caro e vecchio ordine internazionale post bellico, le grandi potenze avevano smesso di conquistare e annettere Paesi vicini.

Il sistema di commercio internazionale si basava sulla reciprocità, con dazi bassi e mercati prevalentemente aperti. Non è più così, e Russia e Cina ne hanno approfittato. Dall’inizio del secondo mandato, Trump ha scatenato il potere americano contro gli alleati e i partner, considerati vassalli e scrocconi; ha minacciato di annettersi il Canada e la Groenlandia; e ha cambiato i nomi ai golfi e ai laghi per umiliare ulteriormente i Paesi amici.

Trump ha imposto i dazi più alti su Canada, Giappone, Corea del Sud, India e Unione Europea, e si era dimenticato di imporli alla Russia; e ha abbandonato l’Ucraina, provando pure a saccheggiare la sua ricchezza mineraria per ragioni occulte, a parte la sua palese e gigantesca stupidità, che prima o poi qualcuno riuscirà a spiegare.

Oggi l’America di Trump non è più il garante di un sistema di alleanze tra democrazie e società aperte che la pensano allo stesso modo sui diritti fondamentali, come la libertà, ma è un potere ostile che facilita l’ascesa di tutti i movimenti antidemocratici e illiberali, e che esercita la sua influenza a maggior gloria di un leader che si percepisce imperatore e del suo tornaconto personale.

Non sarà facile restaurare l’America, una volta che il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti uscirà dalla Casa Bianca, ammesso e non concesso, visto il precedente assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, che Trump accetterà di lasciarla democraticamente.

Le elezioni di metà mandato sono il primo test di controllo della democrazia americana, poi ci saranno le elezioni del 2028 a decidere il futuro. Non sono così certo che tutto si svolgerà democraticamente e senza scossoni sociali e costituzionali. Ma anche se tutto andasse per il verso giusto, il prossimo presidente degli Stati Uniti, chiunque egli o ella sarà, dovrà ricostruire l’America e il mondo libero dalle macerie, dovrà riconquistare la fiducia degli alleati e immaginare un nuovo mondo come quello che i predecessori architettarono dopo la Seconda guerra mondiale, possibilmente evitandone una terza. Sarà dura, durissima, ma l’America ha ancora gli uomini, le donne, la forza, il dinamismo, lo spazio, l’innovazione, l’ingegno, e istituzioni solide da 250 anni per poter superare la calamità Trump e tornare di nuovo grande.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 03/26 – “Ritorno al futuro”, in edicola da sabato 31 ottobre ma gia ordinabile qui.

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