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Guidano per centinaia di chilometri, ma la strada è sempre la stessa e la benzina non finisce mai: perché “It Ends” è un horror da vedere

Mettersi a guidare in piena notte attraversando un bosco buio, con un quarto di serbatoio e poca conoscenza della zona, sarebbe meglio anche di no. Ma tant’è, da quando è stata data carta bianca ai creatori dell’horror, il masochistico piacere nel riconoscere i dettagli di una trappola mortale è diventato familiare.

In questo, It ends, opera prima di Alexander Ullom, è la mela che cade vicinissima all’albero. I neolaureati James (Phinehas Yoon), Day (Akira Jackson) e Fisher (Noah Toth) vengono prelevati dal coetaneo Tyler (Mitchell Cole) su una Jeep Cherokee in un imprecisato luogo americano. Tempo di mettersi a battibeccare su un indovinello scemo e la strada che stanno percorrendo illuminata dai soli fari dell’auto sembra non essere quella giusta. Tyler fa inversione, ma dopo pochi istanti si ritrova paradossalmente in una strada senza uscita, proprio con l’asfalto che finisce in un fitto intrico di alberi e fogliame.

Come se non bastasse, dopo essere sceso per esplorare la distesa naturale che prima non c’era, Tyler e i tre compagni rimasti in auto vengono aggrediti a graffi e morsi da una folla inferocita sbucata velocemente dal nulla con impressionante foga. Ai quattro non resta che tapparsi in auto e scappare via. Solo che la strada che ricominciano a percorrere non sembra avere mai fine. Mentre provano a razionalizzare gli accadimenti la jeep macina centinaia e centinaia di chilometri senza mai incontrare svolte, lampioni, case, anima viva. Le fasi del giorno iniziano così a susseguirsi, la benzina non finisce mai e i ragazzi non sembrano più avere né fame né sonno, ma una immensa fottuta paura.

It ends è una sorta di film percorso, letteralmente tutto dentro all’abitacolo dell’auto e nelle sue vicinanze per pochi metri, che fa di una strada asfaltata con ai lati il bosco non solo un set materiale di produzione ma un elemento concettuale e simbolico reiterato e affascinante. Un road horror thriller che pesca con rispettosa arguzia nel sottogenere dello “spazio illogico” sia da un capostipite ineguagliabile come The Blair witch project sia dal misconosciuto Moebius dell’argentino Gustavo Mosquera, oltre ad un evidente rimando al recentissimo cervellotico e grumoso Backrooms. L’obiettivo, alquanto riuscito, oltretutto in una sintesi di durata umana (87 minuti), è quello di entrare in un curiosamente limpido (di sangue e di tenebre ce ne sono poche) vortice atemporale che spinge verso una divisione metaforicamente sociale nel modo di affrontare a livello generazionale l’ignoto e lo sconosciuto (i fatalisti, gli ottimisti, gli spregiudicati) che va ben oltre il mero dato del terrore generato dal racconto.

Ullom azzecca intanto facce e sfumature del cast (l’orientale smart, la afroamericana cazzuta, il simil nerd, il nerboruto), per poi registicamente stratificare con pochi tocchi trasformativi l’evoluzione psicologica ben oltre la figurina della vittima predestinata. Budget tra i 50mila e gli 80mila dollari. Forse siamo tornati ad una nuova era creativa e a suo modo politica dell’horror come negli anni settanta. Rimanete collegati.

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È morto Patrick Stewart, addio al Capitano Picard di Star Trek e al professor Xavier degli X-Men: aveva 86 anni ed era malato di Alzheimer. Ian McKellen: “Un uomo su cui contare, da ammirare e, nel mio caso, da amare”

Patrick Stewart, il Capitano Picard di Star Trek: The next generation e il Charles Xavier degli X-Men è morto nella sua casa di Los Angeles. Aveva 86 anni. Talentuoso e acclamato attore teatrale e poi celebre icona cinematografica legata a due grandi ruoli sostanzialmente di fantascienza, Stewart nel corso di una carriera durata sette decenni aveva vinto numerosi Emmy e Golden Globe, aveva ottenuto la sua gloriosa stella sulla Walk of fame di Hollywood, ed era stato insignito del titolo di cavaliere dalla regina Elisabetta II.

Aspetto imponente, profonda voce baritonale, dopo anni di teatro shakespeariano ad altissimo livello, Stewart aveva raggiunto l’apice planetario della sua popolarità d’attore interpretando dalla fine degli anni ’80, attorno ai 50 anni, il Capitano Jean-Luc Picard in Star Trek: The Next Generation (1987-1994), il primo spin-off live-action dell’innovativa serie televisiva degli anni ’60. Sette le stagioni a bordo dell’astronave Enterprise, più quattro film spin-off: Star Trek Generations (1994), Star Trek: Primo contatto (1996), Star Trek: L’insurrezione (1998) e Star Trek: Nemesis (2002), oltre alla serie televisiva Star Trek: Picard (2020-2023). È stato il collega e amico Ian McKellen a ricordarlo sui social: “è stato l’attore più rispettato e amato della sua generazione su entrambe le sponde dell’Atlantico”. E ancora: “Prima di ogni altra cosa, Patrick era nato e cresciuto nello Yorkshire, la fiera contea del nord dell’Inghilterra che ha amato fino alla fine. Lo si percepiva dal suo accento e dalla schiettezza con cui ti diceva cosa pensava e provava. Gli abitanti dello Yorkshire non sopportano le mezze verità o l’evitare i problemi importanti. Era una persona sincera, il che lo rendeva un uomo su cui contare, da ammirare e, nel mio caso, da amare”.

Stewart nacque il 13 luglio 1940 in un piccolo villaggio industriale di Mirfield, in Inghilterra. Figlio di un veterano dell’esercito britannico diventato operaio specializzato e di una operaia tessile, visse un infanzia di stenti e con continui problemi familiari e trovò rifugio nella recitazione iniziando ad interpretare Shakespeare a 12 anni a scuola nei panni di Shylock in Il mercante di Venezia. “Il palcoscenico era per me un luogo molto più sicuro di qualsiasi cosa dovessi sopportare a casa: offriva una via di fuga. Potevo essere qualcun altro, in un altro luogo, in un altro tempo”, aveva raccontato l’attore in un’intervista. Dopo diversi umili lavoretti per campare e tutta una trafila di piccole compagnie, nonché di un lavoro di ripulitura del proprio accento dello Yorkshire, nel 1966 entra a far parte della Royal Shakespeare Company e vi rimane per ben 16 anni diventando uno dei massimi interpreti dei testi del Bardo. Grazie alla sua eccelsa carriera teatrale (in queste ore i suoi colleghi della Royal Shakespeare Company lo hanno definito un “colosso”), che si allargherà fin dai primi anni settanta anche a Broadway, a metà anni ottanta mentre tiene una masterclass su Shakespeare a Los Angeles attira l’attenzione di un direttore del casting televisivo di Star Trek.

Dalla celebre saga di fantascienza ecco il salto nell’universo Marvel. È il regista Bryan Singer a convincerlo ad entrare in scena su una carrozzina per interpretare il paraplegico professor Xavier, mutante telepatico, addestratore e guida assoluta della squadra di mutanti degli X-Men, protagonista dell’omonimo film del 2000. Stewart riprenderà il ruolo altre sette volte e proprio come Xavier lo rivedremo nella sua ultima fatica a Natale 2026 in Avengers:Doomsday dei fratelli Russo. Tifoso sfegatato dell’Huddersfield Town FC fin da piccolo aveva più volte raccontato la sua fede calcistica molto di provincia, molto all’inglese anche sui propri canali social. Stewart ha avuto tre mogli: la coreografa teatrale Sheila Falconer, dal 1966 al 1990, dalla quale ha avuto due figli (Daniel e Sophie); la produttrice di Star Trek Wendy Neuss dal 2000 al 2003; e la musicista jazz Sunny Ozell dal 2013 fino alla sua morte. “Credo di aver negato la realtà della mia vita per molto tempo”, aveva dichiarato in una lunga intervista al Gurdian bel 2003. “Non mi sono mai reso conto di quanto successo avessi raggiunto. Ancora oggi a volte penso: ‘Sei un figlio di puttana fortunato, Patrick’, quando mi succede qualcosa di inaspettato o di buono”. Stewart era malato di Alzheimer e di demenza a corpi di Lewy.

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“La sonda ha iniziato a ruotare come una trottola impazzita, si è sfiorato il disastro”: il telescopio Swift precipita verso la Terra, fallisce la missione disperata della Nasa. Lo speciale di Bignami su Focus

“Missione impossibile: salvate Swift!”. In questa storia oltre cielo e stelle Brian De Palma e Tom Cruise non c’entrano nulla. Semmai i protagonisti sono il telescopio spaziale Swift – in caduta libera verso la terra – e una sonda chiamata Link che la Nasa ha lanciato per riagganciare Swift e riportarlo in orbita. Per sapere come questa storia ambientata nello spazio va a finire, non andate a sbirciare su Google e collegatevi su Focus (canale 35 del digitale terrestre), venerdì 30 ottobre alle 22:00, quando andrà in onda lo speciale Missione impossibile: salvate Swift!, firmato da Fabio Fagone e Luigi Bignami, dove vi verranno spiegati tutti i dettagli della vicenda. “Il telescopio spaziale Swift ha permesso scoperte che hanno riscritto i libri di astrofisica”, spiega il divulgatore e consulente scientifico del documentario, Luigi Bignami, a FQMagazine. “Per oltre 20 anni è stato il nostro detective privato per eccellenza, progettato per dare la caccia ai fenomeni più energetici e catastrofici del cosmo: i lampi di raggi X e i potentissimi lampi gamma (GRB).Parliamo di eventi titanici, capaci di sprigionare in pochi secondi più energia di quanta il nostro Sole ne produrrà in tutta la sua vita!”.

Si parla di eventi in diretta cosmica come lo scontro mortale e la successiva fusione di stelle di neutroni dense come un nucleo atomico, le spettacolari esplosioni di supernovae o persino i buchi neri che inglobano le stelle sfortunate che passano troppo vicine a loro. Solo che a un certo punto della storia Swift ha cominciato a precipitare. “Il colpevole della caduta è l’attrito atmosferico – continua Bignami – Anche a quote molto elevate dello spazio, l’atmosfera terrestre non scompare del tutto, ma lascia un residuo debolissimo. Questa agisce come un freno sulla velocità del satellite. Tra l’altro, negli ultimi anni ci sono state numerose esplosioni solari che hanno fatto “gonfiare” l’atmosfera terrestre e ciò ha ulteriormente rallentato il satellite. Rallentando, la gravità ha preso il sopravvento e SWIFT ha perso la sua sfida contro la gravità terrestre, iniziando una inesorabile discesa verso il basso”.

A questo punto entra in gioco Link, la sonda artificiale che la Nasa nell’estate del 2026 lancia nello spazio. “Gli ingegneri aerospaziali hanno tentato un’impresa disperata. Il piano era lanciare una sonda di salvataggio con il compito di agganciare Swift e usare i propri motori come un rimorchiatore cosmico per spingerlo di nuovo in un’orbita sicura”, spiega Bignami. “Un’operazione di una complessità mai vista, pianificata e realizzata in tempi record. Purtroppo, la fretta è stata fatale: senza il tempo necessario per testare le procedure in orbita, si è sfiorato il disastro. Durante una manovra di rotazione, un piccolo propulsore d’assetto di Link è rimasto bloccato in posizione di accensione. La sonda ha iniziato a ruotare su se stessa, come una trottola impazzita nel vuoto. Per fermarla e riprendere il controllo, gli ingegneri hanno dovuto attivare tutti gli altri motori, consumando quasi tutto il propellente a disposizione. Quando il contatto è stato ristabilito, i serbatoi erano ormai vuoti: non c’era più abbastanza carburante per salvare Swift”.

Una caduta libera che però non metterà in pericolo gli abitanti della Terra: “Nei prossimi giorni, Swift rientrerà nell’atmosfera e brucerà completamente come una spettacolare stella cadente; nessun pericolo che ci cada in testa, state tranquilli”. “Lasciatemi dire una cosa – chiosa Bignami – quando gli astrofisici lo lanciarono nello spazio, speravano che resistesse 2 o forse 3 anni. Invece, questo incredibile instancabile esploratore ha lavorato per ben 22 anni, regalandoci una delle missioni scientifiche più longeve e di successo della storia dell’umanità”.

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“Ho una malattia che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico. Mi sento malissimo e sono divorato dall’ansia”: Lars Von Trier riappare in video dopo anni e torna a parlare del Parkinson

“Mi sento malissimo, sono divorato dall’ansia. Ho una malattia che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico”. Lars Von Trier è tornato a parlare in pubblico della sua situazione di salute o meglio: abbiamo scoperto che online in forma gratuita possiamo vedere il documentario breve che ha girato sua figlia Agnes dove il padre Lars debilitato racconta i terribili giorni della sua malattia. I ventitre minuti di cortometraggio li potete trovare qui. Si tratta sia di una chiacchierata tra figlia e padre, sia una carrellata visiva su diversi elementi pittorici di ispirazione al regista danese.

Questo perché durante l’estate scorsa al Willumsens Museum in Danimarca era stata inaugurata la mostra Descendant, proprio sulle influenze pittoriche del cinema di Von Trier. Mostra che ha spostato armi, bagagli e video in quel di Stoccolma da pochi giorni, presso la Thiel Gallery, e dove rimarrà fino a gennaio. Il tam tam della nuova apparizione del regista di Le onde del destino è arrivato da X, dove diversi utenti cinefili hanno ripostato in continuazione alcuni stralci del cortometraggio probabilmente registrati durante la visione tra le stanze del museo svedese.

Ed è effettivamente la prima volta che vediamo Von Trier in video dal 2022, quando espose pubblicamente di essere affetto dal Morbo di Parkinson, anche se le immagini sono molto toccanti e difficili da guardare. Perché il 70enne regista è tremante e ha uno sguardo estremamente sconvolto, seppur nel corso dell’intervista della figlia riesca a fare anche qualche battuta di spirito. “Ho una malattia che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico. Mi sento malissimo e sono divorato dall’ansia. Non riesco quasi più a entusiasmarsi per nulla”, afferma Von Trier fronte macchina. Ad un certo punto Agnes chiede al pare cosa lascerà in eredità al mondo e Von Trier risponde che ci sono alcuni film a cui è affezionato e che vorrebbe lasciare. Tuttavia, nel quadro generale delle cose, dice che in realtà nulla di tutto ciò ha importanza. “Trovo difficile entusiasmarmi, ma ci sono alcuni dei miei film a cui tengo molto. Certo, mi piacerebbe che facessero parte della mia eredità, ma nel quadro generale di tutte le cose, con il dolore e gli alberi che lasciano cadere i loro semi sul terreno, e così via, non significano nulla”.

Insomma, per una leggenda del cinema, autore di Melancholia, Dancer in the dark o Idioti, tutto sembra essere finito. Però qualcosa dietro a quel viso sofferente, un guizzo in quello sguardo sempre stato saettante ci deve pur essere. Infatti, qualche minuto più avanti, quasi sorride quando definisce il defunto pittore Per Kirkeby un “idiota” a proposito di una brutta lettera che l’artista gli aveva scritto decenni prima su uno dei suoi film. A quel punto Agnes gli fa notare che gli artisti presenti nella sua mostra, tra cui Munch e Strindberg, erano tutti considerati degli idioti ai loro tempi, ma soprattutto gli chiede se anche lui si è considerato un idiota. “Sì”, risponde papà Lars e per questo spiega che ha avuto successo, cioè il fatto di non aver mai girato un film per soldi “ma solo perché doveva essere fatto in un certo modo. Di After, il suo possibile futuro ultimo film, ancora nessuna nuova, se non che la sceneggiatura è stata completata solo ad agosto. Chissà se la salute permetterà a Von Trier un ultimo schizzo sulla tela di un cinema che al posto dei suoi film ha ora dei terribili vuoti.

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Ficarra e Picone, l’anteprima del nuovo film “La notte delle fragole” sarà al Torino Film Festival 2026

Il nuovo film con Ficarra e Picone avrà l’anteprima nazionale al Torino Film Festival 2026. Si tratta di La notte delle fragole, ed è il settimo film che vede protagonista assoluto il duo comico siciliano, qui diretto da Alessandro Genovesi (Il peggior Natale della mia vita, Quando la mamma non c’è). Come ricorda il direttore del TFF, Giulio Base, “Salvo (Ficarra) e Valentino (Picone) hanno conquistato gli spettatori con un cinema intelligente, garbato e profondamente umano. Le splendide prove con Roberto Andò hanno rivelato ulteriori sfumature del loro talento, che incontra oggi l’estro e la sensibilità di Genovesi”. Già, perché è dal 2023 con Santocielo che il duo siculo non porta più al cinema una commedia in purezza delle loro, visto che negli ultimi anni Salvo e Valentino si sono dedicati maggiormente ad ampliare la loro esperienza attoriale spesso in generi non comici come ad esempio per un film storico come L’abbaglio (2025) sempre diretti del conterraneo Andò.

A quanto pare La notte delle fragole sarà una commedia brillante e romantica che racconta “con ironia e sensibilità, le complicate geometrie dell’amore”. In scena assieme a Ficarra e Picone ci sono Anna Foglietta, Vittoria Puccini e Giulia Fiume. Nei giorni scorsi il TFF ha annunciato un’altra anteprima italiana, quella del documentario rivelazione You can see everything diretto da Nathan Fielder e Lance Oppenheim. Film che Variety e The Hollywood Reporter hanno definito “fuori dagli schemi” e che per molta critica è in rampa di lancio per gli Oscar 2027. La 44esima edizione del Torino Film Festival si svolgerà dal 24 novembre al 2 dicembre 2026, mentre La notte delle fragole sarà in sala a partire dal 26 novembre.

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“Tutti mi davano del ciula, ma io lo rifarei”: la vita pazzesca del rocker Ricky Gianco che è stato “battezzato” da Adriano Celentano

Se qualcuno mi chiedesse quali album mettere nella top ten di tutti i tempi, gli altri nove così su due piedi non saprei dirli, ma È rock ‘n’ roll di Ricky Gianco ci sarebbe senza indugi e pure in posizione altissima. Se non conoscete l’album (Gianco spero di sì, altrimenti sono dolori) andate su Youtube a cercarlo.

C’è tutto intero e pure di buona qualità. Oppure aprite lo scrigno autobiografico di Ricky, Non si può smettere di sognare, appena uscito in libreria per Baldini e Castoldi. Lì del disco del 1991 inciso a Los Angeles con Jeff Porcaro dei Toto a dirigere un’orchestra mostruosa, mezza sezione fiati dei Tower of Power, James Burton alla chitarra, Giorgio Gaber, Gino Paoli e Pino Donaggio a duettare con Gianco nei più incredibili brani rock italiani di fine cinquanta inizio sessanta, ci sono parecchi ricordi inediti di quella trasferta americana.

Del resto l’autobiografia di Gianco curata da Paolo Crespi è una macchina dei ricordi continua, riff personali e familiari di chitarra, graffi di rock limpidi e leonini come il timbro southern di Gianco stesso. Sfogli Non si può smettere di sognare (titolo, per inciso, che richiama il brano Non si può smettere di fumare) e rivedi Riccardo Sanna piccino nella Milano del dopoguerra, ciuffo e jeans, ugola d’oro minorenne nelle estati di Varazze, che spicca il volo tra gli ingranaggi della musica leggera italiana mentre sta diventando essa stessa un’industria gigantesca. Precipitati dallo swing (a Gianco piaceva il pezzo Crapa Pelada), dal jazz, Elvis e Ricky Nelson (da cui la trasformazione di Riccardo in Ricky), il rock italiano e le sue timide tracce, la sua curiosa ribellione sociale e culturale ante cantautorato.

“Tutti mi davano del ciula ma io lo rifarei”, canta Ricky proprio nel brano fiume È rock ‘n’ roll. Strani tizi con camici bianchi a registrare dischi, contratti che svolazzano, celentani che si incazzano. Gian Franco Reverberi e la Ricordi, Gian Pieretti (Il vento dell’est, Pietre) sodale storico, risse e pantomime al Cantagiro tra le vecchie ugole e i nuovi ragazzini del rock, le chiacchiere con John Lennon e Paul McCartney, Mike Bongiorno che accudisce in diretta tv il rocker con i basettoni finito all’ospedale, Andreotti che (probabilmente) lo fa riformare e scappare dalla naia. Poi, appunto, c’è Celentano con Il Clan. Gianco è tra i fortunati (o sfortunati) che hanno sfiorato l’Adriano dei 24mila baci. Il Molleggiato e la sua etichetta lo vogliono nel 1961 poi lo vampirizzano (Pregherò e Sei rimasta sola, bastano?). Nessun rancore, per carità, Celentano toglie la “r” alla parlata di Riccardo poi una notte gli telefona e gli dice di cambiare cognome: “che ne dici di Gianco?”. Però la storia è curiosa.

Dà, toglie, ridà di nuovo. Gianco incontra nei primi settanta Gianfranco Manfredi (“indimenticabile compagno di strada”, nel libro) ed è come se la ribellione rock and roll si fondesse naturalmente e plasticamente con l’iconoclastia politica anni settanta. Ascoltate Precipito, che poi tornerà nel 1979 live nel film Liquirizia di Salvatore Samperi con Gianco Jack Blues prima di John Belushi, in Cavallina rock o Siamo tutti nella merda, per capire un concept come Zombie di tutto il mondo unitevi (1977) e uno come l’Arcimboldo (1978). Gianco attraversa sempre a suo modo, sempre da ribelle, “non mi piace questo mondo che non vuole la fantasia” sia Sanremo, tre le partecipazioni alla “messa cantata della canzone italiana” tra cui la soul track Accidenti con il Supergruppo; il cinema – oltre a Liquirizia appare pure in un porno -; e perfino il Controfestival (vero!) di Mantova nel 2004 perché di là il “Festival” lo organizza Tony Renis. Lui dice: “Tutto ciò che ho realizzato è frutto dell’amore, degli sbagli e della passione”. Onesto, sincero, generoso Ricky.

Non c’è fiele per nessuno nell’autobiografia, solo gioia “per aver visto la luce”. E un capitolo che è un brano, solo testo (se la pagine potessero suonare), lungo lungo, quattro pagine: Un amore. È la canzone fiume stralunata, sporcacciona e malinconica che Gianco scrive dopo qualche anno di silenzio. Un capolavoro. Ascoltata dal vivo in un centro sociale tanti anni fa con Gianco e la sua instancabile chitarra a tracolla. Alla faccia dell’AutoTune.

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“Sono grasso e cecato”, ma musicalmente eccezionale: “Je so’ pazzo” è il ritratto verace di Pino Daniele

“Sono grasso e cecato” e pure un po’ fetente. Anche in Italia sappiamo fare i biopic musicali. Je so’ pazzo, il film diretto da Nicola Prosatore sulla prima epica manciata di anni di vita musicale di Pino Daniele, è una delle più gustose versioni del genere prodotte a casa nostra o, ancor meglio, tra i bassi napoletani.

Coraggiosa, matura, verace e pure un tantinello sfrontata, l’opera di Prosatore non solo è prima al box office italiano da una settimana, ma dà incredibilmente dei chilometri anche solo a filmetti modesti dell’area bio anglosassone come Bohemian Rhapsody. Non che ci sia nulla di stilisticamente pompato, di idealisticamente fuori dall’ordinario.

Lo srotolamento della vita di Daniele da quando, bambino, nei primi anni Sessanta, è seduto sulla banchina del porto (Otis sì, è per te) a smerciare i “dollars” col padre farabutto (luciferino l’ottimo Giovanni Ludeno), poi ancora tra vicoli, prostitute, gioco d’azzardo e l’epifania del blues dei soldati statunitensi afroamericani spizzicato alla chitarra, fino al live monumentale con oltre 200mila persone (a gratis) in Piazza del Plebiscito appena vent’anni dopo, all’apice del successo, non ha né i tratti marcati della foga né quelli sbrodolosi dell’agiografia.

Je so’ pazzo è vita creativa musicalmente eccezionale che prende forma per microeventi e strappi, è scrittura di pregio, tagli precisi, poderosi e sintetici (Prosatore, Edoardo Puma e Carlo Salsa) che disegnano reiterati conflitti (col padre, con l’industria della musica), enfasi pittorico-umana (con Napoli), catarsi possibile del singolo (il successo e la fama oltre i limiti fisici e la condizione familiare).

Il Daniele di Massimiliano Caiazzo poi è qualcosa di genuinamente sofferto, un corpo ancorato simbolicamente al terreno che riesce a vibrare oltre i tavoli in formica, le tv in bianco e nero con l’antenna e le purpette in frigo, che si eleva spiritualmente mentre si riproduce la “vocina”, che si ricompone etereo nella storia ibrida della musica napoletana ed italiana tra Settanta e Ottanta.

Attenzione però, il Pino Daniele di Prosatore non è un santo e nemmeno un amicone. È una figura contraddittoria, un filino stronza, autoritaria e traditrice, che in quel crogiolo musicale impressionante del Neapolitan Power trova uno spazio deflagrante, irriverente e maleducato, singolarmente pop. In una summa pressoché inappuntabile di scenografie e trovarobe (arredamento e vestiario quasi odorano degli anni Settanta), Je so’ pazzo si mostra in tutta la sua proteiforme bellezza anche come angolazione dello sguardo. Tra una panoramica circolare in studio di registrazione che ricorda Godard con gli Stones e la capacità di dare volume e profondità agli sfondi massa sbirciando rapido attraverso piani ravvicinati, Prosatore lascia contemporaneamente un segno di qualità e uno di intrattenimento tra le pagine di un cinema italiano spesso anemico e semplificatore di fronte ai giganti della storia. Tratto dal libro di Alessandro Daniele, primogenito di Pino, sulla vita del padre.

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Mistero fitto sul nuovo James Bond, la rosa dei candidati si stringe ma la produzione ha la bocca cucita. Ecco quale sarà l’identikit dell’agente 007

“Il domani non muore mai, ma per tutti gli attori tranne uno, il sogno di diventare il prossimo James Bond probabilmente morirà questa settimana”. Non potevamo che ricopiare l’apertura di The Hollywood Reporter che, parafrasando uno dei più iconici capitoli della saga cinematografica 007 (Tomorrow Never Dies, 1997, Bond era Pierce Brosnan), mette sul piatto dell’ufficialità la voce secondo cui nel weekend verrà scelto il nuovo Bond tra due attori, più forse un altro, “bianchi”: l’inglese Callum Turner, lo scozzese Jack Lowden e, come terzo incomodo, l’inglese Jack O’Connell. Secondo quanto scriveva THR non molto tempo fa, il gruppetto dei finalisti comprendeva addirittura Jacob Elordi, star di Frankenstein e Cime tempestose.

I provini starebbero iniziando proprio in queste ore a Londra. Prova smoking permettendo, il nuovo agente segreto al servizio di Sua Maestà (per la prima volta sarà re Carlo e non più la regina Elisabetta) dovrà ricoprire un ruolo delicatissimo, sia perché da tempo l’hype della sagoma di 007 si è sgonfiato, volteggiando freneticamente per aria a destra e a sinistra come quei palloncini che vengono svuotati all’improvviso, sia perché il franchise più longevo della storia del cinema ha bisogno di una pompata assoluta e rigenerante di ossigeno commerciale.

In gara in queste ore ci sarebbero dunque Turner e Lowden. Trentasei anni, ex modello, fresco maritino di Dua Lipa, Turner si è già fatto le ossa al cinema sia nel franchise di Animali fantastici, sia con Clooney in The Boys in the Boat, nonché da terzo incomodo in Eternity. Anche Lowden ha 36 anni, ma viene da una tradizione e un’esperienza recitativa più teatrale. In Italia al cinema lo abbiamo visto probabilmente solo in Dunkirk, ma la sua presenza scenica molto potente l’abbiamo imparata a seguire nella serie Slow Horses, mentre il suo cuore, come l’anulare della mano sinistra, è stato conquistato da un paio d’anni dalla celebre attrice Saoirse Ronan.

Così, se O’Connell sembra non invitato alla festa dell’ultimo provino per un pelo, c’è anche la versione/variante del Guardian da tenere sott’occhio. Già, perché il foglio progressista londinese segnala che ai provini dovrebbe partecipare nientemeno che Josh O’Connor. Inglese, 36enne pure lui, celebre per Challengers di Guadagnino insieme a Zendaya, ma anche per aver fornito prove stralunate per Alice Rohrwacher in La chimera.

Scrive ancora il Guardian che, secondo alcune fonti, il provino verterà su tre elementi principali: acrobazie, presenza scenica e dialoghi. Tutti e tre ugualmente importanti per un Bond moderno. “Eliminate le acrobazie e il film sarà noioso. Eliminate la presenza scenica e rischiate di ritrovarvi con un George Lazenby, che potrebbe rovinare quello che altrimenti sarebbe un capolavoro. Eliminate i dialoghi e vi ritroverete con Quantum of Solace, e Dio solo sa quanto non ne abbiamo bisogno di un altro”.

Difficile andare oltre queste già dense previsioni. Anche perché da Amazon Studios non hanno rilasciato commenti, lasciando tutto sospeso all’ultima loro dichiarazione, dove veniva affermato che “la ricerca del prossimo James Bond è in corso. Pur non avendo intenzione di commentare dettagli specifici durante il processo di casting, non vediamo l’ora di condividere ulteriori notizie con i fan di 007 non appena sarà il momento opportuno”. Ad attendere Turner, Lowden, O’Connor o O’Connell ci sarà comunque il regista pluripremiato Denis Villeneuve (Dune, Blade Runner 2049), che Amazon ha designato a proseguire la saga da quando ha acquisito i diritti creativi del franchise dalla famiglia Broccoli nel febbraio 2025.

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Walter Veltroni e la Gialappa’s, l’assurda storia di un documentario

Seguiamo da tempo con curiosità la carriera di Walter Veltroni “regista”. Negli ultimi dodici anni, ad esempio, ha girato dodici documentari. Ripetiamo: dodici. Uno all’anno. Implacabile come l’Immacolata Concezione o il Ferragosto. Alla lunga lista di temi affrontati nel tempo (politica, musica, calcio) oggi, grazie a L’assurda storia della Gialappa’s Band, se ne aggiunge un altro: la storia della televisione. E come per le precedenti opere, Veltroni non riesce a ritagliarsi una riga sul Rondolino-Tomasi o sul Brunetta dedicati alla storia patria del nostro cinema.

Sarà perché l’ex segretario PD sta al documentario cinematografico un po’ in generoso prestito come Fabio Volo al romanzo letterario, ma L’assurda storia della Gialappa’s Band sembra tutto fuorché un film. Ingordo collage di intervistati (27!), collezione di figurine Panini con molti doppioni, festival del dire qualcosa a tutti i costi con la rilevanza cronachistica e storica delle estrazioni del lotto, la dodicesima fatica documentaria dell’ex vicepresidente del Consiglio rinnova limiti e semplificazioni di una formula che vuole essere forma, di un prodotto commerciabile indistinguibile che vuole essere progetto estetico raffinato.

Intanto alla matrice visiva ricorrente (il trio protagonista Giorgio Gherarducci-Marco Santin-Carlo Taranto ritratto ripetutamente insieme a mezzo busto, più variante dei tre ripresi da soli verso la fine) viene come abbozzato un franoso anelito drammaturgico. Visto che il documentario, tra piatte richieste frontali da telegiornale, è già al palo dopo pochi minuti, ecco che lo scheletro del racconto va a ricomporsi frettolosamente su alcune varianti di linguaggio.

Si parte dal tentativo di intervallare spesso tutti gli intervistati con la scenetta del Mago Forest in uno studio mezzo buio che dialoga con Veltroni, nientemeno che voce fuoricampo/spalla comica modello Gialappa’s. Altra variante, qui direttamente nell’interpunzione di montaggio, una scelta che nemmeno Ejzenstejn, sono le espressioni facciali tra le più varie di Elio delle Storie Tese, seduto tra Faso e Cesareo, inquadrate brevemente a mo’ di commento alle battute o affermazioni dei colleghi comici. Un espediente che, va detto, non abbandona mai lo spettatore. Una specie di litania espressiva a metà strada tra il tormentone e il memento mori.

Nella catasta chilometrica, sommaria e sommabile, di filmati tratti da Mai dire gol, a volte interi sketch (ce n’è uno di Aldo, Giovanni e Giacomo medici di quasi tre minuti), si rinviene poi la confusione teorica tra poetica necessità della ricerca e affermazione autocelebrativa del ritrovamento (a Bisio che si schermisce di una partecipazione a un vecchio show su Odeon TV, Veltroni – fuori campo – risponde con un «Ce l’abbiamo!»). E se L’assurda storia della Gialappa’s Band fatica ancora a girare, Veltroni mostra il tocco e trucco per il quale è stato da noi definito la “Barbara D’Urso del documentario”: l’inquadratura forzata della lacrima indotta (ci fermiamo all’anziano Teo Teocoli).

Infine, come se non bastasse, appena dopo la metà del film, circa un’ora di estenuante batti e ribatti tra Gialappi e comici del loro ampio carnet, Veltroni si adopera in una raffica di retoriche istantanee da rimanere fulminati. Memore di una didascalia iniziale bianca su sfondo nero che suona pressappoco “i 40 anni che hanno cambiato l’Italia” (figuriamoci i quaranta precedenti! ndr), ecco che parte, senza motivo alcuno rispetto alla Gialappa’s, una gragnola di foto, bric-à-brac pop porno per turisti della democrazia: scatti della demolizione del Muro di Berlino, della Guerra del Golfo, di Berlusconi, di Antonio Di Pietro (in toga), ancora di Berlusconi, di Giovanni Falcone, della strage di Capaci, di Paolo Borsellino, della strage di via d’Amelio, di nuovo Berlusconi, Achille Occhetto, Carlo Azeglio Ciampi e ancora Berlusconi. L’assurda storia del documentario, altroché.

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