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Brasile: Lula vince il dibattito, Bolsonaro chiede scusa due volte. Ma la partita si gioca sulla sovranità

 

Venerdì sera, l'ultimo confronto televisivo prima del ballottaggio di domenica 25 ottobre ha messo di fronte Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro in uno scontro acceso, dove le scuse del candidato del Partito Liberale sono arrivate due volte, ma la sostanza delle sue proposte è rimasta spesso nel vuoto. Per gli analisti politici che hanno commentato l’ultimo confronto elettorale, il presidente uscente ha difeso con solidità il suo bilancio di governo, mentre il senatore, pur mostrando i segni di un addestramento mediatico intensivo, ha faticato a scendere nel dettaglio operativo delle sue idee.

La cronaca della serata si è tinta subito di amarezza e rancore personale. Quando Lula ha portato sul tavolo il voto del suo avversario contro l'estensione del congedo di maternità ai tempi in cui era deputato statale, Flávio Bolsonaro ha ammesso l'errore, giustificandolo con una maturità arrivata solo dopo la paternità. Ma la tregua è durata un attimo. 

L'insulto sulle "nove dita" è stao un incredibile autogol di Bolsonaro. Lula ha ricordato di aver perso il pollice a 17 anni in un turno di notte in fabbrica, perché o si lavorava o non si mangiava, ribattendo con fermezza: «Non permetterò a un miliziano di chiamarmi nove dita». Di fronte alle telecamere, il senatore ha dovuto ritrattare: «Se ti ho offeso chiamandoti nove dita, ti chiedo perdono, non volevo offenderti», per poi trasformare immediatamente la scusa in un contrattacco sui senzatetto e sul valore del Bolsa Família, da lui sprezzantemente ribattezzato "Bolsa Farelo".

Il clima non è migliorato quando la contesa è scivolata sulle politiche sociali e sugli affetti. Flávio Bolsonaro ha provato a colpire sul personale, tirando in ballo i figli del presidente e l'esplosione del gioco d'azzardo online, accusando l'amministrazione uscente di averlo favorito per poi bloccarlo in extremis per calcoli elettorali. Lula ha incassato e ha risposto sul terreno che più gli è congeniale, quello dei programmi di assistenza e dell'istruzione. Ha sbandierato i dati del Pé de Meia, l'aiuto economico che ha ridotto la dispersione scolastica, e ha promesso l'universalizzazione del sostegno per gli studenti delle scuole superiori e universitari, ricordando che «l'istruzione è il finanziamento più economico che esista».

Il momento di massima tensione morale si è toccato sul tema della sicurezza. Con la madre di Ana Clara, la bimba di cinque anni uccisa da un proiettile vagante a Rio de Janeiro, seduta tra il pubblico, Flávio Bolsonaro ha proposto la castrazione chimica per gli stupratori e pene detentive minime di otto anni per i ladri di cellulari. Lula non ha arretrato di un millimetro e ha puntato il dito contro il passato del senatore nell'assemblea legislativa di Rio, ricordando le decorazioni e le assunzioni legate a figure vicine alle milizie. In studio c'erano anche la madre di Marielle Franco e il deputato Marcelo Freixo, testimoni di quella stagione. «Attenti a chi vuole consegnare il territorio a Donald Trump», ha avvertito Lula, promettendo un nuovo Ministero della Sicurezza con una linea netta: carcere per i criminali, protezione per i lavoratori.

Esta es Ana Clara. Tenía 5 años en 2021, cuando fue asesinada por un disparo que, según el Ministerio Público, fue efectuado por un policía militar de Río de Janeiro. Flávio Bolsonaro formó parte de la defensa de este acusado. Cinco años después, el acusado aún no ha sido juzgado. Cinco años después, la madre de Ana Clara es una de las invitadas de Lula da Silva al debate de esta noche. Estará cara a cara con Flávio, el abogado que defendió al acusado de matar a su hija y que hoy disputa la presidencia de Brasil.

— André Vieira (@AndreteleSUR) October 24, 2026

Dietro le quinte, i numeri e le analisi raccontano una partita a scacchi truccata. I fact-checker hanno certificato che solo il 26 per cento delle affermazioni di Flávio Bolsonaro era veritiero, contro l'80 per cento di Lula. La scienziata politica Priscila Lapa ha evidenziato il divario di approccio tra i due contendenti: «È molto facile fare l'opposizione finché non si diventa governo e non si capisce che la politica della ‘coperta corta’ esisterà sempre, principalmente in un Paese come il nostro, che genera molta ricchezza, ma che ha anche retaggi storici di disuguaglianza e povertà». 

Anche il giornalista Igor Carvalho ha fotografato la disparità di fondo: «È molto difficile dibattere con un candidato che, dall'altra parte, è disposto a mentire su assolutamente qualsiasi tema». Nina Fideles, direttrice di Brasil de Fato, ha letto nel discorso del senatore i classici schemi della formazione internazionale dell'estrema destra, basati su "conclusioni assurde" e sulla tecnica della "cattura e trasferimento", per cui l'avversario viene accusato dei propri stessi difetti.

Ora la palla passa alle reti digitali e all'umore dell'elettorato. Il dibattito non ha ribaltato le sorti di una corsa che rimane incollata sul filo di lana, con un'impennata di indecisi, soprattutto donne, registrata dagli ultimi sondaggi. La vera arma di questi giorni non è più solo il salotto di Globo, ma la mobilitazione online. Priscila Lapa ha osservato come certi canali della sinistra abbiano raggiunto numeri inediti: «Questo non è successo né nel 2018 né nel 2022, sta succedendo nel 2026, e non si può pensare che ciò non interferirà nel risultato dell'elezione». 

Al di là delle schermaglie interne e della battaglia a colpi di post sui social, c'è un livello più profondo che divide i due candidati e che riguarda il posto del Brasile nel mondo. Non è solo una questione di programmi interni, ma di identità nazionale e di sovranità. Lula ha costruito la sua replica sulla sicurezza puntando il dito contro le milizie e avvertendo gli elettori di «stare attenti a chi vuole consegnare il territorio a Donald Trump», ergendosi a paladino di un Paese che deve decidere in autonomia del proprio destino e delle proprie ricchezze.

Il candidato neoliberista del Partito Liberale, al contrario, delinea un profilo internazionale che non lascia spazio a dubbi. La sua visione di politica estera si traduce in un allineamento totale, quasi incondizionato, alle direttive di Washington e Tel Aviv. Mentre il presidente uscente difende un ruolo indipendente sulla scena globale anche grazie al ruolo nei BRICS, il suo sfidante guarda oltreoceano, pronto a piegare le strategie economiche e diplomatiche agli interessi delle grandi potenze alleate. È questo il vero spartiacque che si profila oltre il 25 ottobre. Gli elettori non devono solo scegliere chi gestirà il bilancio o la sicurezza pubblica, ma se il Brasile continuerà a camminare con le proprie gambe verso un mondo multipolare o se si rassegnerà a fare da semplice pedina nelle mani di chi, a migliaia di chilometri di distanza, detta le regole del gioco sulla base dei propri interessi strategici e geopolitici.

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Global Times - A novant'anni di distanza, il grande spirito della Lunga Marcia è una luce che illumina il mondo


Global Times

Giovedì mattina, a Pechino, si è tenuta una grande cerimonia per commemorare il 90° anniversario della vittoria della Lunga Marcia dell’Esercito Rosso dei lavoratori e dei contadini cinesi. Il segretario generale del Comitato centrale del Partito Comunista Cinese (PCC) Xi Jinping, che ricopre anche le cariche di presidente della Repubblica e presidente della Commissione militare centrale, ha partecipato alla cerimonia e ha pronunciato un importante discorso.

Xi ha sottolineato che il grande spirito della Lunga Marcia dimostra la forza della lealtà, della verità, della giustizia e dell’unità. In quanto parte importante del retaggio spirituale del PCC, esso trascende il tempo e lo spazio e rimane sempre attuale. Sarà sempre un tesoro prezioso e una potente forza motrice che ci ispira a superare le difficoltà e ad andare avanti con coraggio.

La Lunga Marcia fu un raggio di luce che balenò dalla nazione cinese nel suo momento più buio. Dimostrò chiaramente al mondo che, anche in una Cina antiquata e impantanata nell’oscurità senza via d’uscita apparente, c’era un gruppo di persone che lottava con tutte le proprie forze per costruire una nuova Cina. Nel libro ‘The Life Millennium: The 100 Most Important Events and People of the Past 1000 Years’ (Il millennio della vita: i 100 eventi e personaggi più importanti degli ultimi 1000 anni), pubblicato dalla casa editrice statunitense Time-Life Books, studiosi di tutto il mondo hanno selezionato congiuntamente 100 eventi che hanno plasmato il mondo dal 1000 al 2000 d.C. La Lunga Marcia dell’Armata Rossa è stato uno dei tre eventi storici cinesi a figurare nell’elenco. Essa ispira profondamente le persone, dimostrando che, purché si rimanga saldi nella volontà e irremovibili di fronte alle difficoltà, è sempre possibile trovare una via d’uscita attraverso la continua esplorazione e aprire un percorso completamente nuovo.

Da Edgar Snow a Henry Kissinger, da Nelson Mandela a Fidel Castro, molti osservatori e strateghi si sono chiesti perché questa “Lunga Marcia” in Oriente sia riuscita ad avere successo. Ancora oggi, ogni volta che la Cina stupisce il mondo con innovazioni tecnologiche o ridefinisce le percezioni con miracoli di sviluppo, il mondo continua a chiedersi: “Come ci riescono i cinesi?”. Tutte queste domande portano alla stessa risposta: Abbiamo trovato la strada giusta, una strada fatta di non cedere mai, di andare sempre avanti e di non tirarsi mai indietro. La Lunga Marcia è sia un tesoro spirituale che ispira il popolo cinese, sia una dimostrazione al mondo del carattere resiliente della nazione cinese.

Oggi, il termine «Lunga Marcia» è diventato un nome comune per indicare qualsiasi viaggio arduo che alla fine raggiunge la propria destinazione. In questo senso, il valore della Lunga Marcia non risiede solo nell’arrivo in sé, ma nell’atto stesso di continuare a mettersi in cammino, ancora e ancora. Dopo la vittoria della Lunga Marcia, la nazione non si è fermata: ha continuato a marciare attraverso le fiamme della Guerra di Resistenza contro l’aggressione giapponese, ha continuato ad avanzare sull’onda delle riforme e dell’apertura, e continua ad avanzare sotto il richiamo della nuova era, verso il grande rinnovamento della nazione cinese.

Oggi, il grande spirito della Lunga Marcia è profondamente radicato nel DNA della società cinese. È la determinazione ad affrontare le sfide e a perseverare nel lungo periodo; è il coraggio di non temere alcun sacrificio e di osare; è la lucidità di affrontare la realtà e di cercare attivamente il cambiamento; e, soprattutto, è l’aspirazione originaria di stare al fianco del popolo nella vita e nella morte, condividendo gioie e dolori e lottando con tenacia.

A novant’anni di distanza, il grande spirito della Lunga Marcia non appartiene più solo alla storia; è una luce che diventa sempre più brillante e risplende sul mondo. Attualmente, la governance globale sta attraversando un «momento buio»: cambiamenti climatici, il divario tra Nord e Sud, conflitti geopolitici e le correnti sotterranee della deglobalizzazione.

I vecchi paradigmi stanno fallendo e le nuove regole devono ancora prendere forma. La risoluzione di molte questioni fondamentali richiede una pianificazione a lungo termine e uno sforzo costante che vada oltre i cicli politici e i profitti e le perdite a breve termine.

Lo spirito di ferma convinzione, unità e cooperazione, nonché di lotta incrollabile, trascende i confini nazionali e le ideologie. Esso ispira l’umanità a superare le avversità e a perseguire un futuro più luminoso. Ciò suggerisce, da un lato, che la governance globale debba aprire nuove strade verso lo sviluppo comune, la sicurezza comune e la prosperità comune e, dall’altro, aiuta il mondo a comprendere meglio le fondamenta spirituali della nazione cinese, consentendo a chi guarda dall’esterno di cogliere meglio la direzione verso cui si sta dirigendo questa «grande potenza costruttiva».

“Dove risiede lo spirito, lì risiede la forza.” Il grande spirito della Lunga Marcia risuona con la tradizione culturale della nazione cinese di costante miglioramento personale e ha acquisito un nuovo significato contemporaneo nel processo di modernizzazione cinese. Sebbene oggi non sia più possibile per la Cina replicare la marcia di allora, questo spirito rimarrà per sempre, dimostrando al mondo che la nazione cinese possiede una straordinaria resilienza.

Dopo decenni di lotte, la Cina è ormai da tempo la seconda economia mondiale e sta portando avanti in modo globale la grande rinascita della nazione cinese attraverso la modernizzazione del Paese.

La tenace resilienza nazionale che sta alla base del grande spirito della Lunga Marcia è stata un fattore chiave nella realizzazione di questo miracolo dello sviluppo. È la fiducia che permette alla Cina di superare le tempeste e di prendere l’iniziativa storica, oltre a fornire una prospettiva stabilizzante in un mondo pieno di incertezze.

Negli anni ’80, Zbigniew Brzezinski, che in passato aveva ricoperto la carica di consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, percorse insieme alla sua famiglia il percorso un tempo seguito dall’Armata Rossa. In seguito rifletté: «La Lunga Marcia è più di un’epopea di eroismo quasi senza pari». Oggi, sempre più stranieri vengono in Cina per ripercorrere il percorso della Lunga Marcia, e luoghi come il Passo di Loushan sono tornati ad essere una meta popolare per i visitatori. Questo è un segno che il grande spirito della Lunga Marcia è sempre più necessario al mondo. In quanto monumento spirituale che la nazione cinese ha offerto al mondo, la sua importanza diventerà ancora più rilevante in futuro. Come scrisse una volta lo scrittore militare Wang Shuzeng: «La Lunga Marcia appartiene a quella categoria di eventi della storia umana che, anche dopo il passare di lunghi anni, continuano ad essere ricercati dalle persone».

“La storia della Lunga Marcia non è mai svanita; il cammino della Lunga Marcia continua a protrarsi”. Per la Cina, in questo nuovo viaggio, la Lunga Marcia non ha fine.

Portare avanti il grande spirito della Lunga Marcia significa mantenere sempre un atteggiamento risoluto, pronto a scalare passi e conquistare fortezze, proseguire l’arduo cammino verso la modernizzazione cinese e affrontare tutti i rischi e le sfide con uno spirito combattivo inarrestabile. Significa sia portare a buon fine la Lunga Marcia della nostra generazione, sia infondere in un mondo segnato da turbolenze e trasformazioni la fiducia e la forza provenienti dall’Oriente.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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Assange smaschera Bolsonaro: "Senza la capacità di dire 'no' a Washington e Tel Aviv non c'è sovranità"

Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, ha ricordato in un post sui propri canali social - corredato da una fotografia insieme al presidente - il sostegno ricevuto dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva durante la sua detenzione, contrapponendo tale atteggiamento a quello di Jair e Flávio Bolsonaro.

Lula vs. Bolsonaro: I was held in solitary confinement for 1,901 days for revealing the truth about the U.S. government's killings and espionage, including against Brazil and its industries. Out of power, Lula fought for my freedom. In power, Lula discussed my persecution with Pope Francis, who decided to meet with my family and offer help. After my release, Lula and I met in Rome to mourn the Holy Father's passing. Lula was kind to my children and asked for nothing in return. In contrast, Jair and Flávio Bolsonaro did nothing and said nothing. Yet without the ability to say no to Washington and Tel Aviv, there can be no domestic policy, only foreign instructions. Those orders are always the same: "Expand our theft of resources and wages, and keep your mouths shut about us murdering children." Sellouts will surrender everything in exchange for a cut, even their own tongues.

— Julian Assange (@JulianAssange) October 24, 2026

«Sono rimasto in isolamento per 1.901 giorni per aver rivelato la verità sulle uccisioni e sullo spionaggio da parte del governo statunitense, che hanno colpito anche il Brasile e le sue industrie», ha scritto Assange, sottolineando poi che «Lula si è battuto per la mia libertà».

Secondo quanto dichiarato dall'australiano, quando il leader brasiliano è entrato in carica, ha parlato della sua persecuzione con Papa Francesco, il quale, di conseguenza, ha deciso di incontrare la sua famiglia e offrire assistenza. "Lula è stato gentile con i miei figli e non ha chiesto nulla in cambio. Al contrario, Jair e Flávio Bolsonaro non hanno fatto né detto nulla", ha sottolineato.

Riferendosi a Bolsonaro, Assange ha inoltre avvertito che "senza la capacità di dire 'no' a Washington e Tel Aviv, non può esserci una politica nazionale: solo direttive che arrivano dall'estero". "Chi si è svenduto è pronto a cedere tutto in cambio di una parte del bottino, persino la propria lingua", ha aggiunto.

"Gli ordini sono sempre gli stessi: 'intensificate il furto di risorse e salari, e tenete la bocca chiusa sul fatto che stiamo uccidendo dei bambini'", ha denunciato.

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Da Parigi a Milano: infiltrati o azioni spontanee?


di Domenico Moro


Come ogni volta quando ci sono scontri e violenze contro cose o persone nel corso di manifestazioni pubbliche, mentre da destra si invoca il pugno di ferro come panacea universale, da più parti a sinistra viene evocata la presenza di infiltrati della polizia o di altri settori dello Stato come causa degli incidenti. Oggi, inoltre, va di moda, specie a destra ma non solo, una versione modernizzata della teoria degli infiltrati: i disordini sarebbero dovuti alla guerra ibrida condotta da entità statali ostili, come hanno affermato in Italia il ministro Crosetto e in Albania il presidente Rama, che ha accusato esplicitamente i soliti noti, Iran e Russia. 

In effetti, la pratica di impiegare agenti provocatori è vecchissima, ne parla in diversi racconti anche Joseph Conrad, in particolare nell'"Agente segreto" (pubblicato nel 1907 ma ambientato nella Londra anarchica del 1894). Molti, in questi giorni, hanno rispolverato il presidente Cossiga e le sue dichiarazioni sull'opportunità di favorire la diffusione della violenza per poter poi avere la legittimazione ad una stretta repressiva su tutti quelli che fanno lotte sociali e politiche. Altri hanno ricordato l'impiego documentato di poliziotti travestiti da "compagni" nelle manifestazioni degli anni '70, come quando fu assassinata Giorgiana Masi. Dopo il Social Forum di Genova del 2001, dove fu ucciso Carlo Giuliani e molti partecipanti pacifici furono picchiati brutalmente dalla polizia alla Diaz, circolarono foto di incappucciati vestiti di nero, nascosti dietro ai furgoni della polizia. Infine, in questi giorni è circolato un video in cui si vedono, a Metz in Francia, tre o quattro giovanotti col viso mascherato e vestiti di nero, che ritornano fra le file dei poliziotti, dopo aver lanciato qualcosa contro qualcuno. 

Detto questo, sarebbe un errore non considerare che, per scatenare azioni come quelle che abbiamo visto negli ultimi giorni in Italia e in Europa, non c'è bisogno di provocatori prezzolati dallo Stato. Diversi anni fa durante una manifestazione nazionale a Roma, ad un certo punto alcuni cordoni di black bloc si staccarono per andare a sfasciare alcune vetrine vicino a piazza Barberini, e subito un dirigente politico di un partito che non nomino disse: "Ecco, ci sono i poliziotti infiltrati travestiti da black bloc ". A me parvero dei poliziotti piuttosto strani, visto che, malgrado il travisamento si vedeva che molti erano ragazzini e ragazzine sotto i 18 anni. 

Bisogna, quindi, distinguere. Alcune volte la violenza dei manifestanti è una reazione contro gli attacchi brutali della polizia, come quelli che ci sono stati in Francia durante le proteste degli studenti, alcuni dei quali sono stati feriti gravemente, finanche perdendo una mano o un occhio. Altre volte sono azioni come quelle avvenute a Milano, portate avanti da ragazzini spesso minorenni e italiani figli di immigrati, e organizzati via social media. Poi, ci sono settori politici che vedono una certa dose di aggressività di piazza come un modo per palesare antagonismo e opposizione sociale. Una sorta di "propaganda attraverso i fatti", di ottocentesca e anarchica memoria in formato ridotto. In questo incoraggiati dai media che danno il massimo risalto a due studenti che maneggiano un estintore davanti al ministero della Pubblica Istruzione, ma non riportano le proteste pacifiche in atto da giorni di autotrasportatori e altri settori sociali nel Mezzogiorno. Infine, ci sono le proteste che sfociano in preinsurrezioni violente come conseguenza di una prolungata frustrazione sociale e che rappresentano una seria contestazione popolare al governo, come quelle in corso in Albania. 

Comunque, di fronte alle violenze in Italia, il governo Meloni reagisce prendendo al volo l'occasione per inasprire la legislazione vigente e militarizzare le città con l'esercito (non a caso professionale e non di leva), a cui sono affidati impropri compiti di ordine pubblico. Il governo vorrebbe attribuire ai militari persino poteri di polizia giudiziaria (esecuzione di arresti e sequestri), ma il presidente Mattarella si sta opponendo. In Francia, addirittura, in molte città è stato introdotto il coprifuoco. Invece, va fatta una analisi sociale e politica di questi fenomeni, distinguendoli l’uno dall’altro, per poter intervenire socialmente e politicamente. L'assalto dei ragazzini a Milano è un fenomeno nuovo e di carattere prepolitico, che non può essere approcciato con la militarizzazione delle città. Esiste in tutta Europa, soprattutto in Francia e ora anche in Italia, non a caso a Milano, nella città economicamente più importante d'Italia, una generazione di origine straniera che non si sente pienamente italiana e che non è più neanche del paese dei genitori. 

Si tratta di un problema sociale enorme, che non può essere risolto con la forza, da parte di chi ha fatto venire, promettendo integrazione, milioni di immigrati, quando servivano, e poi li ha abbandonati a sé stessi, quando non sono serviti più. Un problema che è generato in tutta Europa dalla crisi strutturale di questo modello di produzione e di società, ed acuito dall’austerity sui bilanci pubblici draconianamente applicata su indicazioni della Ue, e dalle delocalizzazioni industriali, che fanno perdere posti di lavoro relativamente ben pagati, sostituiti con la disoccupazione o con la precarietà nei servizi a basso valore aggiunto e a bassissimi salari. Questo tipo di problema e in generale quello dei giovani, figli di immigrati o italiani da sempre che siano, si risolve solo con una politica economica e sociale radicalmente diversa.

D’altro lato, la “propaganda” violenta, compresa quella di chi pensa che ottenere qualche ripresa ai TG della sera o che rappresentarsi come “antagonisti” e “radicali” valga bene qualche vetrina di banca infranta al termine o durante una manifestazione pacifica di 200mila persone, non può essere approcciata con la repressione. L'estremismo è sempre esistito, come conseguenza e contraltare dell’opportunismo di certi partiti sedicenti di sinistra, basato invece sulla subalternità al capitale. Non si può liquidarlo come spesso si è fatto nel passato, come qualcosa semplicemente da rimuovere o come prodotto di infiltrati o agenti provocatori. Va affrontato e non demonizzato, capendo le cause che lo generano. L'unico modo di approcciarlo è politico, offrendo direzione e sbocco politico, cercando di tradurre rabbia e frustrazione in un percorso organizzativo il più possibile generale, che ricomponga i vari settori sociali in una lotta contro il potere del capitale e dello Stato. 

Certamente, si tratta di un percorso molto difficile, che richiede qualcosa che oggi è assai raro in Italia e in Europa: una organizzazione politica della classe lavoratrice combattiva e realmente radicata nella società. E una nuova generazione di attivisti e militanti che siano in grado di parlare anche con i nuovi settori sociali, compresi i ragazzini di seconda generazione delle periferie. Senza scordare che la violenza vera, e molto più grave, è quella del capitale e dello Stato che, mentre permettono a una minoranza di accumulare una ricchezza tanto enorme quanto oscena sullo sfruttamento sempre più intenso dei lavoratori, condannano fasce sempre più ampie di popolo alla marginalità sociale e politica, a una vita precaria e non autonoma fino e oltre i 40 anni, a non avere cure sanitarie e istruzione decenti, ecc. 

L’enfasi sulla repressione contro i "maranza" attraverso l’inasprimento delle pene, l’abbassamento dell’età di imputabilità penale e il dispiegamento dell'esercito per le strade di Milano e di altre città da parte di un governo che non ha adottato alcuno strumento diplomatico o sanzione economica contro il governo di Israele, che di violenza ne esercita molta di più contro i palestinesi di Gaza e Cisgiordania da anni, fa veramente ridere. Per tacere del fatto che, dopo quattro anni di governo di partiti sedicenti dell’ordine e svariati decreti sicurezza, ci ritroviamo con migliaia di ragazzini che imperversano per il centro della seconda città italiana. La dimostrazione plastica che la faccia dura può anche far guadagnare voti, ma raramente risolve i problemi.

Per concludere, si può citare Lenin, il cui fratello maggiore faceva parte di una organizzazione terroristica populista, che tentò di assassinare lo zar. Quando il fratello fu condannato a morte e impiccato, sembra che Lenin avesse detto "Noi seguiremo un'altra strada". Una strada lunga, di costruzione di una alternativa al populismo russo. Sarà quest’altra strada, politica, rivoluzionaria e non avventuristica, a portare i bolscevichi a essere pronti nell'ottobre del 1917.

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Angelo d’Orsi: «Questa è una ribellione contro la disuguaglianza»

 

«La politica è l'arte di guardare lontano, ed è quello che manca». È forse questa la riflessione che meglio riassume l'intervento del professor Angelo d'Orsi, ospite di Loretta Napoleoni nella nuova puntata di Storia in diretta. La crisi attuale, secondo D'Orsi, si manifesta nella crescente distanza tra istituzioni e cittadini, nell'erosione del diritto allo studio e nell'incapacità dello Stato di intervenire sulle disuguaglianze.

Il professore richiama i «pensieri lunghi» di Enrico Berlinguer per denunciare una politica ormai prigioniera dell'emergenza permanente, nella quale la programmazione è stata sostituita da provvedimenti contingenti e risposte prevalentemente securitarie. «Questa è una ribellione contro la disuguaglianza». Con queste parole D'Orsi invita a superare la rappresentazione delle mobilitazioni giovanili come semplici episodi di disordine pubblico. A suo giudizio, la narrazione dominante tende a concentrare l'attenzione sugli episodi di violenza, relegando in secondo piano le ragioni economiche, sociali e culturali della protesta. La questione, sostiene lo storico, non riguarda esclusivamente gli studenti. Le mobilitazioni degli agricoltori, degli autotrasportatori e di altri settori produttivi costituiscono manifestazioni differenti di un disagio che affonda le proprie radici nell'allargamento della distanza tra ricchezza e povertà.

Per D'Orsi, le nuove generazioni non chiedono necessariamente l'abolizione di ogni differenza sociale, ma il ripristino di un principio fondamentale della democrazia costituzionale: la responsabilità dello Stato nel contrastare le disuguaglianze e garantire opportunità effettive.

«Qui è la santificazione della disuguaglianza sociale e il fatto che ci si inchina al molo della ricchezza». D'Orsi utilizza l'immagine del lusso ostentato, dei beni esclusivi e dei simboli di appartenenza alle élite per descrivere una società nella quale la concentrazione della ricchezza non viene soltanto tollerata, ma elevata a modello di successo. Il contrasto diventa ancora più evidente quando lo storico racconta un incontro con alcuni agricoltori e autotrasportatori durante una protesta in Calabria. Uno di loro gli avrebbe spiegato di vendere i pomodori allo stesso prezzo di venticinque anni prima, mentre il costo del prodotto per il consumatore è enormemente superiore. Le distorsioni insopportabili di un sistema economico nel quale chi produce e chi lavora rischia di essere progressivamente penalizzato, mentre la ricchezza si concentra in altri segmenti della filiera. 

L'intervista integrale al professor Angelo D'Orsi è disponibile sul canale YouTube de l'AntiDiplomatico.

GUARDA L'INTERVISTA INTEGRALE: 

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L’enigma del bilancio: prova definitiva del limite politico della comunità europea.

 

di Daniele Lanza

Poche cose mettono alla prova la solidità di una qualsiasi struttura politica o sociale quanto l’allocazione delle risorse di cui dispone: le entità sovranazionali come l’Unione europea non sono eccezione, ma anzi illustrano fin troppo il limite dell’utopia che i padri costituenti dell’integrazione continentale hanno voluto mettere in pratica.

Le sfide globali che si sono rapidamente cumulate nel corso di questo primo ¼ del XXI secolo, iniziano ora a presentare il conto: per la precisione si ritiene che il piano di bilancio per il prossimo quinquennio (2028-2033) rimarrà qualcosa di irrisolto, nella misura in cui i membri dell’UE non riescono a mettersi d’accordo.

Ad affermare questo del resto è lo stesso Cancelliere Merz, il quale ha espresso ciò che non si può dire ovvero il venire meno di un reale consenso attorno alle questioni di fondo (riconoscendo quindi la profonda vulnerabilità che mina l’identità della casa comune europea).

In primissimo luogo, come fattore tecnico scatenante la crisi – ovvero la mancanza oggettiva di fondi - si può indicare il supporto continuato al governo ucraino in guerra: dei 300 miliardi di euro investiti sinora nella causa di Kiev, solo la minima parte ritorneranno. Paradossalmente, come se questo non bastasse, la commissione europea (ma soprattutto il suo membro più pesante economicamente, la Germania) continuano a promettere altri aiuti, facendo baluginare al governo di Kiev l’illusione di poter ricevere ancora centinaia di miliardi, un aiuto senza limiti di tempo in parole altre.

L’attuale premier tedesco, come altri, ha aggiunto come riportato dalle cronache, che tutto questo è nell’interesse del paese, il che genera a questo punto nell’opinione pubblica un fiero dibattito in merito a cosa si intenda per interesse nazionale e di conseguenza quale sia il reale interesse d’Europa. Si tratta di domande estremamente difficili, perché affrontare veramente implica analizzare il quadro di insieme e fare luce su verità scomode, quali il deficit strutturale (esistenziale) che caratterizza l’Unione europea: quest’ultima malgrado i suoi lunghi decenni di vita, non ha mai superato il suo limite di fondo che consiste nella sudditanza rispetto al modello culturale e politico americano.

Detta in breve è Washington ad aver favorito l’integrazione europea (suo il progetto geopolitico, come sottolineano gli esperti di analisi politica dell’associazione “Sovereignty”), ma non tanto per rafforzare l’Europa quanto per meglio poterla controllare.

Il meccanismo di fondo dell’Europa politica è dunque un’unità (nella sudditanza) ben sopportata in virtù del benessere economico e prosperità garantite per oltre mezzo secolo, ma che genera rapidamente resistenze nel momento in cui – al contrario – incognite e sacrifici iniziano a costellare il discorso politico. Mentre l’amministrazione Trump è riuscita a tramutare la guerra in corso in fonte di reddito (obbligando gli europei a comprare da loro le armi che andranno in Ucraina), nonchè intermediario per il gas russo (che alla fine verrà venduto all’Europa da loro) per quanto riguarda Bruxelles, vediamo un attore politico intrappolato nei suoi stessi limiti strutturali che ne caratterizzano l’esistenza: in altre parole, una creatura politica che non riesce ad evadere dai suoi profondissimi limiti.

Un soggetto privo di reale decisionalità, soprattutto in politica estera (dove ne è privo), alla mercè dei diktat da oltreoceano, le cui scelte avvengono in funzione di tale subalternità, anche quando va contro l’interesse delle società europee. In ultima istanza l’Europa politica emerge - in circostanze come quelle presenti – per quello che realmente è, ovvero un meccanismo nato non per il benessere degli europei stessi, quanto per assolvere un compito a beneficio di un attore esterno (come gli USA) tramite l’adozione di un modello neoliberale che crea soltanto povertà diffusa.

L’UE risente del peccato originale alla base della sua stessa creazione che non sembra essere in grado di superare: in effetti non vi è nulla che possa spezzare tale limite se non una rivoluzione stessa che rifondi radicalmente l’identità e le istituzioni del vecchio continente. Quest’ultima tuttavia è un’ipotesi ancora lontana presso la società europea contemporanea.

 

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I veri estremisti

 

di Alessandro Mariani

L‘Italia è sempre stata oggetto di interesse e curiosità per quanti, a vario titolo, si occupano di storia-politica-società, tanto che più d’una volta si è parlato del nostro paese nei termini di un laboratorio politico avanzato, precursore di dinamiche divenute poi fenomeni generali (sol che si pensi al fascismo, al cd. populismo o alle politiche restrittive adottate in pandemia). Nondimeno, l’Italia del secondo dopoguerra ha stupito tutti gli osservatori per la sua capacità di tenuta democratica (“resilienza”, per dirla con una parola che da qualche tempo abbonda sulla bocca degli stolti) nonostante i tentativi di golpe, mafie e terrorismi.

A riguardo c’è chi ha parlato di un autobus che pur sbandando continuamente in curva è però riuscito per tutto il tempo a non uscire di strada.  

Metafora calzante, almeno fino a ieri, perché oggi mala tempora currunt e dal villaggio globale dense nuvole si profilano all’orizzonte (come ha detto l’unico ministro del governo che non si mette le dita nel naso). Tra decreti sicurezza ed altre amenità e nella congiuntura internazionale più problematica dal dopoguerra in qua, viene allora naturale chiedersi se gli pneumatici e gli ammortizzatori dell’autobus reggeranno anche stavolta il colpo. Quel che è certo è che la nostra politica non è mai stata così debole e che la salute dei partiti è ai minimi termini come confermato ad ogni tornata elettorale dalla crescita verticale dell’astensionismo, fattore che vede l’Italia far da capofila rispetto ad ogni altra nazione europea e occidentale.

 Senonché, se è difficile comprendere il nostro paese per gli stranieri lo è anche per gli italiani. In primo luogo, bisognerebbe individuare il tratto saliente, quello che più caratterizza la nostra oligarchia liberaldemocratica rispetto alle altre del blocco occidentale, sia riguardo alla sua classe politica che rispetto al corpo elettorale.

Quanto alla prima, Giorgio Bocca eccelso fustigatore del costume nazionale, parlava della sua propensione agli ossimori che conciliano i contrari, citando allo scopo gli esempi del berlingueriano partito di lotta e di governo e quello delle convergenze parallele di Aldo Moro. Ma se questi possono essere considerate artifici retorici e astuzie verbali (o meno benevolmente paradossi privi di senso ad uso e consumo della politica politicante) c’è un’altra espressione, speculare e apparentemente altrettanto ossimorica, che esprime al meglio quel che tuttora costituisce l’essenza della nostra politica e della nostra società. Mi riferisco al radicalismo del moderatismo nostrano, da intendersi come estremizzazione di quella refrattarietà al cambiamento che è propria del moderatismo politico tout court. Si tratta di un fattore ormai strutturale, potenziale fonte di consenso per le forze politiche ma di non facile gestione, dove fondamentale diventa il supporto della grancassa mediatica.

Detto per inciso è del tutto naturale che nel rivolgersi ad un settore di opinione pubblica si adattino gli strumenti allo scopo, ma quel che qui vorrei evidenziare è la evoluzione involuzione di alcuni degli interventi che si rivolgono in quella direzione. Si tratta in buona sostanza di una debacle, un fallimento tanto più rimarchevole se si considera che il caso in questione non riguarda i fogliacci sguaiati e triviali della destra, ma buona parte dei sedicenti esperti che da tempo esprimono il peggio del loro punto di vista sulla prima pagina del prestigioso quotidiano milanese.

 Un punto di vista che intende proporsi come laico, disincantato e moderato e perciò, grazie all’obiettiva razionalizzazione di passato e presente, capace di formulare previsioni con sufficiente accuratezza. Non a caso alcuni degli editorialisti (paludati professori universitari) si sono spesso richiamati alla scuola dell’elitismo politico italiano (Mosca-Pareto-Michels) il cui tratto saliente è, come è noto, proprio l’approccio originale, realistico ed a-valutativo.

Tutto il contrario di quel che accade perché ad ogni previsione sbagliata i nostri rincarano la dose e quando la realtà non si conforma ai loro desiderata con uno sprezzo del ridicolo ai limiti del credibile incolpano il diavolo di turno (Putin, Trump o in corner i no-vax). Va comunque dato atto agli epigoni della gloriosa tradizione della rimarchevole capacità di continuare a superarsi in corso d’opera.

Tutt’altro che originali: riguardo alla guerra in Ucraina ricalcano pari pari quel che oltre Atlantico avvenne cent’ anni or sono (istituzione da parte del presidente Wilson della commissione Creel, volta a svolgere una massiccia opera di persuasione affinché l’opinione pubblica accettasse l’intervento nel primo conflitto mondiale). Con la fondamentale differenza che la propaganda di allora ebbe successo mentre quella odierna determina l’effetto opposto.

Tutt’altro che realistici: le congetture sopravanzano di gran lunga i fatti e al pari del giornalettismo di bassa lega, si cade nella frequente contraddizione per cui Putin un attimo è in procinto di arrivare a Kiev e dopo due secondi è già in ritirata.

Altro che a-valutativo! L’approccio è religioso ed ideologico, sol che si consideri la stanchevole ripetizione dei termini aggressore – aggredito, un mantra che viene proposto-opposto in ogni sede e contraddittorio rispetto al conflitto Russia-Ucraina. Una sorta di professione di fede democratica postuma e preventiva, ricorrente soprattutto nelle comparsate televisive.

 Ma poiché è oramai palese che l’opinione pubblica, per più o meno nobili motivi, si rinsaldi vieppiù nella convinzione che sia inutile e dannoso continuare a foraggiare un regime corrotto e criminale (oltre che perdente) come quello di Kiev, le sirenette guerrafondaie spiccano definitivamente il volo. Così, visto che le autocrazie stanno insidiando la civiltà occidentale con tutti i mezzi a loro disposizione, incluso una guerra ibrida che non porta rispetto neppure alle borse di Prada e di Louis Vitton, è ora che anche le democrazie ricorrano a rimedi estremi.

“Non ci si può arrendere all’opinione pubblica!” come ha detto qualcuno che siede nella stanza dei bottoni. In sostanza anche i nostri accademici hanno da tempo sposato il Verbo: nella lotta epocale contro le forze del male i cittadini vanno difesi da se stessi abolendo di fatto la democrazia.

L’epiteto “estremista” reca sempre con sé una più o meno marcata connotazione di distacco dalla realtà e dalla ragionevolezza. Se cercate i veri estremisti perciò frugate in via Solferino e zone limitrofe (dalle parti di “Stampubblica” tanto per intenderci). Estremisti su tutta la linea! Estremisti nel servilismo, nel paradosso e nel ridicolo. In parole povere Estremisti di centro.

Di fronte a cotanta irrazionalità rispetto allo scopo non resta che chiedersi quale sarà la prossima mossa. Chissà …magari la partecipazione ad una seduta spiritica in cui sarà evocato lo spirito di Churchill (con il ministro Crosetto a far da medium).

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IL 7 OTTOBRE E L’ARROGANZA DEL PENSIERO “LIBERAL” OCCIDENTALE

 

di Vincenzo Brandi

Qualche tempo fa è stato pubblicato – e ripreso anche da Contropiano - un articolo dell’analista geopolitico e giornalista indipendente statunitense Mike Whitney.

Vale la pena di tornare su questo articolo – anche se su di esso si è già discusso in rete – per spazzare via gli equivoci alimentati spesso dal pensiero “progressista” e “liberal” occidentale.

Parlando della strategia che sarebbe dietro l’azione del 7 ottobre 2023, attribuita – secondo l’autore – solo ad Hamas ed al suo responsabile militare di Gaza, Sinwar (poi eroicamente ucciso in combattimento), Whitney scrive:

“la strategia …. era quella di provocare una reazione eccessiva da parte di Israele per mostrare al mondo il vero volto del Sionismo”.

Questa affermazione, fatta probabilmente in buona fede e con le migliori intenzioni, cela però l’arroganza tipica del pensiero “liberal” occidentale, secondo cui al primo posto viene sempre la cosiddetta “pubblica opinione” come si manifesta nei “paesi che contano” dell’Occidente.

Innanzitutto è sbagliata l’attribuzione ad un solo soggetto di un pensiero e di un’azione strategica: cioè Sinwar, in quanto rappresentante di Hamas. L’azione ha visto mobilitata l’intera Resistenza palestinese dalla Jihad Islamica al Fronte Popolare, gruppo di ispirazione marxista-leninista, ad altri gruppi minori. Inoltre l’azione si è svolta in un ambito dell’Asia Occidentale, in cui è forte e attivo un Asse della Resistenza e del Rifiuto (del Sionismo).

Infatti, le conseguenze pratiche dell’azione del 7 ottobre sono state la discesa in campo, a sostegno della Resistenza, di Hezbollah, dalla parte del Libano, e del movimento Ansar Allah dello Yemen, con l’Iran a fare da sostegno sullo sfondo.

I successivi sviluppi sono stati il fallito attacco di Israele ed USA all’Iran, che ha fatto intervenire altre forze rivoluzionarie, come le milizie di mobilitazione popolare dell’Iraq, e hanno causato una crisi energetica e politica globale ancora in corso. Le monarchie arabe reazionarie, come Arabia Saudita o gli Emirati Uniti, pronte ad un’alleanza stabile con Israele, sono risultate fortemente indebolite per gli attacchi alle basi militari USA e agli impianti civili ed energetici.

La questione della liberazione della Palestina è stata prepotentemente rimessa in prima linea, offuscando la falsa prospettiva dei “due stati” tanto di moda tra i “progressisti” occidentali.ma ormai irrealizzabile e divenuta solo uno slogan ingannatore.

Indubbiamente vi è stato uno spostamento dell’opinione pubblica occidentale, che ha sotto gli occhi il genocidio e tutti i crimini commessi da Israele. Ma ciò di per se’ serve a poco, almeno per ora, visto che tutti i paesi occidentali continuano a sostenere Israele al 100 per 100, con finanziamenti, fornitura di armi e munizioni, accordi economici e scientifici.

Forse è utile ricordare il precedente storico del 2003 quando milioni di persone scesero in piazza per opporsi alla guerra che si preparava contro l’Iraq. Il New York Times scrisse che due erano le potenze mondiali contrapposte: l’Imperialismo guerrafondaio e l’opinione pubblica pacifista. Ma era una bugia. La guerra andò avanti lo stesso fino alla distruzione dell’Iraq, basandosi sulle evidenti menzogne dei criminali George Bush e Tony Blair. Solo il Capo di Stato Maggiore Colin Powel, dopo aver mostrato all’assemblea generale dell’ONU la famosa provetta finta, recentemente si è detto pentito e ha confessato la verità.

Oggi gli USA lasciano l’Iraq dopo più di 20 anni sotto la pressione delle forze della Resistenza locali e dell’Asse della Resistenza dell’Asia Occidentale.

Anche la convinzione di molti “progressisti liberal” che la guerra del Vietnam degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso sia finita per la forza del movimento pacifista è errata. Il ritiro degli USA avvenne quando il Governo statunitense si rese conto che la Resistenza dei Vietcong non sarebbe finita mai nonostante le perdite subite (due milioni di morti). Solo allora il Governo USA ritenne opportuno tenere in conto e collegarsi al pacifismo dilagante, non essendo più conveniente continuare la guerra.

La liberazione dell’Algeria è avvenuta con enormi sacrifici (un milione e mezzo di morti), ma anche contro l’opinione pubblica francese che fu in genere contraria all’indipendenza algerina.

Il riferimento all’Algeria ci permette di criticare un altro tipo di atteggiamento del pensiero “liberal” occidentale, quello secondo cui ogni buona rivoluzione e lotta di liberazione dovrebbe avvenire in modo corretto e rispettando certe regole (stabilite dal pensiero occidentale).

Ci può aiutare in questo il ricordo del bellissimo e coraggioso film di Gillo Pontecorvo: “La battaglia di Algeri” del 1966, che fece tanto infuriare i Francesi. Nel film non si nascondono e non si criticano gli atti di terrorismo delle donne algerine che andavano a mettere le bombe nei caffè frequentati dai Francesi.

In definitiva, la presa di coscienza di larga parte anche dell’opinione pubblica occidentale riguardo ai crimini del Sionismo è un fatto positivo, ma non di per sè determinante. Al primo posto c’è la Resistenza in ogni sua forma. Gli attivisti che si battono per l’indipendenza della Palestina devono partire da questo: collegarsi con la Resistenza ed implementare tutte le azioni che siano di sostegno alla Resistenza, come intervenire a favore dei prigionieri palestinesi, incrementare azioni di boicottaggio diretto ad Israele, opporsi alle leggi liberticide che cercano di salvare il Sionismo colonialista. Alla fine le azioni della Resistenza e la crisi globale indurranno molti governi e istituzioni internazionali a tenere conto dei cambiamenti nell’opinione pubblica e a scaricare Israele al proprio destino.

Roma, 23 ottobre 2026, Vincenzo Brandi

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Mipcom 2026: lo schermo si fa verticale

 

di Glauco Benigni

Dal 12 al 15 ottobre 2026 si è svolto MIPCOM CANNES, il mercato più grande e di maggiore impatto al mondo, nonché la porta d’accesso all’industria internazionale dei media e dei contenuti. Riunisce Studios cinematografici, grandi reti televisive di tutto il mondo, piattaforme di streaming e Social Media, distributori, creatori di contenuti,  brand e aziende tecnologiche e di intelligenza artificiale. In sostanza raduna più di 10.000 partecipanti, provenienti da oltre 100 Paesi, che si incontrano all'interno di un panorama mediatico sempre più interconnesso. A MIPCOM si concludono accordi e fusioni, prendono forma partnership e coproduzioni, si sperimentano nuovi contenuti per raggiungere il pubblico globale.

I proprietari di MIPCOM sono RX France e RELX. RX è un leader globale nell'organizzazione di eventi e fiere,  con una presenza in 25 Paesi e in 42 settori industriali : organizza circa 350 eventi all'anno.  RX fa parte a sua volta di RELX, fornitore globale di strumenti di analisi e decisioni basati sulle informazioni per clienti professionali e aziendali . Nota Bene : i maggiori azionisti di RELX sono (guarda caso !) BlackRock, Inc. (circa il 7–8%); The Vanguard Group (circa il 5–6%)  Per maggiori informazioni, visitare www.rxglobal.com.

RX France crea “incontri” di  rilevanza mondiale, coprendo 15 settori industriali, tra cui MIPIM, MAPIC, Batimat, Pollutec, EquipHotel, SITL, IFTM, Big Data & AI Paris, MIPCOM, Paris Photo, Maison&Objet e molti altri. Gli eventi di RX France si svolgono in Francia, Hong Kong, Italia e Messico. In sostanza è la manifestazione più alta e globalizzata  di quello che in passato era il mondo delle “Fiere e Mercati”.

 MIPCOM 2026

Come sempre: grandi annunci del settore, accordi internazionali, interviste di alto profilo, anteprime mondiali e conferenze sul futuro dell’Industria del Consenso Globale, grazie ad una serie di nuovi player evidenziano la portata globale del Mipcom. Per i 10.000 partecipanti in arrivo da più di 100 nazioni questo MERCATO è il Tempio degli Scriba: ognuno fornisce la sua rappresentazione del mondo, ognuno narra le gesta dei suoi finanziatori, che al dunque sono Mercanti, Guerrieri e qualche Brahamano, tutti comunque controllati dai Grandi Mutual Funds: Blackrock e Vanguard. 

Per 4 giorni,  dall’alba al tramonto saltando il pranzo, i principali player dei media classici si sono incontrati, all’interno dei 5 piani del Palais du Festival di Cannes, con la Nuova Tribù dei creatori, brand, piattaforme, aziende di intelligenza artificiale e tecnologia. Ha stravinto la tendenza alla “Digitalizzazione totale” che ha generato un nuovo mosaico di  proprietà intellettuale (IP), nuove forme di investimenti e di opportunità commerciali; quello che in sintesi si chiama “nuovi modelli di business”.

Tra i presenti 3.150 erano “compratori” e tra loro i primi dieci sono Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Turchia, Canada, Spagna, Italia, Giappone e India, il che significa un G7 un po’ allargato che “consuma” immagini in movimento (film, news, sport, intrattenimento, etc…) come non mai, ma non più nelle forme tradizionali. Considerando dunque la percentuale di fruizione degli schermi: cinema e tv scendono vertiginosamente, salgono gli schermi di PC e tablets, ma soprattutto in modo esponenziale sale l’uso degli schermi “in verticale”, leggi smart phones di massa consultati in movimento (dalle sale cinematografiche ai salotti… dai salotti alle metropolitane). E questo è un elemento di cambiamento “radicale e irreversibile”.

In questo contesto di evoluzione dei modelli produttivi, distributivi e di business, il MIPCOM CANNES ha visto la sigla di importanti accordi internazionali, nuove partnership e lanci di prodotti.

«La nostra strategia è chiara: rafforzare il core business internazionale dei contenuti, riunendo i maggiori soggetti che guidano la trasformazione dell’industria globale dell’intrattenimento», ha dichiarato Lucy Smith, Direttrice del MIPCOM CANNES. «Non ci limitiamo a rispondere al cambiamento: stiamo plasmando attivamente le opportunità che esso crea, mettendo in contatto i leader consolidati del settore con nuovi partner, nuove fonti di IP(Proprietà Intellettuale) e nuovi percorsi di crescita».

 

Gli affari internazionali e i grandi annunci

Tra gli annunci commerciali internazionali, la Globo brasiliana ha svelato nuovi accordi di licensing e di format, mentre BBC Studios ha ampliato la propria partnership con Samsung TV Plus integrando quattro canali FAST. Anche ITV Studios ha registrato un’intensa attività sul fronte dei format internazionali, mentre FOX Entertainment e Hartbeat hanno annunciato una nuova partnership nell’ambito dei vertical drama, riflettendo la crescente attività commerciale attorno a questa nuova forma di narrazione.

Il mercato è stato anche sede di importanti dibattiti di settore. Jeff Zucker e Marco Bassetti (unica presenza italiana tra i tycoon internazionali) hanno tenuto il loro primo keynote congiunto a seguito della fusione tra Banijay Entertainment e All3Media, mentre David Decker ha rilasciato la sua prima intervista come Presidente di Skydance* Content Sales.  Bela Bajaria, Chief Content Officer di Netflix, non ostante la crisi in ci versa il colosso mondiale della pay tv, è stata inoltre premiata con il Variety Vanguard Award, in riconoscimento della sua leadership e del suo impatto sull’industria globale dell’intrattenimento.

* Skydance si è fusa, nel 2024-25,  con Paramount Global (proprietaria dei Paramount Studios, di CBS, MTV, Nickelodeon e del servizio streaming Paramount+).

 Nuovi player, nuovi modelli di business e nuove opportunità

Il mercato ha evidenziato la natura sempre più interconnessa dell’industria globale,  “l’Uno è nel Tutto e il Tutto è nell’Uno”, per dirla come Ermete Trismegisto, con le aziende di intrattenimento consolidate affiancate da piattaforme, brand, agenzie, creatori e compagnie di intelligenza artificiale. YouTube ha definitivamente affermato una presenza egemone insieme ad aziende come Dentsu, Meta e TikTok.

Sembra un’iperbole ma ormai la maggiore TV Generalista mondiale è considerata YouTube, in quanto in grado di ospitare qualsiasi contenuto e di offrirlo e remunerarlo , con inserimenti pubblicitari, in ogni lingua traducibile a grande velocità con l’IA. Questa “opportunità” ha già condotto enormi storici  broadcasters, quali RTL lussemburghese o NBC, colosso delle News in USA e non solo, a fare accordi con YouTube/Google/Alphabet (che sono a loro volta controllati dai Fondi di Investimento Globali).

La tendenza generale (dalla quale sembrano peraltro esclusi i broadcaster pubblici dell’Unione Europea, Rai in primis) riflette quattro aree di crescita: brand (grandi Società che investono direttamente in comunicazione); IA soprattutto attualmente nell’area del doppiaggio in tutte le lingue; contenuti verticali, cioè visionabili su smart phones, e creatori di contenuti, ossia idealmente qualsiasi “talento di base” che può produrre con investimenti in tecnologia sempre più sostenibili e facilità di accesso alle reti.

La presenza di Dentsu, gigante giapponese della pubblicità soprattutto nell’area Asia Pacific e il suo acceso cinguettare  con i manager di Meta/Zuckenberg ha creato nuove opportunità interessando altri giganti quali FOX e la sua sezione Creator Studios. Leggi: la TV dentro Facebook sostenuta da pubblicità.

L’“intrattenimento” nel Pianeta guidato dai Creators è stato un aspetto particolare di quest’anno: Samsung TV ha dichiarato il suo massimo interesse, mentre FOX Entertainment ha dimostrato come i contenuti creati dagli Influencer, anche “di base”, possano raggiungere un pubblico internazionale.

 L’intelligenza artificiale e la “narrazione verticale”

La “Super Intelligenza” ha occupato un posto centrale al MIPCOM CANNES: Cecilia Shen, CEO di UTOPAI Studios, ha guidato il mainstage di apertura MIP AI Headliner insieme a Ken Oh di CJ ENM Studios. Intervenendo davanti a un Grand Auditorium gremito, la sessione ha esplorato come l’IA stia trasformando la produzione di contenuti e creando nuove opportunità per portare storie locali al pubblico globale. Anche la narrazione verticale e i micro-drama hanno avuto un grande rilievo, con nuovi modelli di produzione e distribuzione che attirano un interesse crescente sia da parte delle aziende di intrattenimento tradizionali che degli specialisti emergenti.

 

 

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Storia dell'integrazione europea


di Gilberto Trombetta

La storia dell'integrazione europea è caratterizzata da un progressivo trasferimento di competenze dagli Stati nazionali alle istituzioni sovranazionali. Per ricostruirne l'evoluzione è utile distinguere due grandi fasi storiche: la nascita e il consolidamento delle Comunità europee e la successiva costruzione dell'Unione economica e monetaria, avviata sulla base del processo di integrazione economica sviluppatosi nei decenni precedenti.

 

I. Dall'idea di Europa alla nascita delle Comunità europee (1923-1978)

Mercato comune, commercio, agricoltura, unione doganale, bilancio comunitario, Prime competenze comuni

 

Tra le due guerre mondiali prendono forma diversi progetti di unificazione europea, espressione di interessi economici, politici e geopolitici anche profondamente differenti. Accanto alle aspirazioni federaliste emergono progetti di organizzazione economica continentale, compresi quelli elaborati dalla Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale, nei quali si ritrovano principi e strumenti successivamente presenti nel processo di integrazione europea. La storiografia ha individuato non soltanto analogie nelle soluzioni economiche e monetarie, ma anche elementi di continuità nelle idee, negli ambienti tecnici e nelle pratiche di organizzazione sovranazionale, pur nel quadro di sistemi politici e finalità profondamente differenti. Un'altra componente ricorrente delle diverse elaborazioni europeiste è quella antisovietica, presente, con motivazioni e finalità differenti, in progetti che vanno dal movimento Paneuropa di Coudenhove-Kalergi al federalismo di Spinelli, fino ai disegni geopolitici della Germania nazista.

 

Dopo il 1945, nel nuovo equilibrio internazionale della Guerra fredda, gli Stati Uniti svolgono un ruolo determinante nell'orientare e sostenere il processo di integrazione europea, attraverso strumenti di pressione politica, condizionamento economico e finanziamento di organizzazioni europeiste. L'obiettivo strategico è consolidare l'Europa occidentale come area economicamente integrata e politicamente subordinata all'egemonia statunitense, funzionale al contenimento dell'Unione Sovietica e alla costruzione del blocco atlantico. La costruzione comunitaria privilegia progressivamente l'integrazione economica rispetto a quella politica: dalla CECA ai Trattati di Roma, fino al mercato comune, all'unione doganale e alle prime politiche comunitarie, vengono poste le basi istituzionali della successiva unione economica e monetaria.

 

1923 – Progetto Paneuropa

Dopo la dissoluzione degli imperi europei seguita alla Prima guerra mondiale, Richard Coudenhove-Kalergi pubblica Paneuropa, uno dei primi progetti organici di unificazione politica ed economica del continente. L'obiettivo è superare la frammentazione degli Stati europei anche in chiave anti-sovietica. Il progetto esclude inizialmente sia la Russia sia l'Impero britannico, considerato una potenza con interessi prevalentemente extraeuropei, e prevede una federazione con istituzioni comuni e un'unione economica e doganale.

 

1929-1930 – Piano Briand e memorandum sull'Unione federale europea

Nel 1929 Aristide Briand propone alla Società delle Nazioni un'unione federale europea. Nel maggio 1930 il governo francese presenta un memorandum che ne delinea le istituzioni e le forme di cooperazione, mantenendo la sovranità degli Stati. Il progetto non viene realizzato.

 

1940 – Piano Funk e “Nuovo Ordine Europeo”

Il ministro dell’Economia del Reich, Walther Funk, presenta piani di integrazione economica dell’Europa sotto egemonia tedesca. Il progetto prevedeva coordinamento economico continentale, disciplina monetaria, area commerciale integrata e subordinazione delle economie europee al centro tedesco. La storiografia ha documentato il carattere sistematico di questi piani di integrazione economica nazista.

 

1940-1942 – Progetti nazisti di unificazione economica europea

Nel quadro del “Nuovo Ordine Europeo”, ambienti politici, economici e industriali tedeschi discutono di unione doganale, mercato comune, cambi stabili, coordinamento monetario e organizzazione continentale dell’economia. Evidenti le analogie formali con alcuni strumenti poi diventati centrali nel processo di integrazione europea.

 

1941 – Manifesto di Ventotene

Spinelli e Rossi scrivono “Per un’Europa libera e unita”, manifesto federalista fondato sul superamento dello Stato nazionale.

 

1943 – Einaudi e la federazione economica europea

Luigi Einaudi pubblica “Per una federazione economica europea”, sostenendo la necessità di superare gli Stati nazionali attraverso una struttura economica sovranazionale.

 

1944 – Conferenza di Bretton Woods

Viene definito il nuovo ordine monetario internazionale fondato sul dollaro, sul Fondo Monetario Internazionale e sulla Banca Mondiale. L'integrazione europea nascerà all'interno di questo nuovo sistema economico internazionale guidato dagli Stati Uniti.

 

1947 – Dottrina Truman

Gli Stati Uniti adottano la strategia del contenimento dell'Unione Sovietica. La stabilizzazione economica e politica dell'Europa occidentale diventa uno degli obiettivi centrali della politica estera americana.

 

1947 – Piano Marshall

Con l'European Recovery Program gli Stati Uniti finanziano la ricostruzione dell'Europa occidentale. L'erogazione dei fondi è subordinata alla creazione di istituzioni comuni per il coordinamento del loro uso e alla progressiva liberalizzazione degli scambi commerciali.

 

1948 – Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica (OECE)

Per amministrare gli aiuti del Piano Marshall nasce l'OECE, primo organismo permanente di cooperazione economica tra i Paesi dell'Europa occidentale. Rappresenta uno dei principali antecedenti istituzionali delle future Comunità europee.

 

1948 – Congresso dell’Aia

Grande congresso europeista del dopoguerra: prepara il terreno politico per il Consiglio d’Europa e per le successive Comunità europee.

 

1948-1960 – Il sostegno americano all'integrazione europea

Gli Stati Uniti sostengono politicamente, economicamente e diplomaticamente il processo di integrazione dell'Europa occidentale. L'obiettivo è duplice: contenere l'espansione sovietica e ricostruire la Germania occidentale impedendole però di tornare ad agire come una potenza nazionale autonoma. In questo quadro operano anche organismi come l'American Committee on United Europe (ACUE), che finanzia movimenti federalisti ed europeisti.

 

1949 – Patto Atlantico

L’Italia entra nella NATO. Non è integrazione europea in senso stretto, ma fissa la collocazione geopolitica occidentale del Paese.

 

9 maggio 1950 – Dichiarazione Schuman

Il ministro degli Esteri francese Robert Schuman, su impulso di Jean Monnet, propone di porre la produzione franco-tedesca di carbone e acciaio sotto un'Alta Autorità comune. La dichiarazione costituisce l'atto politico fondativo della CECA.

 

1 luglio 1950 – Unione Europea dei Pagamenti (EPU)

I Paesi dell'OECE istituiscono l'European Payments Union per facilitare i pagamenti multilaterali e la progressiva liberalizzazione degli scambi. È uno dei primi strumenti di integrazione economica europea del dopoguerra.

 

1951 – Trattato di Parigi: CECA

Viene firmato tra Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo il trattato istitutivo della la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, che entrerà in vigore nel 1952. Viene creata l'Alta autorità della CECA, primo organo esecutivo sovranazionale europeo.

 

1952 – Primo bilancio europeo: CECA

Con l’entrata in vigore della CECA nasce il primo bilancio sovranazionale europeo, finanziato non dagli Stati ma da un prelievo diretto sulla produzione di carbone e acciaio.

 

1952 – Comunità Europea di Difesa (CED)

I sei Paesi della CECA firmano il Trattato istitutivo della Comunità Europea di Difesa, che avrebbe dovuto creare un esercito europeo sovranazionale.

 

1954-1955 – Fallimento della CED e riarmo della Germania nella NATO

Dopo il rifiuto dell'Assemblea nazionale francese di ratificare il Trattato, il riarmo della Germania occidentale viene realizzato nel quadro della NATO, alla quale la Repubblica Federale aderisce nel maggio 1955. L'integrazione militare resta quindi prevalentemente atlantica, mentre quella comunitaria prosegue soprattutto sul terreno economico.

 

1955 – Conferenza di Messina

I sei Paesi della CECA decidono di rilanciare il processo di integrazione attraverso la costruzione di un mercato comune generale. La conferenza apre il negoziato che porterà ai Trattati di Roma.

 

1956 – Rapporto Spaak

Il rapporto elaborato dal comitato presieduto da Paul-Henri Spaak definisce l'architettura della futura Comunità Economica Europea e costituisce la base dei Trattati di Roma.

 

1957 – Trattati di Roma: CEE ed Euratom

Nascono la Comunità economica europea e l’Euratom. È il passaggio dal coordinamento settoriale al mercato comune.

 

1958 – Primo bilancio della CEE

Con l’avvio della CEE nasce un bilancio comunitario finanziato dai contributi degli Stati membri.

 

7 gennaio 1958 – Walter Hallstein primo presidente della Commissione CEE

Hallstein, giurista tedesco, ex ufficiale della Wehrmacht e sostenitore di un’Europa federale con Commissione forte, diventa il primo presidente della Commissione della CEE. La sua impostazione sovranazionale entrerà in conflitto con l’“Europa degli Stati” di De Gaulle. La Commissione europea nasce quindi fin dall'inizio come organo indipendente dai governi nazionali, destinato a rappresentare gli interessi della Comunità.

 

1962 – Politica Agricola Comune (PAC)

Entra in vigore la PAC, una delle prime grandi politiche comuni europee e per molti anni la principale voce del bilancio comunitario.

 

1963 e 1967 – I veti di De Gaulle all'ingresso del Regno Unito

Il presidente francese Charles de Gaulle blocca due volte l'adesione britannica alla CEE, ritenendo il Regno Unito troppo legato agli Stati Uniti e incompatibile con il progetto europeo sostenuto dalla Francia.

 

1965 – Crisi della "sedia vuota"

Charles de Gaulle ritira i rappresentanti francesi dalle istituzioni comunitarie per opporsi al rafforzamento della Commissione e all'estensione del voto a maggioranza.

 

1966 – Compromesso di Lussemburgo

La crisi si conclude con un accordo che riconosce di fatto agli Stati la possibilità di chiedere il mantenimento dell'unanimità quando siano in gioco interessi nazionali considerati essenziali.

 

1965-1967 – Trattato di fusione

CECA, CEE ed Euratom mantengono base giuridica distinta, ma vengono unificate Commissione e Consiglio.

 

1968 – Unione doganale CEE

Abolizione dei dazi interni e tariffa esterna comune.

 

1969 – Vertice dell'Aia

I capi di Stato e di governo rilanciano il processo di integrazione fissando tre obiettivi: completamento, approfondimento e allargamento della Comunità. Il Vertice segna la ripartenza dell'integrazione europea dopo gli anni del confronto tra la Commissione Hallstein e la Francia di De Gaulle e apre la strada alle risorse proprie, all'Unione economica e monetaria e al primo allargamento.

 

1970 – Risorse proprie comunitarie

La Decisione del Consiglio del 21 aprile 1970 sostituisce progressivamente i contributi nazionali con risorse proprie: dazi doganali, prelievi agricoli e poi quota IVA. È la prima volta che la Comunità dispone di entrate indipendenti dalle decisioni annuali dei governi nazionali.

 

1970 – Rapporto Werner

Primo progetto ufficiale di Unione economica e monetaria entro dieci anni. Propone una moneta comune, una banca centrale europea e il coordinamento delle politiche economiche.

 

1971 – Fine di Bretton Woods

La sospensione della convertibilità del dollaro in oro apre la fase di instabilità monetaria che spingerà l’Europa verso meccanismi di cambio interni.

 

1972 – Serpente monetario europeo

Primo tentativo di limitare le oscillazioni tra valute europee.

 

1973 – Primo allargamento della CEE

Ingresso di: Regno Unito, Irlanda e Danimarca

 

1974 – Consiglio Europeo

I capi di Stato e di governo decidono di riunirsi periodicamente nel Consiglio Europeo, destinato a diventare il principale organo di indirizzo politico dell'integrazione europea.

 

1975 – Rafforzamento dei poteri di bilancio del Parlamento europeo

Il Parlamento europeo acquisisce maggiori poteri sul bilancio comunitario.

 

1976-1979 – Elezione diretta del Parlamento europeo

Viene approvata l’elezione diretta dell’assemblea europea. Nel 1979 si tengono le prime elezioni europee a suffragio universale.

 

1978-1979 – Convergenza della sinistra italiana sul progetto europeo

Dopo decenni di opposizione o forte diffidenza nei confronti della CECA, della CEE e dell'integrazione atlantico-comunitaria, il PCI modifica progressivamente la propria posizione. Il PSI aveva invece già avviato negli anni precedenti un percorso di progressivo avvicinamento al progetto europeo. La fase dello SME e delle prime elezioni europee segna la sostanziale convergenza delle principali famiglie politiche italiane sul processo di integrazione europea.

 

II. L'Unione economica e monetaria europea (1979-oggi)

Dallo SME all'euro e alla governance economica europea

SME, Atto Unico, liberalizzazione capitali, Maastricht, BCE, euro, Patto di stabilità, Six Pack, Fiscal Compact, MES, PNRR, nuovo Patto

 

Con la nascita dello SME nel 1979, il processo di integrazione europea entra in una nuova fase, destinata a culminare nella costruzione dell'Unione economica e monetaria. Fin dalle origini, il progetto europeo aveva privilegiato la dimensione economica, confidando ingenuamente che questa avrebbe progressivamente favorito anche l'unificazione politica. La costruzione dell'UEM ha portato alle estreme conseguenze tale impostazione, riunendo economie profondamente differenti sotto una moneta unica, senza dotarle di un governo politico e fiscale comune e di adeguati strumenti di compensazione degli squilibri e di intervento nelle crisi.

 

Il modello adottato, fortemente influenzato dall'impostazione monetarista e mercantilista tedesca, ha privilegiato stabilità dei prezzi, disciplina di bilancio e competitività esterna rispetto al sostegno della domanda interna e alla convergenza economica. Contraddizioni strutturali denunciate da numerosi economisti già prima della nascita dell'euro e successivamente emerse con la crisi dei debiti sovrani. A oltre trent'anni da Maastricht, il bilancio appare fallimentare non soltanto sul piano dell'integrazione politica, ma anche su quello dei risultati economici: crescita debole, persistenti divergenze tra gli Stati membri e progressivo arretramento relativo dell'Europa rispetto agli Stati Uniti e alla Cina.

 

1979 – Sistema Monetario Europeo

Entra in vigore lo SME, con ECU e meccanismo di cambio. È il padre diretto dell’euro. L'Italia partecipa inizialmente con una banda di oscillazione più ampia (±6%) rispetto a quella ordinaria (±2,25%), che consente maggiore flessibilità del cambio.

 

1979 – Caso Baffi-Sarcinelli

Paolo Baffi e Mario Sarcinelli vengono colpiti da un’inchiesta poi rivelatasi infondata. Baffi lascia la Banca d’Italia e gli succede Carlo Azeglio Ciampi.

 

1981 – Divorzio Tesoro-Banca d’Italia

La Banca d’Italia non è più obbligata ad acquistare i titoli pubblici invenduti. È una tappa italiana decisiva verso la disciplina dei mercati finanziari e il vincolo monetario.

 

1984 – Progetto Spinelli

Il Parlamento europeo approva il progetto di Trattato sull’Unione Europea elaborato da Altiero Spinelli.

 

1985 – Accordo di Schengen

Avvio del percorso per l’abolizione dei controlli alle frontiere interne.

 

1986 – Atto Unico Europeo

Fissa l’obiettivo del mercato unico entro il 1992: merci, servizi, persone e capitali.

 

1987 – SME “credibile”

Gli accordi Basilea-Nyborg rafforzano gli strumenti di intervento a sostegno delle parità. Parallelamente, le politiche monetarie nazionali convergono progressivamente verso la stabilità del cambio rispetto al marco tedesco. Si consolida un vincolo monetario sempre più stringente, destinato a entrare in crisi nel 1992.

 

1988 – Direttiva 88/361/CEE

Viene approvata la piena liberalizzazione dei movimenti di capitale all'interno della Comunità e verso i Paesi terzi.

 

1988 – Pacchetto Delors I

Nascono le prospettive finanziarie pluriennali, antenate dell’attuale Quadro finanziario pluriennale.

 

1989 – Rapporto Delors

Definisce il percorso in tre fasi verso l’Unione economica e monetaria.

 

1989 – Caduta del Muro di Berlino

La riunificazione tedesca accelera la costruzione della moneta unica anche come strumento di ancoraggio europeo della Germania.

 

1990 - Prima fase ufficiale dell'Unione economica e monetaria

Il 1° luglio 1990 prende formalmente avvio la prima fase dell'UEM prevista dal Rapporto Delors, fondata sulla piena liberalizzazione dei movimenti di capitale e sul rafforzamento del coordinamento delle politiche economiche.

 

1990 – Legge Amato sulle banche

Avvia la trasformazione delle banche pubbliche in società per azioni e il processo di privatizzazione bancaria.

 

1991 – Crollo dell’URSS

L’integrazione europea cambia natura geopolitica: da Europa occidentale della Guerra fredda a progetto continentale allargabile verso Est.

 

1992 – Trattato di Maastricht

Nasce l’Unione europea. Vengono fissati i criteri di convergenza per entrare nell’euro: deficit, debito, inflazione, tassi e stabilità del cambio. Introduce inoltre il percorso in tre fasi verso l'Unione economica e monetaria e amplia sensibilmente le competenze dell'Unione.

 

1992 – Tangentopoli e crisi della Prima Repubblica

La crisi del sistema politico italiano coincide con la fase di adeguamento a Maastricht.

 

1992 – Riunione sul Britannia

Incontro simbolico della stagione delle privatizzazioni e dell’apertura del capitale pubblico italiano ai mercati internazionali.

 

1992 – Crisi dello SME

La lira esce dallo SME dopo gli attacchi speculativi. È la prova della fragilità dei cambi semi-fissi in assenza di unione fiscale e politica.

 

1992 – Abolizione della scala mobile

Il governo Amato elimina definitivamente la scala mobile, completando la svolta di moderazione salariale.

 

1992-1993 – Aziendalizzazione del SSN

Le USL diventano ASL. La sanità pubblica entra sempre più in una logica aziendale e di compatibilità finanziaria.

 

1992-1999 – Privatizzazioni di ENI, ENEL, banche e partecipazioni pubbliche

Grande stagione di trasformazioni societarie, liberalizzazioni e privatizzazioni.

 

1993 – Mercato unico europeo

Entra formalmente in vigore il mercato unico.

 

1993 – Mattarellum

La legge elettorale maggioritaria accompagna la transizione alla Seconda Repubblica.

 

1994 - Istituto Monetario Europeo

Nasce l'IME, organismo incaricato di preparare la politica monetaria comune e la futura Banca Centrale Europea.

 

1995 – Schengen operativo

Abolizione dei controlli sistematici alle frontiere interne tra i Paesi aderenti.

 

1996 – Primo pacchetto energia UE

La direttiva 96/92/CE avvia la liberalizzazione del mercato elettrico europeo.

 

1996 – Rientro della lira nello SME

Il 25 novembre 1996 l’Italia rientra nello SME, passaggio necessario per accedere all’euro.

 

1997 – Brzezinski e la strategia geopolitica americana per l'Europa

Zbigniew Brzezinski pubblica The Grand Chessboard, nel quale definisce l'Europa un elemento fondamentale della proiezione strategica statunitense in Eurasia. L'integrazione europea e l'allargamento delle istituzioni euroatlantiche vengono collocati nel quadro degli interessi geopolitici americani, con particolare attenzione al contenimento dell'emergere di potenze eurasiatiche rivali e al ruolo strategico dell'Ucraina. Il libro documenta la subalternità dell'Europa nella strategia americana successiva alla Guerra fredda.

 

1997 – Patto di Stabilità e Crescita

Il Patto rende permanente, anche dopo l'ingresso nell'euro, la sorveglianza sui bilanci nazionali attraverso procedure preventive, correttive e possibili sanzioni.

 

1997 – Pacchetto Treu

Prima grande flessibilizzazione del lavoro in Italia.

 

1997 – Trattato di Amsterdam

Riforma istituzionale in vista dell’allargamento.

 

1998 - Ammissione dell'Italia all'euro

Il Consiglio europeo stabilisce che l'Italia soddisfa i criteri di convergenza previsti dal Trattato di Maastricht e può partecipare alla moneta unica fin dalla sua introduzione.

 

1998 – Nascita della BCE

Viene istituita la Banca centrale europea, modellata in larga parte sulla cultura monetaria della Bundesbank.

 

1999 – Euro come moneta contabile

I cambi vengono fissati irrevocabilmente. L’euro nasce nei mercati finanziari e nei pagamenti elettronici.

 

1999 – Decreto Bersani sull’energia elettrica

Recepimento italiano della liberalizzazione europea del mercato elettrico.

 

2000 – Decreto Letta sul gas

Recepimento italiano della liberalizzazione del mercato del gas.

 

2001 – Trattato di Nizza

Riforma delle istituzioni europee in vista dell’allargamento a Est.

 

2001 – Riforma del Titolo V

Rafforzamento delle competenze regionali, con effetti rilevanti sulla sanità e sulla governance multilivello.

 

2002 – Euro fisico

Entrano in circolazione banconote e monete.

 

2003 – Legge Biagi

Ulteriore liberalizzazione e frammentazione dei rapporti di lavoro.

 

2004 – Grande allargamento a Est

Entrano dieci nuovi Paesi, spostando il baricentro geopolitico ed economico dell’UE.

 

2004 – Trattato costituzionale europeo

Viene firmato il Trattato che avrebbe dovuto dotare l’UE di una Costituzione.

 

2005 – Bocciatura della Costituzione europea

Francia e Paesi Bassi respingono il Trattato costituzionale nei referendum.

 

2007-2009 – Trattato di Lisbona

Firmato nel 2007, entra in vigore nel 2009. Recupera molte parti della Costituzione europea e rafforza l’architettura istituzionale dell’UE. Estende il voto a maggioranza qualificata e attribuisce personalità giuridica unica all'Unione.

 

2008-2010 – Crisi finanziaria e crisi dell’eurozona

La crisi bancaria globale diventa crisi dei debiti sovrani europei.

 

2010 – Semestre europeo

La Commissione europea inizia a coordinare e valutare preventivamente le politiche economiche e di bilancio degli Stati membri.

 

5 agosto 2011 – Lettera BCE all’Italia

Draghi e Trichet chiedono al governo italiano riforme su bilancio, pensioni, lavoro, liberalizzazioni, privatizzazioni e amministrazione pubblica.

 

2011 – Six Pack

Rafforza la sorveglianza fiscale e introduce la procedura sugli squilibri macroeconomici, estendendo il monitoraggio europeo a indicatori come competitività, costo del lavoro, debito privato e saldi con l'estero.

 

2011 – Articolo 8 / Decreto Sacconi

Possibilità di accordi aziendali o territoriali in deroga a legge e contratti nazionali.

 

2012 – Pareggio di bilancio in Costituzione

L’Italia modifica l’articolo 81 e introduce il principio dell’equilibrio di bilancio.

 

2012 – Fiscal Compact

Gli Stati aderenti si impegnano al pareggio di bilancio strutturale e a meccanismi automatici di correzione.

 

2012 – MES

Nasce il Meccanismo europeo di stabilità, fondo permanente per gli Stati dell’eurozona in difficoltà.

 

2012 – Riforma Fornero

Riforma pensionistica adottata nel pieno della crisi dello spread.

 

26 luglio 2012 – “Whatever it takes”

Draghi annuncia che la BCE farà tutto il necessario per salvare l’euro.

 

2013 – Two Pack

La Commissione acquisisce maggiore potere di controllo preventivo sui bilanci dei Paesi dell’eurozona.

 

2014-2015 – Jobs Act

Nuova riforma del lavoro, con superamento dell’articolo 18 per i nuovi assunti e ulteriore flessibilizzazione.

 

2014-2015 – Unione bancaria e QE BCE

Si rafforzano vigilanza bancaria europea e politica monetaria non convenzionale.

 

2015 – Unione dei mercati dei capitali

La Commissione europea avvia il progetto di Unione dei mercati dei capitali per integrare ulteriormente i sistemi finanziari nazionali e favorire la circolazione transfrontaliera degli investimenti. Il progetto viene successivamente rilanciato, senza realizzare un mercato finanziario pienamente unificato.

 

2016 – Riforma delle BCC

Obbligo di adesione a gruppi bancari cooperativi, dentro un contesto di vigilanza bancaria europea e concentrazione del sistema.

 

2020 – Next Generation EU

Per la prima volta la Commissione europea emette debito comune su larga scala per finanziare il Recovery Fund.

 

2021 – PNRR italiano

I fondi europei vengono legati a milestone, target e riforme concordate con la Commissione.

 

2022 – Guerra in Ucraina e crisi energetica

Sanzioni, caro energia, coordinamento europeo degli approvvigionamenti e nuova centralità geopolitica dell’UE.

 

2023 – DL Lavoro

Estensione dell’uso dei contratti a termine.

 

2024 – Fine del mercato tutelato dell’energia

Passaggio collegato alla liberalizzazione del settore energetico e agli impegni del PNRR.

 

2024 – Nuovo Patto di Stabilità

Riforma della governance fiscale europea: meno centralità meccanica del solo deficit annuo, più enfasi su traiettorie pluriennali di spesa, debito e sorveglianza della Commissione. La riforma introduce piani strutturali di bilancio di medio termine e traiettorie pluriennali della spesa netta, concordate e sottoposte alla valutazione europea, conservando i valori di riferimento di Maastricht.

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Una nuova Yalta (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio*

 

“Stiamo andando verso la fine della guerra”. Stavolta non lo dice Trump o Zelensky per ragioni elettorali: lo dice Putin, che mente come gli altri, ma di solito misura un po’ più le parole, anche perché il consenso non è un suo problema. Sarà vero? Lo capiremo presto, ma l’impressione è che qualcosa si muova. Come nella primavera del 2022 coi negoziati di Istanbul subito dopo l’invasione, quando sia Mosca sia Kiev ostentavano ottimismo e si lodavano a vicenda per la buona volontà. Poi su quel tavolo, che doveva ancora sciogliere un paio di nodi belli spessi, calò il veto anglo-americano. Ora a riannodare i fili alla luce del sole sono i mediatori di Trump e sotto traccia quelli del Papa, con le telefonate a Putin e a Zelensky e le missioni a Mosca dei cardinali Gallagher e Zuppi. La Ue, al solito, non tocca palla, ma questo è un bene: non ha ancora neppure un mediatore e in quattro anni e più ha fatto solo danni. Però i Paesi che contano – Francia, Germania e Regno Unito – erano al tavolo di Witkoff e Kushner a Miami e hanno digerito il loro piano. Che Trump ha imposto a Zelensky con la minaccia di levargli l’intelligence satellitare e di non vendere più agli europei le armi che poi gli regalano. E che è la cosa meno misteriosa e più prevedibile del mondo.

La Russia si tiene quello che ha preso e qualcosa che sta per prendersi, garantendo l’integrità del restante 79% di Ucraina. Kiev non entra nella Nato (nell’Ue si vedrà, ma tira brutta aria). Le sanzioni a Mosca vengono annullate progressivamente. Gli asset russi sequestrati dall’Ue vengono in parte restituiti ai legittimi proprietari e in parte investiti in affari comuni fra Mosca, Ucraina e chi altri ci sta. Kiev riduce l’esercito e l’industria militare. Per metterla al riparo da eventuali nuovi attacchi, Usa e Ue inventeranno qualcosa di simile all’articolo 5 Nato, per quel che vale e per chi vi aderirà (pacche sulle spalle e belle parole). Un segreto di Pulcinella che, se e quando sarà firmato, imporrà una domanda agghiacciante: quanti morti e rovine in Ucraina e disastri economici in Europa si sarebbero evitati siglandolo uno, due, tre, quattro anni fa? Tutti sapevano da subito che sarebbe finita così. Ma molti – soprattutto nell’Ue e a Kiev – hanno preferito credere alla loro propaganda per salvare la faccia e la poltrona. In ogni caso, neppure un’intesa finalmente firmata e il silenzio delle armi basterebbero a risolvere il problema. L’Est Europa è una polveriera dalla fine della Guerra fredda, a cui purtroppo non seguì una pace almeno tiepida. Serve una nuova conferenza tipo Helsinki 1975, che risolva tutte le questioni di sicurezza aperte: per tutti, anche per la Russia. Possibilmente preceduta da una nuova Yalta fra gli Usa, la Cina, la Russia e – ove mai esistesse – la Ue.

 

*Fatto Quotidiano, 22 ottobre 2026

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Dirittismo e ghigliottina

 

di Gilberto Trombetta
 
Ferrari apre il suo osceno monologo con il santino di Marchionne. Quello che avrebbe «salvato» la Fiat portando i dipendenti italiani da 120.000 a 29.000, smantellando la più grande industria nazionale, delocalizzando produzione e sedi societarie e peggiorando le condizioni dei lavoratori.

Un capolavoro: profitti per gli azionisti, desertificazione industriale per il Paese. È la lotta di classe condotta dal capitale, raccontata come una favola edificante.

Poi arriva il delirio ideologico: i diritti non esistono perché qualcuno dovrebbe avere il dovere di garantirli. Esatto, Ferrari. È precisamente il principio su cui si fonda la Costituzione italiana. Il diritto al lavoro, alla salute, all'istruzione, a un'esistenza libera e dignitosa non sono premi di produttività. Sono diritti fondamentali che la Repubblica ha il dovere di rendere effettivi, rimuovendo gli ostacoli economici e sociali che ne impediscono l'esercizio.

«Se non servi, se non produci, se non vali, nessuno ti deve niente». Eccola, finalmente, l'essenza di questa visione disumana: il valore di un essere umano ridotto alla sua redditività per il capitale. Il disoccupato, il malato, l'anziano, il disabile, il bambino: se non producono abbastanza, non meritano niente. Non è economia. È darwinismo sociale nella sua forma più brutale.

E naturalmente non poteva mancare il solito miserabile trucco della guerra tra poveri: il camionista contrapposto a chi rivendica diritti. Come se il camionista non avesse bisogno di salari dignitosi, tutele, sanità pubblica, infrastrutture costruite dallo Stato e politiche energetiche che garantiscano carburanti accessibili. Come se il suo lavoro fosse possibile senza quella collettività che Ferrari vorrebbe cancellare.

Il punto è che senza diritti non esistono nemmeno doveri reciproci. Esiste soltanto la legge del più forte, la giungla in cui chi possiede tutto comanda e chi non possiede nulla deve soltanto obbedire.

Ferrari dovrebbe però ripassare un po' di storia. Perché quando ai cittadini venivano negati tutti i diritti e imposti soltanto doveri, ogni tanto succedeva che smettessero di obbedire. E qualcuno finiva per perdere la testa. Letteralmente.
 

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Dal fronte del Donbass a Starlink: perché la guerra in Ucraina è ancora lontana dalla pace

Mentre si torna a parlare di negoziati, le dichiarazioni dell’ex comico Volodymyr Zelensky confermano quanto resti distante una prospettiva concreta di soluzione politica del conflitto ucraino. In un’intervista all’imprenditore britannico Steven Bartlett, il presidente ucraino ha ribadito che non rinuncerà al Donbass, rilanciando al tempo stesso le accuse a Donald Trump, giudicato troppo vicino alle posizioni russe. Parole che arrivano mentre sul terreno la situazione continua a evolversi a vantaggio delle forze russe, come dimostra la caduta di Dobropolie, il 16 ottobre.

La liberazione della città, situata in una posizione strategica per il controllo del Donbass, rappresenta un passaggio significativo nella progressione militare di Mosca. Il tenente colonnello Ivan Debitski ha attribuito il successo alla sorpresa tattica, al coordinamento tra artiglieria, razzi e droni e allo sfruttamento delle condizioni meteorologiche, che hanno agevolato l'avanzata russa. La risposta ucraina continua intanto a fare affidamento sugli attacchi con velivoli senza pilota. Secondo le informazioni riportate dalla stampa, in 24 ore le forze di Kiev avrebbero lanciato oltre 1.200 droni, di cui 630 diretti verso la regione di Mosca. Un'intensificazione che mostra come, anche mentre si discute di pace, la guerra prosegua con tutta la sua capacità distruttiva. Un ruolo cruciale resta quello delle comunicazioni satellitari Starlink e Starshield, utilizzate dalle forze ucraine per coordinare le operazioni sul fronte e nelle retrovie.

Le indiscrezioni su possibili limitazioni del servizio sono state smentite dal segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, secondo il quale la politica di Washington verso il regime di Kiev non sarebbe cambiata. Da parte russa, alcuni esperti sostengono che i sistemi continuino a essere operativi sul campo. La vicenda evidenzia una contraddizione di fondo: mentre l'amministrazione Trump parla della necessità di porre fine alle ostilità, il sostegno tecnologico e militare occidentale rimane un fattore determinante per la capacità bellica ucraina. E a Bruxelles non sembra esserci alcuna intenzione di invertire la rotta. Secondo Politico, l'Unione Europea intende infatti chiedere a Canada e Regno Unito di aumentare gli aiuti a Kiev per colmare un deficit finanziario stimato in 70 miliardi di euro per il prossimo anno. Una cifra enorme, che conferma quanto la prosecuzione della guerra dipenda dalla disponibilità di nuovi fondi occidentali.

Zelensky rifiuta compromessi territoriali, Mosca continua ad avanzare inesorabilmente e l'Europa cerca nuove risorse per sostenere Kiev. In questo quadro, i richiami alla diplomazia rischiano di restare parole vuote se non saranno accompagnati dalla disponibilità concreta a discutere le condizioni di una pace. Perché finanziare la guerra, rafforzare le capacità operative di Kiev e contemporaneamente dichiararsi favorevoli ai negoziati sono obiettivi difficili da conciliare senza una reale volontà di compromesso.

 

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Da Brescia a Hangzhou: digitale, UNESCO e dialogo tra civiltà

 

di CGTN

Due territori con un patrimonio UNESCO alle spalle e la stessa scommessa sul digitale: Brescia e Hangzhou si incontrano.

Meno di un mese fa, il capo di gabinetto della Provincia di Brescia e sindaco di Montirone, Filippo Spagnoli, ha guidato una delegazione a Hangzhou, tra la Global Digital Trade Expo, visite ad aziende hi-tech e la Settimana dell’Amicizia Cina-Italia, unendo digitale, città intelligenti e patrimonio UNESCO.

In questa videointervista, Filippo Spagnoli racconta le sue esperienze in Cina: le oltre 20 realtà attive nell’AI e nell’open source incontrate, il confronto con imprese, istituzioni e università, e le prospettive di cooperazione per Montirone e la provincia di Brescia.

Dal passaggio dalle smart city alle regioni resilienti al dialogo tra patrimoni UNESCO, un confronto su innovazione, sostenibilità, sicurezza e cooperazione paritaria tra civiltà.

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Il più importante (e pericoloso) campo di battaglia nella guerra mondiale a pezzetti

 

Mentre l'industria USA dell'AI continua ad accumulare debiti in triliardi di dollari, la cinese DeepSeek rlascia gratuitamente DeepInfer, il suo motore di inferenza per i modelli LLM distruggendo in un solo secondo le prospettive di reddito dei modelli di Business per le AI progettato dalla Silicon Valley. 

 

di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico

 

Per quanto possa essere difficile da credere il più importante è pericoloso campo di battaglia della guerra mondiale a pezzi in corso ormai da oltre dieci anni è la gara tecnologica in corso tra Cina e USA per l'egemonia nel campo della Intelligenza Artificiale.

Solo in parte questa sfida tecnologica può essere paragonata con la “Corsa allo Spazio” tra USA e URSS della seconda metà del secolo scorso. Certo, in quella gara, che aveva anche venature romantiche (oltre che politiche), ci sono state importanti ricadute tecnico-scientifiche a vantaggio dell'industria aerospaziale. Nella battaglia della AI, tuttavia, c'è molto di più oltre alle ricadute sul piano industriale, di organizzazione sociale e del lavoro. In questa battaglia ci sarà un impatto sul piano economico finanziario – a causa degli enormi investimenti effettuati – che ben difficilmente il perdente riuscirà ad evitare il redde rationem di una crisi finanziaria dagli esiti devastanti sul piano dell'equilibrio economico generale delle nazioni e dunque sul piano sociale e politico.

A dimostrazione di quanto appena affermato basti pensare che le grandi major dell'High-Tech della Silicon Valley solo nel 2025 hanno complessivamente raggiunto il 75 o 80% della spesa mondiale per la AI. Più precisamente, nel 2025 gli investitori privati - tra venture capitale e start-up -hanno speso complessivamente 285,9 miliardi di dollari. Mentre per quanto riguarda la spesa per le infrastrutture, se consideriamo le  soli le cinque principali major  americane dell'High-Tech (Microsoft, Google, Amazon, Meta e Oracle). la spesa combinata in data center e hardware per l'IA ha raggiunto una cifra stimata tra i 360 e i 448 miliardi di dollari nel 2025

Per quanto riguarda il futuro, le prospettive non sono da meno rispetto al 2025.  Secondo le previsioni più accreditate si assume che i fornitori di soluzioni IA investiranno 7 trilioni di dollari in infrastrutture entro il 2030. Molto interessante a tale proposito uno studio della Brookings Institution, redatto dall'economista Stijn Van Nieuwerburgh della Columbia University e intitolato"Financing the AI buildout" nel quale si prevede che per finanziare i 183 GW necessari entro il 2032 serviranno investimenti pari a a 10,3 mila miliardi di dollari, ovvero, circa il 3,63% del PIL statunitense all'anno. Un ciclo di investimenti infrastrutturali che non ha pari nella storia degli Stati Uniti neanche ritornando all'epica della costruzione delle ferrovie o dell'elettrificazione.

Cifre, come è evidente, iperboliche. Ed è qui che sorge il problema principale e che può essere riassunto in maniera abbastanza comprensibile con il termine “ritorno sugli investimenti”, altrimenti conosciuto con l'acronico ROI. Si tratta di un indicatore finanziario che misura la redditività e l'efficienza economica di un capitale investito.

Per esempio, secondo uno studio della Gartner, multinazionale statunitense  leader mondiale nella ricerca, analisi e consulenza strategica nel settore della tecnologia dell'informazione, gli ingenti investimenti dei fornitori di soluzioni IA che saranno pari a 7000 miliardi di dollari in infrastrutture entro il 2030, genereranno nello stesso periodo, ricavi correlati non superiori a 3600 miliardi di dollari. Chiunque capisce che se sono queste le previsioni, il settore stia ballando sull'orlo del burrone, quando basta un refolo di vento per finire nell'abisso.

Sempre secondo lo stesso studio di Gartner, se questo rimarrà il ritmo degli investimenti, oltre 4 trilioni di dollari spesi in infrastrutture per l'IA potrebbero essere esposti a svalutazioni entro la fine del 2032. Con effetti catastrofici a livello di bilancio per le aziende (e conseguentemente per i creditori e per gli investitori).

Un caso emblematico dell'enorme bolla finanziaria che è l'intelligenza artificiale (intesa come business non come materia scientifica) è certamente quella di Anthropic, colosso americano del settore e massima promessa di guadagni stellari per gli investitori. E qui sta il problema: secondo il Wall Street Journal questa azienda per salvarsi dalla bancarotta, dovrebbe quotarsi in borsa per una cifra non inferiore ai 1500 miliardi di dollari. Cifra da capogiro giustificata dalla necessità di coprire le ingenti perdite. Sempre secondo il Wall Street Journal nel primo semestre del 2026 Anthropic ha registrato perdite per 80,7 miliardi di dollari, a fronte di ricavi pari a 16,3 miliardi. Come si può capire, una simile traiettoria è insostenibile per qualsiasi business sia esso maturo, sia esso all'inizio di un decantato radioso percorso di crescita.

Ed è proprio in questo snodo che vede intersecarsi le mirabolanti promesse di un radioso futuro e la granitica certezza di una montagna di debiti sottoscritti dai colossi americani dell'AI che si è inserita la strategia cinese sulla AI.  Una strategia fondata sull'efficienza degli algoritmi soprattutto per quanto riguarda gli LLM e dunque i “Chat bot” (come per esempio Chat Gpt). Una strategia opposta, dunque, rispetto a quella americana fondata sulla potenza di calcolo dei chip, sugli enormi data center e dunque su rilevantissimi investimenti.

Già nel 2025 molti (tra i quali il sottoscritto) parlarono di Momento Sputnik quando la cinese DeepSeek rilasciò il suo modello LLM R1 (Si tratta di una chat bot tipo Chat GPT) con prestazioni del tutto simili a quelli americani però con una grande differenza; ossia il fatto di essere open source e completamente gratuito.  Immediatamente la notizia generò un terremoto a Wall Street innescato dalle forti perdite del settore high-tech. Gli analisti finanziari avevano immediatamente capito che la strategia cinese era quella di “spiazzare” gli investimenti delle società dell'AI americano offrendo prodotti simili ma a basso costo o a costo zero, e soprattutto open source.

Chi pensava che i cinesi avessero alla fine desistito da questa strategia, deve ricredersi. Il loro silenzio non è inoperoso, anzi.  Infatti è proprio di questi giorni la notizia che DeepSsee ha rilasciato Deepinfer, il suo motore di inferenza. Ovvero sia l'algoritmo fondamentale che si pone tra il Modello LLM e chi lo interroga. Il motore di inferenza per essere chiari, decide per esempio, come raggruppare le richieste di centinaia di utenti, come riutilizzare i calcoli già fatti e quanto in fretta restituire ogni singola parola; conseguentemente da questo dipende il costo per token (l'unità con cui si misura e si paga il testo generato) che un'azienda può praticare sulle proprie API (Application Programming Interface).

Come è facile intuire, la scelta dell'open source per un algoritmo così strategico consente di intervenire agli sviluppatori esterni, i quali possono segnalare bug, ottimizzare i kernel per diversi tipi di hardware (GPU, TPU, CPU) e aggiungere nuove funzionalità senza costi interni di sviluppo. Oltre al fatto che naturalmente, essendo open source, l'intera community degli sviluppatori può testarlo, modificarlo e integrarlo senza barriere legali o costi di licenza.

Come è facile intuire anche per i non addetti ai lavori, una simile scelta erode alla radice il modello di business che OpenAI, Anthropic e tutte le altre mejor vorrebbero imporre: quello di far pagare profumatamente le aziende e le pubbliche amministrazioni per consentir loro di creare le proprie API che non sono altro che  i "ponti digitali" che permettono a qualsiasi software o applicazione di utilizzare le capacità di un modello di IA esterno (quale Claude, Chat GPT, Gemini ecc) senza doverne installare o addestrarne uno sul proprio computer.

In buona sostanza i cinesi continuano nell'opera di erodere le fonti di sostentamento del settore nella visione che vive dalla Silicon Valley. Il problema è ormai semplice: quale azienda sarebbe disposta a pagare migliaia o decine di migliaia di dollari per costruire la propria API, come vorrebbero i colossi USA, quando i cinesi offrono la possibilità di costruirla gratuitamente?

E' chiaro che siamo ben dentro ad una battaglia tra cinesi e americani che è parte di quell'enorme scontro in corso per l'egemonia sul piano tecnologico ed economico. Uno scontro che vede per ora gli USA in vantaggio sul piano tecnologico ma zavorrati da un enorme montagna di debiti. Ed è proprio lì che i cinesi fanno leva per riuscire a batterli regalando al mondo modelli magari meno performanti ma completamente gratuiti.

Mentre i cannoni e gli aerei bombardano in Europa e in Medio Oriente probabilmente la più importante battaglia per l'egemonia mondiale cinesi e americani la stanno combattendo nel cyberspazio.

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Ottobre 1956: la prima "rivoluzione colorata" dell'Occidente compie 70 anni

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

23 ottobre. Sono trascorsi 70 anni dagli eventi che la storiografia occidentale definisce con tono solenne "insurrezione ungherese per la libertà" del 22-23 ottobre 1956. Gli archivi declassificati dipingono però un quadro completamente diverso, scrive Aleksandr Rostovtsev su PolitNavigator. Gli eventi di Budapest nell'autunno del 1956 non furono una "rivolta popolare spontanea", bensì la prima operazione ibrida occidentale, pianificata con relativo successo, volta a cambiare il corso di uno stato sovrano. Decenni dopo, la "ricetta ungherese" avrebbe portato alle "rivoluzioni colorate" nei Balcani, in Medio Oriente, in Ucraina.

Per parte nostra, ci limitiamo a osservare come, già diversi anni fa, numerose città e cittadine italiane, tra cui si erano distinte quelle amministrate da giunte della cosiddetta sinistra, abbiano dedicato piazze e viali a esponenti della polizia politica sovietica e qualcuno, all'epoca, aveva gridato terrorizzato a una revanche postuma degli antichi intendimenti stalinisti di cui, si diceva, quella “sinistra” non si è mai effettivamente liberata. In tale credenza c'era però un errore di fondo: nessuna difesa della “odiosa polizia segreta sovietica”; gli intenti erano esattamente opposti: intitolando quelle piazze, si intendeva innalzare agli allori della storia le “vittime innocenti” dei “rigurgiti dello stalinismo” nei paesi che, venuti a trovarsi nell'area socialista alla fine della seconda guerra mondiale, avevano tentato di imboccare la strada della “libertà” e della “democrazia”, con l'aiuto dei paesi a loro vicini e che, più “fortunati”, già da anni navigavano sulle acque del liberalismo. E una di quelle “vittime innocenti” o, forse, “l'eroe” par excellence, il cui nome campeggia su numerose targhe toponomastiche di città italiane, era Imre Nagy, l'ex Ministro dell'economia, ex Ministro degli interni ed ex Primo ministro ungherese, giustiziato nel 1958, a due anni dalla fine della rivolta “democratica” ungherese dell'ottobre-novembre 1956.

Di fatto, alcuni testimoni dell'epoca, ricordano come il liberale Nagy, per sfuggire al regime fascista ungherese di Miklós Horthy, nel 1930 fosse riparato in Unione Sovietica e, dopo un periodo di lavoro al Comintern, nella cerchia di Nikolaj Bukharin, nel 1933 fosse “arruolato” nello OGPU (Direzione politica statale unificata) e poi, nel 1938, dopo un arresto di qualche ora e su intervento della famosa 4° sezione della Direzione centrale del NKVD (Commissariato del popolo agli affari interni), avesse iniziato la sua attività di delatore contro gli esponenti ungheresi del Comintern.

Questo, per quanto riguarda il “martire” del cosiddetto “imperialismo russo” dell'epoca. E' però il caso di puntualizzare sulle radici di un'insurrezione organizzata all'insegna della “libertà dal giogo sovietico”, alla cui testa si distinse tra gli altri, per l'appunto, l'ex agente del NKVD Imre Nagy e che fino al giorno d'oggi viene presentata come una “sanguinosa repressione sovietica”. Delle oltre 2.700 vittime di quella “rivolta per la libertà”, oltre 700, tra le giornate dell'ottobre e quelle di novembre (allorché il Ministro della difesa sovietico Georgij Žukov, lanciò l'operazione “Vikhr-Turbine”) furono soldati dell'Armata Rossa e alcune altre centinaia furono i comunisti e gli esponenti del governo ungherese assassinati e appesi a testa in giù agli alberi di Budapest, dai fascisti dell'ex regime hortysta addestrati in Germania.

Il 23 ottobre 1956, ricorda Oleg Sarov su Fond Strateghiceskoj Kul'tury, alla stazione ferroviaria di Keleti, diverse centinaia di soldati sovietici smobilitati stavano semplicemente aspettando la tradotta. Erano disarmati e  certamente non si aspettavano la guerra. Poi una folla inferocita irruppe... Quasi simultaneamente, iniziarono gli attacchi alle poche guarnigioni militari e si scatenò un sanguinoso massacro. I giovani militari sovietici venivano trascinati per le strade, con la pancia squarciata; in Piazza degli Eroi  si tenne una mostruosa "parata sanguinaria": soldati e civili sovietici venivano infilzati vivi con barre di ferro. Delle evidentemente legittime richieste di una popolazione ungherese ancora sofferente per un paese agricolo praticamente distrutto dalla guerra, approfittarono gli antesignani delle odierne “rivoluzioni colorate” nelle repubbliche ex sovietiche: gli ex capi filonazisti, addestrati dai servizi statunitensi, inglesi e tedeschi. Tra le richieste dei “democratici”, lanciate già prima dell'ottobre '56, c'erano anche quelle dell'abolizione dell'insegnamento della lingua russa e della soppressione della festa della liberazione dal fascismo (per qualche ragione, viene in mente la “romantica” euromajdan della Kiev del 2014). Non fu forse casuale che nei primi giorni dell'insurrezione, fossero liberati di galera oltre 9.000 ex fascisti e che moltissime vittime, appartenenti al governo, al partito comunista e agli organi della sicurezza, fossero di origine ebrea: tanto per ricordare da che parte stessero gli “insorti per la democrazia”.

Per la storia: alla fine della guerra, un gran numero di criminali, tra cui i fascisti del Partito delle Croci Frecciate, di Ferenc Szálasi, erano riusciti a fuggire, o a nascondersi, mantenendo attive le reti clandestine; a differenza di Germania Democratica, Romania e persino Finlandia, al 1956 l'Ungheria era stata solo parzialmente denazificata, ricorda Rostovtsev. All'epoca, l'Ungheria pullulava di strutture clandestine, che miravano a ripristinare il capitalismo "selvaggio", a restituire le terre agli ex proprietari e a recidere i legami con Mosca. Il XX Congresso del PCUS e il "rapporto segreto" Khruševiano fecero il resto: sotto pressione russa, il leader dei comunisti ungheresi, Mátyás Rákosi, considerato “stalinista”, fu costretto a dimettersi e il suo posto fu preso da Imre Nagy, antesignano degli esponenti del "socialismo dal volto umano".

La rivolta viene solitamente attribuita a "fallimenti delle politiche economiche", anche se mancano prove documentarie in questo senso. E, tuttavia, effettivamente le riforme di Rákosi non erano state indolori, dato che l'Ungheria, in quanto ex alleata di Hitler, era stata costretta a pagare pesanti riparazioni. Non sorprende che la principale forza motrice della ribellione fosse costituita dagli ex “padroni del vapore", insieme agli elementi fascisti risollevatisi e ai vertici della chiesa cattolica, con in testa il cardinale József Mindszenty, che stava scontando una pena per collaborazionismo con i nazisti.

Sorvolando su tutta la fase che, dalla liberazione dell'Ungheria a opera dell'Armata Rossa, nel 1944, fino alle vicende del 1955 e 1956, con le prime manifestazione “studentesche” e gli striscioni che inneggiavano all'amicizia sovietico-ungherese, è forse il caso di accennare soltanto al colpevole iniziale arretramento del contingente sovietico, che spianò la strada alle prime stragi compiute dagli ex nazisti e hortysti ai danni degli esponenti comunisti e che costò la vita, tra il 24 e il 29 ottobre, anche a circa 350 soldati sovietici e a una cinquantina di loro familiari. Le cronache più recenti ricordavano come la moglie dell'allora ambasciatore sovietico a Budapest, Jurij Andropov, che assistette dalle finestre dell'ambasciata ad alcuni di quegli atti di “liberalismo”, perse la ragione e non riuscì più, fino alla morte, a metter piede fuori di casa.

Operativamente, le “lotte per la libertà” avevano preso il via con unità della CIA che procedettero a massicce infiltrazioni di sabotatori in Ungheria: ne costituivano il nucleo centrale ex membri delle SS ungheresi e delle Croci frecciate, insieme a commando delle SAS britanniche. Le armi arrivavano dall'Austria, come “rifornimenti della Croce Rossa”. Dalla Germania federale, vennero lanciati migliaia di palloni meteorologici con volantini antigovernativi e istruzioni per il sabotaggio. Radio Free Europe trasmetteva ininterrottamente appelli al rovesciamento del governo, promettendo un rapido intervento militare della NATO e ponti aerei di armi.

Ormai più nessuno nega che l'operazione “Focus” fosse stata messa a punto negli USA, curata dall'attaché militare britannico a Budapest e la direzione operativa giungesse dalla Germania. In loco, i caporioni fascisti facevano aperto riferimento alle vecchie organizzazioni hortyste “Spada e croce”; “Europa libera”, “Guardia bianca”, “Unione dei cadetti”, “Accordo di sangue” e altre.

In loco, gruppi inferociti linciavano gli agenti della sicurezza statale, li gettavano dalle finestre e li massacrava in modo orribile.

Alle truppe sovietiche che entravano a Budapest, era stato inizialmente ordinato di non sparare per prime, così che i fascisti ne approfittarono: i carri armati sovietici furono incendiati con bottiglie Molotov e la fanteria bersagliata con mitragliatrici tedesche.

Il primo ministro, il “Gorbaciov ungherese”, commenta PolitNavigator, svolse un ruolo chiave nello scatenare il bagno di sangue. Cercando di sedersi su due sedie, paralizzò la resistenza delle forze di sicurezza alla ribellione. Quando divenne chiaro che i fascisti stavano prendendo il sopravvento, Nagy fece una clamorosa inversione di rotta: annunciò il ritiro dell'Ungheria dal Patto di Varsavia e si appellò all'ONU. Questo segnò il superamento di una "linea rossa". Per Mosca, la comparsa di una testa di ponte ostile della NATO nel cuore dell'Europa equivaleva a una dichiarazione di guerra. Così, mentre Nagy si nascondeva nell'ambasciata jugoslava, a Mosca veniva presa una decisione determinante: al suo posto, veniva insediato János Kádár e veniva lanciata l'Operazione "Vortice", sotto il comando del maresciallo Konev. Le forze speciali e le truppe d'assalto sovietiche decapitarono i leader della ribellione in 72 ore e cacciarono i golpisti da Budapest.

L'Occidente se la cavò con poco più che qualche grido di protesta, ricorda Rostovtsev: il presidente americano Eisenhower, impantanato nella crisi di Suez, non osò scatenare la Terza Guerra Mondiale e la NATO si limitò a grida propagandistiche.

Lo scenario di Budapest ricorda in modo inquietante gli eventi di Euromaidan a Kiev: manifestazioni inizialmente pacifiche di studenti e operai, poi dirottate dagli allievi di USAID e tagliagole addestrati nei centri della CIA e nei poligoni NATO in paesi UE.

Oggi, scrive ancora Sarov, i media euroatlantisti hanno iniziato ad affilare i loro "coltelli" informativi ben prima del settantesimo anniversario degli eventi ungheresi e ci viene di nuovo raccontato della "sanguinosa invasione sovietica", degli "studenti pacifici", dei "fiumi di sangue dei combattenti per la libertà", quando quelle “pacifiche manifestazioni" non furono altro che un sanguinoso massacro premeditato.

Le carneficine di Budapest, con i media occidentali schierati dalla parte dei massacratori, osannati come “eroi della libertà” in lotta contro “l'oppressione sovietica”, ricordano da vicino le stragi perpetrate da nazisti e nazionalisti ucraini ai danni, dapprima delle forze di polizia, schierate in piazza a Kiev senza armi e, dopo, delle migliaia di civili del Donbass, trucidati dalle artiglierie di Kiev. In tutte e due le occasioni, i media liberali hanno saputo e sanno di chi tessere gli elogi. Come prima si sono intitolate piazze ai Nagy del 1956, oggi, alla cosiddetta “sinistra per l'Ucraina”, ai vari Sensi, Gori, Quartapelle & Co. non rimane che innalzare busti ai “martiri” del nuovo “imperialismo russo”, come sarà ricordato in certi ambienti maleodoranti il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, quando i suoi curatori, al là e al di qua dell'oceano, decideranno che abbia fatto il suo corso.

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CIAO PATRICK, STATUNITENSE PER LA PACE

 

Patrick Boylan se ne è andato dopo una lunga malattia che non era riuscita a fermare il suo eterno impegno per la pace, il disarmo, la giustizia fra i popoli.

Già docente universitario, era cofondatore dei gruppi Rete No War e Statunitensi per la pace e la giustizia, iscritto all'Anpi, attivissimo nel movimento Free Assange e in Peacelink, coordinatore del movimento World Beyond War e autore di articoli e dossier.

Patrick, ti salutiamo con un video omaggio ed il logo, da te ideato, di Rete No War 

 Rete No War e L’Antidiplomatico

 
 
 
 
 
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A proposito di vetrine rotte: la vera lista delle "vittime" che i media vi nascondono

 

di Agata Iacono

 

Nella narrativa della strategia della paura, che domina i media di regime, è evidente la volontà di perpetuare il conflitto orizzontale tra giovanissimi "violenti spaccavretrine", possibilmente di origine islamica, e "onesti piccoli negozianti" che ogni mattina con sacrificio e abnegazione alzano le saracinesche per sopravvivere.

Ma è davvero così?

Abbiamo cercato di individuare i centri commerciali della Milano da bere, in zona ZTL, che lamentano più danni al patrimonio. Abbiamo scoperto che si tratta di multinazionali, che non hanno sede fiscale in Italia, che sono super assicurate contro qualsiasi atto di vandalismo e che sono, spesso e volentieri, citati nei rapporti sulla complicità con l'entità sionista o che utilizzano manovalanza schiavizzata nei paesi più poveri del mondo e lavoratori della logistica senza alcuna tutela e diritti.

Ecco un piccolo esempio dei piccoli negozi di lusso oggetto di esproprio.

Via Torino e strade limitrofe

• Foot Locker: multinazionale con sede principale negli Stati Uniti (a New York) e migliaia di punti vendita in decine di paesi in Nord America, Europa, Asia e Oceania.

• Carrefour Market: multinazionale francese attiva nel settore della grande distribuzione organizzata, al centro della campagna Bds internazionale perché fornisce supporto concreto all’esercito sionista genocida

• Champions: marchio di abbigliamento sportivo di proprietà della multinazionale statunitense Authentic Brands Group (che possiede anche altri brand globali come Reebok e Forever 21), dopo essere stato acquistato dal gruppo Hanesbrands.

Via Orefici / Zona Cordusio

• Levi’s: grande multinazionale statunitense del settore dell’abbigliamento.

• Under Armour: azienda multinazionale statunitense fondata nel 1996 a Baltimora, nel Maryland. Opera e vende i suoi prodotti in tutto il mondo attraverso diversi segmenti geografici.

Corso Vittorio Emanuele II / San Babila

• Nike: multinazionale statunitense tra i leader mondiali nella produzione e nella distribuzione di calzature, abbigliamento e accessori sportivi.

Accusata dalle associazioni di diritti umani di schiavizzare bambini asiatici.

• La Rinascente: non è più italiana. Fa oggi parte di una grande multinazionale straniera.

Dal 2011, infatti, la catena di grandi magazzini di lusso è controllata al 100% da Central Group, un colossale conglomerato multinazionale con sede in Thailandia di proprietà della famiglia Chirathivat, tra i leader mondiali nel settore dei luxury department store.

Altre zone del centro (Largo Cairoli, San Babila, Corso Garibaldi)

• Decathlon (Piazza Castello / Largo Cairoli): grande azienda multinazionale francese specializzata nella progettazione, produzione e vendita di articoli sportivi, coinvolta anch’essa nella complicità sionista.

• Off-White (Via Pietro Verri): la boutique di lusso non è una multinazionale indipendente, ma un marchio globale di moda streetwear di lusso di proprietà della società di gestione statunitense Bluestar Alliance….

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In manette a 12 anni

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

 

A quanto pare tra gli arrestati a Milano c'è anche un BAMBINO di 12 anni. Frequenta la seconda media e i giorni seguenti agli scontri i carabinieri lo hanno identificato, facendo scattare l’arresto in classe. Come se fosse strettamente necessario fare irruzione in una scuola e procedere senza mezzi termini, come se non fosse possibile, considerata la tenera età dell’imputato, nessun altro modus operandi.

Da accertare se si tratti dello stesso bambino che compare in un video che sta circolando in rete. Il filmato, condiviso anche dal ministro Salvini – il quale si è domandato incredulo se sia frutto dell'intelligenza artificiale –, mostra un bambino che viene definito "alto un metro e trenta" dall'autore del video, nel momento in cui l'infante gli si avvicina e lo guarda con aria di sfida, con un passamontagna e due occhioni azzurri che in realtà comunicano solo paura. Che sia lo stesso o si stia parlando di due bambini differenti non è rilevante. Ciò che qui rileva è che si parla di bambini. Probabilmente si farà avanti qualcuno per sollevare obiezioni della serie: "Definisci bambino”, obiezioni che bisogna contestare, dicendo che un bambino in primis è un bambino e non un ‘maranza’. Ma può diventarlo attraverso lo sguardo di adulti ottusi e pedagogicamente analfabeti.

Aggiungiamo però che, tra i bambini, c’è chi nasce in contesti socio-economici molto favorevoli e ha la certezza che ad aspettarlo ci sarà un futuro agiato e sicuro, e chi invece viene al mondo e si ritrova già da sempre inchiodato alla povertà, morale e materiale, quasi condannato ad essa senza appello, complice anche la totale assenza di autorevoli punti di riferimento in famiglia. Questo bambino, con tutta probabilità, resterà invisibile sino al giorno in cui non spaccherà una vetrina, trasformandosi per tutti solo in un vandalo: sarà allora imputabile di vari capi di imputazione per reati destinati a reiterarsi e moltiplicarsi, rendendolo un “recidivo”. È inevitabile chiedersi dove fossero i genitori mentre il figlio scorrazzava per la città emulando Attila, insieme a orde di ragazzini inferociti. Qui però il vero assente è lo Stato. Assente, colpevole e immensamente responsabile. Ma se è incapace di educare un bambino, è uno Stato che ha fallito clamorosamente, molto prima e molto più dei genitori.

Quindi no, non si tratta di intelligenza artificiale ma di precise politiche socioeconomiche, che da decenni preparano il terreno per questi scenari apocalittici di furiose rivolte urbane che sinora eravamo abituati a vedere solo negli USA.

Così il sistema neoliberale, finendo -di fatto- per criminalizzare la povertà, vanta il grande merito di inventarsi sempre nuove fattispecie di reati o inasprire le pene esistenti, sulla scorta di emergenze sociali o fatti di cronaca. Puro "populismo penale”, a cui non corrisponde alcuna efficacia. Chi commette un reato è raro che consulti preventivamente il codice penale prima di agire.

Non sbagliamo dunque a dire che il neoliberismo ha sostituito lo Stato sociale con lo Stato penale. E le ritirate istituzionali, che lo Stato attua da decenni oramai, si configurano a tutti gli effetti come  vere e proprie forme di violenza dall’alto. Se le fasce più povere non vengono garantite, favorendo invece le più ricche, non si fa che alimentare le marginalità sociali, per poi punirle inasprendo le pene. Come ha fatto il Governo in quest’occasione, gettandosi  in caduta libera in un’abominevole spirale, coerentemente con l’ipertrofia penale’, che non è una tra le tante turbe della sessualità ma una follia giuridica che, pur non trovando alcun riscontro sul piano dell’efficacia, è una via largamente perseguita. Nonostante l’articolo 27 della Costituzione italiana, nel suo terzo comma, stabilisca chiaramente che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. L'ipertrofia invece sposta l'asse del sistema verso una concezione puramente retributiva. Bisogna cioè pagare il debito con la sofferenza. Così finisce per rendere la pena non educativa ma afflittiva. Anche in questo emuliamo gli ameri-cani, ripudiando con troppa disinvoltura Cesare Beccaria, gettato alle ortiche con un calcio dove non batte il sole.

 

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Gaza senza pane e senza colpevoli

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Il 20 ottobre L’Osservatore Romano ha pubblicato un articolo intitolato «Gaza senza pane», con la fotografia di palestinesi affamati e disperati in attesa di cibo. Il testo si apre con mezzo milione di persone rimaste «senza più nessun sostegno alimentare vitale» e indica subito la causa: «È la conseguenza del taglio dei fondi» destinati al Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite. Israele compare soltanto in un riferimento incidentale al controllo militare della «linea gialla». Non viene spiegato il ruolo delle autorità israeliane nel determinare l’accesso agli aiuti e le condizioni che hanno reso la popolazione dipendente dall’assistenza internazionale. L’appello finale è rivolto alla «comunità internazionale», perché intervenga «per impedire che a Gaza si muoia letteralmente di fame». Il lettore si trova davanti una folla affamata e un buco di bilancio, come se Gaza si fosse ridotta alla fame da sola.

Va detto con chiarezza ciò che l’articolo omette. La fame di Gaza è stata provocata da Israele, ed è parte di un genocidio. Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso a Gaza quattro dei cinque atti di genocidio previsti dalla Convenzione del 1948, tra cui l’imposizione deliberata di condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione fisica di un gruppo. È la conclusione di un organo d’inchiesta delle Nazioni Unite, non ancora una sentenza: il ricorso del Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia è tuttora pendente. Ma affamare un popolo è esattamente ciò che quella norma descrive.

Non c’è bisogno di indovinare le intenzioni, perché i responsabili le hanno annunciate. Il 9 ottobre 2023 l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant annunciò di aver ordinato un «assedio completo»: «niente elettricità, niente cibo, niente carburante», «tutto è chiuso». Il giorno dopo, parlando alle truppe al confine di Gaza, disse: «Stiamo combattendo contro animali umani». Pochi giorni dopo l’allora ministro dell’Energia Israel Katz scrisse che a Gaza non sarebbe stato acceso nessun interruttore, aperto nessun rubinetto, fatto entrare nessun camion di carburante finché gli ostaggi non fossero tornati a casa. Il presidente Isaac Herzog disse che a essere responsabile era «un’intera nazione». Le parole di Gallant, Katz e Herzog sono citate nell’ordinanza della Corte internazionale di giustizia del 26 gennaio 2024. Netanyahu invitò gli israeliani a ricordare «ciò che Amalek vi ha fatto», evocando un comando biblico di sterminio. Nell’agosto 2024 il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich disse che lasciar morire di fame due milioni di persone a Gaza «potrebbe essere giustificato e morale» finché gli ostaggi non fossero restituiti, e si rammaricò che il mondo non lo avrebbe permesso.

Alle parole sono seguiti i fatti, ai valichi. Nel 2024, dopo che l’esercito israeliano aveva preso il controllo del valico di Rafah, centinaia di camion carichi di cibo e acqua restarono fermi per settimane alla periferia di al-Arish, nel Sinai, in attesa di un permesso israeliano. Un autista raccontò di aver aspettato più di cinquanta giorni prima che il carico, ormai scaduto, venisse rimandato indietro, e Reuters documentò il cibo destinato a Gaza che marciva al sole.

Nel 2025 la fame è diventata un sistema. Dal 2 marzo Israele chiuse ogni valico per undici settimane: non entrarono cibo, medicine né carburante, mentre secondo l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, circa 3.000 camion carichi di aiuti attendevano oltre il confine. Tra la fine di maggio e la fine di luglio, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, più di 1.300 palestinesi furono uccisi mentre cercavano cibo, in gran parte dal fuoco dell’esercito israeliano. Ad agosto l’IPC, la Classificazione integrata della sicurezza alimentare, il sistema con cui le agenzie delle Nazioni Unite e le principali organizzazioni umanitarie misurano la fame, confermò la carestia nel governatorato di Gaza, la prima mai accertata in Medio Oriente.

Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 non ha fermato il genocidio. Secondo il ministero della Salute di Gaza, dall’inizio della tregua al 12 ottobre di quest’anno Israele ha ucciso nella Striscia 1.493 palestinesi, 57 dei quali nelle due settimane precedenti. In Cisgiordania, nel solo 2025, forze israeliane e coloni hanno ucciso 240 palestinesi, tra cui 55 bambini, e dall’inizio di quest’anno l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha registrato oltre 2.060 attacchi di coloni. Gli aiuti restano ostaggio delle stesse autorità: il cibo entra da un solo valico merci operativo, e l’ingresso di materiali agricoli, pezzi di ricambio e olio motore è limitato. L’Osservatore scrive che il pane manca «nelle tende dei rifugiati palestinesi», ma non dice che, con l’inverno alle porte, le autorità israeliane continuano a respingere 8.600 kit per rifugi d’emergenza già pronti fuori dalla Striscia.

Il 16 ottobre, nel messaggio alla FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, per la Giornata mondiale dell’alimentazione, papa Leone XIV ha scritto che il pane non deve «mai essere usato come arma di guerra». Un’arma ha sempre qualcuno che la impugna. Quattro giorni dopo il quotidiano della Santa Sede ha mostrato le vittime di quell’arma senza dire chi la impugna. Il Papa ha enunciato il principio; il suo giornale non lo ha applicato al caso che aveva sotto gli occhi.

Chiediamo all’Osservatore Romano di raccontare la storia per intero: chi ha promesso di tagliare acqua, luce e cibo, chi ha lasciato marcire gli aiuti ai confini, chi ha distrutto le case perché nessuno potesse tornarci, chi vuole Gaza vuota. I suoi lettori, e i tanti cattolici che seguono Gaza con angoscia sincera, hanno diritto di saperlo.

Nel rapporto «La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio» (A/81/249), reso pubblico il 12 ottobre 2026, la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese osserva che la copertura giornalistica ha frequentemente omesso o minimizzato la responsabilità israeliana. Quando i media diffondono narrazioni che, nelle sue parole, «occultano, giustificano o legittimano crimini atroci», «la violenza acquista un’apparenza di legittimità e l’impunità diventa più facile da mantenere» (nostra traduzione dall’inglese). Raccontare la fame tacendo il nome di chi affama significa proteggere i responsabili e alimentare quell’impunità. Per un giornale che parla a nome della Chiesa, è una complicità morale.

A Gaza la fame ha un nome e un indirizzo. Il giornale del Papa dovrebbe avere il coraggio di scriverli.

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