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“Politici, media e social ci dividono, io canto ciò che ci unisce. Da ex soldato dico che se non capisci l’altro, finisci allo scontro. Il caso Ed Sheeran? Se non si sente di esporsi, va rispettato”: parla James Blunt

30 October 2026 at 05:00

“Airplane Mode”, in uscita il 6 novembre, è il disco con cui James Blunt dice di essersi ritrovato dopo essersi perso. Scritto tra Ibiza e la Svizzera e registrato ai Pig Music Studios di Banbury con la sua band di sempre, nasce come un dialogo con se stesso più che con il pubblico o le radio. Blunt ripercorre il successo di “Back to Bedlam”, il contraccolpo della fama e gli anni passati a scrivere “per piacere agli altri”.

Racconta poi i brani più personali, da “Circles” a “Weight Of It All”, il “tocco umano” contro la musica generata al computer e il legame con l’Italia, le lezioni di canto lirico alla collaborazione con Laura Pausini. Da ex soldato riflette sulla guerra, che definisce una scelta dei politici pagata dai giovani. Poi l’annuncio di un tour europeo che toccherà Milano 27 febbraio 2027 all’Unipol Forum e Firenze il 28 febbraio al Nelson Mandela.

Abbiamo incontrato il cantautore, che si trova in questi giorni a Ibiza: “Passo metà dell’anno a Ibiza e metà in Svizzera, a Verbier: in montagna d’inverno, al sole d’estate”.

“Parte di questo album nasce dal fatto che ho smesso di tornare in studio a Londra, trattando la musica come un lavoro. – ha dichiarato – Ho detto alla mia etichetta: sarò a Ibiza o in Svizzera, e chi vuole lavorare con me verrà lì. Abbiamo allestito uno studio nella mia camera da letto e uno studio qui. Mi è sembrato di scrivere canzoni come da ragazzo, ma parlando del mondo reale, della mia vita e delle mie esperienze, invece di scrivere su commissione. Per questo l’album è forse diverso dai precedenti”.

Qual è la differenza con la prima fase della tua carriera?
Il mio primo album l’ho fatto da giovane con un sogno, e quel sogno si è realizzato in tutto il mondo, con un enorme successo commerciale.

E dopo il successo cos’è accaduto?
Sono arrivate le difficoltà: l’essere una figura pubblica, i media, il contraccolpo. Sono scappato a Ibiza e ho scritto un album molto solitario, pieno di anime perdute (All the Lost Souls, ndr): si capisce dal titolo che non è un disco felice, è quello di qualcuno che lotta.

Qual è stata la conseguenza di tutto questo?
Mi sono ritrovato dentro il music business: un album ogni due anni, canzoni scritte per finire in radio, pensando al pubblico, all’etichetta, ai desideri delle radio. Ma se uno vuole il nero e un altro il bianco, il risultato è solo grigio. Alcune mie canzoni sono buone, ma non so se il mio cuore fosse in ogni brano o in ogni disco.

Stato d’animo attuale?
Oggi sono più grande, in un posto diverso e non devo più dimostrare niente alla casa discografica. Il mio greatest hits è uscito un paio di anni fa, e il greatest hits lo pubblichi quando muori. Se sono morto per il music business, non devo più preoccuparmi del lato commerciale e posso pensare solo alla musica.

E qui arriva “Airplane Mode”. Che approccio hai avuto?
Ho detto alla mia famiglia: non abbiate paura, non preoccupatevi, farò un album un po’ più introverso e scuro. Non una conversazione con il pubblico, ma con me stesso, la persona con cui parliamo di più al mondo, la voce che sentiamo nella testa.

Qual è il rovescio della medaglia?
Scrivere canzoni oneste con se stessi è la cosa più spaventosa, perché la gente le ascolterà e conoscerà i tuoi pensieri più oscuri, le tue debolezze. Ed è questo che ho catturato qui, per questo l’album mi è particolarmente caro.

Cos’hai scoperto di te stesso?
Oggi ho responsabilità diverse. Da giovani si pensa di essere il centro del mondo e che tutto giri intorno a noi. Poi, qualunque lavoro si faccia, si hanno responsabilità verso la famiglia e verso chi lavora con noi, stress e paure. Costruiamo un castello di carte intorno, con il rischio che crolli in qualsiasi momento.

A proposito di crolli, il mondo ha a che fare con una fase durissimi di conflitto e guerre. Sei un ex soldato che idea ti sei fatto?
Sono un musicista, non un modello da seguire: la mia opinione non conta granché. Ma la mia esperienza di guerra mi dice che sono i politici a volerla, per espandere il proprio potere, per avidità o per lasciare un’eredità. E lo fanno a spese delle persone che dovrebbero stare loro più a cuore. Mandano giovani uomini e donne a fare queste cose, e quei giovani perdono la vita. È tremendamente triste.

Qual è il problema di fondo?
Abbiamo politici che sottolineano di continuo le differenze, media che fanno lo stesso e social network basati su algoritmi che premiano commenti e litigi più della compassione e del dialogo. Tutte e tre le cose ci dividono e ci impediscono di vedere la prospettiva dell’altro. Se non capisci il punto di vista di qualcun altro, non puoi coesistere e finisci in guerra.

Esiste una prospettiva migliore?
Viviamo un momento molto triste, in cui sottolineiamo le differenze invece delle somiglianze. Suono in tutto il mondo e canto emozioni umane e in Italia, Germania, Cina, America la gente ama le canzoni perché si riconosce nelle stesse emozioni. Non importa il colore della pelle, la razza, la religione, il sesso o l’orientamento sessuale. Sono fortunato a lavorare in un settore che unisce le persone, mentre i politici no. Siamo arrivati al punto in cui bisognerebbe cominciare a votare in modo diverso.

Che idea ti sei fatto del “caso Ed Sheeran” e l’esclusione di Macklemore dal tour per il sostegno della Palestina?
Non credo che i musicisti siano per forza dei modelli. Non potete farmi domande come se fossi un politico: posso dare la mia opinione, ma sono solo un musicista e la mia competenza è limitata. Se un artista sente di non avere gli strumenti per esprimere un’opinione forte su qualcosa, va rispettato. E quando hai la pressione di un tour intorno, per chi sta fuori è difficile capire cosa sta vivendo quella persona.

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