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Medio Oriente nel caos, 4 petroliere in fiamme a Hormuz, missili Houthi contro l’Arabia. Trump con i vertici militari Usa alla Casa Bianca

30 October 2026 at 05:26

Le forze armate iraniane hanno annunciato che quattro petroliere sono state colpite da mine navali e hanno preso fuoco nello Stretto di Hormuz, che gli Stati Uniti sostengono di aver in gran parte bonificato. Secondo i Guardiani della Rivoluzione, tre imbarcazioni avrebbero urtato le mine mentre tentavano di attraversare una rotta non autorizzata nella parte meridionale dello Stretto, dopo aver disattivato radar e sistemi di navigazione e ignorato gli avvertimenti iraniani. L’esercito di Teheran ha successivamente riferito di un quarto tanker danneggiato e incendiato nelle stesse circostanze. Non sono state precisate le bandiere delle navi né la provenienza dei carichi.

L’agenzia britannica per la sicurezza marittima UKMTO ha segnalato un’imbarcazione in fiamme al largo dell’Oman e una petroliera colpita da un proiettile, di cui non è stata identificata la natura. In quest’ultimo episodio non si registrano feriti. Non è ancora chiaro se le due navi siano tra le quattro che, secondo Teheran, avrebbero urtato mine navali nello Stretto di Hormuz.

L’Iran considera illegittimo il passaggio delle navi lungo il corridoio meridionale dello Stretto di Hormuz, vicino alle coste dell’Oman. “La rotta non autorizzata è minata e gli armatori e gli equipaggi che decidono di attraversarla lo fanno a proprio rischio e pericolo”, hanno avvertito i Guardiani della Rivoluzione, invitando a non dare credito alle “assurdità diffuse sui social media dal Centcom”, il comando militare americano per il Medio Oriente e l’Asia.

Gli incidenti riaccendono lo scontro tra Iran e Stati Uniti sulla sicurezza di una delle rotte marittime più importanti al mondo, attraverso la quale, prima della guerra, transitava circa un quinto degli idrocarburi mondiali. Washington sostiene di aver bonificato dalle mine iraniane i principali corridoi di navigazione e di aver contribuito, dall’estate, al transito di 1,5 miliardi di barili di petrolio. Teheran contesta però questa ricostruzione e avverte che le rotte non autorizzate restano minate.

“Dimostrate di aver bonificato lo Stretto di Hormuz con prove indipendenti, non con semplici dichiarazioni“, ha affermato il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione, Hossein Mohebi. In un comunicato separato, i Pasdaran hanno inoltre annunciato di aver catturato un drone da ricognizione statunitense. Secondo quanto riferito, il velivolo, identificato come un MQM-170, sarebbe stato intercettato da un’unità di guerra elettronica durante un’operazione nella parte occidentale dello Stretto di Hormuz.

Un frammento di missile ha ferito un cittadino saudita. L’autorità di protezione civile saudita ha dichiarato che alcune schegge cadute, in seguito all’intercettazione di due missili, hanno ferito un cittadino saudita a Riad. L’intercettazione ha provocato anche danni a un’abitazione e a un veicolo, ha dichiarato il portavoce delle autorità all’agenzia di stampa statale.

Il portavoce degli Houthi, Yahya Saree, ha affermato di avere condotto sei operazioni militari contro l’Arabia Saudita. Secondo la dichiarazione di Saree, gli Houthi hanno preso di mira i seguenti obiettivi: la raffineria petrolifera di Ras Tanura con un missile balistico, l’impianto Aramco ad Abqaiq con un missile, l’Aeroporto internazionale Re Khalid di Riad con numerosi missili, l’aeroporto internazionale King Fahd di Dammam con un drone, la raffineria petrolifera di Rabigh con un missile balistico, il Quartier generale delle truppe saudite nella regione di Najran. L’Arabia Saudita non ha ancora confermato le affermazioni degli Houthi.

Il presidente americano Donald Trump non permetterà che il conflitto con l’Iran si trasformi in una “guerra senza fine”. Lo ha assicurato il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, durante un incontro con gli elettori organizzato da Fox News a Fort Worth, in Texas, difendendo la campagna militare dell’amministrazione americana in Medio Oriente.

Il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), l’ammiraglio Brad Cooper, ha informato il Presidente americano Donald Trump sulle opzioni militari da adottare nei confronti dell’Iran durante una rara visita alla Casa Bianca. Lo riporta il Wall Street Journal, citando fonti ufficiali americane e altre fonti con conoscenza diretta della questione. Secondo il quotidiano, all’incontro hanno partecipato anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il Capo di Stato Maggiore Congiunto, il generale Dan Kyne. L’incontro ha fatto seguito a una riunione tenutasi ieri alla Casa Bianca, durante la quale gli ufficiali militari hanno incontrato il vicepresidente JD Vance, ha affermato una fonte.

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Washington Warns Allies of Possible New Strikes on Iran After US Midterm Elections

29 October 2026 at 20:22

The United States has privately warned Middle Eastern allies to prepare for renewed military operations against Iran following the 3 November congressional elections, according to diplomatic sources. Although President Donald Trump has not authorised further strikes, the warnings have heightened concerns about regional escalation, energy infrastructure and the consequences for European economies already facing rising fuel costs.

American officials have advised several governments in the Middle East to prepare for possible new military strikes against Iran after next week’s US midterm elections, raising the prospect of another escalation in a conflict that has already disrupted international energy markets.

According to an Associated Press investigation published on 29 October, two diplomats familiar with the warnings said US officials had urged regional allies to consider the possibility of Iranian retaliation against energy facilities and other critical infrastructure.

The diplomats emphasised that President Donald Trump had not made a final decision to resume military operations.

Nevertheless, Washington’s warnings suggest that preparations are being discussed for a potential campaign extending over several days.

Regional governments are concerned that retaliatory action by Iran or organisations aligned with Tehran could prolong the fighting beyond the duration initially envisaged by the United States.

The White House and American officials declined to comment on the reported communications.

Military Preparations and Political Timing

The warnings come as Trump approaches the final days of campaigning ahead of the 3 November elections.

The president has repeatedly suggested that further military action against Iran could follow the vote, although he has also claimed that the conflict may be approaching its conclusion.

During a campaign appearance in Texas, Trump said the war could end within weeks, while reiterating his insistence that Iran must not acquire nuclear weapons.

The timing of possible military action remains uncertain.

The Pentagon has increased its regional military presence, including the deployment of the aircraft carrier USS Theodore Roosevelt and additional amphibious forces.

Approximately 9,000 military personnel were associated with the deployment announced in September.

However, the movement of forces does not establish that an attack has been authorised or that particular targets have been selected.

American military preparations can also serve as deterrence, signalling and contingency planning.

The distinction is important because the political consequences of renewed strikes would depend on their scale, objectives and Iranian response.

Tehran Maintains That Diplomacy Remains Possible

Iran has indicated that it remains willing to pursue negotiations.

Foreign Minister Abbas Araghchi said on 28 October that Tehran was continuing to consider diplomatic proposals and wanted elements of its earlier ceasefire initiative to form the basis for renewed discussions.

That proposal had previously been rejected by Washington.

The continuing disagreement concerns both the conditions for ending military operations and wider questions about Iran’s nuclear programme.

The United Arab Emirates has urged the parties to seek political solutions and avoid returning to large-scale fighting.

Regional governments face a particularly difficult position because they may be exposed to retaliation even when they are not directly involved in American military operations.

Energy facilities, airports, ports and other infrastructure could become targets during an escalation.

Such attacks would also affect civilian populations and commercial activity beyond the immediate combatants.

The Conflict Has Already Spread

The war involving Iran, the United States and Israel began in late February and has subsequently affected other parts of the Middle East.

Iran-aligned Houthi forces have carried out attacks on Saudi oil infrastructure and airports, prompting retaliatory operations by a Saudi-led coalition against targets in Yemen.

These developments have complicated attempts to contain the conflict geographically.

The United States has not conducted a strike against Iran since early September, according to the reporting available on 29 October.

However, the absence of recent American attacks has not removed the risk of renewed operations.

Regional governments are therefore considering a range of possible developments, including limited strikes, a longer military campaign or retaliatory attacks preceding any American operation.

None of these scenarios should be treated as inevitable.

Europe Faces Another Energy Risk

For the European Union, a renewed confrontation would have implications extending well beyond diplomatic relations with Washington.

The Middle East remains a major source of global oil and liquefied natural gas supplies.

The Strait of Hormuz is particularly important to international energy shipping, connecting producers in the Persian Gulf with markets in Europe and Asia.

An increase in attacks on shipping, production facilities or export terminals could place further pressure on global energy prices.

The consequences would not necessarily be confined to countries purchasing oil or gas directly from the region.

European consumers compete in internationally connected markets, meaning supply disruptions can influence prices even where import arrangements have been diversified.

The EU has substantially reduced its dependence on Russian pipeline gas since 2022, but growing reliance on liquefied natural gas creates exposure to fluctuations in international supply and demand.

A further Middle Eastern escalation could therefore complicate Europe’s efforts to rebuild gas reserves and contain industrial energy costs before winter.

Higher fuel prices would also affect transport, food production and household expenditure.

The Strategic Dilemma for European Governments

European governments must balance several interests.

They support efforts to prevent nuclear proliferation, maintain relations with the United States and preserve stability in the Middle East.

At the same time, they have a direct economic interest in avoiding prolonged disruption to maritime trade and energy production.

A new American military campaign could revive debates concerning the legality, necessity and proportionality of military action, particularly if diplomatic alternatives remain available.

European governments may also face decisions about the protection of their nationals, regional diplomatic missions and commercial shipping.

The immediate significance of Washington’s warnings lies in the possibility of renewed hostilities, not in confirmation that such hostilities have been ordered.

With the American elections approaching, governments across the Middle East and Europe are preparing for developments that remain contingent on decisions in Washington and Tehran.

Whether the warnings lead to military action or renewed diplomacy will determine the next phase of a conflict whose economic effects are already being felt far beyond the region.

Photo: Mass Communication Specialist Seaman Kaylianna Genier / US Navy / Wikimedia Commons (Public Domain).

QatarEnergy Continues LNG Buying Spree to Hedge Future Hormuz Disruptions

29 October 2026 at 18:25
QatarEnergy is buying long-term supplies of liquefied natural gas from the US and other producers as part of a trading strategy designed to generate revenue if exports through the Strait of Hormuz are disrupted in the future, CEO Saad Sherida Al-Kaabi told Reuters on Thursday.

Report: Qatar Offers Iran Deal to End War with U.S.

28 October 2026 at 22:58

Mediators from Qatar reportedly presented Iran with a draft proposal to end its conflict with America and Israel on Sunday, but an Iranian official quickly dismissed the Qatari plan as “unacceptable.”

The post Report: Qatar Offers Iran Deal to End War with U.S. appeared first on Breitbart.

Saudi Tanker Giant Posts 10-Fold Profit Jump as Ship Rates Surge

28 October 2026 at 09:27
Saudi Arabia’s main shipping firm Bahri reported a 10-fold jump in third-quarter profit as its oil tanker business benefited from surging freight rates amid the Iran war.

Gulf states working on multipart peace deal to avert renewal of US-Iran war

Talks are aimed at reopening strait of Hormuz and lifting sanctions on Iran, and for Houthis to withdraw in Yemen

A multipronged peace deal to reopen the strait of Hormuz within four days of sanctions being lifted and for the Houthis to withdraw substantial forces inside Yemen are at the heart of Gulf states’ plans to avert what they regard as a disastrous renewal of war between Iran and the US.

The US is aware of the talks’ progress but is holding out for a concession that European powers suggest could involve Iran allowing UN weapons inspectors back into the country.

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© Photograph: Amirhosein Khorgooi/AP

© Photograph: Amirhosein Khorgooi/AP

© Photograph: Amirhosein Khorgooi/AP

Russia Says Northern Sea Route Transit Cargo to Nearly Double in 2026

27 October 2026 at 20:14
Russia expects cargo transits along the Northern Sea Route (NSR) to more than double in 2026, marking a substantial increase in Arctic shipping despite Western sanctions, although volumes remain far below Moscow’s original ambitions for the route.

Iran Says It Will Take Action Against Sinokor Ships in Hormuz

27 October 2026 at 14:12
Iran’s Persian Gulf Strait Authority said it would take “legal action” against tankers belonging to Sinokor, the world’s biggest oil tanker owner that has carried millions of barrels out of the Strait of Hormuz in recent weeks. 

Bajo el volcán (persa)

By: A A
27 October 2026 at 14:00

Irán y Rusia, ambos sometidos a sanciones que los llevan al olvido, están, de hecho, más alineados que nunca, coordinando todo en un frente común.

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En lo que respecta a Ucrania, Washington podría estar pasando a un modo total de “salvar las apariencias”.

Después de todo, la magnitud de la derrota estratégica del Imperio, sumada al desmoronamiento de Occidente en el país 404, es abrumadora. A esto se suma la derrota estratégica en Irán y el implacable golpe que Yemen le está asestando a la Casa de Saud.

El gran maestro Lavrov lo expresó así:

Occidente nunca volverá a ser el actor principal que dicta las condiciones”.

La tentación de identificar un camino más directo hacia un orden mundial multinodal y policéntrico puede ser grande —a raíz de todas esas concesiones descabelladas y sin precedentes de Trump a Moscú—. Pero entonces siguen llegando las verdaderas nubes negras.

El culto a la muerte en Asia Occidental y el Sindicato de Epstein en su conjunto han logrado dominar a toda la masa de neoconservadores rusófobos repartidos por todo el MICIMATT (complejo militar/industrial/congresional/de inteligencia/mediático/académico/de think tanks, según la memorable definición de Ray McGovern) y reconstituir a Irán como la única e indiscutible emergencia de seguridad nacional.

El plan de 7 puntos o nada

El apresurado viaje del mariscal de campo Asim Munir, organizado a última hora desde Islamabad a Teherán a principios de esta semana, al final no pudo mediar en nada.

Munir se reunió con todas las personas importantes. Le preguntó sin rodeos al presidente del Parlamento, Ghalibaf: ¿qué se necesita para encontrar una solución al estancamiento entre Irán y EE. UU.?

Ghalibaf fue contundente —y lo repitió al menos ocho veces durante su reunión—:

Washington debe implementar las condiciones de siete puntos de Irán, que son esencialmente un resumen del memorando de entendimiento (MoU) que ha fracasado una y otra vez, el cual Trump firmó y luego destruyó.

Los siete puntos se propusieron por primera vez a Tweedledum y Tweedledee —Witkoff y Kushner— a través de los qataríes en una ronda anterior de negociaciones indirectas entre Irán y EE. UU.

El presidente Pezeshkian y el secretario del Consejo Supremo de Seguridad Nacional (SNSC), Mohsen Rezaee, en sus reuniones, hicieron hincapié exactamente en lo mismo. Ese es el mensaje que Munir debería transmitir al «sociópata en jefe».

Las fuentes oficiales iraníes no lo confirmarán; solo la versión estadounidense, fuertemente manipulada. Pero es posible que Munir haya transmitido un ultimátum definitivo de EE. UU. a Rezaee, Pezeshkian y Ghalibaf: abandonen su programa nuclear o enfrenten ataques masivos, dirigidos principalmente contra la Montaña del Pico.

Además de los 7 puntos, Mohsen Rezaee le informó nuevamente a Munir —y, por lo tanto, a la Casa Blanca— que ni una sola partícula de polvo nuclear saldrá de Irán. Volviendo a la única posibilidad de retomar las negociaciones: Washington debe aceptar los 7 puntos.

El ministro de Relaciones Exteriores, Araghchi, sigue insistiendo en lo esencial: «Estados Unidos no ha logrado ninguno de sus objetivos de guerra».

Así que la cadena de causalidad es ineludible: no hay victoria militar (ni cambio de régimen); los costos económicos son insoportables; la situación política es insostenible; por lo tanto, la única salida son los siete puntos.

Y, además de todo eso, Teherán controla el tiempo.

Paralelamente, en medio de la «Tormenta Yemení», Saná también controla el tiempo.

Con Aramco —el sustento vital de EE. UU., Israel y los matones salafistas-yihadistas al estilo del ISIS, y una fuente privilegiada de financiamiento para las «guerras eternas»—, ahora en la línea de fuego directa de Ansarallah, el impulso yemení es trabajar «para secar las fuentes del terrorismo».

Sin embargo, Riad está redoblando la apuesta, amenazando con bombardear cada reunión de tribus yemeníes. Si eso ocurre, más de un millón de yemeníes más se unirán a las Fuerzas Armadas de Yemen y marcharán hacia la frontera entre Yemen y Arabia Saudita.

Después de todo, las tribus, bien entrenadas y fuertemente armadas, solo están esperando una orden del líder de Ansarallah, Abdul-Malik Badr al-Din al-Houthi, para invadir el sur de la «Arabia Saudita» y recuperar las tres provincias —Najran, Jizan y Asir— que son tierras ancestrales yemeníes robadas por los británicos en 1934.

Un precio que no te puedes permitir pagar

Se puede desatar el infierno: ahora; pronto; o a más tardar a finales de noviembre. Si llegara a suceder antes, antes de las elecciones israelíes, es un hecho que el impulsor es el culto a la muerte.

El sociópata en jefe prefiere un ataque después de las elecciones de mitad de mandato.

El culto a la muerte está preparando un ataque masivo contra centrales eléctricas iraníes, infraestructura petrolera, objetivos militares e instalaciones nucleares.

Teherán ha advertido repetidamente que cualquier ataque, ya sea conjunto o por separado, por parte de EE. UU. e Israel, será tratado como una «Totalen Krieg», una guerra total, y que la respuesta romperá cualquier límite o restricción.

La inteligencia interna de Irán está totalmente enfocada en un escenario de bombardeos a gran escala que ocurriría antes del próximo martes, día de las elecciones en el culto a la muerte.

Pase lo que pase, la respuesta de Teherán se asegurará de que el precio a pagar sea más que prohibitivo. En cuanto a Israel, Irán contraatacará ambas refinerías israelíes; los puertos de Haifa y Ashdod; todas las bases aéreas; y Dimona, solo si se atacan las propias instalaciones nucleares de Irán.

En caso de un ataque de EE. UU., cualquier monarquía petrolera del Golfo que albergue un punto de lanzamiento se convertirá instantáneamente en un objetivo legítimo, incluyendo redes eléctricas; plantas desalinizadoras; refinerías; puertos; centros de datos; sedes e instalaciones de empresas estadounidenses.

El Estrecho de Ormuz quedaría completamente cerrado. El precio del barril de petróleo se disparará. La economía mundial entrará en una Gran Depresión.

Desde un punto de vista imperial, eso sería tan desolador como que Washington permitiera a Irán administrar el estrecho de Ormuz y cobrar tarifas por el tránsito: en realidad, el humillante fin de la talasocracia unilateral —con la Quinta Flota de EE. UU. teniendo que pedir permiso para entrar o salir de su propia base en ruinas en Bahrein—.

Mohammad Mokhber, uno de los principales asesores del líder Mojtaba Jamenei, subrayó que

si Estados Unidos e Israel atacan nuestra infraestructura petroquímica o nuestras centrales eléctricas, Irán atacará a nueve países».

Además, la agencia de noticias Fars, muy cercana al Cuerpo de la Guardia Revolucionaria Islámica (CGRI), se enteró de una serie de nuevas directivas: si los ataques implican el asesinato de funcionarios iraníes y la muerte de civiles, la respuesta iraní incluirá objetivos políticos asociados con Estados Unidos y todas las naciones que participen en la guerra, además de su infraestructura.

Lavrov y Araghchi reactivan el RIC

En medio de tanto horror, intentemos destacar al menos una tendencia positiva. Durante la reciente visita de Lavrov a Teherán, el ministro de Relaciones Exteriores iraní, Araghchi, fue directo al grano:

Nunca en nuestra historia Rusia e Irán han colaborado tan estrechamente como ahora.

El concepto clave es «Nunca en nuestra historia». Lavrov y Araghchi hablaron de «todo, desde Europa hasta Asia Occidental». Pero especialmente de estos cuatro temas: Líbano, Palestina, Ucrania y Yemen. Sin mencionar todo lo relacionado con la ampliación de la cooperación económica y «nuclear».

La cooperación económica se refiere especialmente al INSTC —el Corredor Internacional de Transporte Norte-Sur que conecta a tres socios de los BRICS y la OCS: Rusia, Irán e India.

Vean mi documental sobre el INSTC filmado en Irán el año pasado.

El Imperio del Caos se basa en sanciones, amenazas y bombardeos. La integración de Eurasia se basa en la construcción de infraestructura, el aumento del comercio y la cooperación soberana.

Por eso, Lavrov y Araghchi tuvieron que reactivar una vez más el RIC: la conexión original entre Rusia, India y China, concebida inicialmente como el Triángulo de Primakov, pero ahora con Irán en lugar de India.

Lavrov propuso que el nuevo RIC estableciera una «estructura de seguridad común» en el Golfo Pérsico mediante una cumbre trilateral. Eso equivale a que el RIC defina un marco unificado para el Estrecho de Ormuz.

La respuesta del Imperio será una mayor desorientación. Porque, una vez más, se trata de la «indivisibilidad de la seguridad» —tal como Rusia se lo propuso a EE. UU. y a la OTAN en diciembre de 2021—. En ese entonces, eso fue recibido con una respuesta que no fue tal.

En cuanto al Líbano, Palestina, Ucrania y Yemen, Lavrov y Araghchi se encontraban en primera línea de combate. Donde tenemos al Imperio del Caos y a sus aliados/vasallos de un lado, y a Rusia y a los aliados de Irán del otro.

Todo está interconectado, por supuesto. Un arco imperial de presión militar se extiende desde Ucrania hasta Yemen. La respuesta gira en torno a cómo coordinar la resistencia (cursiva mía) a dicha presión.

En cuanto a la cooperación económica, tanto Irán como Rusia se encuentran bajo un tsunami de sanciones. Sus bancos han sido expulsados de SWIFT y las exportaciones de petróleo están severamente restringidas. Por lo tanto, el comercio entre ambos países debe eludir el dólar estadounidense; todo el sistema financiero occidental; y la talasocracia impuesta por la Marina de los Estados Unidos.

El conocimiento técnico para eludir las sanciones es algo que Irán y Rusia podrían compartir con todo el Sur Global, a través de liquidaciones en monedas locales; el comercio de trueque; los corredores terrestres; el INSTC; y el comercio a través del mar Caspio.

Y eso nos lleva una vez más al estrecho de Ormuz, que controla Irán. Las petro-monarquías del Golfo están en pánico total. Rusia mantiene canales sólidos tanto con Irán como con el Golfo. Lavrov está en total sintonía con todos ellos. Llevó las preocupaciones del Golfo a Teherán y, a su vez, transmitió las condiciones de Teherán de regreso al Golfo.

Lavrov enfatizó que el Memorando de Entendimiento de Islamabad —que ha sido declarado muerto en repetidas ocasiones— es el único camino a seguir. Exactamente lo que Xi le dijo a Trump en el Despacho Oval. Exactamente lo que los líderes iraníes le dijeron a Asim Munir en Teherán.

También hizo hincapié en que las petro-monarquías del Golfo Pérsico deben ponerse de acuerdo y entablar un diálogo serio sobre seguridad con Irán y las naciones árabes, incluidos vecinos como Irak y Jordania, e involucrar a la Liga Árabe, la Organización para la Cooperación Islámica (OCI) y a los miembros permanentes del Consejo de Seguridad de la ONU.

Una vez más: la indivisibilidad de la seguridad.

Irán y Rusia, ambos sancionados hasta el olvido, están de hecho sincronizados como nunca antes, coordinando todo en un frente común, mientras que el desesperado Sindicato de Epstein permanece atrapado en su propia pesadilla de la «Guerra Eterna».

Traducción:  Observatorio de trabajador@s en lucha

Gas a 97 euro, l’Ue paga già +12 miliardi per il Gnl USA: verso taglio dei consumi

27 October 2026 at 08:23

Il prezzo del gas ha toccato un nuovo picco. L’indice TTF di Amsterdam ha raggiunto quota 97,29 euro al megawattora, una quota che non si registrava dal 2022. Il Brent invece ha registrato un calo dell’1,2%, chiudendo a 115 dollari al barile, mentre il WTI ha fatto segnare una discesa del -1,85% attestandosi a 101,36 dollari al barile.

Il dato in crescita, quello del gas, si scontra quindi con diverse realtà: l’incertezza geopolitica, la ricomposizione delle scorte e la vicinanza con l’inverno. Non aiuta la situazione dei trasporti attraverso Hormuz, dove ora passa verso l’Europa e l’Asia un terzo del metano esportato a Occidente e Oriente rispetto ai volumi precedenti all’inizio del conflitto.

Gas come nel 2022: 97,29 euro al megawattora

Lunedì 26 ottobre, il prezzo del gas all’indice TTF di Amsterdam ha raggiunto quota 97,29 euro al megawattora. Non succedeva dal 2022, dallo scoppio della crisi tra Russia e Ucraina. In serata il prezzo è poi sceso a 95,81 euro al megawattora, comunque un aumento del 2,13% rispetto al giorno precedente e quindi ancora un valore piuttosto elevato. Il superamento dei 100 dollari al megawattora potrebbe essere solo una questione di ore o giorni.

Gli analisti si domandano cosa c’è dietro l’attuale crescita delle quotazioni del gas e le motivazioni sono ormai sempre le stesse, anche se con alcune nuove incertezze. Da una parte i ritardi nella ricomposizione delle scorte, il fatto che si sta avvicinando effettivamente l’inverno e poi ci sono le motivazioni di natura geopolitica, come le incertezze rispetto a nuovi possibili attacchi sull’Iran da parte degli Stati Uniti.

Lo Stretto di Hormuz infatti continua a rappresentare una strettoia fisica e artificiale al passaggio di gas e petrolio verso l’Europa e l’Asia. Ma anche il Qatar, uno dei massimi venditori al mondo di Gnl, con la riduzione della produzione, sta aumentando le importazioni di gas naturale liquido statunitense.

Quanto costa il Gnl Usa: +12 miliardi

Dalla guerra tra Russia e Ucraina, l’Europa ha iniziato a importare Gnl americano. Un prodotto più costoso rispetto al gas russo e che già gravava sul bilancio. Ora con la crisi in Medio Oriente, la pressione per stoccare il gas è ancora più alta.

Considerando solo gli acquisti di gas naturale liquefatto, soprattutto americano, il rincaro nelle bollette europee è di circa 12 miliardi di euro. Miliardi in più, nonostante una domanda inferiore di ben 24 milioni di tonnellate acquistate.

Perché paghiamo così tanto? Il motivo è legato alla forte esposizione al mercato spot, dove i prezzi fluttuano ogni giorno. Come spiega l’analisi del Messaggero, per comprare più Gnl dagli Stati Uniti l’Europa paga da otto mesi i prezzi del giorno segnati dal TTF europeo, quello che ha raggiunto quota 97 euro al megawattora, mentre negli Stati Uniti si paga l’equivalente di 8 euro al megawattora. Dall’inizio della guerra il gas europeo è più che triplicato (+200% nell’ultimo anno).

L’Europa è tra i continenti più esposti: compra circa il 65% del suo Gnl sul mercato spot, mentre un quarto dei suoi contratti a lungo termine sono legati agli indici dei prezzi del gas. Questo perché incompatibile con la politica green che punta alla riduzione dell’utilizzo del gas.

Il livello degli stoccaggi

La situazione però è sotto controllo. Anche se i prezzi del gas naturale sono elevati, l’inverno europeo potrebbe risultare più caldo della media degli scorsi anni e questo potrebbe ridurre la necessità di acquistare ulteriore gas.

Il riempimento a livello comunitario è sotto il 75%, il minimo dal 2009, ma gli stoccaggi italiani sono quasi pieni, al 90%.

Il 29 ottobre si potrebbe parlare di misure di riduzione forzata dei consumi di gas, qualora però la situazione dovesse peggiorare. Per “peggiorare” si intendono temperature più basse rispetto alla media e che necessiterebbero di maggior riscaldamento. In quel caso l’Unione Europea potrebbe ritrovarsi ad affrontare una carenza di gas del 12-15% rispetto alla domanda. È lo scenario peggiore.

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