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Trump, le elezioni di midterm, e la triste realtà di un’America ancora febbricitante

A pochi giorni dalle elezioni di metà mandato, gli analisti americani si chiedono se il vantaggio dei democratici segnalato dai sondaggi si tramuterà in una sconfitta del fronte trumpiano sia alla Camera sia al Senato o se, come al solito, il voto per Trump invece è sottovalutato dalle indagini demoscopiche e mercoledì mattina ci sveglieremo con i repubblicani che manterranno perlomeno il Senato. 

Una Camera ancora a guida repubblicana è improbabile, ma la situazione è più aperta al Senato. Martedì sarà rinnovato soltanto un terzo del Senato (trentacinque seggi), e più o meno ovunque in Stati dove i trumpiani sono tradizionalmente molto forti: per conquistare la maggioranza, i democratici dovrebbero conquistare almeno quattro seggi tra quelli occupati dai repubblicani, e non perderne nemmeno uno.

I democratici sembrano in grande vantaggio in luoghi fino a poco tempo fa inimmaginabili per i candidati liberal. In Texas, per esempio, grazie a un ottimo candidato democratico moderato come James Talarico e a un pessimo repubblicano Ken Paxton, un estremista e pasticcione che Trump ha sponsorizzato nei mesi scorsi, costringendo il senatore uscente repubblicano John Cornyn a non ricandidarsi, e la famiglia Bush e lo stratega conservatore Karl Rove ad annunciare il voto per Talarico. 

Insomma, il primo seggio che potrebbe passare di mano è un gentile regalo di Trump ai suoi avversari. Il secondo seggio che pare già assegnato ai democratici è quello della North Carolina, di nuovo a causa di un candidato scelto da Trump. Il terzo seggio che potrebbe andare ai democratici è quello dell’Alaska, un’altra roccaforte repubblicana. Anche qui una buona candidata democratica, Mary Peltola, e un pessimo senatore uscente Dan Sullivan, che tra le altre cose dovrà vedersela con un omonimo che si è candidato come indipendente e che potrebbe fargli perdere qualche voto. Trump ha già mobilitato il ministero della giustizia di Washington, guidato dal suo avvocato personale, per non certificare il risultato dell’Alaska nel caso vincesse la candidata democratica, e ora agita uno scoop del New York Times, momentaneamente non più etichettato come «fake news», secondo cui sarebbero stati proprio i democratici a cercare e a convincere a candidarsi l’omonimo del senatore repubblicano, in modo da confondere gli elettori di Trump in Alaska. Trump ha chiesto l’esclusione della candidata democratica dalla scheda, con l’accusa di brogli elettorali. Non finirà qui.

Poi ci sono il Michigan, dove i democratici difendono il seggio di un loro senatore uscente, e il Maine. In entrambi gli Stati, i democratici hanno restituito il favore a Trump: in Michigan hanno scelto il brillante ma molto radicale Abdul El-Sayed; e in Maine hanno combinato un guaio enorme, scegliendo un candidato populista e progressista, Graham Platner, che a luglio è stato costretto a ritirarsi per vari scandali sessuali. 

I democratici possono ancora vincere in questi due Stati, ma gli analisti si chiedono che cosa sarebbe successo se avessero scelto candidati meno estremisti. Ieri il senatore del Texas Ted Cruz ha detto che se El-Sayed, che è musulmano, fosse eletto al Senato e entrasse nella Commissione sui servizi segreti di Washington, il risultato sarebbe che molti americani morirebbero perché, secondo Cruz, El-Sayed passerebbe le informazioni riservate ai Fratelli musulmani. Questo è il livello degli attacchi delle ultime ore da parte di un senatore che l’altro ieri Trump ha detto che nominerà giudice della Corte Suprema, e non importa che El-Sayed non sia affiliato ai Fratelli musulmani.

I democratici possono anche strappare l’Ohio ai repubblicani, e incredibilmente sono competitivi anche in Iowa, e addirittura in Carolina del Sud, Alabama e Kansas (dove il candidato repubblicano l’altro giorno ha detto che «la situazione economica oggi è la migliore che abbia visto nella sua vita»), a dimostrazione di quanto sia diffuso il sentimento anti Trump, anche facendo la tara della sottovalutazione cronica dell’elettorato trumpiano. 

Prima di festeggiare, però, i democratici farebbero meglio ad aspettare il conteggio reale dei voti, a fare il bilancio dei seggi senatoriali conquistati e di quelli eventualmente persi, e a sperare che la Casa Bianca non passi dalle minacce di colpo di stato ai fatti in caso di sconfitta. Sarebbe ingenuo escludere che Trump possa reagire alla possibile sconfitta organizzando ancora una volta qualcosa di simile al 6 gennaio 2021, quando istigò all’assalto violento del Congresso, se non addirittura qualcosa di più efficace e pericoloso. 

C’è un elemento che, a prescindere dal risultato finale, però non depone a favore del risveglio dell’America dopo la febbre trumpiana, ed è quello secondo cui la prima preoccupazione degli elettori oggi è di gran lunga quella del costo della benzina. 

Non sappiamo ancora se Trump uscirà con le ossa rotte da queste elezioni di metà mandato, ma nel caso in cui le perdesse non sarebbe perché ha ridotto l’America a una barzelletta globale, né per aver distrutto la geniale rete di alleanze internazionali con cui ha governato il mondo negli ultimi ottant’anni, né perché si è alleata con i peggiori ceffi del pianeta, e nemmeno per aver disintegrato decoro, moralità, e nobiltà della politica. 

Gli americani sono insoddisfatti di Trump (martedì vedremo in che quantità) principalmente perché la benzina è diventata troppo costosa. È molto triste che un così palese smantellamento della democrazia americana, l’indebolimento del mondo libero, e il sostegno alle dittature illiberali tradizionalmente nemiche dell’America non suscitino una gloriosa reazione democratica e liberale, come del resto non la suscitò l’assalto violento al Congresso del 6 gennaio 2021. Per la più longeva democrazia del mondo, e per gli alleati che la guardano con nostalgia da lontano, è avvilente accettare l’idea che la causa di un eventuale indebolimento di Trump non sarà il desiderio di riscatto democratico, la difesa dello stato di diritto, e la passione per la libertà, ma il prezzo del pieno di benzina. 

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Le strampalate teorie sulla pace in Ucraina, e il ventre molle italiano

C’è questa bizzarra teoria sulla pace in Ucraina secondo cui la guerra finirà soltanto smettendo di mandare agli ucraini le batterie antimissili che proteggono le città e i civili della nazione aggredita. Il corollario di questa stravagante teoria, che alcuni sostengono sia di sinistra, ma che in realtà è stata già messa in pratica da Donald Trump a maggior gloria di Vladimir Putin, è che dovremmo riprendere i rapporti commerciali, in particolare energetici, con la Russia, che, a quel punto, grazie a questi sedicenti pacifisti, non solo troverebbe i cieli e il terreno liberi per distruggere e avanzare come non gli è riuscito in quasi cinque anni sul campo di battaglia, ma questo avanzamento sarebbe addirittura finanziato dai paesi occidentali.

A dimostrazione che questi non sono pacifisti, ma guerrafondai pro-Russia (grazie, Christopher Hitchens, per la definizione), in effetti è probabile che, seguendo queste idee strampalate, la guerra finisca, ma con essa finirebbe anche l’Ucraina e la difesa dell’Europa (salvo che poi la guerra continuerebbe da qualche altra parte, nel Baltico, in Moldova, in Polonia o altrove, ma dai geopolitici alle vongole che infestano il discorso pubblico italiano non si può pretendere molto di più).

Poi ci sono gli ipocriti, per non dire altro, promotori della soluzione diplomatica e amareggiati per l’assenza dell’Europa in questo processo di pacificazione, i quali, però, dimenticano che la soluzione diplomatica e la presenza europea nel processo di pacificazione sono fallite più volte per il preciso rifiuto russo a partire dal 2014, ma in realtà anche da prima, almeno dal 2008, da quando la Russia ha invaso la Georgia. Il consenso generale, dall’America all’Europa, è stato quello di consentire a Putin di fare più o meno quello che gli piaceva.

Gli stolti, inoltre, dimenticano che ogni giorno, ogni maledetto giorno, da anni, i russi rifiutano tutte le ipotesi negoziali che non siano lo smembramento della nazione ucraina e della sua identità culturale, ancor prima della cessione dei territori contesi.

Dietro la richiesta di nuove iniziative diplomatiche, che i russi peraltro non accettano, c’è un gigantesco e insincero non detto: fin qui la Russia ha rigettato anche le più generose aperture trumpiane, presentategli sui tappeti rossi in Alaska e altrove, anche perché il Cremlino sa – e lavora intensamente affinché ciò accada – che a breve la linea Trump potrebbe prendere il sopravvento anche in Europa, con Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, entrambi filorussi e antieuropei, che a primavera potrebbero contendersi il ballottaggio francese e cambiare la rotta europeista di Emmanuel Macron, il quale peraltro aveva tentato in tutti i modi di far ragionare Putin, usando perfino la famigerata carta del «non umiliare la Russia».

C’è poi l’ascesa dei neonazi e dei rossobruni in Germania. Vedremo se ci sarà un’ondata nera in Spagna, per non parlare del Regno Unito. Arrivano buone notizie – e in controtendenza – dalla Serbia (come già dall’Ungheria e dalla Moldova), dove ieri il governo filorusso di Aleksandar Vučić ha perso le elezioni.

Infine c’è l’Italia, a offrire una grande speranza alla Russia per un 2027 glorioso. Siamo, come al solito, il paese guida della nuova ondata filorussa e rossobruna, con il vicepremier Matteo Salvini che, nel giorno dell’anniversario del patto politico della Lega col partito di Putin, è stato rieletto segretario, promettendo che in Consiglio dei ministri ora si batterà per fermare gli aiuti all’Ucraina.

Una posizione che trova qualche timida accoglienza nel partito del fu «lettone di Putin» e nelle file dei Fratelli d’Italia, minacciati ideologicamente dall’ex generale pro-russo Roberto Vannacci. Per ora, a parole, Giorgia Meloni resiste, anche se un po’ meno nei fatti, ma quanto potrà durare questa posizione sotto costante attacco di Salvini, Vannacci e del centrosinistra a vocazione contiana?

Dall’altra parte, le cose sono speculari e altrettanto deprimenti, con Giuseppe Conte che fece sfilare l’esercito russo lungo le strade italiane durante il Covid, alla guida di una setta anti-occidentale che organizzava viaggi nella Crimea occupata e partecipava festante ai congressi russi del partito unico di Putin.

Conte, come Salvini e Vannacci, con il quale, infatti, vota di conseguenza al Parlamento europeo, si batterà per fermare gli aiuti all’Ucraina assieme alla sinistra-sinistra di Avs e ad alcuni degli aspiranti centristi del campo largo, da Alessandro Onorato a Vincenzo De Luca.

Conte esercita un’egemonia deleteria sulla sinistra, o presunta tale, e costringe sempre più il Partito Democratico ad abbandonare la posizione sull’Ucraina che ha tenuto dal 2022 assieme alla famiglia politica socialista europea, in un’oscena e bizzarra spirale di resa al populismo e alla linea Trump.

Con questo scenario elettorale, che nel 2027 potrebbe smembrare l’Europa e dare il via libera alle mire imperialiste di Mosca, per quale motivo uno come Putin, che finora non ha avuto nessuna intenzione di fermare la guerra, dovrebbe farlo proprio ora, quando la Francia e l’Italia potrebbero facilitargli la strada verso Kyjiv che i suoi carri armati non sono riusciti a percorrere?

La guerra scatenata da Putin si può fermare soltanto in un modo: proteggendo gli ucraini e aiutandoli a respingere missili, droni e scarponi chiodati di Mosca, fino al punto da rendere insostenibile lo sforzo finanziario e umanitario per l’economia e la società russa.

Questa cosa, al momento, la capiscono soltanto i paesi dell’ex Patto di Varsavia, che a ogni elezione democratica spiegano al resto d’Europa di non voler tornare sotto il giogo russo; la Gran Bretagna; i rappresentanti dell’Unione europea; i liberali, i socialisti e i democratici europei; Giorgia Meloni, perfetta a parole, meno con i fatti; e il piccolo ma combattivo spazio politico occupato da Carlo Calenda, Pina Picierno (e in Francia da Raphaël Glucksmann), assieme alla minoranza sempre più martoriata e indebolita del Partito Democratico.

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