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I droni e la sfida industriale che l’Italia deve vincere

L’Italia ha una lunga tradizione di eccellenza tecnologica e una difficoltà altrettanto consolidata nel trasformarla in capacità industriale diffusa. È una contraddizione che attraversa buona parte della nostra storia economica recente e che oggi rischia di ripresentarsi in uno dei settori destinati a incidere maggiormente sulla competitività europea: quello dei sistemi autonomi e a pilotaggio remoto.

Per molto tempo abbiamo considerato i droni soprattutto come espressione di un progresso aeronautico altamente specializzato, oppure attraverso la lente delle loro applicazioni militari. Entrambe le prospettive rimangono importanti, ma restituiscono soltanto una parte del cambiamento in corso. La questione industriale più interessante riguarda ciò che accade quando queste tecnologie escono dai contesti specialistici ed entrano nell’organizzazione ordinaria delle attività economiche, modificando il modo in cui le imprese raccolgono informazioni, controllano infrastrutture, gestiscono risorse e offrono servizi.

Non è difficile immaginare le applicazioni; un’impresa agricola può utilizzare sistemi aerei per migliorare la conoscenza dei terreni e l’impiego delle risorse; un operatore infrastrutturale può effettuare ispezioni più frequenti, riducendo tempi e rischi; le amministrazioni locali possono disporre di strumenti più efficaci per il monitoraggio ambientale e la prevenzione delle emergenze. Più difficile è costruire le condizioni economiche, professionali e regolatorie perché queste possibilità diventino pratiche consolidate, accessibili anche a chi non dispone delle risorse di un grande gruppo industriale.

È qui che emerge una peculiarità italiana. La forza del nostro sistema produttivo risiede in larga misura nella sua articolazione territoriale, nella specializzazione delle piccole e medie imprese e nella capacità di sviluppare competenze lungo filiere complesse. Ma quelle stesse caratteristiche possono diventare un limite quando l’adozione di nuove tecnologie richiede investimenti iniziali, personale qualificato e una conoscenza approfondita della regolazione. L’innovazione rischia allora di concentrarsi in pochi operatori, mentre una parte consistente dell’economia continua a osservarla dall’esterno.

Per chi, come me, opera nel settore dei droni, questo è il problema industriale da affrontare. Non basta sostenere la ricerca o promuovere nuove applicazioni: siamo arrivati al punto di evoluzione, e consapevolezza nel settore, in cui occorre creare un collegamento stabile tra chi sviluppa le tecnologie, chi possiede le competenze per utilizzarle e chi potrebbe trarne un vantaggio economico.

Il protocollo d’intesa sottoscritto dal Polo Nazionale Droni, che presiedo, con DAST-Confesercenti nasce da questa convinzione. L’incontro tra una realtà impegnata nel coordinamento strategico del settore, con competenze che spaziano dall’aerospazio ai sistemi subacquei e alla difesa, e una struttura radicata nella rappresentanza economica territoriale risponde a un’esigenza che considero fondamentale: evitare che l’evoluzione tecnologica proceda separatamente dalle condizioni concrete nelle quali operano le imprese.

La collaborazione prevede percorsi di qualificazione professionale, un registro volontario per valorizzare le competenze dei piloti UAS, un osservatorio permanente sull’evoluzione del mercato italiano ed europeo e un raccordo istituzionale e territoriale capace di avvicinare le imprese alle opportunità del settore. Sono strumenti diversi, ma accomunati dalla necessità di dare maggiore continuità a un mercato nel quale l’offerta tecnologica si sviluppa spesso più rapidamente delle competenze organizzative necessarie per utilizzarla.

La formazione, in particolare, merita una considerazione meno convenzionale di quella che generalmente le viene riservata nel dibattito sull’innovazione. Nel settore aeronautico la competenza non è soltanto una risorsa produttiva: è parte delle condizioni che rendono possibile operare in sicurezza. Qualificare gli operatori, rendere riconoscibili le professionalità e favorire standard elevati significa contribuire alla credibilità economica dell’intera filiera. Un registro volontario non sostituisce naturalmente le abilitazioni previste dalla normativa, ma può concorrere a rendere più trasparente un mercato professionale ancora in evoluzione.

Da qui, il problema della regolazione è altrettanto importante. Il settore dei sistemi a pilotaggio remoto si sviluppa in uno spazio nel quale l’iniziativa privata incontra responsabilità pubbliche particolarmente delicate. La sicurezza dello spazio aereo, la protezione delle persone, l’affidabilità delle operazioni e la gestione dei dati richiedono regole rigorose. Eppure, quando il quadro applicativo risulta difficile da interpretare, sono soprattutto gli operatori di minori dimensioni a sopportarne i costi. Un’interlocuzione costante con ENAC e con i ministeri competenti può contribuire a ridurre questa distanza, senza indebolire le garanzie che rendono possibile lo sviluppo del settore.

Sarebbe tuttavia riduttivo considerare tutto questo una questione esclusivamente nazionale. L’esperienza delle crisi internazionali degli ultimi anni ha riportato i sistemi senza equipaggio al centro del dibattito sulla sicurezza, mostrando quanto rapidamente possano evolvere tecnologie utilizzabili tanto in ambito civile quanto militare. Per l’Europa, la capacità di sviluppare e mantenere competenze autonome in questo campo assume un rilievo che supera il valore commerciale delle singole applicazioni.

La sicurezza economica non si misura soltanto attraverso il controllo delle materie prime o la disponibilità di capacità manifatturiere, ma dipende anche (e sempre di più) dalla possibilità di governare tecnologie, dati e servizi dai quali settori sempre più ampi dell’economia finiranno per dipendere. Nel caso dei droni, questo significa guardare oltre la piattaforma aerea e considerare l’intera filiera: sensoristica, software, comunicazioni, manutenzione, trattamento delle informazioni e competenze operative.

L’Italia ha le risorse industriali per partecipare a questa trasformazione, ma la qualità delle singole eccellenze non garantisce, di per sé, la solidità del sistema. Una filiera diventa strategica quando le competenze riescono a circolare, quando le imprese possono collaborare e quando la ricerca trova un mercato capace di assorbirne i risultati. Anche per questo considero importante la creazione di un osservatorio permanente, che consenta di leggere l’evoluzione della domanda e degli standard aeronautici, orientando la formazione e le iniziative territoriali sulla base delle necessità effettive del mercato.

C’è infine una dimensione di questa iniziativa alla quale tengo particolarmente. Il protocollo nasce dall’incontro tra due organizzazioni guidate da donne, in un comparto nel quale la leadership femminile è ancora lontana dall’essere ordinaria. Non credo certamente che il valore di questa circostanza debba essere ricercato in una presunta differenza tra modelli di gestione maschili e femminili: il punto è piuttosto la necessità di ampliare la partecipazione ai luoghi nei quali si prendono decisioni tecnologiche e industriali. Un settore che aspira a innovare l’economia deve essere capace di innovare anche i propri meccanismi di selezione e valorizzazione del capitale umano.

Naturalmente, nessun protocollo può sostituire il lavoro necessario per costruire una filiera competitiva. La sua utilità andrà giudicata dalla capacità di produrre competenze riconosciute, coinvolgere imprese, facilitare l’accesso alle tecnologie e consolidare relazioni efficaci con le istituzioni.

La posta in gioco, però, è più ampia del futuro di un singolo comparto. L’Italia deve decidere se continuare a considerare le tecnologie avanzate come patrimoni di eccellenza concentrati in pochi settori oppure farne una componente ordinaria della propria competitività. Nel caso dei droni, la differenza si misurerà meno nel numero di velivoli che saremo capaci di produrre o utilizzare che nella qualità dell’ecosistema industriale e professionale che sapremo costruire intorno a essi.

È su questo terreno che si giocherà una parte della nostra autonomia tecnologica. E, soprattutto, della nostra capacità di trasformare l’innovazione in crescita economica duratura.

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Ins Trishul a Civitavecchia, un passo avanti nella partnership marittima tra India e Italia. Scrive l’amb. Rao

In occasione della visita della nave a vela della Marina indiana INS Sudarshini a Livorno nel settembre 2026, ho scritto dei legami marittimi di lunga data tra India e Italia e delle opportunità di trasformare questo patrimonio condiviso in un partenariato contemporaneo. La visita della nave INS Trishul al porto di Civitavecchia, questa settimana, offre l’occasione per riflettere su come tale partenariato stia progredendo rapidamente, attraverso una costante interazione tra le marine, un dialogo continuo e un impegno comune per la sicurezza marittima.

India e Italia sono storicamente nazioni marittime e penisole con lunghe coste. Entrambi i paesi hanno interessi strategici nel garantire la sicurezza delle rotte marittime, la libertà di navigazione e la stabilità dell’ordine marittimo internazionale.

Per l’India, la cooperazione marittima è parte integrante della visione di MAHASAGAR – Mutual and Holistic Advancement for Security and Growth Across Regions (Progresso reciproco e olistico per la sicurezza e la crescita tra le regioni). Questa visione pone l’accento sulla partnership, lo sviluppo delle capacità e la prosperità condivisa, riconoscendo che la sicurezza dei mari è una responsabilità collettiva. India e Italia perseguono questi obiettivi comuni, ampliando e intensificando la collaborazione navale.

Vi è inoltre la reciproca consapevolezza che, per garantire la sicurezza nazionale ed energetica, sono necessari domini marittimi sicuri e affidabili. Entrambi i Paesi attribuiscono priorità alle esportazioni globali, per le quali le rotte commerciali marittime sono cruciali.

Con l’affermarsi del concetto di Indo-Mediterraneo come unico spazio geografico, le navi militari di India e Italia visitano regolarmente i rispettivi porti, nell’ambito dei loro tour nel Mediterraneo e nelle regioni indo-pacifiche.

In un momento in cui le rotte marittime globali e le infrastrutture marittime si trovano ad affrontare numerose sfide, una più stretta cooperazione tra partner che condividono gli stessi obiettivi è opportuna e necessaria. L’elevazione delle nostre relazioni bilaterali a Partenariato Strategico Speciale nel maggio 2026 e l’annuncio di una Roadmap Industriale per la Difesa forniscono importanti quadri di riferimento per promuovere questa cooperazione.

In questo contesto, la scorsa settimana si è tenuto a Roma il primo Dialogo Bilaterale India-Italia sulla Sicurezza Marittima, con la partecipazione di importanti rappresentanti istituzionali della Marina Militare, della Guardia Costiera, del Ministero della Difesa, del Ministero degli Affari Esteri e di altri enti di entrambi i Paesi. Il Dialogo ha permesso uno scambio di valutazioni sui rispettivi contesti di sicurezza marittima e la cooperazione in ambito marittimo. Si è svolta una proficua discussione sulle modalità di cooperazione in materia di consapevolezza della situazione marittima, contrasto alle attività marittime illecite e salvaguardia delle infrastrutture marittime critiche. Oltre al dialogo bilaterale, India e Italia esploreranno la cooperazione nell’ambito di quadri regionali e di organizzazioni multilaterali. Il dialogo apre la strada alla cooperazione tra le nostre rispettive istituzioni marittime e marine militari, attraverso lo sviluppo delle capacità, gli scambi accademici e di ricerca. L’India intrattiene dialoghi analoghi con alcuni paesi selezionati con i quali ha stretti legami bilaterali e interessi convergenti in materia di sicurezza marittima. 

Nell’ambito di un ulteriore passo verso il rafforzamento delle relazioni marittime, la scorsa settimana l’ITS Giovanni delle Bande Nere della Marina Militare italiana ha fatto scalo a Mumbai, svolgendo un’esercitazione PASSEX nell’Oceano Indiano con l’INS Surat della Marina indiana. Contemporaneamente, l’Ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare italiana, si è recato in India, dove ha incontrato il suo omologo indiano, l’Ammiraglio K. Swaminathan. Tali incontri periodici consentono la condivisione di esperienze professionali, accrescono la familiarità con le rispettive procedure e favoriscono una comprensione reciproca che costituisce la base per un’efficace cooperazione operativa.

La partecipazione dell’India in qualità di osservatore all’esercitazione “Ex Mare Aperto” della Marina Militare italiana ha offerto l’opportunità di osservare da vicino una complessa manovra navale, fornendo spunti preziosi su concetti operativi, pianificazione e risposte a scenari marittimi articolati.

La visita della nave indiana INS Trishul al porto di Civitavecchia, avvenuta questa settimana, ha incluso attività congiunte tra l’equipaggio indiano e il personale della Marina italiana, incontri istituzionali con il Sindaco e le autorità locali, nonché un’esercitazione PASSEX con l’ITS Margottini della Marina Militare italiana, prima dell’ingresso in porto. Queste attività e le interazioni professionali tra le due unità navali rappresentano un ulteriore passo avanti nel rafforzamento della reciproca conoscenza, comprensione e fiducia: elementi essenziali per un’efficace cooperazione operativa, qualora le circostanze lo richiedano. Oltre alla cooperazione bilaterale in ambito marittimo, India e Italia collaborano già all’interno di quadri regionali. L’Italia è infatti membro dell’Indo-Pacific Oceans Initiative (IPOI) e partner di dialogo dell’Indian Oceans Regional Association (IORA). L’Italia partecipa inoltre all’Information Fusion Center-Indian Ocean Region (IFC-IOR) con sede a Gurgaon, un centro focalizzato sulla consapevolezza del dominio marittimo, sul potenziamento dello scambio di informazioni a livello regionale e sul coordinamento della sicurezza marittima.

L’India e l’Italia sono Paesi membri delle Combined Maritime Forces (CMF) con base in Bahrein e della Combined Task Force (CTF). Nel febbraio 2026, l’India ha assunto la guida della CTF 154, nell’ambito delle CMF: una task force multinazionale dedicata all’addestramento marittimo e al potenziamento delle capacità operative in Medio Oriente e nelle acque internazionali circostanti.

Entrambi i Paesi aderiscono al Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), un’iniziativa volta a migliorare la connettività delle infrastrutture marittime, terrestri e portuali tra l’India, il Medio Oriente e l’Europa.

La partenza della nave INS Trishul da Civitavecchia ci ricorda, del fatto che la diplomazia navale rappresenta un aspetto integrante della politica estera e dell’azione internazionale. Le soste nei porti creano occasioni di dialogo tra il personale delle marine, favoriscono l’interazione con le istituzioni del Paese ospitante e rafforzano i legami tra le nazioni. Esse offrono inoltre una testimonianza tangibile di un rapporto la cui sostanza si riflette sempre più in consultazioni strutturate e in una concreta cooperazione marittima.

Mentre la INS Trishul salpa dalle coste italiane, porta con sé la buona volontà scaturita da questo incontro e la promessa di una collaborazione ancora più intensa. I mari che collegano l’India e l’Italia non costituiscono soltanto vie per il commercio, ma offrono anche l’opportunità di consolidare la fiducia, promuovere la sicurezza e rafforzare un partenariato orientato alla pace e alla prosperità.

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Conflitti senza centro, la sicurezza nazionale alla prova delle nuove reti

Le violenze di Milano, gli scontri di Roma e le mobilitazioni in varie città occidentali sono il precipitato metropolitano di una trasformazione globale della conflittualità. La tecnica riorganizza gli spazi in cui si formano percezioni, appartenenze e comportamenti. Come si assottiglia il confine fra guerra e non guerra, interno ed esterno, così fratture sociali, reti digitali, culture antagoniste e operazioni di influenza possono interagire senza una regia comune. Di fronte a questa complessità si invoca l’abusato «approccio olistico» oppure si parla di “caos”. Comprenderla richiede invece una revisione rigorosa delle categorie interpretative.

Tale revisione presuppone due distinzioni: fra spiegazione e giustificazione della violenza e fra paradigma giudiziario e strategico. Sono categorie con oggetti e criteri di validità differenti.

Il giustificazionismo pseudosociologico degli anni passati ha provocato un comprensibile rigetto. Ma negare ogni giustificazione non rende irrilevanti le cause sociali. Ignorarle significa trascurare vulnerabilità sfruttabili da organizzazioni estremiste e apparati stranieri. La spiegazione sociale non attenua la responsabilità penale: chiarisce le condizioni in cui possono svilupparsi minacce alla sicurezza nazionale.

Carovita, difficoltà abitative e mobilità sociale bloccata erodono, soprattutto fra i giovani, la fiducia di migliorare rispetto alla generazione precedente. Fratture interne possono così acquistare rilevanza oltre i confini nazionali. L’articolo 3, secondo comma, della Costituzione, sulla rimozione degli ostacoli economici e sociali all’eguaglianza effettiva, investe la credibilità dell’ordinamento e la sua sicurezza.

Quanto alla seconda distinzione, i paradigmi giudiziario e strategico differiscono per oggetto, metodo e criteri di validità: il primo ricostruisce fatti e responsabilità secondo regole probatorie; il secondo interpreta processi e possibili evoluzioni. Confonderli significa attribuire valore probatorio a ipotesi strategiche o ridurre un fenomeno ai suoi responsabili.

Consideriamo Milano. Dopo i saccheggi del 17 e 18 ottobre, il 24 non si sono ripetute devastazioni, mentre a Roma si sono registrate tensioni. L’individuazione del presunto amministratore dei canali del Movimento 17 ottobre, che secondo gli inquirenti avrebbe cercato di sfruttare i disordini precedenti, costituisce un importante risultato investigativo, ferme restando le verifiche giudiziarie. Chiarisce uno specifico livello organizzativo, non una regia unitaria dell’intero fenomeno.

Veniamo alle categorie interpretative. Una prima chiave di accesso riguarda la morfologia della conflittualità. La distinzione fra spontaneità e organizzazione centralizzata non spiega iniziative autonome che convergono senza direzione unitaria. Il concetto di bebelarchia, sviluppato a partire da un’analisi dei movimenti No Global, distingue l’assenza di un centro dall’assenza di un ordine. I nodi della rete selezionano e trasformano impulsi, generando effetti non interamente controllabili. Gerarchie e centri decisionali permangono, ma entro relazioni mutevoli.

Circolano pratiche, non soltanto messaggi. Anarchism in Action: Methods, Tactics, Skills, and Ideas (2001), raccolta curata da Shawn Ewald, documenta la diffusione transnazionale di repertori militanti. Nell’inchiesta milanese è comparso Rivoluzione, istruzioni per l’uso, ispirato alle proteste egiziane del 2011. Tecniche e linguaggi possono attraversare gruppi senza che siano necessari legami organizzativi diretti.

La categoria dell’«integrazione antagonista», elaborata con riferimento all’ibridazione politica fra radicalismo islamista e antagonismo occidentale, descrive gruppi ideologicamente distanti che riconoscono avversari comuni, condividono mobilitazioni e adottano reciproci repertori d’azione. Queste interazioni possono trasformarne identità e strategie senza un’organizzazione unitaria.

Le interferenze straniere attraversano reti transnazionali, intermediari, piattaforme e, in alcuni casi, segmenti di comunità diasporiche. Il fenomeno precede Internet: durante la guerra fredda le «misure attive» sovietiche impiegavano falsificazioni e disinformazione. Un documento americano del 1983 ricordava falsi telegrammi attribuiti all’ambasciata statunitense a Roma. Oggi algoritmi e intelligenza artificiale propagano narrazioni attraverso nodi distanti, senza catene lineari. Il rapporto europeo del marzo 2026 esamina campagne contemporanee di manipolazione estera. L’influenza può modificare tensioni che non ha originato.

La minaccia strategica emerge quando tensioni sociali circoscritte diventano terreno di convergenza fra gruppi violenti, reti di radicalizzazione e operazioni di influenza estera. La circolazione di tecniche insurrezionali, il sabotaggio di infrastrutture sensibili e la manipolazione informativa possono rafforzarsi reciprocamente senza una regia comune. Il rischio non è soltanto l’estensione dei disordini, ma la trasformazione di conflitti locali in fattori di instabilità nazionale. Di qui l’esigenza di rivedere le categorie tradizionali e integrare l’analisi delle fratture sociali, delle reti digitali, dei gruppi violenti e delle interferenze esterne. La questione decisiva è comprendere quando e come queste dinamiche, pur conservando una propria autonomia, possano concorrere alla formazione di minacce che nessuno dei soggetti coinvolti ha interamente progettato o controllato.

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Il paradosso Castro nella partita tra Washington e L’Avana. Scrive Vecchioni

Il 19 ottobre il procuratore generale della Florida, James Uthmeier, ha annunciato l’emissione di un mandato di arresto contro Raúl Castro, 95 anni, per il suo presunto coinvolgimento nell’abbattimento, il 24 febbraio 1996, di due aerei civili dell’organizzazione umanitaria Hermanos al Rescate, nel quale morirono quattro persone, tre cittadini americani e un cubano, residente permanente negli Stati Uniti. Secondo l’accusa, i due velivoli disarmati furono abbattuti da caccia cubani nello spazio aereo internazionale. Il mandato, firmato dalla giudice Ariana Fajardo Orshan, si aggiunge a un’incriminazione federale già resa pubblica lo scorso maggio.

Ora, a parte i contorni giudiziari della vicenda, ci si può chiedere perché le autorità della Florida abbiano deciso di procedere proprio adesso, trent’anni dopo i fatti, in una fase per giunta delicata e alquanto confusa dei rapporti Stati Uniti-Cuba e quali potrebbero essere gli effetti politici della decisione.

A mio avviso, almeno tre. Soddisfare una richiesta di giustizia avanzata da decenni dalle famiglie delle vittime e da una parte dell’esilio cubano in Florida; aumentare la pressione personale sul simbolo ancora vivente della rivoluzione castrista; segnalare ai dirigenti cubani che Washington dispone di strumenti di pressione anche giudiziari. Senza dimenticare un’altra circostanza: l’annuncio è coinciso con l’inizio del voto anticipato in Florida, dove Uthmeier è candidato alla conferma nella carica di procuratore generale. Una coincidenza che ha alimentato accuse di strumentalizzazione elettorale, respinte dall’interessato. La dimensione politica dell’iniziativa, insomma, non può essere ignorata, pur senza mettere in discussione il diritto delle famiglie delle vittime a chiedere giustizia. Ragionamento, però, che ci porta dritti al “paradosso Raúl Castro”! Se cioè Castro mantiene ancora un’influenza determinante sugli apparati del regime, colpirlo personalmente non rischia di rendere più difficile, anziché più facile, proprio quella transizione negoziata che Washington dichiara di voler favorire?

Il mandato di arresto può dunque essere visto come uno strumento di pressione, ma allo stesso tempo – e qui sta il paradosso – come un ostacolo alla costruzione della fiducia necessaria per avviare veri negoziati. Negoziati di cui si parla spesso, ma dei quali in realtà si sa molto poco. Si sa, comunque, che nei contatti cubano-americani è emerso un personaggio da tenere senz’altro d’occhio: Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote prediletto di Raúl, conosciuto come El Cangrejo. È stato la guardia del corpo e l’uomo di fiducia del nonno. Pur non ricoprendo alcuna carica governativa formale, è considerato vicino al centro effettivo del potere cubano. Nel febbraio 2026 Axios ha riferito di contatti riservati tra Rodríguez Castro e Marco Rubio. A marzo Reuters ha ricostruito il possibile ruolo del nipote nei canali di comunicazione tra Washington e L’Avana. Il fatto più interessante è arrivato lo scorso luglio: in un’intervista a Usa Today, ripresa da Reuters il 6 luglio, Rodríguez Castro ha dichiarato di essere disponibile a negoziare con rappresentanti americani, persino direttamente con Trump.

Dichiarazione significativa per almeno due ragioni. La prima è che un uomo così vicino alla famiglia Castro difficilmente potrebbe esporsi pubblicamente su una questione tanto delicata senza una qualche forma di avallo da parte del vertice politico del Paese. La seconda è che il regime potrebbe voler sondare le intenzioni americane attraverso un canale familiare, più riservato e meno vincolante di quello diplomatico ufficiale. Ma essere favorevoli alla conclusione di un accordo con Washington, non significa necessariamente essere favorevoli alla democratizzazione di Cuba. È ragionevole ipotizzare che all’interno dell’apparato convivano orientamenti differenti: dirigenti convinti che occorra difendere integralmente il sistema marxista-leninista, altri disponibili a liberalizzare l’economia pur mantenendo il monopolio politico del Partito comunista, altri ancora non contrari a concessioni più ampie. Ma esiste davvero una corrente moderata, organizzata e influente, disponibile a concordare una transizione politica con gli americani? E soprattutto, chi sta trattando realmente con Washington? Questo è il problema!

L’altro problema da chiarire è il ruolo dei militari. A Cuba le Forze armate non rappresentano soltanto un apparato di difesa. Attraverso il sistema delle imprese legate ai militari, tra cui il potente gruppo Gaesa, esse controllano settori strategici dell’economia nazionale. Qualsiasi trasformazione del sistema cubano dovrà quindi fare i conti con gli interessi economici e politici dell’apparato militare. Non è affatto escluso, anzi, che gli ambienti più disponibili a un’intesa con Washington siano proprio quelli maggiormente interessati a preservare le proprie posizioni di potere, anche a costo di sacrificare alcuni dogmi economici del castrismo. In altre parole, si potrebbe essere favorevoli a cambiare il sistema economico proprio per evitare di cambiare quello politico. Per fare in qualche modo fronte alla tragica situazione del Paese, il 18 giugno 2026 l’Assemblea nazionale cubana ha approvato un vasto programma di riforme economiche, sostenuto espressamente da Raúl Castro. Le misure prevedono, tra l’altro, un ampliamento delle attività private, nuove possibilità di trasformazione delle imprese statali, aperture al capitale privato nel sistema finanziario e maggiori spazi per l’iniziativa imprenditoriale. A luglio sono state annunciate altre misure attuative, riguardanti anche l’importazione di carburanti e medicinali da parte delle imprese private e l’accesso a settori in precedenza riservati allo Stato. Naturalmente l’approvazione di una riforma non equivale alla sua realizzazione, né garantisce il successo delle misure previste.

Raúl Castro, del resto, lo sa bene: molte delle riforme da lui introdotte a partire dal 2010 hanno prodotto effetti assai modesti sull’economia cubana. Il problema cubano non è mai stato soltanto quello di annunciare le riforme, ma di applicarle fino in fondo, accettandone le inevitabili conseguenze economiche e politiche. La dirigenza cubana, in ogni caso, non sembra pronta ad accettare l’idea di abbandonare il socialismo o il monopolio politico del Partito comunista.

Il regime teme evidentemente che un’apertura politica autentica possa mettere in discussione il monopolio del potere conquistato nel 1959. Bisognerebbe inoltre capire bene quali siano le reali aspettative e i desiderata dell’amministrazione americana. Che cosa si aspetta, in definitiva, Washington? Un semplice cambio al vertice della dirigenza cubana, accompagnato dall’impegno a una svolta geo/strategica favorevole agli Stati Uniti (come in Venezuela)? Oppure vuole la caduta del regime e del sistema comunista, per favorire il ritorno della democrazia liberale nell’isola? La differenza non è da poco. Nel primo caso si tratterebbe di modificare gli equilibri politici e strategici, senza necessariamente smantellare l’intero apparato del regime.

Nel secondo, invece, si chiederebbe alla classe dirigente cubana di contribuire alla propria estromissione dal potere. Il 10 aprile 2026 si è svolto all’Avana un incontro tra funzionari americani e cubani, confermato da entrambe le parti. Washington ha precisato che i colloqui erano supervisionati da Marco Rubio, il Segretario di Stato di origine cubana, espressamente incaricato da Trump di risolvere il “problema” dell’Isola grande. Contatti, però, che non sembrano aver prodotto l’avvio di un’agenda negoziale condivisa. Il 5 ottobre Reuters ha intervistato Lianys Torres Rivera, chargée d’affaires cubana a Washington. La diplomatica ha confermato l’esistenza di canali di comunicazione, comprendenti incontri, telefonate e messaggi, ma ha escluso che fossero in corso negoziati formali. Ha inoltre ribadito che Cuba non intende trattare sul proprio sistema politico, mentre Washington continua a richiedere cambiamenti sostanziali, comprese elezioni libere.

Allo stato attuale, dunque, abbiamo almeno un paio di elementi abbastanza chiari: i contatti esistono, ma non equivalgono ancora a un negoziato strutturato; le posizioni ufficiali restano assai distanti. Il nodo principale è politico, perché la liberalizzazione economica non soddisfa necessariamente le richieste americane di cambiamento del sistema. Persistono, infine, diverse contraddizioni da entrambe le parti. Gli americani, mentre chiedono a Cuba di sviluppare il settore privato, all’inizio di ottobre hanno introdotto nuove restrizioni che interessano anche l’accesso delle imprese private cubane ai servizi bancari americani. I cubani, dal canto loro, si dicono disposti ad aperture economiche che però, senza adeguate garanzie giuridiche e senza un reale ampliamento degli spazi di autonomia, rischiano di non produrre gli effetti sperati. L’Avana rischia insomma di riproporre il consueto copione déjà vu: cambiare qualcosa nell’economia per non cambiare nulla nella politica. Washington, dal canto suo, continua a oscillare tra la tentazione dell’accordo e quella della resa dei conti. Il 26 settembre 2026 il presidente americano ha dichiarato di ritenere possibile un accordo con Cuba senza ricorrere alla forza militare, dopo mesi di dichiarazioni particolarmente dure nei confronti del regime castrista.

A Washington, in effetti, sono ben consapevoli che un eventuale intervento armato comporterebbe problemi enormi: possibili vittime civili, reazioni internazionali, destabilizzazione dell’isola, nuove ondate migratorie verso la Florida e la necessità di gestire il dopo-regime. La storia recente insegna quanto sia più facile rovesciare un governo con la forza che costruire un ordine politico stabile sulle sue macerie. Una transizione negoziata eviterebbe evidentemente alcuni di questi rischi. Ma richiederebbe interlocutori cubani dotati di potere reale e disponibili a concessioni politiche che, almeno pubblicamente, L’Avana continua a rifiutare. C’è infine un altro dato da non trascurare: il 19 ottobre, proprio mentre veniva annunciato il mandato d’arresto contro Raúl Castro, Stati Uniti e Cuba si sono nuovamente scontrati diplomaticamente alle Nazioni Unite, in vista del voto annuale sull’embargo previsto per il 27-28 ottobre.

Ci troviamo così in pieno “paradosso Raúl Castro”. Il fratello minore di Fidel è uno degli uomini che Washington vuole portare davanti alla giustizia, ma è anche, allo stesso tempo, una delle figure che potrebbero rendere possibile un accordo. Per ottenere una trasformazione pacifica del sistema, gli americani potrebbero aver bisogno proprio dell’influenza dell’uomo che stanno cercando di incriminare! E il mandato statale della Florida aggiunge una complicazione. A differenza dei reati federali, un procedimento penale “statale” non può essere cancellato attraverso la grazia presidenziale americana. Se un giorno si arrivasse a discutere di garanzie personali per i dirigenti cubani, la questione giudiziaria potrebbe quindi diventare particolarmente delicata: Trump non potrebbe, da solo, cancellare le conseguenze penali di un’eventuale condanna pronunciata dalla giustizia della Florida. In definitiva, è possibile che gli Stati Uniti stiano privilegiando, almeno in questo momento, una strategia tesa a ottenere un cambiamento profondo a Cuba, combinando pressioni economiche, isolamento politico, contatti con esponenti vicini al potere e minacce militari di vario genere.

A sua volta, una parte della dirigenza cubana potrebbe essere disponibile a sacrificare alcuni dogmi economici pur di conservare il monopolio politico. Il problema è capire se esista uno spazio di compromesso tra queste due strategie. Il destino di Cuba dipenderà da questo singolare compromesso: gli americani dovrebbero accettare di trattare con gli eredi del castrismo, mentre questi ultimi dovrebbero rinunciare almeno a una parte del sistema che intendono salvare. Un compromesso molto difficile, forse contraddittorio come si vede, ma che potrebbe rappresentare l’unica via d’uscita pacifica dalla crisi cubana. Il paradosso è che a renderla possibile, potrebbe essere proprio Raúl Castro, l’uomo che la giustizia americana vorrebbe ora mettere dietro le sbarre. Il popolo cubano intanto sta a guardare, aspetta, spera e soffre da oltre sessant’anni!

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India e Stati Uniti, quando la pressione non basta più. Scrive Cossu

La relazione tra Stati Uniti e India attraversa una fase di ridefinizione che va oltre le controversie commerciali e diplomatiche degli ultimi mesi. Le iniziative dell’amministrazione Trump per ricomporre le tensioni con Nuova Delhi indicano un cambiamento di approccio, non una vera svolta strategica: è un aggiustamento pragmatico, dettato dal peso crescente dell’India e dai limiti degli strumenti coercitivi. Il punto investe una questione più ampia, la difficoltà degli Stati Uniti di adattarsi a un sistema internazionale in cui emergono potenze che non intendono collocarsi in schieramenti contrapposti. L’India ne è il caso più significativo: la sua cooperazione con Washington è destinata ad approfondirsi, ma non implica un allineamento automatico.

Dal 17 al 22 ottobre il segretario di Stato Marco Rubio è stato in India per la seconda volta quest’anno, dopo la missione di maggio legata alla riunione ministeriale del Quad. Le tappe, Mumbai e Jamnagar, dove sorge la più grande raffineria del mondo, e l’incontro con il ministro degli Esteri Jaishankar, senza un colloquio con Modi, raccontano un’agenda più economica ed energetica che politica. Rubio ha definito l’accordo commerciale «molto vicino», atteso in settimane e non in mesi. Dopo una fase di tensioni sui dazi, sugli acquisti indiani di petrolio russo e sulla politica americana verso il Pakistan, Washington ha cercato di rilanciare il dialogo economico e strategico, dopo che l’amministrazione Trump aveva fatto ampio ricorso alla pressione commerciale per ottenere concessioni.

I dazi e il loro limite

La pressione commerciale si è scontrata con una realtà che gli Stati Uniti non possono ignorare. L’India non è un’economia marginale dipendente dall’accesso al mercato americano, ma un mercato interno di oltre 1,4 miliardi di persone, con una crescente capacità industriale e tecnologica e un ruolo sempre più importante negli equilibri dell’Indo-Pacifico. Le sue vulnerabilità economiche e sociali restano rilevanti, ma non le impediscono di difendere con determinazione i propri interessi strategici.

La guerra commerciale lanciata da Trump nell’aprile 2025 ha pesato sui settori indiani più esposti all’export verso gli Stati Uniti, ma non ha modificato l’orientamento internazionale di Nuova Delhi, che ha continuato a diversificare le proprie partnership senza subordinare le scelte energetiche e diplomatiche alle richieste americane. A febbraio le due capitali hanno raggiunto un’intesa per ridurre i dazi americani; pochi giorni dopo la Corte Suprema ha annullato i dazi generalizzati dell’amministrazione, lasciando incerta la sua entrata in vigore.

Il petrolio russo

Il petrolio russo è il dossier che mostra meglio i limiti della coercizione. Dopo l’invasione dell’Ucraina l’India ha aumentato considerevolmente gli acquisti di greggio da Mosca, per ragioni di costo e di sicurezza energetica: importa oltre l’85% del greggio che consuma e deve contenere i costi per imprese e famiglie. Una legge firmata in settembre autorizza dazi fino al 100% sui primi cinque importatori di petrolio russo, tra cui l’India, seconda dopo la Cina. Pochi giorni prima della visita di Rubio, però, Trump ha sospeso quella possibilità, collegandola al negoziato commerciale, mentre Washington firmava a sua volta un accordo con Mosca per importare diesel in vista delle elezioni di metà mandato.

La posizione indiana non deriva dalla volontà di preservare un rapporto privilegiato con Mosca, ma da una concezione della sicurezza economica in cui l’accesso alle risorse energetiche è condizione dello sviluppo. Questo non significa che la pressione sia terminata: lo strumento punitivo è sospeso, non abolito, e può tornare come leva negoziale. Ma la lezione è chiara. Le sanzioni operano su mercati globali nei quali le conseguenze ricadono anche su chi le promuove, e l’India ha saputo usare questa interdipendenza per difendere i propri margini di autonomia.

Cina, Quad e tecnologia

Gli Stati Uniti considerano l’India un partner fondamentale per gli equilibri dell’Indo-Pacifico, soprattutto in relazione alla crescente potenza cinese, e la collaborazione bilaterale comprende esercitazioni militari, cooperazione marittima, sistemi di difesa e tecnologie avanzate. Ma leggere la relazione solo attraverso Pechino significa sottovalutare le ambizioni indiane. Nuova Delhi condivide la preoccupazione per l’influenza cinese, nell’Oceano Indiano come lungo i confini himalayani, senza trasformarla in un vincolo permanente per la propria politica estera.

L’India mantiene con la Cina rivalità strategica, competizione economica e significative interdipendenze commerciali; partecipa ai Brics e alla Shanghai Cooperation Organisation oltre che al Quad. Non è equidistanza, ma la volontà di conservare capacità di iniziativa e libertà di scelta. Il Quad, per Washington strumento di bilanciamento, per Nuova Delhi è una piattaforma di cooperazione che non deve assumere le caratteristiche di un’alleanza militare tradizionale: l’India può contribuire alla sicurezza marittima e alla diversificazione delle catene produttive senza assumere gli obblighi politici e militari delle alleanze occidentali.

Lo stesso vale per la tecnologia. Washington ha interesse a sviluppare collaborazioni nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nello spazio e nella difesa; Nuova Delhi, però, non considera sufficiente attrarre investimenti o acquistare tecnologie straniere. Vuole acquisire competenze, sviluppare capacità produttive nazionali e partecipare alla progettazione delle tecnologie strategiche, e il programma di autosufficienza industriale, pur con risultati disomogenei, risponde a questa esigenza: l’obiettivo non è l’isolamento, ma la riduzione delle dipendenze vulnerabili.

È su questo terreno che si misurerà la profondità del partenariato. Esercitazioni militari e accordi commerciali non bastano a determinare un’integrazione strategica duratura: conta la disponibilità americana a favorire trasferimenti tecnologici, ricerca congiunta e integrazione delle filiere. L’India vuole essere riconosciuta come partner industriale e tecnologico, non soltanto come mercato di sbocco o contrappeso geopolitico alla Cina.

Le divergenze che restano

Il riavvicinamento americano al Pakistan, migliorato negli ultimi mesi, continua a preoccupare Nuova Delhi, che considera la sicurezza nei confronti di Islamabad una questione nazionale sulla quale difficilmente accetterà interferenze. La volontà americana di mantenere rapporti con entrambi i Paesi conferma che la convergenza strategica non elimina il conflitto tra interessi nazionali.

C’è poi una contraddizione interna agli Stati Uniti: si chiede più cooperazione tecnologica, ma le restrizioni sui visti per i lavoratori specializzati rischiano di ostacolare proprio la circolazione di competenze che ha sostenuto i rapporti economici e scientifici tra i due Paesi. Emerge la difficoltà di conciliare le priorità della politica interna americana con le esigenze di una partnership tecnologica globale.

Oltre l’Indo-Pacifico: IMEC, Europa e Italia

La proiezione indiana va oltre l’Indo-Pacifico: Nuova Delhi consolida le relazioni con i Paesi del Golfo, l’Africa e l’Europa, cercando una maggiore centralità nelle reti commerciali e infrastrutturali internazionali. Il corridoio India-Middle East-Europe, annunciato nel 2023, ne è l’espressione più ambiziosa e non va letto soltanto come alternativa occidentale alla Belt and Road: per l’India è lo strumento per connettersi ai mercati europei, rafforzare i legami con il Golfo e guadagnare posizioni nelle catene globali del valore.

La sua realizzazione dipende da condizioni politiche e finanziarie incerte, e le tensioni su Hormuz e sul Mar Rosso ne mostrano la fragilità. Il significato strategico, però, è evidente: l’India vuole contribuire a ridisegnare la geografia economica tra Asia, Medio Oriente ed Europa.

Per l’Unione europea e per l’Italia questo significa trattare Nuova Delhi come un interlocutore autonomo e non come una variabile della competizione tra Washington e Pechino. Le convergenze possibili vanno dalla manifattura avanzata alle tecnologie energetiche, dalla difesa alla meccanica e alle infrastrutture.

Un partner, non un subordinato

L’India non ha ancora le capacità complessive di Stati Uniti o Cina. Deve affrontare profonde disuguaglianze sociali, un’occupazione giovanile insufficiente, ritardi infrastrutturali e dipendenze in settori strategici. Ma la dimensione del mercato, le prospettive di crescita, la posizione geografica e la capacità di dialogare con attori in competizione ne fanno un interlocutore difficilmente sostituibile.

Gli Stati Uniti sembrano prenderne atto, senza rinunciare a orientare le scelte indiane secondo le proprie priorità; Nuova Delhi, a sua volta, userà la cooperazione americana per rafforzare la propria posizione, evitando vincoli che ne limitino l’autonomia. Ne verrà una relazione di cooperazione e competizione negoziale, la cui stabilità dipenderà dalla capacità di gestire le divergenze senza compromettere gli interessi comuni.

La questione decisiva non è se l’India finirà per schierarsi definitivamente con gli Stati Uniti. È se Washington saprà costruire un partenariato con una potenza che non intende essere subordinata a nessuno.

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L’unità israeliana Nili, gli eredi di Kidon, ovvero quando l’Ira di Dio non si placa. L’analisi di Cristadoro

Risale a quest’estate la rivelazione al mondo da parte del governo israeliano dell’esistenza di un’unità speciale costituita da elementi dello Shin Bet, del Mossad e delle Forze di Difesa Israeliane (Idf). Parliamo dell’unità denominata Nili, abbreviazione della locuzione ebraica Netzah Yisrael Lo Yishaker (Samuele 15:29), che significa “L’eternità d’Israele non mentirà”. Tale denominazione richiama anche il nome della storica rete di spionaggio ebraica Nili, antesignana degli attuali servizi di sicurezza israeliani, già attiva durante la Prima guerra mondiale e, successivamente, in supporto al Mandato britannico contro l’Impero Ottomano. Fondata dall’agronomo Aharon Aaronsohn, da sua sorella Sarah Aaronsohn e da Avshalom Feinberg, l’organizzazione operava in Palestina con un obiettivo chiaro: fornire Intelligence sulle truppe ottomane e trasmetterla al Regno Unito per favorire la vittoria britannica nella regione. I fondatori erano infatti convinti che la nascita di un futuro Stato ebraico dipendesse dal crollo dell’Impero Ottomano. Questo richiamo storico conferisce alle operazioni attuali una valenza simbolica, suggerendo continuità e una capacità superiore di infiltrazione e raccolta di informazioni sensibili, anche nelle circostanze più complesse.

Si tratta di una specifica task force interforze creata dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, con l’obiettivo di rintracciare ed eliminare i membri dell’unità Nukhba di Hamas e i leader responsabili del massacro. La task force Nili è concepita come un comando centralizzato “misto”, che unisce la capacità di tracciamento tecnologico dell’ Intelligence all’azione sul campo. L’unità si avvale di una sofisticata tecnologia orientata principalmente all’analisi di tracce digitali e dei rilevamenti sul campo per individuare ed eliminare i soggetti inseriti in una “lista di liquidazione”, accusati di aver preso parte al massacro del 7 ottobre. Una cellula di Intelligence altamente avanzata, che integra tecnologie di intelligenza artificiale e algoritmi di riconoscimento facciale per rintracciare i propri obiettivi in grado di contribuire in modo significativo alla raccolta informativa sul territorio, tanto nella Striscia di Gaza, quanto in Cisgiordania. I suoi team di Intelligence hanno creato un database contenente migliaia di nomi prima di iniziare il lungo processo di accertamento dell’identità e della posizione di ciascuna persona.

La nuova cellula di sicurezza si affida interamente a strumenti moderni, tra cui una capillare rete di telecamere di sorveglianza, scansioni dell’iride e analisi di immagini reperite online. Il sistema elabora anche i dati provenienti dagli interrogatori e dalle aree su cui viene attivato, per poi trasmetterli alle unità militari incaricate di eseguire le operazioni di eliminazione diretta contro i soggetti presenti nelle liste dei ricercati. È innegabile che si sollevino interrogativi fondamentali circa l’attendibilità delle informazioni prodotte da questa unità, specialmente alla luce dell’uccisione documentata di migliaia di persone, giustificata con il pretesto di un loro presunto coinvolgimento in azioni militari.

Per eliminare i propri obiettivi all’interno della Striscia di Gaza o in Cisgiordania, Nili impiega sul terreno agenti infiltrati e forze speciali, attingendo direttamente al personale e alle tattiche dei Mista’arvim. Tale denominazione si riferisce alle unità d’élite antiterrorismo delle Idf, della guardia di frontiera e della polizia israeliana, composti da agenti sotto copertura addestrati a assimilarsi alla popolazione araba per raccogliere informazioni ed effettuare catture o eliminazioni nei territori palestinesi. Il nome deriva dall’arabo Musta’arabi, che significa “coloro che vivono tra gli arabi” e si riferisce agli ebrei arabizzati, eredi degli ebrei di lingua araba che vissero in Medio Oriente fin dall’inizio del dominio arabo nel VII secolo. Comunemente conosciuti come la arabo Plotoni, gli appartenenti alle unità di Mista’arvim operano camuffati da arabi e tengono rigorosamente segreta la propria identità reale al di fuori della loro unità. Questo personale è impiegato in azioni antiterrorismo, raccolta di dati informativi, ricerca e recupero di ostaggi. Le unità mista’arvim non solo lavorano all’interno del territorio di Israele, ma anche nella striscia di Gaza e nella Cisgiordania occupata. Di seguito, le unità dei Mista’arvim: Unità 367 Shimshon (“Sansone”), unità speciale delle Forze di difesa che ha operato a Gaza fino al 1996; Unità 217 Duvdevan (“Ciliegia”), opera nei Territori occupati. È un’unità inquadrata nella 89ª Brigata Commando Oz delle IDF, ed è stata fondata da Ehud Barak. È nota per le sue operazioni sotto copertura nelle aree urbane, durante le quali i suoi operatori spesso indossano abiti civili per confondersi tra la popolazione araba locale; Yamas, unità della Guardia di frontiera impiegata per operazioni speciali dello Shin Bet; Unità 33 Gideonim, unità sotto copertura della polizia israeliana.

In sintesi, Mista’arvim fornisce a Nili la capacità di muoversi invisibilmente in ambiente ostile per portare a termine le sue missioni.

L’idea di concepire e impiegare un’unità come Nili, con le dovute distinzioni in considerazione delle differenti circostanze, non rappresenta una novità nella storia del controterrorismo israeliano. La memoria non può non tornare ai tragici eventi delle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972 e alle forme di rappresaglia che ne seguirono. Il 5 settembre 1972, un commando di terroristi palestinesi facenti capo all’organizzazione Settembre Nero prese in ostaggio e uccise undici componenti della delegazione olimpica israeliana. Golda Meir, primo ministro d’Israele, era convinta che si dovesse dare una risposta forte a questo atto e decise di formare una squadra segreta incaricata di colpire tutti i responsabili, diretti e indiretti, della strage di Monaco. Fu dunque sancita l’organizzazione dell’“Operazione Ira di Dio” (Mivtza Za’am Ha’el,). La Meir stabilì che la missione era dare la caccia ai terroristi palestinesi e colpirli in maniera implacabile. Le uccisioni dovevano essere tali da terrorizzare gli obiettivi designati: i terroristi dovevano sentirsi perseguitati e vivere con una costante sensazione di pericolo incombente. Il personale incaricato delle esecuzioni, selezionato tra gli agenti del Mossad, doveva “licenziarsi”, rinunciare a tutto e, di fatto, accettare che il governo israeliano negasse di averne alcuna conoscenza o legame. Doveva individuare gli obiettivi, tenerli sotto sorveglianza, annotare le loro abitudini e, infine, colpirli nel momento più propizio. Si procedette a stilare una lista delle persone da eliminare e il “lavoro” fu assegnato ad una task force basata sull’unità Kidon (in ebraico: “baionetta”), che sviluppò la campagna di omicidi mirati in varie capitali europee (tra cui Roma, Parigi, Atene) e in Medio Oriente. Talvolta, va detto, sbagliando anche obiettivo, come accadde nel 1973 a Lillehammer (Norvegia), quando fu ucciso un cameriere marocchino di nome Ahmed Bouchikhi, scambiato per Ali Hassan Salameh. Questi, considerato una delle menti di Settembre Nero, fu eliminato in un secondo momento nel 1979.

L’Unità Kidon, fondata nel 1970 da Mike Harari quando assunse la guida della Divisione Cesarea del Mossad, è un reparto operativo d’élite e top-secret inserito all’interno della suddetta Divisione, già legata alla Metsada, dipartimento incaricato dello svolgimento di operazioni speciali, da non confondere con l’omonima unità del servizio carcerario israeliano. I membri dell’unità sono reclutati prevalentemente tra quelli di altre forze speciali israeliane, quali Sayeret Matkal, Flotilla 13 e Shaldag. Organizzata per agire in piccoli nuclei operativi o commando, composti solitamente da quattro elementi (in genere tre uomini e una donna, tra cui un medico di supporto per le emergenze), l’unità è specializzata nelle eliminazioni mirate, nei rapimenti e nelle operazioni di sabotaggio contro coloro che sono indicati come nemici di Israele. Ogni bersaglio viene prima giudicato e formalmente autorizzato da un’apposita istanza legale/politica a Tel Aviv (come avvenne storicamente con Golda Meir per l’Operazione Ira di Dio). Altri dettagli sull’unità si possono leggere nell’articolo di Dan Raviv e Yossi Melman Kidon unit, the spies Israel now depends on to look for nuclear cheating by Iran, pubblicato su Formiche il 3 dicembre 2013.

Ma torniamo all’unità Nili, che in quasi tre anni di attività ha individuato migliaia di persone accusate di aver partecipato agli attacchi guidati da Hamas, di aver preso ostaggi o di averli maltrattati durante la prigionia. Secondo quanto riportato in un articolo del quotidiano The Times of Israel del 16 luglio 2026, le persone eliminate presenti nella lista di Nili sarebbero oltre 2.700, una cifra che include circa 1.200 terroristi uccisi dalle forze israeliane durante l’assalto del 7 ottobre. Il lavoro di Intelligence svolto è minuzioso e capillare. In un corsivo pubblicato l’11 agosto 2026 sulla testata Jewish News, invece, si fa riferimento ad una intervista rilasciata al notiziario di Channel 12 in cui, per la prima volta, alcuni agenti dell’unità hanno descritto apertamente la loro missione, illustrando nel dettaglio i bersagli prescelti e i metodi impiegati per localizzarli e ucciderli. Gli ufficiali intervistati da Channel 12 e Adi Rotem, ex alto funzionario dello Shin Bet, riferiscono che Nili ha creato un foglio di calcolo contenente migliaia di nomi, avviando poi l’enorme e laborioso compito di identificare e localizzare ciascuno di essi. L’elenco dei soggetti indagati va oltre coloro che sono accusati di aver fisicamente attraversato il confine con Israele il 7 ottobre. Oltre agli attentatori, infatti, tra i ricercati figurano le persone coinvolte nel sequestro di ostaggi israeliani, nonché coloro che sono accusati di aver incontrato o abusato di prigionieri a Gaza. Sono stati presi di mira anche coloro che hanno partecipato alle cerimonie di rilascio di ostaggi inscenate. Per la loro individuazione sono stati utilizzati filmati girati dai terroristi durante l’azione svolta, comprese registrazioni da telecamere tipo GoPro, pubblicati online dai terroristi durante e dopo l’azione, sottoponendo tali filmati a software di riconoscimento facciale. Sono state utilizzate, inoltre, i dati raccolti dagli ufficiali dell’Intelligence delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) e dello Shin Bet, nonché gli interrogatori dei detenuti palestinesi, mentre l’intelligenza artificiale ha aiutato gli investigatori a ricostruire le prove. In un altro articolo, pubblicato su Ynet Global, piattaforma internazionale di Ynet (il maggiore sito di notizie e informazione in Israele, legato al quotidiano Yedioth Ahronoth), viene riportato che, sebbene le forze di sicurezza dispongano di numerose informazioni su quanto accaduto durante il massacro del 7 ottobre, hanno continuato ad acquisire nuove conoscenze nel corso del tempo e le squadre del centro di comando interforze continuano a lavorare per localizzare ed eliminare i nomi ancora presenti nella lista. Inoltre una delle maggiori preoccupazioni per Israele sarebbe la capacità rigenerativa di Hamas, costantemente impegnata nella ricostruzione della sua ala militare Per le forze di sicurezza, la missione ha un solo obiettivo: trovare sistematicamente i leader e i membri dell’organizzazione terroristica e ucciderli tutti.

Bisogna tenere presente che nell’esecuzione degli attacchi contro gli obiettivi individuati il rischio dei cosiddetti “danni collaterali”, cioè l’uccisione di persone innocenti, è molto elevato e su questo delicato argomento è corretto riportare il punto di vista sia dei sostenitori, sia dei detrattori del ricorso a questo tipo di operazioni.

Nel summenzionato articolo di Ynet Global, si evidenzia che le autorità israeliane hanno affermato che il rilascio di tutti gli ostaggi ha semplificato l’attuazione di ulteriori piani d’attacco, in quanto durante il periodo in cui gli ostaggi erano detenuti a Gaza, cresceva la preoccupazione che potessero essere coinvolti nelle azioni condotte e, pertanto, Israele doveva adotare misure di cautela molto elevate. Le forze di sicurezza non utilizzano un modello operativo fisso per l’esecuzione degli omicidi mirati. Ogni attacco viene condotto in base alle condizioni sul campo e il centro di comando dedicato monitora attentamente coloro che sono stati designati per l’eliminazione e cerca di tracciare ogni loro mossa. Alcuni attacchi vengono lanciati immediatamente in risposta a nuove informazioni e a un’opportunità unica sul campo. Altri vengono pianificati nel dettaglio con giorni o anche più di anticipo. Uno dei compiti più difficili per l’Intelligence è capire, nel caos dei dati raccolti, chi siano tra tutti gli elementi individuati coloro che realmente abbiano qualche responsabilità nell’accaduto o forme di coinvolgimento con i terroristi e chi, invece, sia totalmente estraneo a queste situazioni. In tale quadro, almeno in linea di principio, le forze di sicurezza riceverebbero informazioni dettagliate e adotterebbero le adeguate cautele prima di ogni attacco, proprio per evitare di sbagliare l’obiettivo o fare delle vittime tra chi non c’entra nulla; alcune opportunità di eliminare gli obiettivi sarebbero state perse, in attesa di un’occasione più opportuna per colpire. Ogni attacco è supportato da un sistema operativo attivo 24 ore su 24.

Sul fronte opposto, in un articolo dell’11 settembre 2026 pubblicato su Alquds.com, il sito web ufficiale di Al-Quds (il quotidiano in lingua araba più diffuso e letto nei Territori Palestinesi), è stato sottolineato come l’imponente risonanza mediatica relativa alle capacità di Intelligence di Israele sia crollata di fronte agli eventi del 7 ottobre e la costituzione dell’unità Nili non sarebbe altro che un tentativo di celare l’impotenza strategica che ha colpito le unità di sicurezza israeliane più celebrate. Nell’articolo si sottolinea che durante l’operazione Diluvio di Al-Aqsa, i terroristi hanno preso il controllo di centri appartenenti all’unità 8200 — la più nota unità di sigint israeliana — sequestrando computer, dispositivi di precisione e documenti segreti, poi trasferiti nei tunnel utilizzati da Hamas. Ciò avrebbe inferto un colpo devastante al mito della propria capacità tecnologica, che Israele aveva cercato di costruire nel corso dei decenni. In sostanza, secondo l’estensore dell’articolo, l’intensa campagna promozionale attorno all’unità Nili in questa fase del conflitto in atto rappresenterebbe un tentativo, da parte di Benjamin Netanyahu, di placare la crescente rabbia interna. Il richiamo al nome storico Nili, infine, avrebbe lo scopo di convincere l’opinione pubblica israeliana che l’apparato di sicurezza sia ancora in grado di produrre tutta l’Intelligence necessaria e di colpire in qualsiasi momento, nel tentativo di sfuggire alle conseguenze di un fallimento strategico.

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I disordini di piazza e la lezione di Manzoni che la politica dovrebbe rileggere

Nel novembre del 1628, nella Milano raccontata da Alessandro Manzoni, una folla inferocita per il prezzo del pane assaltò i forni, distruggendo ciò da cui dipendeva il proprio sostentamento. Quasi quattro secoli dopo quei fatti, le violenze che hanno accompagnato alcune manifestazioni di ottobre a Milano e in altre città italiane ripropongono un interrogativo antico: come impedire che una protesta si trasformi in una furia distruttiva?

Vetrine infrante, negozi danneggiati, scontri con le forze dell’ordine. A pagare sono commercianti, residenti, lavoratori e agenti. Persone spesso estranee alle ragioni della protesta. Poi arriva il consueto copione politico enfatizzato nei talk show: accuse incrociate, richieste di nuove misure di sicurezza, polemiche sulle responsabilità. Si discute molto di come fermare i violenti, molto meno concretamente di come evitare che la violenza esploda.

Eppure è proprio qui che si misura la capacità di uno Stato: non esclusivamente nel ristabilire l’ordine, ma nel prevenire il disordine senza sacrificare la libertà.

Il disagio è reale. La violenza è una scelta

Prima di tutto occorre sgombrare il campo da una generalizzazione: i giovani che partecipano alle manifestazioni non rappresentano un’intera generazione; chi sceglie la violenza è solo una parte di chi scende in piazza. La maggioranza dei ragazzi italiani studia, lavora, cerca un’occupazione, prova a costruirsi un futuro. Spesso affronta difficoltà che la politica conosce bene, ma fatica a risolvere.

Affitti proibitivi, salari insufficienti, precarietà, fuga all’estero dei giovani qualificati, sfiducia nelle istituzioni. Sono problemi concreti, ai quali si aggiunge una questione più profonda: la difficoltà di trovare punti di riferimento, appartenenze e prospettive credibili. Soprattutto pesa il non aver individuato o fatti propri i valori sostanziali di una democrazia, quelli alla base della coesione sociale e che fanno vivere e prosperare una comunità.

Famiglia, scuola, associazioni e comunità educative faticano a svolgere il ruolo di un tempo. Nel frattempo, social network e piattaforme digitali influenzano comportamenti, aspettative e relazioni con una rapidità che, sovente, supera la capacità di intervento (e di comprensione) degli adulti.

Tutto questo, però, non basta a spiegare le manifestazioni di ottobre, che sembrano nate più per imitazione di mobilitazioni radicali viste altrove (soprattutto in Francia), che da rivendicazioni italiane precise: ne hanno ripreso le forme, senza averne gli stessi obiettivi.

Una protesta che mette nello stesso calderone guerra, energia, affitti, scuola e “tutto quello che non va” non ha interlocutori, in assenza dei quali si sfoga su ciò che trova davanti. In ogni caso il disagio non è sufficiente a spiegare la violenza, né può giustificarla.

C’è anche, per molti, il “fascino” dello scontro: l’adrenalina, la forza del gruppo, la sfida all’autorità, oltre alla possibilità eccitante di conquistare visibilità sui social. In questi casi, la violenza rischia di diventare un obiettivo in sé, indipendente dalle ragioni della manifestazione. Capire la rabbia è necessario, assolvere chi spacca una vetrina o aggredisce un agente è un errore.

Manzoni e il primo sasso: quando la folla perde la ragione

Nei capitoli XII e XIII dei Promessi sposi, Manzoni racconta il tumulto di San Martino. La folla è composta da persone diverse: esasperati, curiosi, opportunisti, individui trascinati dagli avvenimenti.

La rivolta nasce da una situazione drammatica. Il pane manca o costa troppo, e le decisioni delle autorità hanno contribuito ad aggravare la crisi. Le ragioni del malcontento sono reali. Ma quando la rabbia si abbatte sui fornai, la protesta finisce per distruggere proprio ciò di cui la popolazione ha bisogno.

È il paradosso della violenza collettiva: si colpisce il bersaglio più vicino, non necessariamente il responsabile del problema. Anche oggi, che cosa c’entra il commerciante che vede distrutta la propria vetrina con le ragioni di una protesta contro il Governo, la guerra o il carovita?

Manzoni ci lascia un secondo avvertimento attraverso Renzo (capitoli XIV e XV). Il giovane non cerca lo scontro, ma si lascia coinvolgere negli avvenimenti, parla imprudentemente e rischia conseguenze gravi. Nella folla ci si sente protetti dal numero e la responsabilità sembra dissolversi nel gruppo. Ma quando il corteo finisce e le persone si disperdono, ciascuno torna a rispondere delle proprie azioni.

Oggi ci sono anche video, telecamere e indagini. Per un ragazzo, un procedimento penale può pesare sul futuro molto più di quanto possa immaginare: non si rende conto che la folla offre l’illusione dell’anonimato, ma il conto, alla fine, arriva al singolo.

Dalle barricate alle chat: il contagio corre sui social

La psicologia delle folle, da Gustave Le Bon in poi, ha cercato di spiegare come l’appartenenza a un gruppo possa modificare i comportamenti individuali. Non tutte le folle diventano violente, naturalmente. Tuttavia, in determinate condizioni il gruppo può attenuare la percezione del rischio e amplificare le emozioni. Oggi a queste dinamiche si aggiunge la velocità della comunicazione digitale.

Una mobilitazione può essere convocata in poche ore, cambiare luogo e percorso, diffondersi attraverso chat e social network, senza una struttura organizzativa riconoscibile. Le immagini degli scontri circolano immediatamente, alimentando attenzione, imitazione e, talvolta, nuove provocazioni. Per alcuni ragazzi, la piazza si trasforma in un palcoscenico: la città diventa lo scenario, la polizia l’avversario e il video da condividere il trofeo.

Non è la tecnologia a generare automaticamente la violenza, ma può moltiplicarne la visibilità e rendere più difficile distinguere una protesta spontanea da un’azione deliberatamente provocatoria. La vera prevenzione, allora, deve cominciare prima della manifestazione. Servono capacità di analisi dei rischi e di coordinamento operativo, nel rispetto delle garanzie di legge. Occorre, però, anche un’educazione digitale che insegni ai ragazzi a riconoscere la manipolazione, a resistere alla pressione del gruppo e di chi inneggia alla rivolta,  e a comprendere le conseguenze delle proprie scelte.

La famiglia e la scuola non possono essere lasciate sole in questo compito. La politica, dal canto suo, non può accorgersi dei giovani solo quando compaiono nelle immagini degli scontri.

La sicurezza non si costruisce soltanto nelle questure

Poliziotti e carabinieri hanno il compito difficile di garantire il diritto di manifestare e, contemporaneamente, proteggere cittadini, attività economiche e patrimonio pubblico.

Meritano rispetto e strumenti – normativi e procedurali – adeguati e tutele. Le modalità dei loro interventi possono e devono essere valutate, come avviene in ogni democrazia. Ma trasformare gli agenti nel bersaglio della polemica politica significa indebolire proprio chi è chiamato a difendere la sicurezza di tutti.

Anche l’Esercito contribuisce da anni alla vigilanza delle città attraverso l’operazione Strade Sicure, con compiti distinti da quelli delle forze di polizia nella gestione dei cortei. Il coordinamento fra istituzioni è essenziale, nel rispetto delle rispettive responsabilità. Una sinergia che, comunque la si veda, ha sempre funzionato.

La risposta dello Stato, però, non può esaurirsi nei dispositivi di sicurezza o nelle sanzioni. L’articolo 17 della Costituzione tutela il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. È un diritto fondamentale, non una concessione dell’autorità. Ma non comprende la facoltà di aggredire persone, intimidire commercianti o distruggere beni. La Costituzione, al riguardo, va considerata nella sua interezza, non estrapolando soltanto l’articolo che fa comodo al momento.

Una diversa cultura delle manifestazioni

Occorre, quindi, pensare ad una cultura della responsabilità nelle manifestazioni, intervenendo, fondamentalmente, su tre aspetti.

Il primo riguarda gli obiettivi. Una protesta può raccogliere rivendicazioni diverse, ma chi la promuove dovrebbe chiarire che cosa chiede e a quali interlocutori si rivolge. Il dissenso acquista forza politica e credibilità quando riesce a trasformarsi in una proposta comprensibile.

Il secondo riguarda i luoghi. Percorsi, accessi e vie di deflusso devono essere valutati con attenzione, attraverso il confronto fra autorità e organizzatori. Proteggere da alcune manifestazioni centri storici, attività economiche e patrimonio culturale, non significa relegare il dissenso in periferia, ma prevenire rischi concreti con misure proporzionate, in nome della sicurezza.

Il terzo riguarda gli organizzatori. Chi convoca una manifestazione dovrebbe sempre ricercare e mantenere contatti con le autorità, predisporre un servizio d’ordine riconoscibile e isolare pubblicamente e preventivamente chi cerca lo scontro. La responsabilità penale resta personale, ma quella politica e organizzativa non può scomparire dietro l’anonimato di una convocazione digitale. Infatti, se manifestare è un diritto, organizzare responsabilmente una protesta è un dovere civile.

Disarmare le parole, prima delle piazze

C’è, infine, una responsabilità che riguarda direttamente la politica, i media e chi occupa posizioni di responsabilità. Dopo ogni episodio di violenza, maggioranza e opposizione sembrano spesso più interessate ad attribuirsi colpe reciproche, che a individuare soluzioni condivise.

Da una parte s’invocano soprattutto misure di ordine pubblico, dall’altra si rischia di leggere ogni scontro come una conseguenza inevitabile del troppo generico “disagio sociale”. Sono due semplificazioni che non aiutano.

La condanna della violenza (e dei violenti) non dovrebbe dipendere dal colore politico di chi la esercita. Il rispetto per le forze dell’ordine, soprattutto, non può cambiare a seconda di chi governa.

Papa Leone XIV ha richiamato, qualche mese fa, la necessità di “disarmare le parole”. È un invito che vale anche per il nostro dibattito pubblico, dove l’avversario viene troppo spesso trasformato in un nemico e ogni episodio diventa un’occasione di scontro elettorale.

Servirebbe, invece, un’intesa su pochi principi essenziali: condanna senza ambiguità della violenza, tutela del diritto di manifestare, rispetto per chi garantisce la sicurezza, collaborazione fra istituzioni e amministrazioni a tutti i livelli e investimenti continuativi su scuola, periferie, opportunità per i giovani ed educazione digitale.

Non è necessario essere d’accordo su tutto. Ma la coesione sociale non può diventare un tema da riscoprire soltanto dopo l’ennesima giornata di disordini.

Infine, non basta chiedere ai giovani il rispetto delle regole se la politica offre quotidianamente esempi di aggressività verbale e delegittimazione reciproca. La credibilità delle istituzioni – ricordiamocelo – comincia dall’esempio di chi le rappresenta.

Il “forno” da difendere

Manzoni aveva capito che, quando la folla ha già preso di mira il forno, è tardi per chiedersi chi abbia acceso la rabbia. Fermare i violenti è necessario. Individuare le responsabilità e proteggere i cittadini è un dovere dello Stato. Ma la vera sfida è impedire che il primo sasso venga lanciato.

Il che implica riconoscere il disagio senza trasformarlo in un alibi, prevenire i rischi senza comprimere le libertà, responsabilizzare chi organizza le manifestazioni e tornare a investire seriamente nell’educazione.

Il forno di Manzoni era il luogo da cui dipendeva il pane di tutti, compreso quello di chi lo stava distruggendo.

Oggi quel forno può essere un negozio, una scuola, una strada, un’istituzione. È ciò che appartiene alla vita comune e che la violenza finisce per colpire. Difendere quel forno non vuol dire mettere a tacere la protesta. Significa impedire che, nel nome di una causa, si distrugga ciò che appartiene a tutti.

È una lezione di quasi quattro secoli fa: la politica farebbe bene a rileggerla e farla propria prima del prossimo sasso.

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Dal disagio al ribellismo, cosa agita le democrazie europee secondo il prof. Corbino

La fiammata di ribellismo che sta mettendo a soqquadro mezza Europa ha ragioni certamente diverse, complesse e in parte anche radicate. Non sono riducibili a un’unica causa. Ma sarebbe pericoloso sottovalutare il sostegno implicito che ciascuna riceve dalle altre o immaginare che si possa uscire in breve dalla crisi.

Si sommano disagio non affrontato, rancore per la discriminazione sociale che immigrati (di seconda e terza generazione) ritengono di subire, solidarietà istintiva (sostenuta da ragioni anche religiose) verso cause (la palestinese) sentite come prossime e considerate trascurate dai governi occidentali, ragioni specifiche contingenti ma pressanti, ora generiche e diffuse (come carovita e difficoltà economiche esasperate dalla crisi energetica), ora legate a condizioni più particolari (situazioni scolastiche vissute come penalizzanti) o dimenticate (questione-casa).

Alle quali tutte si aggiunge una ragione di bassa cucina politica. Il favore verso tutte le proteste – ancorché condannandone le violenze cui danno immancabilmente occasione – di coloro che intravedono la possibilità (molto concreta) che le nostre principali democrazie si ritrovino sotto governi “contro-corrente” (negli orientamenti di fondo) rispetto a quelli degli ultimi decenni. In Francia e Spagna si annunciano svolte elettorali non proprio banali. Altrove (come in Italia) si sono già avviate e se ne teme perciò il consolidamento.

In altri Paesi (Germania) non possono dirsi sicure, ma certamente non possono escludersi. In altri ancora (di minor peso politico generale) è accaduto (o sta accadendo) lo stesso.

Il tutto in un mondo sconvolto nei suoi tradizionali equilibri geo-politici, agitato da guerre tradizionali e ibride (delle quali anche queste proteste sono, in parte, un momento) e sollecitato da ambizioni (interne ed esterne all’Occidente) delle quali è difficile arginare gli straripamenti consentiti da tecnologie sempre più nel controllo di pochi.

Non credo che alcuno possa seriamente avere facili ricette salvifiche. Ma è certo anche che non potrà esserne ricercata alcuna (con l’approfondita riflessione che la situazione esige e con i conseguenti necessari tempi) senza muovere da due cose: il ripristino dell’importanza delle “forme” (che sole possono esserne il canale) e una ritrovata coscienza che le nostre società vanno giudicate “anche” per il (molto) di benessere e di progresso che hanno assicurato (e continuano ad assicurare).

Meriterebbero una difesa ferma e determinata. Non solo da chi le governa, ma anche da chi vi aspira. Sono il nostro vero “bene comune”.

Le nostre “democrazie” sono caratterizzate in tanto (sottolineo, in tanto) da squilibri e da malessere. Ma è grazie ad esse che il nostro mondo contemporaneo è incomparabilmente migliore di quello di ogni tempo precedente. Per i diritti di cui godiamo, per il contrasto che garantisce alle malattie e alla povertà (sì, alla povertà: quella che per noi è “assoluta”, altrove è ancora spesso un traguardo lontano). Prima di lasciarle “liquidare” dalle delusioni maturate (vere e non immaginarie) dovremmo provare a domandarci da dove viene il disagio che oggi dilaga. Scopriremo che viene da errori (com’è umano e come sempre è accaduto).

Ai quali non si rimedia negandoli o condannandoli. Ma sforzandosi di comprenderne le cause e di riorientare la realtà. E soprattutto accettandone costi e tempi.

Il dato di fondo su cui riflettere è “culturale”.

Da decenni, si è abbassata dovunque la soglia della tolleranza e della disponibilità ad accettare le “difficoltà” che ogni presente in rapida trasformazione comporta. Soprattutto quando, come nelle democrazie, esso sconvolge equilibri che interessano le contrastanti aspirazioni di milioni e milioni di attori, esposti a epocali, rapidi e universali cambiamenti.

Ne è nato un problema “politico” che, nell’Europa continentale, è stato reso più acuto da una pratica “democratica” che non vive (come nel mondo anglo-sassone, che non è comunque al riparo dalla questione) di assetti fatti di antica abitudine alle alternanze. Le nostre culture sono più frammentate e gli assetti delle nostre democrazie (anche nella semipresidenziale Francia, dove la cosa ha funzionato abbastanza però solo con De Gaulle, segno che il carisma non si inventa) sono stati disegnati in funzione di una complessità del “decidere” che ha sempre imposto stagioni politiche durevoli, concluse, non raramente, da svolte vissute come liberatorie (vedi quel che è accaduto da noi con Tangentopoli). Un costume dal quale siamo tuttora segnati.

Le elezioni sono divenute contendibili, ma continuano ad essere (rispettivamente) temute e vissute come foriere di “terremoti” da scongiurare/favorire. Il problema non sono, evidentemente, “solo” le forme. Benché esse vi concorrano certamente.

Forme “disegnate” per un tempo di decisioni conseguibili “lentamente” non possono funzionare allo stesso modo in un uno che ne reclama di “tempestive”. Ma è solo una semplificazione frettolosa (e infatti inefficace) delegarle per questo a un “leader”. Andrebbero piuttosto attentamente ripensate.

A dispetto di una vulgata di comodo, le nostre democrazie sono state fattualmente “liberali”. Aperte a una continua sperimentazione di “possibilità”, come suggerite dai contesti (mai immobili). Per un lungo tempo, nel quadro di assetti “politici” molto stabilizzati (come è stato nell’Italia della cd Prima Repubblica). Da alcuni decenni (per via del maggioritario e del cambiato quadro internazionale), di altri meno consolidati (e tuttavia non meno esposti).

Né i primi, né i secondi hanno mai impedito (se anche faticosamente) di correggere le devianze (e le concentrazioni di interesse) che “ogni” consolidamento di potere porta con sé. Le nostre democrazie non sono state immobili. Solo un cieco può non vedere (per restare a noi) cosa era la società italiana (in termini di pluralismo culturale, uguaglianza dei diritti, protezionale sociale) cinquant’anni addietro e cosa è oggi.

Perché allora tanto ribellismo?

Pesa – a mio sommesso modo di vedere – una visione della socialità che ha cessato (da decenni appunto) di essere vissuta come partecipe e “collaborativa”.

La condizione che subiamo è conseguenza di molte accelerazioni. Alcune ineludibili e incontrollabili (le straordinarie possibilità aperte dalle tecnologie). Altre dovute invece alla perduta coscienza che la storia sociale non cammina al ritmo di quella materiale. Ha bisogno di una “coesione” che si rinnovi continuamente. Si costruisce nell’esperienza. Nasce dal radicarsi di convinzioni “maturate” in questa e non “progettate” per guidarla.

Quando rimpiangiamo gli “statisti” degli anni Cinquanta e Sessanta, dovremmo ricordarci che essi poterono esserlo (come certamente furono) non solo per le loro qualità personali, ma anche per il contesto sociale che consentì loro di esserlo.

Tutti consideravano allora la “moderazione” politica, più che una virtù, una necessità. La condizione di ogni sviluppo “sostenibile”. Faceva comprendere (e accettare) che i nostri figli (non noi) avrebbero potuto avere di più. Avere abbandonato questo costume ha generato ciò che è sotto i nostri occhi. Ne è venuta presto una formazione (e una conseguente cultura) che da “umanistica” (critica, e perciò moderante) si è fatta “scientifica” (pretensiva).

La libertà è una condizione difficile. Resiste finché coniugata con il “limite”.

Superato (con la ricostruzione) il trauma della guerra, è stato tutto un fiorire di movimenti sempre più determinati ad ottenere che i loro obbiettivi divenissero “la” priorità. Il progresso ne è stata la “bandiera”, ma l’arroganza (troppo spesso) la loro ordinaria “voce”.

Le nostre società si sono spaccate. Da un lato, le tante “minoranze” attive. Dall’altro, una larga maggioranza di tiepidi o indifferenti. Le prime tumultuanti. La seconda in parte asserragliata nelle cittadelle della conservazione (talora anche al limite dell’ottusità), in parte (la prevalente) ritratta in un privato sempre più estremo (vedi l’esponenziale rapida crescita dell’astensionismo politico).

Da regime della “composizione” mediante, la democrazia ha cominciato ad essere percepita come quello della “prevalenza” prevaricatrice. Gradito alle minoranze rumorose, sospettato dalle maggioranze silenti, stordite dal clamore delle prime.

L’effetto? Lo spazio che sta conquistando chi invita non a contenere (come “non può non” essere) la “libertà”, ma a contenerla nel massimo (come “non deve” essere). Così demolendo la cultura “liberale”. E spingendo, allo stesso tempo, le maggioranze disorientate a farsi strumento delle torsioni autoritarie che affiorano nelle nostre democrazie.

È a queste derive che si dovrebbe reagire uniti.

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Dalla tv alle piattaforme, come i broadcaster europei stanno costruendo il loro ecosistema digitale

Mentre il dibattito pubblico continua spesso a contrapporre televisione tradizionale e streaming, il mercato europeo sta evolvendo in una direzione diversa. La vera trasformazione non consiste infatti nella sostituzione della televisione lineare da parte delle piattaforme OTT, ma nella nascita di un nuovo ecosistema digitale nel quale broadcaster, operatori pay, piattaforme streaming, pubblicità online e Connected Tv convergono progressivamente nello stesso ambiente competitivo. È questa una delle principali evidenze che emergono da Turning Digital 2026 – The Broadcaster’s Digital Ecosystem, il nuovo rapporto annuale di ITMedia Consulting.

Nel 2025 il mercato televisivo dell’Europa occidentale ha raggiunto i 80,4 miliardi di euro, in crescita del 2,4% rispetto all’anno precedente, confermando la solidità dell’industria audiovisiva europea nonostante il rallentamento economico e le tensioni geopolitiche internazionali. Dietro questa crescita si nasconde però una trasformazione molto più profonda. Le categorie che per decenni hanno definito il settore stanno progressivamente perdendo significato. Broadcaster, operatori pay TV, piattaforme streaming e servizi video digitali competono ormai per le stesse risorse: audience, dati, investimenti pubblicitari e attenzione degli utenti.

La risposta europea alle piattaforme globali

Per anni l’evoluzione del mercato audiovisivo è stata raccontata quasi esclusivamente come l’affermazione dei grandi operatori globali dello streaming. Questa lettura oggi appare incompleta. I broadcaster europei stanno infatti accelerando la costruzione di ecosistemi digitali propri attraverso piattaforme Bvod, canali Fast, distribuzione su Connected Tv e sistemi pubblicitari basati sui dati. Il risultato è un modello che combina la forza editoriale della televisione tradizionale con le logiche tipiche delle piattaforme digitali. La crescita dei servizi Bvod è particolarmente significativa. Nati come semplici piattaforme catch-up, sono progressivamente diventati veri hub digitali attraverso i quali i broadcaster costruiscono relazioni dirette con gli utenti, raccolgono dati, personalizzano l’offerta e sviluppano nuove forme di monetizzazione. Nel 2025 i ricavi pubblicitari generati dal Bvod hanno raggiunto circa 2,6 miliardi di euro in Europa, rappresentando ormai oltre il 10% delle entrate pubblicitarie dei broadcaster.

Accanto al Bvod cresce il fenomeno Fast, ovvero i canali gratuiti supportati dalla pubblicità. Pur rappresentando ancora un segmento relativamente limitato, nei cinque principali mercati europei hanno già superato i 360 milioni di euro di ricavi e stanno diventando uno strumento importante per valorizzare cataloghi esistenti e intercettare nuove audience.

La convergenza tra media, dati e pubblicità

La trasformazione non riguarda però soltanto i contenuti. La vera novità consiste nell’integrazione crescente tra produzione audiovisiva, distribuzione digitale, dati e pubblicità. La Connected TV sta diventando il luogo nel quale convergono televisione, streaming, advertising digitale e tecnologie di misurazione avanzata. Non è più semplicemente uno schermo, ma l’infrastruttura attraverso la quale si organizza il nuovo ecosistema audiovisivo.
Anche l’evoluzione del mercato pubblicitario racconta questa dinamica. Nel 2025 la raccolta televisiva tradizionale è diminuita dell’1,6%, mentre l’Avod ha continuato a crescere fino a rappresentare il 26% dei ricavi pubblicitari televisivi complessivi, contro appena il 9% del 2019. La pubblicità video sta quindi abbandonando progressivamente la distinzione tra televisione e digitale, per spostarsi verso ambienti convergenti nei quali convivono linear TV, Bvod, Avod, FAST e Connected TV.

Un tema industriale e strategico per l’Europa

Questa evoluzione assume un significato che va oltre il settore audiovisivo.
In un contesto segnato dalla crescente competizione digitale globale, la capacità dei broadcaster europei di costruire piattaforme proprietarie, rapporti diretti con gli utenti e nuovi modelli pubblicitari rappresenta anche una questione di autonomia industriale e tecnologica.
Il Regno Unito appare oggi il mercato più avanzato nello sviluppo di questi ecosistemi, ma anche Francia e Germania mantengono posizioni molto solide. L’Italia, pur restando uno dei Paesi nei quali la televisione conserva il peso più elevato nel mercato pubblicitario, è chiamata ad accelerare la transizione verso modelli sempre più integrati e data-driven.

Oltre la contrapposizione tra lineare e streaming

L’insegnamento più importante che emerge dal rapporto è forse proprio questo: il futuro dell’audiovisivo europeo non sarà determinato dalla vittoria della televisione sullo streaming o viceversa. Sta emergendo un ecosistema nel quale contenuti, dati, pubblicità, piattaforme digitali e distribuzione convergono progressivamente all’interno di un unico mercato. I broadcaster che avranno successo non saranno necessariamente quelli che controlleranno i canali televisivi più forti, ma quelli capaci di costruire le relazioni più solide con il pubblico attraverso piattaforme digitali integrate, valorizzando insieme contenuti, dati e capacità tecnologiche. In questo senso, il futuro non è più “televisione contro streaming”. Il futuro è l’ecosistema digitale europeo dell’audiovisivo.

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Operazione Vivaldi, la tattica che ha aperto la strada alle avanzate ucraine

Il 475º Reggimento d’assalto autonomo “Code 9.2” dell’Esercito Ucraino è uno degli esempi più noti di integrazione tra armi di linea e droni. Nato come una normale unità di fanteria cui era stato aggiunto un drappello di droni da ricognizione, dopo i cicli operativi di Bachmut, Časiv Jar, Kliščiїvka e Lyman il rapporto si è invertito, aumentando drasticamente la presenza organica di droni, impiegati anche con funzioni offensive.

Durante la battaglia di Huljajpole, all’inizio di quest’anno, le forze del 475º Reggimento hanno affrontato la 40ª Brigata autonoma Fanteria di Marina delle Guardie “Krasnodar-Harbin” della Marina Militare Russa, infliggendole pesanti perdite con l’impiego di tattiche che sono state, poi, ripetute su larga scala nel corso dell’Operazione Vivaldi.

Mentre una parte importante della teoria – specialmente quella più critica nei confronti di qualunque tipo di approccio “manovriero” o che ritenga che il rapporto tra guerra di movimento e guerra di posizione sia paritetico e intercambiabile a seconda di specifiche condizioni sul campo – pensa che nella grey zone, cioè quello spazio interstiziale di incertezza dove il terreno è conteso, sia impossibile manovrare; le azioni connesse al ciclo operativo di Vivaldi sembrano mostrare il contrario proprio “a condizione”.

Infatti, ha scritto il teorico militare e ufficiale in congedo dell’Aeronautica Indiana, Sameer Joshi, che la novità tattico-operativa più importante emersa dalle observations dell’Operazione Vivaldi sta nel “metodo utilizzato per creare e proteggere successive avanzate tattiche sotto la minaccia di azioni offensive da parte dei droni russi”. Trattare il problema della trasparenza e della presenza dei droni nemici nello spazio aereo litorale come una questione di “difesa terminale” e non con un approccio sistemico non è una soluzione. A dover essere neutralizzato per ottenere risultati (sempre, ben inteso, di natura tattica) è il reconnaissance-strike system che tiene in piedi l’impalcatura del dispositivo militare nemico, non la singola piattaforma.

Alla trasparenza è connesso un elevato volume di fuoco, che può essere limitato proprio andando a rompere il meccanismo di trasmissione della kill-chain avversaria, così da consentire l’apertura di una “finestra di dominanza” utile ad avanzare. Mentre ad Huljajpole tale tattica fu impiegata dagli ucraini per frenare l’avanzata russa; a Lyman è stata usata in chiave offensiva per consentire alla fanteria del 3° Corpo d’Armata ucraino di avanzare sull’asse Novoselivka-Yarova e poi su quello Serednie-Shandryholove-Derylove-Drobysheve, con l’aggiunta della costituzione di quella security bubble o “bolla tattica” necessaria ad operare per manovra su terreno empty-transparent e della quale Joshi ha fornito ampia descrizione delle caratteristiche.

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Perché l’IA può fare la differenza soprattutto per le Pmi

Il Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi ha ospitato piccoli imprenditori, titolari di botteghe e artigiani all’evento “Genova digitale per le imprese. Strumenti, competenze e Intelligenza Artificiale per crescere sul territorio” il secondo appuntamento di un ciclo formativo voluto dalla sindaca Silvia Salis, che lo ha costruito insieme a Meta, alla Camera di Commercio e a Confindustria Genova, con l’Università di Genova e le associazioni del commercio e dell’artigianato (Confcommercio, Confesercenti, CNA e Confartigianato).

Aprendo i lavori, la Sindaca Silvia Salis ha ringraziato Meta per aver messo a disposizione le proprie competenze e ha sottolineato l’importanza e la centralità degli strumenti digitali affermando che chi fa impresa e porta avanti un’attività, ha un patrimonio di esperienza che merita nuove occasioni di crescita. Opportunità che l’amministrazione ha il dovere di creare aiutando le imprese del territorio a integrare il digitale e l’intelligenza artificiale nella propria operatività quotidiana, senza che l’età o le dimensioni dell’impresa diventino un ostacolo

Angelo Mazzetti, direttore delle relazioni istituzionali per Italia e Grecia di Meta ha raccontato che, come anni fa ogni impresa ha dovuto attrezzarsi con un sito e una pagina social, oggi deve imparare a usare l’AI. Le tecnologie rappresentano un volano per le micro e piccole imprese per crescere, però, l’accesso alla tecnologia da solo non basta, servono anche le competenze per utilizzarla. Dopo di lui, i formatori di Meta hanno parlato di campagne, di creatività con l’AI e di WhatsApp Business.

A conclusione della giornata formativa, ho avuto il piacere di condividere alcuni spunti e consigli pratici per l’applicazione nel concreto sulle attività quotidiane.

A supporto di questi temi, mi vengono in aiuto i dati del rapporto “Il Digitale in Italia 2026” di Anitec-Assinform, di cui sono consigliere, che registra un mercato digitale da 84,4 miliardi, con la spesa in intelligenza artificiale cresciuta del 47,6% in un solo anno. Anche secondo l’Istat, in un solo anno, la quota di PMI che usa almeno una soluzione di AI è raddoppiata, dal 7,7 al 15,7%.

Ma la differenza più grande, secondo me, si può fare proprio nelle micro e piccole imprese, dove un’ora risparmiata è un’ora guadagnata.

Pensate alla focacceria che può farsi scrivere in un minuto la risposta gentile ad una recensione, o al gestore di un B&B che con un click può inviare un messaggio di benvenuto in tedesco o giapponese. Oppure all’impresa edile che può dettare al telefono i lavori da eseguire e ritrovarsi immediatamente pronta una bozza di capitolato, o ancora allo spedizioniere che può riassumere in tre righe la mail di un cliente straniero e preparare la risposta. C’è, però, un equivoco da chiarire, l’AI non sostituisce il titolare, né chi lavora al banco o al telefono e, tanto meno, la capacità di costruire un rapporto empatico con i clienti. Capire cosa cerca chi entra, ricordarsi di chi torna e conoscerne i gusti, restano propri delle caratteristiche personali di ogni commerciante, e il cliente se ne accorge. Ma se metà del lavoro d’ufficio, tra amministrazione, email, contenuti per i social e recensioni, arriva già impostato e pronto, il tempo che si libera si può utilizzare e spendere proprio nella costruzione della relazione, che per una piccola impresa è il vantaggio che fa la differenza.

La serranda, la mattina, si alza ancora a mano. Con l’AI, però, chi la alza ha più tempo per dedicarsi a chi entra. ‎

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La minaccia che non esplode. Le mail alle scuole e la nuova frontiera dell’intelligence cognitiva

Il 19 ottobre decine di scuole italiane hanno ricevuto un messaggio di posta elettronica che annunciava la presenza di un ordigno esplosivo negli edifici e prospettava una serie di attacchi terroristici sul territorio nazionale. Nel testo comparivano riferimenti ad Allah, alla Sharia e all’utilizzo di nitrato d’ammonio. Secondo l’Ansa, la comunicazione ha raggiunto almeno cinquanta istituti da Nord a Sud; soltanto nel Veronese le procedure precauzionali hanno interessato 27 plessi scolastici. I controlli effettuati non hanno portato al ritrovamento di ordigni. Considerare quindi l’episodio soltanto come l’ennesimo falso allarme rischia però di coglierne soltanto una parte.

Il punto non è soltanto chiedersi se una bomba esista realmente. Bisogna interrogarsi anche sulla capacità di una comunicazione digitale, inviata a costi estremamente bassi, di attivare procedure di emergenza, mobilitare forze dell’ordine, interrompere l’attività scolastica, coinvolgere migliaia di famiglie e conquistare rapidamente lo spazio mediatico. In altre parole: la minaccia può essere falsa, ma i suoi effetti sono reali.

Prima della matrice viene l’attribuzione

Il primo rischio analitico è quello di attribuire automaticamente l’azione all’attore che il messaggio dichiara, suggerisce o imita. “Allah”, “Sharia”, “attacco terroristico” costituiscono elementi di una narrazione. Non costituiscono, da soli, una prova dell’identità di chi l’ha prodotta.

È una distinzione essenziale nell’analisi di intelligence contemporanea. Nell’ambiente digitale l’identità dichiarata dall’autore di un messaggio può essere autentica, falsificata, clonata o deliberatamente costruita per orientare la lettura dell’evento. Anche il mittente apparente di un’e-mail può essere manipolato. Per questo l’attribuzione richiede l’analisi congiunta di elementi tecnici, infrastrutturali, comportamentali e contestuali.

La domanda, dunque, non può essere semplicemente: chi usa questo linguaggio? Deve diventare: chi ha prodotto il messaggio, attraverso quale infrastruttura, con quali modalità e soprattutto con quale obiettivo? Il problema assume ancora più rilevanza osservando ciò che contemporaneamente è avvenuto fuori dall’Italia.

Nello stesso 19 ottobre fino a 300 scuole dell’Irlanda del Nord hanno segnalato alla polizia la ricezione di una medesima minaccia generalizzata. La Police Service of Northern Ireland ha successivamente comunicato di considerare l’episodio un hoax, precisando che le verifiche non avevano individuato elementi anomali e che l’e-mail proveniva dall’esterno del Regno Unito. Messaggi analoghi sono stati segnalati anche in altre aree britanniche; scuole in Ungheria e Serbia sono state interessate nello stesso arco temporale, anche se le autorità non hanno finora stabilito pubblicamente che tutti gli episodi appartengano a un’unica operazione.

La formulazione della minaccia riportata in Irlanda del Nord presenta inoltre evidenti somiglianze con quella circolata in Italia: riferimento a un ordigno contenente ANFO, prospettiva di ulteriori attentati e instaurazione della Sharia. È un elemento investigativo rilevante. Non è ancora un’attribuzione. Ed è precisamente in questa distanza che deve operare l’intelligence.

Quando il bersaglio è la decisione

L’aspetto più interessante dell’episodio emerge infatti se si abbandona per un momento la ricerca dell’ordigno e si osserva la sequenza delle conseguenze. Un’e-mail entra nella casella di posta di un istituto. La scuola segnala la minaccia. Vengono attivate le autorità. Gli edifici vengono controllati o evacuati. Le famiglie modificano i propri comportamenti. La notizia entra nei media e nei social network. Altri istituti aumentano il livello di attenzione.

Tutto questo può verificarsi senza che l’autore disponga di un solo grammo di esplosivo.

Il rapporto tra costo dell’azione ed effetto prodotto diventa così fortemente asimmetrico. È sufficiente introdurre nell’ambiente informativo un segnale abbastanza credibile da non poter essere ignorato. Qui entra in gioco la dimensione cognitiva della sicurezza.

La Nato definisce la cognitive warfare come un insieme di attività capaci di influenzare percezioni, atteggiamenti, comportamenti e processi decisionali attraverso lo sfruttamento delle vulnerabilità cognitive. L’Allied Command Transformation sottolinea come il dominio cognitivo riguardi non soltanto ciò che un individuo pensa, ma anche il modo in cui interpreta l’ambiente e decide di agire.

Sarebbe prematuro e metodologicamente scorretto classificare automaticamente gli allarmi alle scuole come un’operazione di cognitive warfare: manca innanzitutto un’attribuzione e non conosciamo ancora l’intenzione dell’autore. L’episodio, tuttavia, mostra perfettamente una vulnerabilità cognitiva che un attore ostile potrebbe sfruttare.

Paura, incertezza e urgenza alterano infatti il processo decisionale. E quando il possibile bersaglio è una scuola, la soglia di tolleranza del rischio è inevitabilmente bassissima. Le istituzioni non possono permettersi di ignorare il messaggio soltanto perché potrebbe essere falso. È proprio questa asimmetria a rendere efficace la minaccia.

Il rischio della falsa attribuzione

C’è poi un secondo effetto. L’autore non influenza soltanto ciò che facciamo, ma potenzialmente anche chi riteniamo responsabile di ciò che sta accadendo. L’impiego di simboli jihadisti attiva immediatamente nell’opinione pubblica un preciso sistema di associazioni: terrorismo islamista, radicalizzazione, attentati, sicurezza interna. È una scorciatoia cognitiva comprensibile, ma pericolosa se precede l’analisi. Il contesto politico europeo rende questa cautela ancora più necessaria.

L’8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione sulla necessità di una strategia europea contro l’“entrisme islamiste” e sull’influenza delle reti legate ai Fratelli Musulmani. Lo stesso Parlamento, però, ha esplicitamente sottolineato la necessità di distinguere l’Islam come religione dall’islamismo politico come fenomeno politico.

La prossimità temporale tra quel dibattito e le minacce alle scuole può naturalmente alimentare ipotesi investigative o interpretazioni politiche. Ma la successione temporale non costituisce un nesso causale. Allo stato delle informazioni pubbliche non vi sono elementi sufficienti per attribuire le e-mail ai Fratelli Musulmani, allo Stato Islamico o ad altra organizzazione jihadista. Completare autonomamente questa attribuzione significherebbe, paradossalmente, fare parte del lavoro dell’autore della minaccia: accettare l’identità che egli ha scelto di rappresentare.

Dall’intelligence della fonte all’intelligence dell’effetto

L’episodio suggerisce allora una riflessione più ampia. Per lungo tempo il processo analitico ha privilegiato una sequenza apparentemente lineare: identificare l’attore, comprenderne capacità e intenzioni, valutare la minaccia. Nell’infosfera contemporanea occorre affiancare a questa prospettiva un secondo livello di analisi: valutare l’effetto indipendentemente dall’attribuzione.

Chi ha inviato il messaggio? È la prima domanda. Ma non può essere l’unica. Bisogna anche chiedersi: quali comportamenti ha generato? Quali processi decisionali ha attivato? Quanto personale e quante risorse ha mobilitato? Quali narrazioni ha rafforzato? Quale livello di amplificazione mediatica ha ottenuto? Quali divisioni sociali potrebbe alimentare?

La Nato osserva ormai apertamente come le minacce informative possano avere conseguenze sulla sicurezza nazionale e come attività manipolative coordinate possano alterare percezioni, generare confusione e incidere sulla fiducia pubblica.

Per questo la superiorità informativa non coincide più semplicemente con il possesso di una maggiore quantità di dati. Significa anche riuscire a preservare la qualità del processo decisionale quando l’ambiente viene intenzionalmente saturato da segnali ambigui.

È qui che l’intelligence assume una funzione anche cognitiva ed epistemica: non soltanto raccogliere informazioni, ma proteggere la capacità dello Stato di distinguere ciò che sa, ciò che presume e ciò che ancora non può attribuire.

La resilienza comincia dalla gestione dell’incertezza

Naturalmente nessuna riflessione sulla dimensione cognitiva può sostituire le procedure di sicurezza. Davanti a una minaccia indirizzata a una scuola, verifiche ed eventuali evacuazioni rappresentano misure necessarie. Resilienza non significa sottovalutare il rischio. Significa evitare che alla corretta risposta operativa si accompagni automaticamente una risposta cognitiva scelta dall’autore della minaccia.

Serve quindi una capacità integrata: indagine tecnica, condivisione internazionale delle informazioni, analisi dei modelli ricorrenti, comunicazione istituzionale coordinata e valutazione degli effetti prodotti nell’ambiente informativo.

Europol rileva da tempo come l’ecosistema della minaccia terroristica europea si intrecci sempre più con comunità digitali, nuove tecnologie e forme ibride di propaganda e mobilitazione. Il rapporto TE-SAT evidenzia inoltre una crescente sovrapposizione tra narrative e ambienti estremisti differenti, rendendo sempre meno efficace un’interpretazione basata esclusivamente sulle etichette ideologiche tradizionali.

Le e-mail del 19 ottobre potrebbero rivelarsi un gesto dimostrativo, una provocazione, un’azione criminale, una campagna coordinata o qualcosa di ancora diverso. Saranno le indagini a stabilirlo. Ma hanno già indicato qualcosa di importante.

Nell’ambiente strategico contemporaneo non è sempre necessario colpire fisicamente un bersaglio per condizionarne il comportamento. A volte è sufficiente convincerlo, anche soltanto per pochi minuti, che il colpo stia per arrivare. Ed è proprio in quei minuti, tra la ricezione del segnale e la sua corretta comprensione, che si gioca una parte crescente della sicurezza nazionale.

La minaccia può essere falsa. L’effetto prodotto, invece, è già reale.

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Terre rare, il riciclo europeo cerca capacità industriale. Il progetto Inspiree

A Ceccano, in provincia di Frosinone, Itelyum sta sviluppando un impianto per recuperare terre rare dai magneti permanenti contenuti nei motori elettrici e nelle apparecchiature elettroniche dismesse. Il progetto Inspiree, autorizzato nel giugno scorso, prevede il trattamento di 2.000 tonnellate annue di magneti, da cui ottenere circa 700 tonnellate di ossalati di terre rare. Sono capacità previste, ancora da realizzare. Quegli ossalati, inoltre, dovranno attraversare altre lavorazioni prima di diventare nuovi magneti destinati alla manifattura.

La distinzione tra recuperare una materia prima e riportarla in una produzione industriale riguarda direttamente il voto con cui il Parlamento europeo, il 20 ottobre, ha approvato la propria posizione sulla revisione del Critical Raw Materials Act: 470 favorevoli, 83 contrari e 108 astensioni. Fra le modifiche figura la possibilità di limitare, a determinate condizioni, le esportazioni di rottami e rifiuti contenenti magneti permanenti. Si tratta di una proposta negoziale, che dovrà essere concordata con il Consiglio; oggi non esiste un divieto già operativo derivante da quel voto.

La posta economica emerge dalla geografia della produzione mondiale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 la Cina controllava il 91% della raffinazione delle terre rare destinate ai magneti e il 94% della produzione di magneti permanenti sinterizzati. Le difficoltà registrate nel 2025 a seguito delle restrizioni cinesi alle esportazioni hanno mostrato quanto l’industria automobilistica europea sia esposta alla disponibilità di questi componenti. La dipendenza riguarda soprattutto le lavorazioni nelle quali i materiali vengono separati, raffinati e trasformati in prodotti utilizzabili.

Il piano RESourceEU della Commissione, presentato nel dicembre 2025, rileva che nell’Unione viene riciclato meno dell’1% delle terre rare. Una parte dei magneti a fine vita esce dal territorio europeo, rimane inutilizzata o non viene recuperata. Bruxelles stima che iniziative come Inspiree in Italia e alcuni progetti francesi possano contribuire, con materiali e incentivi adeguati, alla futura produzione di 3.800 tonnellate di magneti permanenti: circa un quinto della domanda attuale. La stima descrive un potenziale da sviluppare, lontano da una capacità già disponibile.

Un’impresa che raccoglie magneti dismessi deve trovare acquirenti per il materiale recuperato. Chi lo acquista per trasformarlo deve invece sostenere i costi degli impianti e assicurarsi forniture sufficienti a mantenerli in esercizio. La proposta parlamentare interviene sulla circolazione commerciale dei rottami, mentre l’ampliamento della capacità di trattamento richiede investimenti, autorizzazioni e tempi industriali. Il progetto di Ceccano, passato attraverso un’autorizzazione prima dell’avvio della produzione su scala prevista, rende concreta questa differenza. I volumi trattenuti in Europa andranno considerati insieme a quelli che gli impianti europei sono effettivamente in grado di lavorare.

Gli investimenti devono poi coprire l’intera sequenza produttiva. Dopo il trattamento chimico sono necessarie la conversione dei composti in metalli, la preparazione delle leghe e la fabbricazione dei magneti. Ogni fase comporta tecnologie e rischi differenti. Un aumento delle quantità recuperate può alimentare la filiera soltanto quando le lavorazioni successive trovano capacità adeguata e clienti disposti ad acquistare il prodotto.

Le difficoltà della fase finale sono documentate anche dal caso Gkn Powder Metallurgy. Nel febbraio 2026 Reuters ha ricostruito la rinuncia del gruppo al progetto di una fabbrica europea di magneti permanenti, dopo circa 20 milioni di euro investiti e l’avvio di un impianto pilota in Germania. L’obiettivo era raggiungere 4.000 tonnellate annue entro il 2030. Secondo le fonti citate dall’agenzia, l’attività era stata giudicata estranea al perimetro centrale del gruppo e caratterizzata da prospettive economiche incerte, in un contesto di concorrenza cinese sui costi. Il passaggio dal pilota alla produzione commerciale non è arrivato a compimento.

Per attenuare l’incertezza degli investimenti, il Parlamento propone meccanismi di stabilizzazione dei prezzi e un Centro europeo per le materie prime critiche, con funzioni di coordinamento degli approvvigionamenti, delle scorte e degli acquisti congiunti. L’Eurocamera chiede anche una dotazione di 2 miliardi di euro nel prossimo bilancio pluriennale, ancora da approvare. Strumenti finanziari e coordinamento acquistano utilità quando accompagnano progetti industriali sostenuti da forniture e sbocchi commerciali verificabili. Il solo riconoscimento di un impianto come strategico non ne garantisce la redditività.

La domanda dei produttori finali può contribuire a dare stabilità alla filiera. L’Agenzia internazionale dell’energia calcola che le terre rare incidano per circa il 40% sul costo di un magnete permanente, ma per meno dell’1% sul valore di un’automobile. I costruttori devono dunque confrontare l’eventuale maggior costo di una fornitura diversificata con quello derivante dall’interruzione della produzione. Contratti pluriennali e impegni di acquisto offrirebbero ai produttori europei una base più solida sulla quale programmare i nuovi stabilimenti.

L’Italia dispone di competenze nel trattamento dei rifiuti industriali, nella chimica e nella componentistica destinata all’automotive e all’aerospazio. Inspiree mostra una capacità tecnologica in sviluppo nel recupero, mentre i componenti finali richiedono ulteriori lavorazioni e rapporti industriali con chi li utilizza. La sicurezza degli approvvigionamenti interessa anche l’elettronica e la difesa, settori nei quali qualità, continuità e tracciabilità delle forniture hanno un peso particolare.

Il negoziato tra Parlamento e Consiglio dovrà definire le condizioni delle eventuali restrizioni, tenendo conto della capacità di trasformazione disponibile e degli obblighi commerciali internazionali. Per valutare gli effetti sui mercati serviranno dati più precisi sui flussi dei magneti recuperabili, distinti dalle statistiche aggregate sui rottami. La quantità di metalli, leghe e magneti prodotti nell’Unione con quei materiali, e successivamente acquistati dalla manifattura, offrirà una misura concreta dei risultati raggiunti. Anche la continuità delle forniture dovrà entrare in questa valutazione.

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Il mito della rivolta sociale e la verità sul caos nelle piazze italiane

Le recenti violenze che hanno infiammato il Nord Italia non sono l’esplosione improvvisa di una collera periferica, di uno sfogo metropolitano, bensì l’epifenomeno di una carsicità disconosciuta o rinnegata: l’impellenza del digitale nel reale. Lo spiazzo urbanistico è il terminale concreto di codici e canali informatici sotterranei, ove la rabbia e l’aggressività sono coltivati e ingegnerizzati a suon di clic prima di tradursi in sassi e vetrine infranti assieme alla narrazione del falso spontaneismo giovanile. Dietro la maschera della reazione istintiva si cela una regia meticolosa, capace di smobilitare frange delinquenziali e trasformare il disagio – vero o indotto – in guerriglia urbana orientata. Da cui segue un paradosso tutto italiano: un “patriottismo costituzionale acritico” che venera a parole “la Costituzione più bella del mondo”, ma ostile nel realizzarne persino i fondamentali.

L’articolo 17 sancisce il diritto di riunirsi “pacificamente e senza armi”, un limite invalicabile che i professionisti del disordine calpestano sistematicamente, pretendendo che l’illegalità venga derubricata a comprensibile dissenso. Vien pur tuttavia da chiedersi: perché proprio ora? Cui bono? La risposta non risiede nelle dinamiche del welfare, ma nei manuali di guerra ibrida. La destabilizzazione risponde ai precisi interessi di un movimento filorusso – che in Italia ha radici antiche – mirante alla disgregazione interna dell’Europa: una sorta di ammaliante istigazione al suicidio politico. Iniettare caos nelle liberaldemocrazie occidentali, esasperare le polarizzazioni e logorare l’ordine pubblico, minare la percezione di sicurezza, sono i binari di un conflitto asimmetrico in cui le piazze europee diventano i teatri di uno scontro geopolitico per procura. Sul versante opposto, d’altronde, tutto ciò non potrebbe mai accadere: in Russia, in Iran, in Cina, le contestazioni vengono soffocate sul nascere.

Il supposto pretesto economico – volto a trovare un’eziologia sociale all’episodica violenza – fatica a reggere. I dati macroeconomici evidenziano piuttosto un eccessivo e diffuso risparmio privato delle famiglie, i cosiddetti “poveri benestanti” descritti da Alberto Brambilla (Corriere della Sera, L’Economia, 02-02-2026): un immenso patrimonio liquido bloccato dalla paura – sintomo di una crisi di fiducia e di prospettive – non certo di una miseria materiale assoluta tale da giustificare la brutalità delle sommosse. Ciò che manca è, invece, la declinazione liberale della “libertà nella responsabilità” – quel principio tanto caro a Emma Bonino – secondo cui ogni diritto deve essere esercitato in prospettiva di rispondere degli effetti etici e civili da esso prodotti. Al contrario, assistiamo al tentativo d’accatto di piegare lo “scire per causas” – sempre ben condito di retorica criminologica veteromarxista – al fine di confezionare una qualche causa di giustificazione intrinseca degli agiti delinquenziali.

Sociologi e filosofi sedicenti progressisti corrono a spiegare le “radici profonde” del malessere, compiendo un tragicomico errore logico-giuridico: equiparare lo sfasciare una vetrina all’ingiustizia di un salario da fame. Essi confondono – forse deliberatamente – un contratto squilibrato con un illecito descritto dal codice penale. Senza ovviamente criticare o perlomeno scomodare l’inutilità bellicosa di un sindacato militante ormai ridotto a feticcio ideologico il quale – di quelle retribuzioni miserande – è il principale responsabile. Ma la violenza non è la “rescissione per lesione” di un sinallagma: è un reato. In detto cortocircuito argomentativo, chi sarebbero le vittime? I manifestanti violenti, “presunti esclusi” dal famoso sistema? O i commercianti, i residenti, i lavoratori, gli studenti, i manifestanti pacifici, che hanno subito – senza la suddetta presunzione di esclusione sistemica – una devastazione materiale e psicologica? Il fatto è che nella distruzione si consuma la rivalsa del corpo muto (Leibverstummung), il quale parla in luogo di un discorso ormai amputato: e l’incapacità intellettuale di articolare un pensiero rivendicativo strutturato in parole coerenti si traduce nell’aggressività smodata del corpo che si scaglia contro i simboli di quella agiatezza di cui gode immeritatamente. La verità – illustri commentatori, cari rivoltosi – è che, come direbbe il Marchese Del Grillo, “non c’avete un cazzo da di’…”. Questa è la tragedia. Un’impostura peraltro che non brilla certo per novità. Dov’è l’originalità rispetto al Mark Renton di Trainspotting? I fatti della piazza milanese ricalcano un rifiuto generazionale – e generativo – già visto trent’anni fa:

“Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia… Scegliete il vostro futuro. Ma perché dovrei fare una cosa del genere? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro”.

Meglio distruggere e adagiarsi nel consueto, quieto e canforaceo vittimismo dal rassicurante retrogusto al “miele-strazio”, insomma, piuttosto che impegnarsi e correre il rischio di fallire come “poveracci” in una società competitiva? È questo il proposito? È questo che si vuole rivendicare? Pare la solita cattiva recita orchestrata dai soliti “cattivi registi”, così racchiusi nella loro ombelicalità autoerotica da non riuscire a distinguere un farabutto da un disgraziato. Quasi 5 milioni di italiani – pari a circa il 9% della popolazione – svolge attività di volontariato; di questi, più di 1 milione è rappresentato da giovani, con la fascia tra i 14 e i 17 anni in netta crescita negli ultimi anni. Sarebbe necessario – ogni tanto, eh, senza esagerazioni, per carità! – esaltare la parte sana di una comunità, premiarla, o anche solamente ricordarla, durante i discorsi pubblici. Tra un vaneggiamento e l’altro, si potrebbe trovare un piccolo spazio anche per loro: ne sono convinto.

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La Shari’a in Italia. Il problema non è la libertà religiosa, ma la sovranità

La costituzione a Padova di una Camera arbitrale islamica italiana ripropone un interrogativo del diritto pubblico europeo: a quali condizioni regole elaborate entro tradizioni religiose possono produrre effetti nell’ordinamento statale? Il dibattito oscilla tra il timore di tribunali paralleli e il richiamo alla libertà religiosa. Entrambe le letture lasciano in ombra il problema dell’autorità.

L’organismo padovano, associazione non riconosciuta, non è un tribunale dello Stato. Il regolamento prevede un arbitrato rituale e, per controversie inferiori a 5.000 euro, decisioni secondo equità ispirate al diritto islamico. Per le decisioni secondo diritto richiama precetti comuni alle nazioni islamiche e, a determinate condizioni, l’interpretazione accolta nel Paese di cittadinanza comune delle parti. L’articolo 822 c.p.c. disciplina la scelta delle norme applicabili e la decisione secondo equità; restano fermi i limiti dell’arbitrabilità, le garanzie del consenso e il controllo sugli effetti del lodo. Ma chi individua quei precetti e con quale autorità?

La Shari’a non è un codice unitario: si articola in scuole e tradizioni interpretative connesse a differenti assetti istituzionali. Identificare una norma richiede una scelta ermeneutica e implica il riconoscimento di un’autorità. La libertà religiosa tutela la professione della fede, senza attribuire automaticamente efficacia civile alle decisioni fondate su precetti confessionali. La questione è politico-costituzionale: investe le condizioni alle quali una pretesa normativa acquista rilevanza giuridica.

La pluralità delle fonti e dei centri di produzione normativa è ormai un tratto strutturale dell’ordinamento italiano, nel quale si intrecciano diritto dell’Unione europea, autonomie territoriali e autonomia privata e collettiva. Il problema non è dunque l’esistenza di norme di diversa provenienza, ma la determinazione delle condizioni della loro rilevanza giuridica. La sovranità si ripropone non sul piano dell’esclusività della produzione normativa, ma su quello della qualificazione e del riconoscimento dei suoi effetti nell’ordinamento costituzionale.

Il diritto comparato aiuta a comprendere la posta in gioco. Nei Paesi musulmani si osserva spesso un processo di statalizzazione dell’Islam: lo Stato organizza e controlla istituzioni religiose. In Egitto il Ministero degli Awqaf interviene sull’amministrazione delle moschee e sulla predicazione; in Marocco il sovrano, Comandante dei credenti, occupa una posizione centrale nell’ordinamento religioso; in Turchia la Diyanet è un’istituzione pubblica competente in materia di culto. Non sono modelli da trasferire in Italia, ma mostrano le differenti configurazioni giuspubblicistiche dell’autorità religiosa.

L’esigenza di identificare gli interlocutori religiosi era già emersa nell’audizione del 14 novembre 2017 dinanzi alla I Commissione Affari costituzionali della Camera, dedicata alla disciplina delle moschee e degli imam. Allora si discuteva dell’organizzazione del culto; oggi dell’efficacia civile di decisioni arbitrali. Il presupposto rimane: l’autorevolezza riconosciuta entro una comunità religiosa non si traduce di per sé in autorità giuridica nell’ordinamento repubblicano. La mediazione statale emerge del resto in Egitto, dove le controversie familiari sono affidate a giudici statali, e in Marocco, dove la Mudawwana è legge dello Stato.

Le esperienze occidentali confermano l’esigenza di distinguere i piani. Nel Regno Unito una revisione indipendente del 2018 ha esaminato i problemi posti dalle Sharia councils, soprattutto in materia di consenso e tutela delle donne. In Ontario una riforma del 2006 ha limitato gli effetti dell’arbitrato familiare ai procedimenti conformi al diritto canadese. Nella sentenza Molla Sali c. Grecia del 2018, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha censurato una discriminazione successoria legata all’applicazione di regole islamiche. Fattispecie differenti, che impongono di distinguere appartenenza confessionale ed efficacia civile.

Sulla vicenda padovana il Governo ha ribadito al Senato, il 15 ottobre 2026, la piena vigenza dell’ordinamento repubblicano, fissando un principio essenziale. In questa prospettiva, sarebbe utile un approfondimento conoscitivo delle amministrazioni e degli apparati competenti sulla struttura degli organismi arbitrali che richiamano tradizioni religiose o consuetudinarie, sui loro eventuali collegamenti con autorità estere, sui criteri di individuazione delle norme e sulle garanzie offerte alle parti. Una ricognizione consentirebbe di distinguere l’esercizio legittimo dell’autonomia privata da eventuali criticità costituzionali. I criteri di osservazione e controllo dovrebbero essere generali, senza discriminazioni confessionali, pur riservando attenzione alle specificità istituzionali dell’Islam.

Vi è, infine, una dimensione nella quale diritto comparato e geopolitica si incontrano. Quando un organismo italiano richiama interpretazioni della Shari’a maturate in altri ordinamenti, introduce nei rapporti privati criteri normativi elaborati entro differenti strutture di autorità. Ciò non implica, di per sé, interferenze straniere, ma mostra che le norme non circolano indipendentemente dai contesti nei quali hanno acquistato significato e autorevolezza. L’analisi comparata deve spingersi oltre il contenuto delle disposizioni, ricostruendo i rapporti tra produzione normativa, interpretazione e potere.

La Repubblica non è chiamata a stabilire quale sia la corretta interpretazione della Shari’a. Le compete, invece, determinare a quali condizioni e con quali limiti le decisioni che a essa si richiamano possano produrre effetti giuridici nel proprio ordinamento.

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Agenti autonomi e rischi globali, perché la prudenza non basta. Scrive l’amb. Brasioli

Agenti autonomi che sembrano sfuggire al controllo, incidenti di cybersecurity e timori di conseguenze catastrofiche per l’umanità: negli ultimi mesi il dibattito sull’IA oscilla tra problemi concreti e scenari estremi. Occorre prendere sul serio entrambi, distinguendo i comportamenti già osservati — agenti IA che sembrano aggirare i vincoli imposti dai programmatori — dai rischi futuri, ancora incerti. Ma concentrarsi soltanto sulle macchine rischia di lasciare in ombra le decisioni umane che ne rendono più difficile il controllo.

La dinamica più pericolosa non è necessariamente un’IA “malvagia”, ma un sistema internazionale che spinge Stati e imprese a correre più velocemente dei propri controlli. Prima di chiederci se una macchina possa ribellarsi, dovremmo domandarci chi l’abbia autorizzata ad agire, con quali strumenti e sotto quali verifiche.

Per un’impresa, aspettare può significare perdere clienti e quote di mercato. Per un governo, imporre controlli più severi può apparire come un favore alle potenze rivali. La sicurezza diventa così un costo immediato, mentre i suoi benefici restano meno visibili: un incidente evitato non produce annunci, ricavi o primati nazionali. Anche attori consapevoli dei pericoli possono alimentare una corsa rischiosa, se ciascuno considera la propria accelerazione una risposta obbligata a quella degli altri.

La competizione è esplicita. Washington collega la leadership nell’IA alla forza economica, alla sicurezza nazionale e all’influenza internazionale degli Stati Uniti. Pechino inserisce l’IA nella costruzione della propria autonomia tecnologica e nella trasformazione industriale. L’Europa cerca di combinare regole e capacità produttiva, affiancando alla tutela dei diritti investimenti, infrastrutture di calcolo e competenze.

Le strategie divergono, ma rispondono a una preoccupazione comune: la dipendenza dalla tecnologia altrui. Chiedere genericamente prudenza non basta; occorre rendere la sicurezza una condizione della competizione, non una rinuncia affidata alla buona volontà dei singoli, né tantomeno alle aziende private.

Con gli agenti autonomi, l’esigenza diventa più urgente. Un sistema autorizzato a eseguire codice, utilizzare credenziali o intervenire su servizi esterni può trasformare un errore in una sequenza di azioni: una risposta inesatta può già provocare gravi danni. 

Non serve attribuire alle macchine intenzioni umane. Basta che trovino una soluzione efficace rispetto al risultato richiesto, ma incompatibile con i limiti che avrebbe dovuto rispettare. La domanda non è soltanto quanto sia affidabile il modello: è quanto danno possa produrre prima che qualcuno intervenga.

Da qui dovrebbero partire tre scelte politiche.

La prima è separare lo sviluppo dalla verifica. I test interni sono necessari, ma non possono esaurire il controllo sui sistemi con conseguenze rilevanti. Servono valutazioni indipendenti e accessi tecnici adeguati. La riservatezza industriale va tutelata, senza trasformarla in uno scudo contro ogni scrutinio.

La seconda è rendere esplicita la responsabilità di autorizzare le azioni. Chi concede a un agente l’accesso a una rete o la possibilità di modificare un sistema deve rispondere di quella scelta. Permessi circoscritti, registrazioni verificabili e possibilità di revoca devono precedere l’impiego, non seguire un incidente.

La terza è costruire una cooperazione minima tra rivali. Non occorre condividere segreti industriali per concordare procedure di segnalazione degli incidenti, criteri confrontabili di valutazione e contatti nelle emergenze.

In questo quadro può essere utile il lavoro del Panel scientifico indipendente delle Nazioni Unite sull’IA (un gruppo di 40 esperti indipendenti incaricato di valutare opportunità, rischi e impatti dell’intelligenza artificiale): non un’autorità sovranazionale di governo, ma un organismo chiamato a fornire una base scientifica condivisa per orientare le decisioni politiche e regolatorie. 

La scelta non è tra correre e fermarsi, ma tra governare l’innovazione e inseguirne le conseguenze: la leadership tecnologica si misura anche nella capacità di valutare i rischi e definire le responsabilità prima dell’impiego dei sistemi di IA, non soltanto dopo un incidente.

(Avvertenza dell’autore: le opinioni contenute in questo articolo sono espresse a titolo personale e non sono attribuibili al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano)

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La sovranità dei droni si decide nei materiali. L’analisi di Zuccalà

Nel dibattito europeo sui droni si discute soprattutto di capacità produttiva, investimenti e rapidità di sviluppo. Molto meno di ciò che ne determina l’affidabilità operativa: i materiali. Un mezzo senza equipaggio che opera in mare, in montagna o nel deserto è esposto a condizioni capaci di comprometterne le prestazioni anche senza provocare danni strutturali. Una lente velata dalla salsedine, un contatto corroso o un pannello coperto di polvere sono sufficienti a interrompere una missione, con conseguenze sulla sicurezza e sui costi di gestione.

La Commissione europea stima per il 2030 un mercato continentale dei droni da 14,5 miliardi di euro, con 145.000 nuovi posti di lavoro. Per l’Italia, la questione non riguarda soltanto la partecipazione a questa crescita, ma il ruolo da occupare nella filiera: assemblare componenti sviluppati altrove oppure controllare tecnologie che determinano la durata, l’efficienza e l’autonomia delle piattaforme? La sovranità industriale in questo settore si misura nella seconda opzione, e passa anche da innovazioni poco visibili, come la protezione avanzata delle superfici.

La storia che vorrei raccontare comincia lontano dal cielo. All’inizio del 2024, sul sommergibile Gianfranco Gazzana Priaroggia della Marina Militare, è stata avviata una sperimentazione su un trattamento nanotecnologico applicato al periscopio d’attacco. L’obiettivo era risolvere un problema operativo concreto: impedire che acqua marina e depositi salini compromettessero la qualità delle immagini e rallentassero le operazioni, aumentando l’esposizione del battello.

Per circa quaranta giorni, tra prove in porto e in mare aperto, abbiamo osservato il comportamento del rivestimento. L’acqua scorreva più rapidamente sulla lente, la sedimentazione salina risultava minima e i depositi residui venivano rimossi dal movimento del periscopio durante l’immersione. La qualità delle immagini rimaneva inalterata o migliorava rispetto alla superficie non trattata. Osservazioni qualitative, ma sufficientemente incoraggianti da suggerire un’applicazione più ampia: trasferire quella protezione alle ottiche, ai sensori e alle strutture dei sistemi senza equipaggio.

Il passaggio successivo è stato affidato alla ricerca e alle verifiche di laboratorio, attraverso protocolli sviluppati anche con il contributo del mondo universitario, tra cui il Politecnico di Torino. Le prove hanno riguardato corrosione salina, abrasione, calore, umidità e radiazioni ultraviolette. Un trattamento per il vetro ha superato diecimila passaggi di spugna abrasiva; sui pannelli fotovoltaici sono stati registrati incrementi della produzione energetica fino al 3,99% in simulazione solare. Lo spessore misurato di uno dei rivestimenti, appena 76,7 nanometri, rende possibile una protezione senza aggravio significativo di peso, requisito essenziale per piattaforme nelle quali ogni variazione incide sull’autonomia.

Nel maggio 2026, a Bagnoli, sono stati presentati i primi droni dotati di finiture protettive nanotecnologiche sviluppate attraverso questo percorso. È stato il passaggio simbolico e industriale dagli abissi al cielo, con prospettive di applicazione anche ai sistemi terrestri e marini.

Sono convinta che quanto realizzato abbia oggi caratteristiche potenzialmente uniche nel panorama internazionale. Non conosco esperienze analoghe nelle quali una forza armata, la ricerca universitaria e un’impresa privata abbiano contribuito a sviluppare, partendo da un sommergibile operativo, una tecnologia di protezione successivamente trasferita ai droni e sottoposta a verifiche secondo standard internazionali. È un risultato che nasce dalla manifattura e dalla ricerca italiane e che potrebbe diventare un riferimento ben oltre i nostri confini. Le condizioni ambientali che abbiamo affrontato sono le stesse con cui devono confrontarsi operatori nel Mediterraneo, nei teatri desertici e in numerosi altri contesti operativi.

Per me questo percorso ha anche un significato personale. Il Polo Nazionale Droni, che presiedo, è una realtà italiana guidata da una donna, e questo suo primo progetto internazionale rappresenta un risultato concreto in un settore, quello della difesa e delle tecnologie unmanned, nel quale la presenza femminile ai vertici resta limitata. Ho imparato quanto sia importante costruire credibilità attraverso competenze, sperimentazione e risultati verificabili, soprattutto in ambienti tradizionalmente maschili. Credo che questa esperienza dimostri come l’imprenditoria femminile possa contribuire direttamente allo sviluppo di tecnologie strategiche, offrendo anche un esempio alle nuove generazioni di ricercatrici e imprenditrici italiane.

Al di là della dimensione personale, il valore del progetto risiede soprattutto nel modello che lo ha reso possibile. La Marina Militare ha contribuito con un banco di prova operativo e competenze specialistiche; il mondo universitario ha sviluppato protocolli scientifici; l’iniziativa privata ha formulato e prodotto i trattamenti. Il Polo Nazionale Droni può ora favorire il collegamento tra questa esperienza e una rete più ampia di costruttori, operatori e istituzioni. È una filiera interamente italiana, nella quale la collaborazione tra pubblico, ricerca e industria diventa uno strumento concreto di autonomia tecnologica.

Questo modello merita attenzione anche oltre il settore dei droni. L’Italia possiede competenze avanzate nella scienza dei materiali e nella manifattura specializzata, ma spesso fatica a trasformarle in vantaggi industriali duraturi. La competizione internazionale non si gioca esclusivamente sulla capacità di produrre piattaforme complete: riguarda anche il controllo delle tecnologie abilitanti, capaci di migliorarne le prestazioni e ridurne i costi lungo l’intero ciclo di vita. È anche in questi segmenti che il Made in Italy può costruire una posizione distintiva.

Il percorso, naturalmente, non è concluso. Sono ancora in corso le prove sull’adesione del ghiaccio, sulla protezione dei compositi e sulla resistenza alla nebbia salina. Mancano dati sistematici provenienti da droni impegnati in missioni reali. La prossima fase prevede test in volo su flotte di operatori partner, con misurazioni delle ore di fermo, dei guasti e dell’autonomia. Saranno questi risultati a stabilire ulteriormente portata industriale della tecnologia e la sua capacità di affermarsi sui mercati internazionali.

La sfida finale riguarda dunque la capacità di trasformare una sperimentazione promettente in uno standard industriale internale. Servono procedure di qualificazione, collaborazione con i costruttori e opportunità di verifica operativa, anche attraverso la committenza pubblica. Senza questi passaggi, il rischio è ripetere una debolezza ricorrente del sistema italiano: sviluppare innovazioni di qualità senza riuscire a portarle su scala globale.

Per questo il Polo Nazionale Droni intende coinvolgere operatori, imprese e centri di ricerca nella prossima fase di sperimentazione. L’obiettivo è dimostrare che una tecnologia sviluppata in Italia può contribuire a definire nuovi criteri di affidabilità per i sistemi senza equipaggio.

La sovranità tecnologica non si misura soltanto nel numero di droni che un Paese riesce a produrre. Si misura anche nella capacità di controllare ciò che permette loro di funzionare più a lungo, in condizioni più difficili e con maggiore efficienza. A volte, il vantaggio strategico può essere racchiuso in uno strato di materiale spesso pochi nanometri.

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