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Il mondo libero ha ancora bisogno dell’America

Ci vuole molto coraggio per essere ottimisti oggi sull’America devastata da Donald Trump e presa in ostaggio dagli oligarchi dell’intelligenza artificiale. Ci vuole molto coraggio, ma bisogna fare di tutto per cercarlo e trovarlo, in modo da restare aggrappati all’idea dell’America come faro di libertà e democrazia e progresso e prosperità, come è sempre stata al netto delle immense contraddizioni e ingiustizie, particolarmente evidenti proprio negli Stati Uniti, ancora di più che nei Paesi, come il nostro, che dopo la Seconda guerra mondiale sono stati protetti dagli americani e con una maggiore copertura sociale hanno contribuito a costruire il cosiddetto mondo libero e pacifico guidato da Washington.

Sì, il modello di vita occidentale è molto lontano dall’essere perfetto ma, a parte che la perfezione non esiste, avete presente le alternative? Le alternative al modello americano sono l’autoritarismo russo, la dittatura cinese, la teocrazia sciita, il fondamentalismo islamico, per non parlare del nazifascismo e del comunismo.

Quel mondo americano che abbiamo conosciuto oggi è in crisi, spesso vittima del suo stesso successo: la crescita impetuosa della Cina e dell’Asia e la liberazione dell’Europa orientale dal comunismo che, insieme, hanno piegato il sistema industriale e il mercato del lavoro occidentale creando il discontento diffuso dove prima si concentrava la ricchezza, cosa altro sono se non il trionfo del modello americano esportato con la globalizzazione che ha sottratto miliardi di persone ai quattro angoli del pianeta dalla povertà estrema?

Questo modello è stato messo in discussione innanzitutto dall’America, e già prima di Trump. È cominciato tutto alla fine della presidenza di George W. Bush, anche come conseguenza degli interventi militari e democratici post 11 settembre in Medio Oriente che non sono riusciti a centrare l’obiettivo di promuovere in pieno libertà e stato di diritto (eppure gli afghani, e soprattutto le afghane, stavano meglio proprio in quegli anni di febbricitante promozione armata della democrazia, piuttosto che prima o dopo, sotto la sciabola talebana).

Alla fine degli anni di Bush (2000-2008), in reazione al “conservatorismo solidale” di quel tanto bistrattato presidente, sono nati i movimenti bipopulisti che ancora oggi infestano il mondo occidentale: i Tea party a destra, Occupy Wall Street a sinistra. Vent’anni dopo, il nazionalismo becero e ignorante dei Tea Party ha conquistato il Partito Repubblicano e la Casa Bianca, e i movimenti anticapitalisti hanno a poco a poco spostato l’asse politico dei democratici americani a sinistra, fino alla recente fiammata socialista che scalda l’attuale Partito Democratico.

Barack Obama, un po’ per reazione alle campagne mediorientali di Bush un po’ per formazione ideologica, ha assunto il ruolo di amministratore globale del declino americano nei rapporti con il resto del mondo, ma il declino americano non è una condizione dettata dal destino, è una scelta politica ben precisa, uguale e contraria a quella, come si diceva una volta, dell’America che fa il poliziotto del mondo. Obama ha cominciato a ritirare l’America da molti quadranti internazionali, in particolare dall’Europa e dal Medio Oriente, si è messo a guidare il mondo dal sedile del passeggero («leading from behind») e ha cominciato a limitare la propensione americana alla promozione della democrazia che aveva caratterizzato gli anni di Reagan, Clinton e Bush. Dalla Georgia alla Siria, dalla Libia alla Crimea, l’America ha smesso di fare l’America e ha preparato il terreno alla tragedia di Trump, il quale senza avere la grazia di Obama non solo ha cominciato a considerare nemici gli alleati e a intrattenere rapporti fraterni con i peggiori aguzzini del pianeta, ma ha anche cominciato a smantellare quel geniale reticolo di alleanze fatto di organizzazioni multilaterali e internazionali che nel secondo dopoguerra il genio americano ha costruito per guidare il mondo in condivisione con gli alleati.

Trump ovviamente ha fatto molto di più e di peggio, perché è mosso esclusivamente dall’interesse personale, suo e del suo brand, ed è un analfabeta della democrazia che non appartiene a nessuna famiglia politica tradizionale.

Il risultato è che oggi l’America non è più quella «città illuminata sulla collina» che indica la strada verso una società migliore e più giusta.

Le parole dell’Antico Testamento di cui si era appropriato il puritano John Winthrop nel Seicento, e poi soprattutto Ronald Reagan, ma anche Barack Obama proprio per segnare la differenza tra l’America che abbiamo sempre conosciuto e quella di Trump, oggi non hanno più senso.

L’America non è più un modello illuminato cui guardare per costruire un mondo migliore, al contrario è fonte di oscurità e genera tenebre.

Trump, con Xi Jinping e Putin, ha demolito l’ordine mondiale successivo alla Seconda guerra mondiale per far precipitare il mondo nel caos del modello anteguerra.

Prima della catastrofe Trump, con il caro e vecchio ordine internazionale post bellico, le grandi potenze avevano smesso di conquistare e annettere Paesi vicini.

Il sistema di commercio internazionale si basava sulla reciprocità, con dazi bassi e mercati prevalentemente aperti. Non è più così, e Russia e Cina ne hanno approfittato. Dall’inizio del secondo mandato, Trump ha scatenato il potere americano contro gli alleati e i partner, considerati vassalli e scrocconi; ha minacciato di annettersi il Canada e la Groenlandia; e ha cambiato i nomi ai golfi e ai laghi per umiliare ulteriormente i Paesi amici.

Trump ha imposto i dazi più alti su Canada, Giappone, Corea del Sud, India e Unione Europea, e si era dimenticato di imporli alla Russia; e ha abbandonato l’Ucraina, provando pure a saccheggiare la sua ricchezza mineraria per ragioni occulte, a parte la sua palese e gigantesca stupidità, che prima o poi qualcuno riuscirà a spiegare.

Oggi l’America di Trump non è più il garante di un sistema di alleanze tra democrazie e società aperte che la pensano allo stesso modo sui diritti fondamentali, come la libertà, ma è un potere ostile che facilita l’ascesa di tutti i movimenti antidemocratici e illiberali, e che esercita la sua influenza a maggior gloria di un leader che si percepisce imperatore e del suo tornaconto personale.

Non sarà facile restaurare l’America, una volta che il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti uscirà dalla Casa Bianca, ammesso e non concesso, visto il precedente assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, che Trump accetterà di lasciarla democraticamente.

Le elezioni di metà mandato sono il primo test di controllo della democrazia americana, poi ci saranno le elezioni del 2028 a decidere il futuro. Non sono così certo che tutto si svolgerà democraticamente e senza scossoni sociali e costituzionali. Ma anche se tutto andasse per il verso giusto, il prossimo presidente degli Stati Uniti, chiunque egli o ella sarà, dovrà ricostruire l’America e il mondo libero dalle macerie, dovrà riconquistare la fiducia degli alleati e immaginare un nuovo mondo come quello che i predecessori architettarono dopo la Seconda guerra mondiale, possibilmente evitandone una terza. Sarà dura, durissima, ma l’America ha ancora gli uomini, le donne, la forza, il dinamismo, lo spazio, l’innovazione, l’ingegno, e istituzioni solide da 250 anni per poter superare la calamità Trump e tornare di nuovo grande.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 03/26 – “Ritorno al futuro”, in esicila da sabato 31 ottobre ma gia ordinabile qui.

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Trump, le elezioni di midterm, e la triste realtà di un’America ancora febbricitante

A pochi giorni dalle elezioni di metà mandato, gli analisti americani si chiedono se il vantaggio dei democratici segnalato dai sondaggi si tramuterà in una sconfitta del fronte trumpiano sia alla Camera sia al Senato o se, come al solito, il voto per Trump invece è sottovalutato dalle indagini demoscopiche e mercoledì mattina ci sveglieremo con i repubblicani che manterranno perlomeno il Senato. 

Una Camera ancora a guida repubblicana è improbabile, ma la situazione è più aperta al Senato. Martedì sarà rinnovato soltanto un terzo del Senato (trentacinque seggi), e più o meno ovunque in Stati dove i trumpiani sono tradizionalmente molto forti: per conquistare la maggioranza, i democratici dovrebbero conquistare almeno quattro seggi tra quelli occupati dai repubblicani, e non perderne nemmeno uno.

I democratici sembrano in grande vantaggio in luoghi fino a poco tempo fa inimmaginabili per i candidati liberal. In Texas, per esempio, grazie a un ottimo candidato democratico moderato come James Talarico e a un pessimo repubblicano Ken Paxton, un estremista e pasticcione che Trump ha sponsorizzato nei mesi scorsi, costringendo il senatore uscente repubblicano John Cornyn a non ricandidarsi, e la famiglia Bush e lo stratega conservatore Karl Rove ad annunciare il voto per Talarico. 

Insomma, il primo seggio che potrebbe passare di mano è un gentile regalo di Trump ai suoi avversari. Il secondo seggio che pare già assegnato ai democratici è quello della North Carolina, di nuovo a causa di un candidato scelto da Trump. Il terzo seggio che potrebbe andare ai democratici è quello dell’Alaska, un’altra roccaforte repubblicana. Anche qui una buona candidata democratica, Mary Peltola, e un pessimo senatore uscente Dan Sullivan, che tra le altre cose dovrà vedersela con un omonimo che si è candidato come indipendente e che potrebbe fargli perdere qualche voto. Trump ha già mobilitato il ministero della giustizia di Washington, guidato dal suo avvocato personale, per non certificare il risultato dell’Alaska nel caso vincesse la candidata democratica, e ora agita uno scoop del New York Times, momentaneamente non più etichettato come «fake news», secondo cui sarebbero stati proprio i democratici a cercare e a convincere a candidarsi l’omonimo del senatore repubblicano, in modo da confondere gli elettori di Trump in Alaska. Trump ha chiesto l’esclusione della candidata democratica dalla scheda, con l’accusa di brogli elettorali. Non finirà qui.

Poi ci sono il Michigan, dove i democratici difendono il seggio di un loro senatore uscente, e il Maine. In entrambi gli Stati, i democratici hanno restituito il favore a Trump: in Michigan hanno scelto il brillante ma molto radicale Abdul El-Sayed; e in Maine hanno combinato un guaio enorme, scegliendo un candidato populista e progressista, Graham Platner, che a luglio è stato costretto a ritirarsi per vari scandali sessuali. 

I democratici possono ancora vincere in questi due Stati, ma gli analisti si chiedono che cosa sarebbe successo se avessero scelto candidati meno estremisti. Ieri il senatore del Texas Ted Cruz ha detto che se El-Sayed, che è musulmano, fosse eletto al Senato e entrasse nella Commissione sui servizi segreti di Washington, il risultato sarebbe che molti americani morirebbero perché, secondo Cruz, El-Sayed passerebbe le informazioni riservate ai Fratelli musulmani. Questo è il livello degli attacchi delle ultime ore da parte di un senatore che l’altro ieri Trump ha detto che nominerà giudice della Corte Suprema, e non importa che El-Sayed non sia affiliato ai Fratelli musulmani.

I democratici possono anche strappare l’Ohio ai repubblicani, e incredibilmente sono competitivi anche in Iowa, e addirittura in Carolina del Sud, Alabama e Kansas (dove il candidato repubblicano l’altro giorno ha detto che «la situazione economica oggi è la migliore che abbia visto nella sua vita»), a dimostrazione di quanto sia diffuso il sentimento anti Trump, anche facendo la tara della sottovalutazione cronica dell’elettorato trumpiano. 

Prima di festeggiare, però, i democratici farebbero meglio ad aspettare il conteggio reale dei voti, a fare il bilancio dei seggi senatoriali conquistati e di quelli eventualmente persi, e a sperare che la Casa Bianca non passi dalle minacce di colpo di stato ai fatti in caso di sconfitta. Sarebbe ingenuo escludere che Trump possa reagire alla possibile sconfitta organizzando ancora una volta qualcosa di simile al 6 gennaio 2021, quando istigò all’assalto violento del Congresso, se non addirittura qualcosa di più efficace e pericoloso. 

C’è un elemento che, a prescindere dal risultato finale, però non depone a favore del risveglio dell’America dopo la febbre trumpiana, ed è quello secondo cui la prima preoccupazione degli elettori oggi è di gran lunga quella del costo della benzina. 

Non sappiamo ancora se Trump uscirà con le ossa rotte da queste elezioni di metà mandato, ma nel caso in cui le perdesse non sarebbe perché ha ridotto l’America a una barzelletta globale, né per aver distrutto la geniale rete di alleanze internazionali con cui ha governato il mondo negli ultimi ottant’anni, né perché si è alleata con i peggiori ceffi del pianeta, e nemmeno per aver disintegrato decoro, moralità, e nobiltà della politica. 

Gli americani sono insoddisfatti di Trump (martedì vedremo in che quantità) principalmente perché la benzina è diventata troppo costosa. È molto triste che un così palese smantellamento della democrazia americana, l’indebolimento del mondo libero, e il sostegno alle dittature illiberali tradizionalmente nemiche dell’America non suscitino una gloriosa reazione democratica e liberale, come del resto non la suscitò l’assalto violento al Congresso del 6 gennaio 2021. Per la più longeva democrazia del mondo, e per gli alleati che la guardano con nostalgia da lontano, è avvilente accettare l’idea che la causa di un eventuale indebolimento di Trump non sarà il desiderio di riscatto democratico, la difesa dello stato di diritto, e la passione per la libertà, ma il prezzo del pieno di benzina. 

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Le strampalate teorie sulla pace in Ucraina, e il ventre molle italiano

C’è questa bizzarra teoria sulla pace in Ucraina secondo cui la guerra finirà soltanto smettendo di mandare agli ucraini le batterie antimissili che proteggono le città e i civili della nazione aggredita. Il corollario di questa stravagante teoria, che alcuni sostengono sia di sinistra, ma che in realtà è stata già messa in pratica da Donald Trump a maggior gloria di Vladimir Putin, è che dovremmo riprendere i rapporti commerciali, in particolare energetici, con la Russia, che, a quel punto, grazie a questi sedicenti pacifisti, non solo troverebbe i cieli e il terreno liberi per distruggere e avanzare come non gli è riuscito in quasi cinque anni sul campo di battaglia, ma questo avanzamento sarebbe addirittura finanziato dai paesi occidentali.

A dimostrazione che questi non sono pacifisti, ma guerrafondai pro-Russia (grazie, Christopher Hitchens, per la definizione), in effetti è probabile che, seguendo queste idee strampalate, la guerra finisca, ma con essa finirebbe anche l’Ucraina e la difesa dell’Europa (salvo che poi la guerra continuerebbe da qualche altra parte, nel Baltico, in Moldova, in Polonia o altrove, ma dai geopolitici alle vongole che infestano il discorso pubblico italiano non si può pretendere molto di più).

Poi ci sono gli ipocriti, per non dire altro, promotori della soluzione diplomatica e amareggiati per l’assenza dell’Europa in questo processo di pacificazione, i quali, però, dimenticano che la soluzione diplomatica e la presenza europea nel processo di pacificazione sono fallite più volte per il preciso rifiuto russo a partire dal 2014, ma in realtà anche da prima, almeno dal 2008, da quando la Russia ha invaso la Georgia. Il consenso generale, dall’America all’Europa, è stato quello di consentire a Putin di fare più o meno quello che gli piaceva.

Gli stolti, inoltre, dimenticano che ogni giorno, ogni maledetto giorno, da anni, i russi rifiutano tutte le ipotesi negoziali che non siano lo smembramento della nazione ucraina e della sua identità culturale, ancor prima della cessione dei territori contesi.

Dietro la richiesta di nuove iniziative diplomatiche, che i russi peraltro non accettano, c’è un gigantesco e insincero non detto: fin qui la Russia ha rigettato anche le più generose aperture trumpiane, presentategli sui tappeti rossi in Alaska e altrove, anche perché il Cremlino sa – e lavora intensamente affinché ciò accada – che a breve la linea Trump potrebbe prendere il sopravvento anche in Europa, con Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, entrambi filorussi e antieuropei, che a primavera potrebbero contendersi il ballottaggio francese e cambiare la rotta europeista di Emmanuel Macron, il quale peraltro aveva tentato in tutti i modi di far ragionare Putin, usando perfino la famigerata carta del «non umiliare la Russia».

C’è poi l’ascesa dei neonazi e dei rossobruni in Germania. Vedremo se ci sarà un’ondata nera in Spagna, per non parlare del Regno Unito. Arrivano buone notizie – e in controtendenza – dalla Serbia (come già dall’Ungheria e dalla Moldova), dove ieri il governo filorusso di Aleksandar Vučić ha perso le elezioni.

Infine c’è l’Italia, a offrire una grande speranza alla Russia per un 2027 glorioso. Siamo, come al solito, il paese guida della nuova ondata filorussa e rossobruna, con il vicepremier Matteo Salvini che, nel giorno dell’anniversario del patto politico della Lega col partito di Putin, è stato rieletto segretario, promettendo che in Consiglio dei ministri ora si batterà per fermare gli aiuti all’Ucraina.

Una posizione che trova qualche timida accoglienza nel partito del fu «lettone di Putin» e nelle file dei Fratelli d’Italia, minacciati ideologicamente dall’ex generale pro-russo Roberto Vannacci. Per ora, a parole, Giorgia Meloni resiste, anche se un po’ meno nei fatti, ma quanto potrà durare questa posizione sotto costante attacco di Salvini, Vannacci e del centrosinistra a vocazione contiana?

Dall’altra parte, le cose sono speculari e altrettanto deprimenti, con Giuseppe Conte che fece sfilare l’esercito russo lungo le strade italiane durante il Covid, alla guida di una setta anti-occidentale che organizzava viaggi nella Crimea occupata e partecipava festante ai congressi russi del partito unico di Putin.

Conte, come Salvini e Vannacci, con il quale, infatti, vota di conseguenza al Parlamento europeo, si batterà per fermare gli aiuti all’Ucraina assieme alla sinistra-sinistra di Avs e ad alcuni degli aspiranti centristi del campo largo, da Alessandro Onorato a Vincenzo De Luca.

Conte esercita un’egemonia deleteria sulla sinistra, o presunta tale, e costringe sempre più il Partito Democratico ad abbandonare la posizione sull’Ucraina che ha tenuto dal 2022 assieme alla famiglia politica socialista europea, in un’oscena e bizzarra spirale di resa al populismo e alla linea Trump.

Con questo scenario elettorale, che nel 2027 potrebbe smembrare l’Europa e dare il via libera alle mire imperialiste di Mosca, per quale motivo uno come Putin, che finora non ha avuto nessuna intenzione di fermare la guerra, dovrebbe farlo proprio ora, quando la Francia e l’Italia potrebbero facilitargli la strada verso Kyjiv che i suoi carri armati non sono riusciti a percorrere?

La guerra scatenata da Putin si può fermare soltanto in un modo: proteggendo gli ucraini e aiutandoli a respingere missili, droni e scarponi chiodati di Mosca, fino al punto da rendere insostenibile lo sforzo finanziario e umanitario per l’economia e la società russa.

Questa cosa, al momento, la capiscono soltanto i paesi dell’ex Patto di Varsavia, che a ogni elezione democratica spiegano al resto d’Europa di non voler tornare sotto il giogo russo; la Gran Bretagna; i rappresentanti dell’Unione europea; i liberali, i socialisti e i democratici europei; Giorgia Meloni, perfetta a parole, meno con i fatti; e il piccolo ma combattivo spazio politico occupato da Carlo Calenda, Pina Picierno (e in Francia da Raphaël Glucksmann), assieme alla minoranza sempre più martoriata e indebolita del Partito Democratico.

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Schlein fa sul serio, ma le carte le dà ancora Conte

Elly Schlein in occasione dell’ Assemblea nazionale del Partito democratico al Centro congressi La nuvola, Roma, domenica 18 ottobre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Elly Schlein during the Democratic party's national assembly, Rome, Sunday, October 18, 2026 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Sottovalutare Elly Schlein è un errore: potrà piacere o no, ma la segretaria del Pd non è una sprovveduta, come pensano alcuni grandi vecchi del suo partito. Schlein è una seria professionista della politica, brava a farsi scivolare addosso le feroci critiche che riceve dalla destra e a smontare i complotti orditi dentro casa, ma anche pronta a liquidare con una certa spregiudicatezza quel pezzo di partito insoddisfatto dell’addio alla vocazione maggioritaria del Pd.

All’assemblea nazionale di domenica, Schlein ha fatto le sue proposte su sanità, istruzione, ed economia, delineando di fatto il programma del governo di centrosinistra, astutamente senza mai fare cenno a Giuseppe Conte né ad altri fastidiosi ma ininfluenti alleati. La realtà però è leggermente diversa da come l’ha prospettata Schlein davanti ai compagni di partito, perché in questi anni la linea di Conte è stata più egemonica della sua, che al contrario è stata sempre gregaria perché concentrata a tenere insieme i cocci populisti e radicali dell’opposizione.

Alla Nuvola di Roma, Schlein è stata molto abile a trasformare l’improbabile coalizione che vorrebbe guidare fino a Palazzo Chigi in un’alternativa sociale a Giorgia Meloni. Ma non ha fugato i dubbi sulla difesa dell’Ucraina, come hanno sottolineato durante il dibattito Giorgio Gori e qualche altro riformista. Sono rimaste anche le ambiguità su Israele, come ha fatto notare Marco Pierini, così come l’ipocrisia furbetta e truffaldina del “no al riarmo nazionale” e del “sì a quello europeo” come se Schlein non sapesse che l’Europa è una confederazione di Stati e che la difesa (purtroppo) non è materia di competenza di Bruxelles, ma dei singoli paesi membri. Quindi dire di no all’aumento della spesa pubblica sulla difesa e di sì alla difesa comune europea, nel pieno di un attacco russo alle istituzioni democratiche europee, è un modo ingannevole e disonesto per cercare di salvare la rispettabilità europeista del Pd, lasciando però, come imposto dagli alleati di coalizione, che l’Europa resti in balìa delle mire imperialiste russe e degli umori dell’America trumpiana.

Questi dubbi, queste ambiguità, queste ipocrisie nei prossimi mesi dovranno poi confrontarsi con le istanze degli alleati che le alimenteranno ulteriormente, fino a spostare il posizionamento della coalizione di sinistra su territori molto lontani da quello originario e fondativo del Partito Democratico e del socialismo europeo.

È sbagliato sottovalutare Schlein, d’accordo, ma finora a dare le carte è sempre stato Conte, non lei.

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Quelli che non criticano Trump sull’Ucraina non sono pacifisti, ma guerrafondai che tifano per gli avversari

La dimostrazione eclatante che la posizione cosiddetta pacifista sulla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina è, quando va bene, ipocrita si è avuta in queste ore di ennesimo e vile attacco di Donald Trump e Elon Musk all’Ucraina, al suo presidente e al suo popolo.

Trump ha stretto un grottesco, inutile, e inapplicabile accordo con Vladimir Putin sul gasolio russo, in violazione delle leggi del suo Congresso e al solo fine propagandistico interno per scaricare sull’Ucraina, e non sulla guerra in Iran, le responsabilità del prezzo alto della benzina a poche settimane dal voto di metà mandato. Inoltre, da Mar-a-Lago, Trump ha ripreso a insultare e a minacciare Volodymyr Zelensky, dopo qualche mese di pausa, e ha smesso di passare agli ucraini parte delle informazioni di intelligence che servono ad anticipare la difesa della contraerea missilistica. Musk, invece, ha rallentato la connessione di Starlink in Ucraina e ha minacciato di staccare del tutto la spina, costringendo gli ucraini a rinunciare alle azioni belliche con i droni che così tanti danni hanno fatto alle infrastrutture offensive, energetiche e di approvvigionamento russe.

Il risultato della bravata del duo Trump-Musk è che i missili russi ora entrano nello spazio aereo ucraino indisturbati e poi colpiscono i civili ucraini come mai prima d’ora.

In linea generale, se le parole avessero un senso, un pacifista dovrebbe chiedere all’aggressore di fermare gli attacchi e non all’aggredito di smettere di difendersi, invece mai in quasi quattro anni abbondanti di guerra russa all’Ucraina ci sono state iniziative dei leader progressisti italiani o manifestazioni del fronte pacifista per chiedere alla Russia di fermare la guerra.

Ormai è diventato normale, malgrado sia un atteggiamento controintuitivo e moralmente osceno, che il sedicente pacifista italiano chieda all’Europa di non sostenere più l’aggredito, di non fornirgli le batterie antimissili che difendono la popolazione civile dall’attacco russo, e di inviare in Ucraina, anziché missili, un inviato di pace, come se fosse l’Ucraina a volere le guerra, al fine poi di intavolare una trattativa che la Russia non ha nessuna intenzione di intraprendere e che ogni giorno rigetta in tutte le lingue, a meno che la soluzione diplomatica sia la completa resa degli ucraini.

Questo è il teatrino dell’orrore cui assistiamo da oltre quattro anni, inscenato soprattutto da una parte della sinistra che si riempie la bocca della parola pace mentre con i fatti lavora per la continuazione della guerra russa.

Le ultimissime intemerate di Trump e Musk contro Zelensky e l’Ucraina scoperchiano però l’ipocrisia politica di quello che a buon diritto viene chiamato Campo Lavrov.

Qui non si tratta di cambiare linea politica sul “no alle armi” o sulla necessità di far terminare la guerra, né di mettere in difficoltà i leader dei partiti che provano a mantenere unita la coalizione elettorale. Qui ci sono i due più spudorati esponenti della destra nazionalista globale che, prendendosi una pausa dal gettare nel caos il mondo e dal sostenere tutti i movimenti neonazi del pianeta, minacciano l’aggredito, accarezzano l’aggressore cercando anche di fare affari personali, e mettono in pratica un piano di disimpegno per massimizzare le vittime civili ucraine.

Per i capi della sinistra “pacifista” non potrebbe esserci un’occasione più facile e doverosa di questa per criticare Trump e Musk e difendere le vittime innocenti della guerra, anche senza cambiare la linea politica sullo stop all’invio delle armi difensive.

Eppure non c’è stato nessun leader del Campo Largo o del fronte intellettuale pacifista che in queste ore abbia criticato Trump e Musk, dimostrando così in modo plastico l’impostura della posizione “pacifista”, ma anche la fine della gloriosa sinistra anti totalitaria, e la trasformazione del Campo Largo non solo in Campo Lavrov ma anche in Campo Mar-a-Largo.

Un fronte progressista che rifiuta di difendere l’aggredito, che non disturba mai l’aggressore, e che non riesce nemmeno a criticare i due più grandi fascistoni del pianeta impegnati a facilitare l’imperialismo russo può essere definito in qualsiasi modo, tranne che con l’aggettivo progressista.

Il più grande intellettuale della sinistra anti totalitaria, il compianto Christopher Hitchens, aveva svelato la vera natura dei pacifisti pro Saddam Hussein. Una lezione valida anche nel 2026. Oggi i pacifisti italiani non solo pretendono la resa degli aggrediti ucraini e non fanno niente per fermare l’aggressore russo, ma non trovano nemmeno il modo di censurare le mascalzonate di Trump e Musk contro l’Ucraina e l’Europa. Come scriveva Hitchens, questi non sono pacifisti, «non vogliono la pace, sono a favore della guerra, e tifano per gli avversari».

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