❌

Reading view

Sabato non sarà soltanto una prova per Meloni, ma per tutta la politica

Vetrine danneggiate dei negozi di Corso Garibaldi, a Milano, nel corso dei raid di domenica 18 ottobre 2026 (LaPresse)

Si spera che non accadrà nulla di grave, ma è possibile che sabato prossimo la Repubblica italiana si troverà di fronte a una prova difficile: dovrà rispondere alla violenza con gli strumenti democratici dello Stato di diritto. Il che non significa debolezza o resa, ma esercitare l’autorità pubblica, far rispettare le leggi, proteggere i cittadini, isolare i violenti e assicurare alla giustizia chi trasforma una manifestazione in un campo di battaglia. Le leggi esistono già: vanno applicate possibilmente meglio di quanto non si sia fatto a Milano nel weekend scorso, e ancora non si sono capite le ragioni di una mezza disfatta sul campo.

Il 24 si prevede un’altra giornata pesante. C’è da augurarsi che l’intelligence sappia interpretare il tam tam informatico che “dirige” gli Incappucciati e i ragazzini malati di nichilismo per prevenire i disordini. Ieri nel capoluogo lombardo si è tenuto un vertice delle forze dell’ordine, c’erano anche Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, e Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti – una presenza quest’ultima un po’ inquietante, come a voler ergersi a ministro dell’Interno ombra.

C’è da chiedersi cosa la destra pensi di fare. Fulminati dal Quirinale i propositi più bellicosi, ma soprattutto giuridicamente insostenibili, covati dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la prova di sabato verrà affrontata senza misure eccezionali.

Dopodiché, dinanzi a un movimento che non è un movimento ma uno sciame di ribellismo senza obiettivi, può succedere qualsiasi cosa. Se la giornata sarà pacifica, il governo faticherà a sostenere l’esistenza di un’emergenza tale da giustificare misure eccezionali. Se invece torneranno sugli schermi immagini di cassonetti incendiati, vetrine sfondate e agenti aggrediti, Meloni potrebbe presentarsi al Paese con una spiegazione pronta: è accaduto perché non ci hanno consentito di approvare le leggi richieste. La responsabilità ricadrebbe così non solo sui violenti, ma anche su chi avrebbe impedito al governo di dotarsi di strumenti più duri. Sarebbe un gioco molto pericoloso. Si avviterebbe l’antica spirale di violenza. Riapparirebbe da una parte la debolezza di uno Stato che non sa difendere i cittadini e dall’altra l’evocazione di maniere forti al di là dello Stato di diritto.

Certo, se sabato ci saranno violenze, lo Stato dovrà intervenire con determinazione: nessuna indulgenza verso chi aggredisce gli agenti, devasta le città o usa una manifestazione come copertura. Il governo è dunque davanti forse alla sua prova più difficile.

Ma sbaglierebbero le opposizioni se pensassero che si tratta di un problema solo di Meloni. Il centrosinistra finora ha fatto i soliti discorsi sul disagio sociale per condire la scontata condanna della violenza ma poteva fare di più, per esempio organizzando subito una manifestazione contro la violenza. Nemmeno il Pd, che pure è erede di partiti prontissimi a dare una risposta civile, ha prodotto qualcosa di significativo malgrado avesse l’occasione – l’assemblea nazionale di domenica, all’indomani dei fatti di Milano – per un’analisi seria e una responsabile presa di posizione.

La vera sfida di sabato dunque riguarda la tenuta della politica. Vale per il governo in primo luogo. Ma se il gioco si fa duro, il centrosinistra deve cominciare a giocare in prima persona, a difesa delle istituzioni e della libertà nelle nostre città e anche per replicare con i fatti alla campagna della destra che già indica nelle opposizioni i sodali dei violenti. Un minimo di iniziativa, su.

L'articolo Sabato non sarà soltanto una prova per Meloni, ma per tutta la politica proviene da Linkiesta.it.

  •  

La resa del Pd di Schlein alla politica degli incazzati

Per una stranissima coincidenza, la battaglia nel Partito democratico tra sinistra di governo e sinistra populista, finita con la vittoria di quest’ultima e la completa schleinizzazione del partito, ha incrociato temporalmente l’esplosione della violenza giovanile di piazza. Cose diverse, ma un incrocio c’è. Come ha detto Sergio Mattarella, bisogna capire e, insieme, condannare «violenze che emergono in modo inatteso, da soggetti inediti». La sinistra non sembra in grado di capire. Il Movimento degli studenti, nato con motivazioni sensate, è stato rapidissimamente ingoiato dai teppisti. Quel Movimento, in verità un po’ vago e di dimensioni forse non di massa, è chiamato a riprendersi lo spazio che i violenti gli hanno tolto: pare molto difficile, ma si vedrà presto.

Ieri, in un giornale radio della Rai, si è parlato di «casseur, come si dice a Milano», probabilmente confondendo con la «cassoeula», ma inconsapevolmente accostando, e non senza ragione, il fenomeno dei casseurs parigini con questi delinquentelli milanesi, nipotini dei «paninari» che quarant’anni fa fregavano le Timberland ai malcapitati passanti. Solo che questi sono peggio. Il fatto di vivere in periferie difficili non li assolve.

Gli operai della Milano degli anni Cinquanta erano in condizioni peggiori, ma facevano sindacato, non spaccavano le vetrine. Dunque, altro che Sessantotto. Altro che autunno caldo. Qui non c’è alcun ragionamento, meno che mai ideologia. A Herbert Marcuse si è sostituito TikTok («C’è il bordello, brò»). Si torna alla violenza come fatto in sé, a un’orrenda estetica dell’attacco militare che speriamo non sfoci in una qualche «geometrica potenza».

Purtroppo, domenica Elly Schlein non ha fatto nessun’analisi su quanto sta avvenendo. Né altri dirigenti. L’assemblea nazionale è servita ad altro: a fare piazza pulita di dissensi e mugugni e a promettere miliardi agli italiani. Fuori dal partito, anche Walter Veltroni, che è sempre attento a quello che si muove nella società, ha ripetuto che «c’è un malessere di questi giorni che va interpretato». Certo che c’è il malessere. Così come è certo che c’è la follia nichilista. Attenzione a non mescolare piani diversi e a fare i soliti sociologismi. O a battersi il petto con il mea culpa come già fanno i sessantenni della gauche au caviar in certi salotti.

Il fatto è che la sinistra non ha le categorie per capire che dietro questi che distruggono i negozi per rubare i giacconi firmati c’è qualcosa di nuovo e di terribile, cioè lo spappolamento di cervelli rovinati da messaggi di vario tipo scagliati da centri occulti, che siano Elon Musk o Vladimir Putin, veicolati dai social e alimentati dalla demagogia dell’era populista. Una bomba tecnopolitica che travolge razionalità, serietà, cultura, senso dell’ordine.

La sinistra dovrebbe darsi il compito di ricostruire la razionalità perduta non disgiungendolo da quello di fare credibili battaglie. Invece, la sinistra populista è l’esito dell’imbastardimento per cui il popolo ha sempre ragione e gli altri sono l’establishment cattivo. Il riformismo mondiale ha capito troppo tardi che non siamo più nel mondo di ieri, come scriveva Stefan Zweig, quello dello sviluppo progressivo da guidare con la tecnorazionalità macroniana, l’illuminismo degli scandinavi, l’ottimismo obamiano, il pragmatismo renano. C’è qui tutto da ripensare: le cose che ci siamo detti dagli anni Novanta sono in buona parte superate.

Domenica, nel Pd, c’è stata la solennizzazione dell’abbandono della cultura riformista per approdare sui lidi del magma populista, un abbandono che è anch’esso figlio di una colère politica che semplifica – noi buoni, gli altri cattivi – e la fa facile: soldi a tutti e ciao. L’idea che Schlein fornisce è quella di un partito schierato a fianco degli «incazzati» – ormai anche il linguaggio è andato – proprio come teorizza da anni Maurizio Landini, capo della protesta più che autore di una proposta, nella speranza che la massa incazzata possa gonfiare le vele del campo largo.

Questo slittamento del Pd colloca Schlein sullo stesso terreno di Giuseppe Conte, rendendo dunque, nella sostanza, poco interessante il duello tra loro alle primarie, perché le primarie tra due campioni della sinistra populista, senza una seria alternativa di un esponente della sinistra di governo, significano solo lotta tra due apparati e due tifoserie.

Tutto questo, naturalmente, lascia grande spazio a Giorgia Meloni, che nell’anno elettorale apparirà come l’unica pronta a farsi carico del diritto dello Stato a reagire contro i violenti, oltre ad avere la scusa per non fare nulla sui problemi concreti dei giovani. Come al solito, la violenza aiuta la destra. Tanto più con una sinistra che pensa solo ai fatti suoi e non sa più distinguere tra giusto e sbagliato.

L'articolo La resa del Pd di Schlein alla politica degli incazzati proviene da Linkiesta.it.

  •  
❌