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La crisi del modello neoliberista europeo: i figli vivranno peggio dei genitori

 

 

Per decenni, l’Europa ha costruito il proprio modello sociale attorno a una promessa fondamentale: ogni generazione avrebbe vissuto meglio di quella precedente. Oggi, però, persino la Commissione europea ammette che questa prospettiva rischia di svanire. Dan Jorgensen, commissario europeo all’Energia e alla Casa, ha riconosciuto che i giovani potrebbero non raggiungere più il tenore di vita dei propri genitori. Le cause sono proprio le emergenze che l’Unione non riesce a risolvere: abitazioni inaccessibili, caro energia e precarietà lavorativa. Negli ultimi dieci anni, i prezzi delle case nell’UE sono aumentati in media di oltre il 60%, mentre gli affitti sono cresciuti di più del 20%. Per milioni di giovani, acquistare un’abitazione è diventato un traguardo sempre più irraggiungibile.

In Italia e Spagna, l’uscita dalla casa dei genitori avviene mediamente a 30,2 anni. Non si tratta di una scelta generazionale, ma della conseguenza di un sistema economico che concentra la ricchezza e restringe le opportunità. La frattura è evidente anche nel mercato immobiliare. In Spagna, la quota di famiglie con capofamiglia under 35 proprietarie di un’abitazione è precipitata dal 65% del 2008 al 40% del 2022. Chi ha acquistato casa prima dell’impennata dei prezzi ha beneficiato della rivalutazione degli immobili; chi è arrivato dopo si ritrova escluso. Anche sul lavoro il divario si allarga: nei Paesi ricchi, l’occupazione cresce maggiormente tra i lavoratori più anziani, mentre i giovani faticano a conquistare una posizione stabile.

A rendere il quadro ancora più drammatico è la crisi energetica. Secondo Jorgensen, quasi 50 milioni di europei incontrano difficoltà nel pagare il riscaldamento durante un inverno normale. Per queste persone, il rischio è dover scegliere tra mangiare e riscaldarsi. Eppure, mentre riconosce la gravità della situazione, Bruxelles conferma la volontà di mantenere il divieto di importare energia russa anche dopo l’eventuale raggiungimento della pace, con l’entrata in vigore prevista nel 2027. La contraddizione è evidente: l’Unione denuncia l’emergenza sociale, ma difende scelte energetiche che hanno contribuito a rendere più oneroso l’approvvigionamento del continente. La rottura con gli idrocarburi russi a basso costo, insieme all’impossibilità di utilizzare direttamente il gasdotto Nord Stream dopo la sua distruzione nel 2022, ha aggravato le vulnerabilità energetiche europee. Il pessimismo dei cittadini riflette questa realtà. Quasi l’80% degli europei ritiene che la prossima generazione vivrà peggio dei propri genitori, mentre circa due terzi considera ormai tramontati gli anni migliori. E la frustrazione sta già scendendo in strada. Dalla Spagna al Belgio, dall’Italia al Portogallo, fino alla Francia, il costo della vita, i salari insufficienti e l'emergenza abitativa alimentano proteste sempre più dure. In Francia, le violenze del 17 ottobre hanno provocato circa 2.700 arresti, migliaia di esercizi commerciali colpiti e centinaia di agenti feriti.

Episodi che non possono essere liquidati soltanto come un problema di ordine pubblico: dietro la rabbia esplode una crisi sociale che le istituzioni faticano a contenere. La vera emergenza europea è il fallimento della promessa di progresso. Un continente che non garantisce ai giovani una casa accessibile, un lavoro dignitoso e la possibilità di riscaldarsi senza sacrificare altre necessità fondamentali sta erodendo le basi del proprio patto sociale. E mentre Bruxelles continua a parlare di competitività, transizione e sicurezza, una domanda si fa sempre più pressante: quale futuro può offrire un sistema nel quale ogni nuova generazione rischia di perdere ciò che quella precedente aveva conquistato?

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Bolsonaro, operazione Guaidó 2.0: Flávio si autoproclama presidente dagli USA

Fuggito negli Stati Uniti dopo le iniziative giudiziarie nei suoi confronti, Flávio Bolsonaro rilancia lo scontro politico in Brasile con una mossa che ricorda da vicino l’operazione Juan Guaidó in Venezuela. In una lettera pubblica diffusa dal portale Metrópoles, il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro si è autoproclamato «vero presidente eletto», sostenendo di essere vittima di una frode elettorale e di una persecuzione politica. Le accuse contro il presidente Luiz Inácio Lula da Silva e le istituzioni brasiliane, tuttavia, non trovano riscontro nei dati citati a sostegno della presunta manipolazione del voto.

La proroga dell’orario elettorale contestata da Bolsonaro, infatti, aveva raccolto appena 34.330 voti, pari allo 0,03% del totale: una cifra insufficiente a ribaltare il risultato, con cui Lula si era imposto per oltre 4,3 milioni di preferenze. Ma l’obiettivo della campagna di Flávio sembra andare oltre la contestazione elettorale. Denunciando una presunta «dittatura» e presentandosi come vittima di una persecuzione orchestrata dalla magistratura, il dirigente dell’estrema destra cerca di delegittimare le istituzioni brasiliane e accreditarsi come guida dell’opposizione dall’estero. Non è un dettaglio che nella sua lettera abbia ringraziato Donald Trump e Javier Milei, due alleati politici che condividono la sua visione ideologica, neoliberista e sionista.

Da Washington, Bolsonaro punta a trasformare una vicenda giudiziaria e una sconfitta politica in una causa internazionale, invocando il sostegno di governi amici. Il copione richiama quello già visto in Venezuela, quando Juan Guaidó si autoproclamò presidente ad interim nel 2019 con il sostegno degli Stati Uniti e di diversi governi occidentali, nel tentativo di rovesciare il governo costituzionale di Nicolás Maduro.

La strategia appare chiara: costruire dall’estero una narrazione di frode e repressione, mobilitare gli alleati internazionali e preparare un nuovo fronte di destabilizzazione contro il governo Lula. L’operazione Guaidó 2.0 punta a trasformare la sconfitta politica in una presidenza immaginaria, con Washington come retrovia e la delegittimazione delle istituzioni brasiliane come principale arma di combattimento.


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Cuba, l’offensiva USA spezza il fronte latinoamericano contro il bloqueo

Per decenni, l’Assemblea generale dell’ONU ha condannato a larga maggioranza il bloqueo statunitense contro Cuba, con il sostegno compatto dell’America Latina. Nel giro di due anni, però, gli equilibri sono cambiati: dai 187 voti favorevoli del 2024 si è passati a 130, con 25 astensioni e 17 voti contrari.

Argentina, Colombia, Costa Rica, Ecuador e Paraguay si sono schierati contro la risoluzione, mentre altri Paesi latinoamericani hanno scelto l’astensione o non hanno partecipato al voto. L’Avana denuncia le pressioni e i ricatti di Washington sui governi della regione per spezzare il tradizionale fronte contrario al bloqueo.

L’ambasciatore statunitense all’ONU, Mike Waltz, ha accolto con soddisfazione il risultato, confermando che l’offensiva diplomatica USA sta producendo effetti.

Il voto fotografa così una crescente pressione statunitense sull’America Latina, volta a isolare Cuba e a ridisegnare gli allineamenti politici regionali.


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Meloni contro la magistratura: la mezzanotte della democrazia

 

di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

 

In attesa che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intervenga sull’inammissibile ingerenza del capo di governo nell’attività della magistratura, dovremmo iniziare a chiederci quanti secondi mancano alla fine della (malconcia) democrazia italiana. 

Come sanno tutti – ma evidentemente sfugge a Giorgia Meloni – la moderna democrazia si fonda sul principio sulla separazione dei poteri, sullo stato di diritto e sulla libertà di stampa.  

In questo momento, tutti e tre i principi stanno venendo calpestati. Il presidente del Consiglio, in un video di 49 secondi pubblicato su X, afferma: 

“Lo dico senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del GIP di Milano di non convalidare l’arresto di Yuossef Siher, accusato di essere il gestore della pagina Telegram “Movimento 17 Ottobre”, la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano. Penso che questa sia una mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’Ordine, degli inquirenti, del Ministero degli Interni e in generale di tutti coloro che si adoperano per difendere la gente per bene dal rischio di vedere devastate le proprie città, i propri esercizi commerciali. Davvero non so come possa uno stato no-r-ma-le (enfatizza N.d.A) difendere le persone per bene, di fronte a queste decisioni di certa magistratura”. 

Per prima cosa, in base a quanto emerge dalle indagini, il canale del movimento è stato creato la sera di domenica 18 ottobre, il giorno successivo alle rivolte di Milano. Siamo nel campo dell’assurdo. 

Ma ciò è nulla delle ben più gravi conseguenze delle affermazioni di Meloni che: 

  • Mette mediaticamente alla gogna un magistrato. 
  • Nelle vesti di capo dell’esecutivo, interferisce a gamba tesa nelle decisioni dei giudici. 
  • Intimidisce i magistrati e ne indebolisce l’indipendenza.
  • Apre un conflitto istituzionale. 

Il principio di separazioni dei poteri, teorizzato nel 1748 da Charles L. de Motesquieu ne “Lo spirito delle Leggi” , sta alla base del pensiero liberale e della moderna democrazia. Il potere assoluto viene segmentato e assegnato a tre organi differenti e autonomi. Come si impara alle medie, ma probabilmente occorre ripetere, al parlamento spetta il potere legislativo, al governo il potere esecutivo e alla magistratura il potere giudiziario. 

L’indipendenza dei tre organi costituisce sia una garanzia che un limite. Se un potere interferisce con gli altri poteri, viene meno l’impalcatura della democrazia e si cade rovinosamente verso l’assolutismo. 

Siamo in questa situazione e francamente non è neanche una sorpresa. Il governo di Meloni aveva già tentato di mettere le briglia alla magistratura con la riforma Nordio. Un referendum costituzionale ha impedito che ciò accadesse. 

La  magistratura ha reagito con veemenza le parole della Meloni, definendole inaccettabili. 

I giudici di Milano hanno protestato duramente contro l’ingerenza del capo dell’esecutivo e i condizionamenti esterni, in difesa della terzietà e dell’autonomia dei magistrati: 

“Le dichiarazioni di alcuni esponenti politici di rilievo, ricoprenti anche cariche istituzionali, rilasciate all’esito della decisione della giudice del tribunale di Milano sono irricevibili ed evidenziano una scarsa conoscenza reale o mascherata degli istituti giuridici di uno Stato di diritto“, si legge in una nota congiunta della presidenza del tribunale di Milano e della Sezione Gip-Gup, a firma Fabio Roia e Vincenza Maccora.

La giunta esecutiva dell’ANM definisce quello di Meloni un “attacco scomposto” alla decisione di un magistrato, la cui delegittimazione da parte “delle più alte cariche dello Stato”  è definito un “esercizio di intimidazione che non dovrebbe appartenere a uno Stato di diritto. Un esercizio insopportabile". 

"Autonomia e indipendenza della magistratura sono due capisaldi della democrazia - sottolinea l'Anm - in cui i magistrati non possono essere il nemico da additare in ogni circostanza all'interno del dibattito pubblico. Questo comportamento arreca un danno alla credibilità delle istituzioni", ribadisce il comunicato .

La “scompostezza” di Giorgia Meloni va letta sia in prospettiva dell’imminente campagna elettorale, che si combatterà fino all’ultimo sangue, come si vede dai pròdomi, sia perché la decisione del Gip Tiziana Landoni smonta l’impalcatura accusatoria che ha portato la procura di Milano a disporre arresto e carcere cautelare per Siher. 

In base a quanto riporta il Corriere, per il giudice preliminare “non soltanto non ci sono esigenze cautelari per trattenere in custodia cautelare” il giovane trentenne – definito da alcuni giornalisti addirittura l’”intelligence” di una cellula terroristica” – ma “ancor prima e a monte  non c’erano fondate ragioni giuridiche per fermarlo sabato notte dopo una giornata in Questura e portarlo a San Vittore, perché le sue condotte, con la creazione e l’amministrazione di un canale Telegram con 11.000 iscritti e di una pagina Instagram giunta a 50.000 iscritti, non sono incasellabili nelle fattispecie penali di «istigazione a delinquere» aggravata dalla «finalità di terrorismo», e nemmeno di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche» tipizzata come nuovo e autonomo reato dall’ultimo decreto legge del governo Meloni proprio dopo i saccheggi nel centro di Milano”. 

Se ne deduce che un giovane è stato arrestato, portato in carcere e sbattuto come mostro in prima pagina solo per la congiuntura di quattro fattori: 

  • La creazione di una pagina social di un nascente movimento politico; 
  • Le origini dei genitori; 
  • La fede islamica; 
  • L’attivismo in difesa della Palestina. 

Nessuno di questi è evidentemente un reato, pertanto – da quanto emerge – il suo arresto ci porta fuori dallo Stato di Diritto. Tanto più che uno dei principi cardine dell’ordinamento giuridico è stato platealmente calpestato: la presunzione di innocenza. 

Anche qui occorre ricordare che il principio di presunzione di innocenza è definito dall’articolo 27 della Costituzione che recita: L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. 

I giornalisti lo sanno bene, poiché se non lo rispettano, definendo un imputato come criminale prima della sentenza definitiva, si beccano una querela. 

La stampa non si è limitata ad ignorare la presunzione di innocenza, ma ha costruito dal nulla un profilo criminale di Siher e di sua moglie, presentandolo come un nuovo “cattivo maestro”. I giornalisti non hanno semplicemente sbattuto il mostro in prima pagina, ma hanno ricreato un “clima da anni di piombo”, senza lotta armata, senza gruppi rivoluzionari e senza bombe. Ciò è evidentemente in linea con una nuova strategia della tensione volta a legittimare la repressione, la limitazione delle libertà politiche e di espressione. 

Se il Viminale ha usato il pugno duro, i giornalisti maistream sono diventati una vera e propria avanguardia dello stato di polizia e del partito trasversale della guerra, il cui obiettivo è mettere a tacere ogni voce critica attraverso la criminalizzazione dell’opposizione. 

In un paese democratico le massime cariche dello Stato rispettano la separazione dei poteri, sono garanti dello stato di diritto e la stampa è libera, ovvero non risponde agli ordini del potere politico, economico, militare o di polizia. 

Le vicende delle ultime settimane ci segnalano che siamo a pochi secondi dalla mezzanotte della democrazia. 

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Alberto Negri: «Israele ha dentro tutti gli elementi per autodistruggersi»

 

Netanyahu riuscirà a mantenere il potere? E quanto è concreto il rischio di una nuova escalation militare tra Israele, Stati Uniti e Iran? Israele, che succede ora? Il grande giornalista e storico inviato di guerra Alberto Negri analizza con Loretta Napoleoni il futuro di Netanyahu, le elezioni israeliane e il rischio di una nuova guerra contro l’Iran.

BUONA VISIONE:

 

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La sicurezza globale in un mondo multipolare e post-americano (di Pino Arlacchi)

 

di Pino Arlacchi - 28 ottobre 2026

 

Negli ultimi decenni si sono affermate due concezioni della sicurezza globale. La prima si incarna nella potenza militare americana, che pretende di garantire la sicurezza su scala planetaria attraverso una macchina bellica senza precedenti nella storia. La seconda risiede nella “potenza civile” del resto del mondo, fondata su accordi politici e commerciali, aiuti economici, promozione dello sviluppo e missioni multilaterali di pace.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i governi e i media occidentali hanno creduto di agire a nome del mondo intero nell’ingaggiare uno scontro estremo con la Russia per difendere regole di sicurezza e di giustizia internazionale condivise dall’intero pianeta.

Purtroppo il resto del mondo non la pensava così. I fatti hanno dimostrato che ad essere isolato era il blocco euro-americano, non la Russia. Dopo aver condannato all’ONU la violazione della sovranità ucraina, quasi il 90 per cento degli Stati membri si è rifiutato di schierarsi con la NATO in una crociata antirussa.

A inquadrare la questione in termini apocalittici, come una lotta tra valori supremi e tra civiltà e caos, sono rimasti soltanto i paesi dell’Alleanza atlantica e pochi altri.

Al di fuori dei membri della NATO e dei partner tradizionali dell’America in Asia orientale, nessun paese ha accettato di inviare armi e aiuti militari all’Ucraina o di imporre sanzioni alla Russia. Mi riferisco alle nazioni dell’Africa, dell’America centrale e meridionale, dell’Asia centrale e meridionale. Come hanno osservato sconsolati Gfoeller e Rundell su Newsweek, l’87 per cento della popolazione mondiale si è rifiutato di seguirci (15 settembre 2022).

Fin dall’inizio, la guerra in corso è stata presentata come una vicenda che coinvolgeva solo tre attori: l’Occidente atlantico, la Russia e l’Ucraina. Il resto del mondo è rimasto a guardare, e perfino paesi satelliti degli Stati Uniti hanno respinto le pressioni di Biden per punire la Russia.

Quando tutti i principali Stati non europei, Giappone escluso, dal Messico all’Indonesia, dal Pakistan all’India, dal Brasile al Sudafrica, e persino Israele e l’Arabia Saudita, prendono le distanze dallo Zio Sam, vuol dire che nelle relazioni internazionali qualcosa di fondamentale è cambiato. E vuol dire anche che mancano gli elementi per sostenere che sia in corso una nuova Guerra fredda o una terza guerra mondiale.

Lo scontro tra la NATO e la Russia non si è esteso perché fuori dall’Occidente questo conflitto viene considerato una questione sub-regionale come tante altre, da affrontare con gli strumenti consueti del cessate il fuoco, del negoziato e degli accordi di pace.

Il mondo è multipolare da più di trent’anni, dal 1989. Ogni polo, ogni potenza grande o piccola, tende a seguire la traiettoria dei propri interessi, dettati in parte dai bisogni della propria popolazione. I sondaggi globali ci dicono che l’ultima cosa a cui pensano i cittadini del pianeta è finanziare una corsa agli armamenti a scapito della lotta alla povertà e della ricerca della prosperità.

Il tentativo di dividere di nuovo il mondo in due campi, questa volta le democrazie liberali filoamericane contro le tirannie filocinesi e filorusse, è un’operazione politica destinata al fallimento.

Lo è anzitutto per lo spostamento degli equilibri del potere mondiale. Gli Stati Uniti rappresentano appena il 4,2 per cento della popolazione mondiale e solo il 16 per cento del PIL globale, contro il 50 per cento del 1950. Il PIL dei BRICS (Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica) supera ormai quello del G7. La popolazione del G7 è appena il 6 per cento di quella mondiale, contro il 41 per cento dei BRICS. Secondo i dati 2022 del Fondo monetario internazionale, i paesi “emergenti e in via di sviluppo” producono oggi il 58 per cento del PIL mondiale misurato a parità di potere d’acquisto, contro il 30 per cento dei paesi del G7.

Nell’ottobre 2022 l’Università di Cambridge ha pubblicato uno studio sugli atteggiamenti dell’opinione pubblica mondiale verso le grandi potenze: Cina, Russia e Stati Uniti. Lo studio è viziato da un pregiudizio, perché adotta lo schema di un Occidente liberale filoamericano contrapposto a un resto del mondo illiberale. Rivela tuttavia una netta preferenza per Cina e Russia tra i cittadini dei 137 paesi “illiberali”: il 70 per cento, cioè 6,3 miliardi di persone, ha un’opinione favorevole della Cina, e il 66 per cento della Russia.

Nelle cosiddette “democrazie liberali”, invece, il 75 per cento, ovvero 1,2 miliardi di individui, ha un’opinione sfavorevole della Cina, e l’84 per cento della Russia. Il rapporto è di cinque a uno a favore di Russia e Cina.

Stiamo assistendo alla fine dell’egemonia globale degli Stati Uniti, perché un mondo multipolare è già una realtà. Le nazioni non occidentali vedono in un sistema multilaterale imperniato sulle Nazioni Unite la sede più adatta a promuovere la pace e la prosperità nel mondo.

Il nuovo multipolarismo deve fronteggiare sfide inedite come la sicurezza ambientale, ma sono le minacce di lunga data a destare le preoccupazioni più urgenti. Il disarmo e la non proliferazione sono questioni cruciali da affrontare, ed è indispensabile una nuova governance globale dotata di regole e meccanismi decisionali più solidi di quelli attuali.

Per fortuna, l’arena principale della governance globale non è più quella di settant’anni fa. Non abbiamo più soltanto le istituzioni di Bretton Woods e i loro derivati. Il panorama si è arricchito con la nascita, nell’orbita dei BRICS, di un polo dell’aiuto internazionale più trasparente e cooperativo, formato dalle due nuove banche di sviluppo: la Nuova Banca di Sviluppo e la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture.

Sul piano delle organizzazioni multilaterali, accanto ai BRICS sono cresciuti in misura significativa organismi regionali e sub-regionali come l’ASEAN. In campo militare ed economico, lo sviluppo più rilevante è l’allargamento dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), che riunisce diverse nazioni eurasiatiche in una cooperazione tanto militare quanto economica.

Non si può trascurare, poi, l’ambizioso progetto cinese della Nuova Via della Seta, che mira a rafforzare la connettività fisica e politica dell’Eurasia. La sua integrazione con l’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia sta accelerando rapidamente l’integrazione del continente.

Questo multipolarismo concreto ha incrinato il predominio delle istituzioni di Bretton Woods e sta aprendo la strada a un ordine mondiale più stabile e pacifico. Un ordine capace di autoregolarsi, che ha messo in luce quanto l’egemonia globale americana sia ormai superflua e dannosa.

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Il "sondaggio scandinavo": l'Europa nel panico cerca scappatoie sulla pelle di Kiev

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

28 ottobre. L'argomento del giorno (a rigor di termini: della giornata passata; ma i suoi sviluppi si attendono in un futuro prossimo) è stata la telefonata di martedì pomeriggio del presidente finlandese Alexander Stubb e del primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre al Cremlino, definita dalle parti “aperta e concreta”. I commenti in merito, per ora, sono abbastanza laconici e affidati per lo più agli organi di stampa, mentre il tono generale è quello di una sorta di “pre-allarme”, costituito appunto dalla richiesta di conversazione finno-norvegese, per le sorti delle strategie belliciste del fu “giardino fiorito” europeista. Così, per esempio, su PolitNavigator, l'osservatore Nikolaj Anfalov, esordisce con «Ebbene, è successo. Sembra che fossero davvero fondate le voci diffuse dai media europei sulla frenetica ricerca, da parte del "kolkhoz europeo", di negoziatori disposti a intavolare trattative con il Cremlino». Ecco quindi che i due, Stubb e Støre, hanno telefonato a Putin per discutere della "de-escalation del conflitto ucraino". Pare che dopo aver parlato con Putin, i due avrebbero chiamato anche Zelenskij; ma, da Kiev, nessuna reazione di rilievo. Il quotidiano finlandese Ilta-Sanomat scrive che la scelta di Stubb e Støre quali soggetti del colloquio con Putin «non è casuale: Stubb ha tenuto a precisare che entrambi hanno preso parte alla telefonata in qualità di leader dei rispettivi paesi e non come rappresentanti dell'Europa. Tuttavia, ciò non elimina il fatto che i due si siano presentati in primo luogo come inviati europei... la partecipazione di Stubb e Støre potrebbe indicare che la situazione sia peggiore di quanto qualcuno in Occidente osi ammettere». Anche la liberal-europeista giornalista russa Julija Latynina osserva che la telefonata costituisce la prova del deterioramento della situazione delle Forze armate ucraine e della situazione economica ucraina. Per molti anni, dice Latynina, l'Europa si è rifiutata di dialogare con Putin e se ora, per qualsiasi motivo, decide di parlare con la Russia, significa che la situazione è cambiata radicalmente. Con preoccupazione bellicista, il britannico The Telegraph scrive che la telefonata dei due scandinavi divide le file degli alleati di Kiev. E però, dice ancora Latynina, Stubb e Støre non hanno offerto a Putin nulla di accettabile per Moskva: «è seria questa conversazione, considerando che se la Russia non avesse avuto il sopravvento sul campo di battaglia e l'Europa non avesse percepito che il suo cliente, l'Ucraina, è prossima alla fine, difficilmente l'Europa avrebbe chiamato? ... coloro che si sono rifiutati di offrire alla Russia un cessate il fuoco quando si trovava in una situazione ben peggiore, ora pretendono che la Russia fermi il conflitto e perda una guerra che sta vincendo».

Più prosaicamente, ancora Anfalov nota che, probabilmente, non c'è una svolta decisiva nei negoziati, ma solo un primo cauto test delle posizioni delle parti per determinare i limiti di possibili concessioni; una sorta di ricognizione in vista delle consultazioni di Abu Dhabi, a cui gli europei non sono invitati. In altre parole, obiettivo dell'Europa non è quella di continuare la guerra fine a se stessa, ma di prolungarla per ottenere una posizione negoziale più forte. L'Europa ha bisogno della pace perché non può più permettersi la guerra finanziariamente, afferma Anfalov, ma non ha bisogno di una pace qualsiasi, bensì di una pace che non possa essere presentata dai media come una vittoria russa. La telefonata di ieri può dunque esser vista come l'inizio di una ricerca da parte europea di una formula accettabile per porre fine alla guerra, una formula in cui le concessioni concrete alla Russia possano essere conciliate con l'affermazione politica che la Russia non ha raggiunto i suoi obiettivi. Di più, dice Anfalov: «L'Europa non cerca semplicemente una pace che non possa essere presentata come una vittoria russa. Cerca una pace che non costringa le élite europee a riconoscere l'errore delle proprie politiche degli ultimi quattro anni e a riconsiderare l'intero assetto politico costruito attorno al confronto con la Russia. Si tratta di un compito ben più serio del semplice ammettere l'effettiva sconfitta della UE in Ucraina». Qui entrano in campo i soggetti della telefonata. Lo scorso 20 ottobre si erano incontrati a Oslo Stubb, Støre, Zelenskij, Witkoff e Kouchner, dopo di che Witkoff si era incontrato a Piter con Putin. Ora, il 27 ottobre, gli stessi Stubb e Støre parlano con Putin: emerge una sequenza: discussione delle proposte con Kiev e gli americani, trasmissione delle proposte a Moskva tramite Witkoff, sondaggi diretti europei su Putin e riscontro con Zelenskij. Ma, perché scegliere Stubb, che non decide nulla, non può garantire nulla, non può promettere la revoca delle sanzioni europee, un cambiamento nella strategia UE, né il consenso di Germania, Francia e altri attori? Proprio i poteri limitati di Stubb potrebbero rappresentare il principale vantaggio agli occhi di Bruxelles, che lo ha inviato: è abbastanza vicino al processo negoziale da essere preso sul serio e, al tempo stesso, non è abbastanza influente perché le sue parole diventino automaticamente vincolanti per tutta l'Europa. Se il dialogo si rivelasse infruttuoso, le principali capitali europee potrebbero liquidare la questione con la coscienza pulita, dichiarando: "Non siamo stati noi, non c'entriamo nulla". Se invece si profilasse la prospettiva di un'intesa, vi si aggrapperebbero, ampliando gradualmente il formato e coinvolgendo partecipanti più influenti. La prova di tale ipotesi è data dalle parole della premier danese Mette Frederiksen, che si è detta «molto scettica riguardo all'iniziativa indipendente di Norvegia e Finlandia. Non è stata coordinata con nessuno di noi. Non capisco davvero cosa questi due paesi pensino di poter ottenere in questo modo...  quando altri viaggiano da soli, ad esempio a Mosca, è importante che noi europei viaggiamo insieme». Ciò indica che Stubb non è autorizzato a concludere alcun accordo, ma può scoprire se esista un accordo che altri sarebbero disposti a stipulare.

In ogni caso, osserva il presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali Dmitrij Trenin, un accordo provvisorio tra USA e Europa sull'Ucraina, prima della denazificazione e della smilitarizzazione dell'Ucraina, prima che siano raggiunti gli obiettivi dell'Operazione speciale e il principale dei quali riguarda la natura del regime di Kiev, l'aspetto che avrà l'Ucraina in futuro, un tale accordo non solo sarebbe privo di significato, ma rappresenterebbe di fatto una sconfitta per la Russia. La lotta «continuerà finché non riusciremo a instaurare un ordine globale che ci permetta di sentirci relativamente sicuri e non dovremo più presumere che l'Occidente possa riprendere la sua offensiva contro di noi in qualsiasi momento».

D'altronde, nelle stesse ore della telefonata Stubb-Støre, il ministro della guerra britannico Wes Streeting ribadiva che l'esercito di sua maestà deve essere pronto a uno scontro diretto con la Russia entro 1.000 giorni: il periodo indicato a più riprese dalla NATO. Ma, ovviamente, ha assicurato che Londra «sosterrà incondizionatamente i nostri amici in Ucraina nella loro lotta per la libertà». A Londra la chiamano “lotta per la libertà”. Il politologo americanista tedesco Jonas Tögel, invece, meno poeticamente, chiama in causa una delle principali multinazionali mondiali, interessata a continuare la guerra in Ucraina: la BlackRock, che detiene un patrimonio di 14 trilioni di dollari e per la quale l'Ucraina rappresenta un ottimo affare, non solo per gli introiti dalle forniture militari, ma anche per le prospettive future quando il paese inizierà a essere ricostruito. BlackRock, conferma Tögel, ha investito in Ucraina 800 miliardi di dollari e allora «sorge una domanda: l'Ucraina combatte per la democrazia, oppure si tratta di un insieme di enormi interessi finanziari e capitali che si sta cercando di proteggere e incrementare?». Come quelli, ad esempio, di Rheinmetall, che nella prima metà del 2026 ha incrementato il proprio fatturato del 39%, raggiungendo i 5,2 miliardi di euro; o come quelli delle azioni dell'industria di guerra euro-atlantica, in generale, in continuo rialzo.

Così che mentre il governo post-fascista italiano annuncia che non farà un passo indietro sul sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e il ministro della guerra Guido Crosetto ribadisce pomposamente che «L’aiuto all’Ucraina non va a una terza nazione, ma innanzitutto al nostro futuro, alla nostra sicurezza», con ciò confermando la strada della sottrazione di centinaia di milioni di euro (senza contare le forniture militari vere e proprie, i cui dati non vengono resi pubblici) alle necessità vitali delle masse e dei lavoratori italiani per destinarli ai profitti dei ras di Kiev, proprio dalla capitale ucraina, l'ex “regina del gas”, nonché “martire” europeista del “dispotismo filo-russo”, Julija Timošenko, rompe le uova nel paniere e denuncia alla Rada come la Banca nazionale d'Ucraina partecipi al furto del bilancio e, nel corso di cinque anni di guerra, abbia contribuito al riciclaggio di quasi mezzo trilione di grivne. Al quinto anno di guerra, ha detto la ex primo ministro, in Ucraina «continuano a essere perpetrate operazioni di corruzione su larga scala attraverso la Banca nazionale. Ogni anno, dai 100 ai 170 miliardi di grivne in valuta reale, pagate dai cittadini in tasse, vengono trasferite dal bilancio alla Banca nazionale. A quale scopo? Perché prende in prestito denaro dalle banche commerciali, invece di lasciare che siano le banche commerciali a finanziare l'economia... il bilancio per il 2027 ha stanziato di nuovo 120 miliardi di grivne in contanti per queste operazioni. Pensateci: in cinque anni di guerra, 483 miliardi di grivne di fondi di bilancio sono stati riciclati attraverso le banche commerciali. Ovvero 12 miliardi di dollari!... Con questi soldi avremmo potuto armarci, comprare le nostre armi, acquistare tutti i droni prodotti dai nostri impianti e non avviare importazioni su larga scala».

Ne avrebbe però risentito l'industria di guerra euroatlantista, si potrebbe umilmente obiettare, con ciò commettendo un grave reato di “leso profitto privato”. D'altronde, nessun pericolo che tali profitti abbiano a ridursi. La UE pianifica di intensificare la guerra con la Russia attraverso i propri satelliti, dice il politologo Semën Uralov: una piazzaforte è data da Paesi baltici e Polonia, per la posizione strategica rispetto alla regione di Kaliningrad e alla Bielorussia. La seconda testa di ponte è la Transcaucasia, che significa la possibilità di una guerra simultanea contro Russia e Iran: qui, gli interessi di Europa e USA coincidono. Il terzo punto d'appoggio strategico, dice Uralov, è quello che viene chiamato Kazakhstan e Asia centrale, anche se là è ancora un vantaggio per Moskva che il Kazakhstan non abbia vicini come Polonia o Romania, attraverso cui condurre attività sovversive. 

La guerra è rimasta l'unica speranza del profitto capitalista e a quella si aggrappano i suoi corifei, governativi e mediatici.

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L'Assemblea ONU vota contro il bloqueo. L'Italia si astiene

L’Assemblea Generale dell’Onu ha detto un ennesimo, sonoro "basta" al blocco economico e finanziario imposto da Washington a L’Avana. Il risultato è netto: 130 voti a favore, 17 contro e 25 astenuti. Nonostante i numeri schiaccianti per fermare il blocco, gli USA hanno giocato la solita carta dei ricatti e della sottomissione. Pressioni mai viste, intimidazioni diplomatiche, telefonate dirette ai capi di Stato. Il segretario di Stato Usa Marco Rubio non si è limitato a chiedere favori, ha imposto la linea. E così, accanto ai soliti Stati Uniti e Israele, abbiamo visto allinearsi paesi che fino a ieri giuravano sulla propria indipendenza. Compresi i sovranisti di cartone nostrani.

Tra quelle 25 astensioni c'è infatti il governo guidato da Giorgia Meloni. Una scelta che non può essere letta come prudenza diplomatica o realismo politico. È servilismo puro. È la fotografia di un Paese che ha abdicato alla propria sovranità, piegando la schiena di fronte al diktat della Casa Bianca pur di non scontentare il padrone di turno. 

La inmensa mayoría de los Estados miembros de la ONU mantendrán su respaldo a la resolución. La comunidad internacional tiene conciencia sobre la naturaleza criminal del bloqueo. Está al tanto del cruel y sostenido reforzamiento de este año. Conoce la aplicación de las sanciones secundarias, y del uso de la intimidación para prohibir a gobiernos y empresarios de cualquier parte del mundo a comerciar y relacionarse con Cuba. La comunidad internacional comprende el impacto del bloqueo energético y del daño que provoca a la población y la economía. Rechaza política y moralmente que se pretenda asfixiar a una población entera por vía del hambre, la miseria y la desesperación. En casi todas las sociedades, se condena el castigo colectivo y los intentos genocidas de provocar una crisis humanitaria. Se ha difundido bastante, incluso en Estados Unidos, el impacto humanitario de esta guerra económica. #CubaNoEsUnaAmenaza El Bloqueo Sí

— Bruno Rodríguez P (@BrunoRguezP) October 21, 2026

Con l’astensione di fronte a un crimine riconosciuto da 130 nazioni, l’Italia non sta solo voltando le spalle a Cuba. Sta umiliando ogni singolo cittadino italiano. Dimostra che la nostra politica estera non vale nulla, che siamo un vassallo incapace di dire un "no" a un embargo che affama donne e bambini. 

Mentre il mondo vota per la dignità di un popolo, l’esecutivo ‘sovranista’ sceglie l'ignavia. E i cittadini italiani sono costretti a incassare l'ennesima prova di una subordinazione che non ha più nulla a che fare con la diplomazia. Ha solo il sapore della vergogna e della sottomissione. 

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SPID a pagamento: il conto dell'identità digitale nel 2026

 

 

SPID, 40 milioni ai gestori e 6 euro l'anno ai cittadini: il conto dell'identità digitale mentre arriva IT-Wallet

A marzo 2026 le identità SPID rilasciate in Italia erano 42,6 milioni, l'85% della popolazione adulta, e nel 2025 il sistema ha registrato 1,27 miliardi di accessi. Dal 1° gennaio 2026, però, Poste Italiane chiede 6 euro l'anno per rinnovare la propria identità digitale, dopo che InfoCert aveva introdotto un canone già dal 28 luglio 2025.

 

Tra settembre e ottobre 2026, intanto, IT-Wallet si allarga a ISEE, titoli di studio e certificati di residenza. Il portafoglio dell'app IO è lo strumento su cui punta il governo, e la Carta d'identità elettronica diventa la chiave per le sue funzioni più avanzate.

 

Uno strumento che usano quasi tutti

 

In dieci anni lo SPID è diventato la porta d'accesso a INPS, Agenzia delle Entrate, fascicolo sanitario e servizi dei comuni. Accanto alle identità SPID circolano 53,6 milioni di carte d'identità elettroniche, ma per la maggior parte degli italiani l'accesso ai servizi della PA passa ancora dalle credenziali fornite da un gestore privato.

 

Lo SPID non si usa solo con la pubblica amministrazione. Serve anche per aprire un conto corrente online senza passare in filiale, per attivare una SIM dal sito dell'operatore telefonico, per registrarsi su un casinò online, dove evita di caricare la carta d'identità come si vede nell'elenco dei siti che lo accettano al posto dei documenti, o per chiedere da casa una firma digitale o una PEC.

 

Il decreto Butti e i canoni dei provider

 

A marzo 2025 il sottosegretario all'Innovazione Alessio Butti ha firmato il decreto che assegna 40 milioni di euro ai gestori SPID, spiegando di aver recepito "le istanze dei gestori SPID, rimaste inascoltate per anni dai governi precedenti". A ottobre dello stesso anno AgID ha rinnovato le convenzioni con i provider fino al 2027, con la possibilità di estenderle fino al 2030.

 

InfoCert applica un canone di 5,98 euro l'anno dal luglio 2025, quattro mesi dopo il decreto. Poste è passata a 6 euro dal gennaio 2026, Aruba 4,90 euro più IVA a partire dal secondo anno e Register 9,90 euro. Il primo anno resta gratuito quasi ovunque, così come l'attivazione per chi ha già una CIE con PIN, una Carta nazionale dei servizi o una firma digitale.

 

I 40 milioni del decreto sono soldi pubblici, e il contributo annuale lo paga direttamente chi rinnova l'identità. La cifra individuale è bassa, ma riguarda gran parte degli adulti e ricade anche su chi usa lo SPID poche volte l'anno, magari solo per la dichiarazione dei redditi.

 

La CIE e l'app IO

 

L'alternativa gratuita resta la Carta d'identità elettronica, che consente di entrare nei portali della PA con l'app CieID e il PIN ricevuto al rilascio. Nel progetto del governo sarà la CIE a sbloccare le funzioni più avanzate di IT-Wallet, dove sono già disponibili patente, tessera sanitaria e Carta europea della disabilità. Già a marzo 2025, secondo il Dipartimento per la trasformazione digitale, quasi 4,5 milioni di italiani avevano caricato sull'app oltre 7,4 milioni di attestazioni digitali.

 

Dal 2016 lo SPID è diventato uno strumento integrato per cittadini e imprese, e le convenzioni firmate con AgID ne garantiscono il funzionamento almeno fino al 2027. Il portafoglio digitale dovrebbe invece essere operativo in tutto il Paese entro la fine del 2026.

 

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Così Bolsonaro è sparito nel nulla: targa diplomatica, pista riservata e il volo verso gli USA


di Fabrizio Verde

 

Ha perso le elezioni, aveva il divieto di espatrio e un'incriminazione per riciclaggio, corruzione e finanziamento estero alle campagne elettorali che gli pendeva sulla testa. Così il neoliberista di estrema destra Flávio Bolsonaro ha scelto la via della latitanza. Martedì notte ha attraversato il confine tra Brasile e Argentina, saltando su un jet privato e mettendosi alle spalle le autorità di Brasilia. Una fuga rocambolesca che sa di accordo politico ai massimi livelli e che ha già fatto esplodere un caso diplomatico internazionale.

Il copione della fuga si è consumato al confine tra Foz do Iguaçu e Puerto Iguazú. Alle 22:50 di martedì, una camionetta bianca ha varcato il Ponte Internazionale Tancredo Neves. A scortarla, un veicolo della polizia di sicurezza aeroportuale argentina. A bordo, Flávio Bolsonaro, la moglie Fernanda e le due figlie. Quaranta minuti dopo, il gruppo era già a bordo di un Gulfstream G400, pronto a decollare alla volta di Guayaquil, in Ecuador, per poi fare scalo tecnico e puntare dritto su Miami. 

Il velivolo ha sorvolato Paraguay, Bolivia e Perù, tenendosi accuratamente alla larga dai cieli brasiliani per evitare qualsiasi intercettazione. Il dettaglio che fa più discutere, però, è il mezzo scelto per sparire nel nulla. Il jet, marchiato LV-JQW, appartiene alla società Baires Fly. Un nome che in Argentina fa subito scandalo: la compagnia è legata a Sergio Daniel Mastropietro, finito nel mirino della giustizia per il caso delle fatture false legato all'Agenzia Nazionale per la Disabilità, un'inchiesta che ha già coinvolto pesantemente l'entourage del presidente neoliberista Javier Milei. 

Come ha fatto un latitante a muoversi con tale disinvoltura? I dettagli raccontano di una complicità istituzionale difficile da negare. Bolsonaro non ha fatto la fila al controllo passaporti. È arrivato in aeroporto a bordo di un furgone con targa diplomatica argentina, entrando direttamente in pista. Un trattamento di favore impensabile senza il via libera della Casa Rosada. Anzi, la presenza di agenti dei servizi segreti argentini, la SIDE, all'aeroporto di Iguazú già dal lunedì faceva presagire l'operazione. Il consolato argentino a Brasilia è rimasto aperto tutta la notte, nel caso in cui il senatore avesse deciso di chiedere asilo politico, prima di optare per il volo privato messo a disposizione da Willer Tomaz, imprenditore a sua volta indagato per riciclaggio in affari con Bolsonaro.

Dall'altra parte dell'emisfero, la porta d'ingresso era già stata spalancata. L'amministrazione Trump, con il segretario di Stato Marco Rubio in prima linea nell'organizzazione logistica, ha garantito asilo e visti. Trump ha persino confermato la notizia ai microfoni di Folha de Sao Paulo, lasciando cadere una frase che suona come una sentenza politica: «Sì, li riceveremo. Sono brava gente». Nello stesso frangente, il presidente statunitense ha dovuto incassare la vittoria del rivale, ammettendo a denti stretti che «le elezioni sono state orribili, ma il risultato è vero». L'obiettivo di Washington è chiaro: usare Miami come base per far guidare a Bolsonaro l'opposizione anti-Lula.

Mentre i media globali davano già il senatore brasiliano negli Stati Uniti, una troupe dell'emittente argentina C5N è rimasta accampata sulla pista di Iguazú. Hanno visto il jet restare lì, in attesa, dopo che i passeggeri non si erano presentati per la partenza inizialmente prevista. Hanno visto il latitante arrivare. E hanno raccontato la verità, smontando in diretta la versione ufficiale. 

Perché la Direzione Nazionale delle Migrazioni argentina ha provato a giustificare l'accaduto con un comunicato notturno, sostenendo che la famiglia Bolsonaro era entrata «con documentazione valida e senza impedimenti legali». Una scusa maldestra, buona solo per cercare di salvare le apparenze di fronte a un alleato politico in fuga dalla giustizia. Tutti sapevano che Bolsonaro era un ricercato. Non c'era alcun motivo legale per farlo entrare in Argentina, né per lasciarlo ripartire verso gli Stati Uniti.

Le conseguenze diplomatiche sono notevoli. I rapporti tra Brasilia e Buenos Aires erano già ridotti ai minimi termini dopo che Lula aveva richiamato l'ambasciatore Julio Bitelli per gli insulti di Milei, che lo aveva definito «ladro e comunista». Ora, l'ospitalità offerta a un latitante brasiliano rischia di rompere definitivamente ogni canale di dialogo.

In Brasile, la reazione è un misto di rabbia e sconcerto. La destra anti-Lula perde il suo uomo di punta, che solo pochi giorni prima aveva giurato di non scappare e di consegnare i passaporti per difendersi in tribunale. Invece, Flávio Bolsonaro ha scelto la via dell'esilio dorato. Ma l'immagine che resta, agli occhi dell'opinione pubblica brasiliana, non è quella di un leader in esilio per ideali. È quella di un politico che è semplicemente scappato, lasciando dietro di sé solo il tanfo di una grande codardia.

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Elezioni Israele, Karem da Haifa: "Gaza non esiste, ha vinto la deumanizzazione"

28 ottobre, su “Preferivo Scrivere” dialoghiamo con Karem Rohana, conosciuto anche come Karem From Haifa, attivista e operatore sanitario italo-palestinese, corpo e cuore tra Firenze e Haifa. Ci siamo messi in contatto con Karem per commentare, proprio da Israele, le prime elezioni legislative dopo il 7 ottobre 2023. I grandi media affermavano che la differenza nel risultato la avrebbero fatta il voto degli Haredim, cioè degli ebrei ortodossi, e quello dei partiti arabi (2,17 milioni di palestinesi che vivono in Israele e rappresentano il 17% della popolazione). I partiti arabi registrano infatti una forte crescita nelle preferenze. Netanyahu è in lieve vantaggio ma lo spoglio è ancora in corso mentre stiamo parlando.

I temi sui quali si sono scontrati Netanyahu ed Eisenkot, principali figure che trainano questa tornata elettorale, sono legati alla leva obbligatoria per gli Haredim, all’inchiesta relativa al 7 ottobre, alla riforma giudiziaria, ma nessuna voce nei programmi prende in considerazione i palestinesi e il genocidio a Gaza. La deumanizzazione in chiave messianica e militare procede speditamente.

Le uniche certezze che abbiamo sono che l’affluenza alle urne è stata altissima e che per l’elettorato israeliano, il fatto che Netanyahu sia ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità commessi contro la popolazione civile della Striscia di Gaza dal 21 novembre 2024 non ha alcuna rilevanza politica e morale. Il principale sfidante del candidato al potenziale suo settimo mandato (Netanyahu è al potere dal 1996) è Eisenkot, alla guida del partito Yashar, fondato dall'ex capo di Stato Maggiore dell'esercito israeliano. Intanto è passato un anno dal 10 ottobre 2025, data del cessate il fuoco a Gaza, ma il fuoco non è mai cessato. Mentre gli israeliani si recavano al voto una bimba di sei anni veniva uccisa dall’IDF nella sua tenda, a ovest di Khan Younis; si chiamava Tahani Shalalfa. Il 94% delle popolazione, ossia due milioni di persone è sfollata, 40mila gli orfani. 

Il comportamento sempre più violento dei coloni sta diventando paradossalmente una strategia per salvare il progetto Israele e l'ideologia sionista; scaricare tutta la responsabilità su presunte sacche di delinquenti che sfuggono al governo quando in realtà si tratta di un braccio paramilitare perfettamente funzionale e sostenuto dal piano di insediamento sionista.

Abbiamo quindi chiesto a Karem una fotografia del contesto sociale e politico nel quale si sono svolte queste elezioni tesissime e attesissime, che però quasi certamente non metteranno fine al genocidio del popolo palestinese a Gaza e alla pulizia etnica in Cisgiordania. Abbiamo domandato al nostro intervistato anche che cosa cambia per il nostro paese, il quale subisce infiltrazioni, ingerenze e leggi bavaglio stabilite da Tel Aviv. Rendendosi anche attivamente complice dello sterminio dei palestinesi di Gaza.

Karem ci ha donato un racconto intenso, doloroso e distopico direttamente da Israele in questi giorni convulsi, visto da un italo-palestinese. La deumanizzazione del popolo palestinese disumanizza gli israeliani e tutti noi, questa la mutazione antropologica e filosofica che si sta realizzando. Non possiamo farlo restando indifferenti.

Buona visione!

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Consigliere di Putin: "l'UE non sarà invitata ai colloqui di pace"

 

Il principale consigliere del presidente russo, Yuri Ushakov, ha affermato questo 28 ottobre che l'Unione Europea non parteciperà ai colloqui sul conflitto in Ucraina. “Abbiamo concordato che riprenderanno i colloqui tripartiti con la partecipazione di rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti”, ha affermato Ushakov riferendosi alla telefonata avuta dal presidente Vladimir Putin con il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store e il capo del governo finlandese Alexander Stubb.

«Possono entrare se comprano i biglietti, ma nessuno ha intenzione di invitarli al tavolo dei negoziati», ha commentato il funzionario russo riguardo a una possibile partecipazione europea al processo. Ushakov non ha nemmeno confermato le dichiarazioni del leader del regime ucraino, Vladimir Zelenski, riguardo allo svolgimento di tali colloqui ad Abu Dhabi il 10 novembre. Secondo il consigliere presidenziale russo, la data esatta sarà resa nota a breve.

I colloqui tra Russia e Stati Uniti procedono per una soluzione del conflitto in Ucraina. Il Cremlino recentemente non ha escluso la possibilità di un vertice a tre con Putin, Trump e Xi Jinping al prossimo vertice Asean. Rimangono come sabotatori della pace l'UE e la Nato che hanno investito tutto il loro futuro sulla guerra ad oltranza "fino all'ultimo ucraino". Oltre chiaramente il leader del regime decadente di Kiev che senza guerra perderebbe il posto di potere dopo pochi minuti e dovrebbe rispondere penalmente dell'utilizzo fraudolento dei miliardi di euro che i cittadini europei hanno elargito in questi anni. 

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Yussef è libero. E adesso che si inventeranno?

 

La giudice per le indagini preliminari (gip) Tiziana Landoni ha rigettato la richiesta della Procura di Milano nei confronti di Youssef Siher, disponendone l'immediata scarcerazione. Il ricercatore e attivista trentenne, considerato dagli inquirenti la "mente" social del "Movimento 17 ottobre", era stato fermato con le pesanti accuse di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata a seguito degli scontri avvenuti a Milano.

La decisione della gip ha ribaltato le richieste della Procura sulla base di elementi precisi:

- Mancanza di gravi indizi: Il gip ha stabilito che non sussistevano i presupposti legali e i gravi indizi di colpevolezza necessari per convalidare il fermo dell'attivista.
- Assenza di esigenze cautelari: È stata respinta la richiesta dei pubblici ministeri di applicare la misura della custodia cautelare in carcere, escludendo pericoli come la fuga o la reiterazione del reato.
- La posizione della difesa: Gli avvocati difensori hanno sempre sostenuto l'assenza di reati nelle condotte del giovane, definendo le prove della Procura "fragilissimi" elementi legati alla sola espressione di opinioni e attività sui canali social. Durante l'interrogatorio di garanzia, Siher si era avvalso della facoltà di non rispondere.

Youssef Siher è dunque tornato in totale libertà

Ve lo avevamo detto fin dall'inizio

 

Yussef è libero. Hanno sbattuto il "mostro islamico italiano di seconda generazione"  in prima pagina, hanno violato ogni suo diritto con un impianto accusatorio totalmente inconsistente. Ma la propaganda atta a giustificare i vari decreti sicurezza e il decreto antisemitismo si è rivelata un boomerang.

Questo esito è sicuramente positivo e si spera che possa costruire un precedente. Ma adesso che si inventeranno?

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Elezioni Israele, Karem da Haifa: "Gaza non esiste, ha vinto la deumanizzazione"

28 ottobre, su “Preferivo Scrivere” dialoghiamo con Karem Rohana, conosciuto anche come Karem From Haifa, attivista e operatore sanitario italo-palestinese, corpo e cuore tra Firenze e Haifa. Ci siamo messi in contatto con Karem per commentare, proprio da Israele, le prime elezioni legislative dopo il 7 ottobre 2023. I grandi media affermavano che la differenza nel risultato la avrebbero fatta il voto degli Haredim, cioè degli ebrei ortodossi, e quello dei partiti arabi (2,17 milioni di palestinesi che vivono in Israele e rappresentano il 17% della popolazione). I partiti arabi registrano infatti una forte crescita nelle preferenze. Netanyahu è in lieve vantaggio ma lo spoglio è ancora in corso mentre stiamo parlando.

I temi sui quali si sono scontrati Netanyahu ed Eisenkot, principali figure che trainano questa tornata elettorale, sono legati alla leva obbligatoria per gli Haredim, all’inchiesta relativa al 7 ottobre, alla riforma giudiziaria, ma nessuna voce nei programmi prende in considerazione i palestinesi e il genocidio a Gaza. La deumanizzazione in chiave messianica e militare procede speditamente.

Le uniche certezze che abbiamo sono che l’affluenza alle urne è stata altissima e che per l’elettorato israeliano, il fatto che Netanyahu sia ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità commessi contro la popolazione civile della Striscia di Gaza dal 21 novembre 2024 non ha alcuna rilevanza politica e morale. Il principale sfidante del candidato al potenziale suo settimo mandato (Netanyahu è al potere dal 1996) è Eisenkot, alla guida del partito Yashar, fondato dall'ex capo di Stato Maggiore dell'esercito israeliano. Intanto è passato un anno dal 10 ottobre 2025, data del cessate il fuoco a Gaza, ma il fuoco non è mai cessato. Mentre gli israeliani si recavano al voto una bimba di sei anni veniva uccisa dall’IDF nella sua tenda, a ovest di Khan Younis; si chiamava Tahani Shalalfa. Il 94% delle popolazione, ossia due milioni di persone è sfollata, 40mila gli orfani. 

Il comportamento sempre più violento dei coloni sta diventando paradossalmente una strategia per salvare il progetto Israele e l'ideologia sionista; scaricare tutta la responsabilità su presunte sacche di delinquenti che sfuggono al governo quando in realtà si tratta di un braccio paramilitare perfettamente funzionale e sostenuto dal piano di insediamento sionista.

Abbiamo quindi chiesto a Karem una fotografia del contesto sociale e politico nel quale si sono svolte queste elezioni tesissime e attesissime, che però quasi certamente non metteranno fine al genocidio del popolo palestinese a Gaza e alla pulizia etnica in Cisgiordania. Abbiamo domandato al nostro intervistato anche che cosa cambia per il nostro paese, il quale subisce infiltrazioni, ingerenze e leggi bavaglio stabilite da Tel Aviv. Rendendosi anche attivamente complice dello sterminio dei palestinesi di Gaza.

Karem ci ha donato un racconto intenso, doloroso e distopico direttamente da Israele in questi giorni convulsi, visto da un italo-palestinese. La deumanizzazione del popolo palestinese disumanizza gli israeliani e tutti noi, questa la mutazione antropologica e filosofica che si sta realizzando. Non possiamo farlo restando indifferenti.

 

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Elezioni Israele, Karem da Haifa: "Gaza non esiste, ha vinto la deumanizzazione"

28 ottobre, su “Preferivo Scrivere” dialoghiamo con Karem Rohana, conosciuto anche come Karem From Haifa, attivista e operatore sanitario italo-palestinese, corpo e cuore tra Firenze e Haifa. Ci siamo messi in contatto con Karem per commentare, proprio da Israele, le prime elezioni legislative dopo il 7 ottobre 2023. I grandi media affermavano che la differenza nel risultato la avrebbero fatta il voto degli Haredim, cioè degli ebrei ortodossi, e quello dei partiti arabi (2,17 milioni di palestinesi che vivono in Israele e rappresentano il 17% della popolazione). I partiti arabi registrano infatti una forte crescita nelle preferenze. Netanyahu è in lieve vantaggio ma lo spoglio è ancora in corso mentre stiamo parlando.

I temi sui quali si sono scontrati Netanyahu ed Eisenkot, principali figure che trainano questa tornata elettorale, sono legati alla leva obbligatoria per gli Haredim, all’inchiesta relativa al 7 ottobre, alla riforma giudiziaria, ma nessuna voce nei programmi prende in considerazione i palestinesi e il genocidio a Gaza. La deumanizzazione in chiave messianica e militare procede speditamente.

Le uniche certezze che abbiamo sono che l’affluenza alle urne è stata altissima e che per l’elettorato israeliano, il fatto che Netanyahu sia ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità commessi contro la popolazione civile della Striscia di Gaza dal 21 novembre 2024 non abbia alcuna rilevanza. Il principale sfidante del candidato al potenziale suo settimo mandato (Netanyahu è al potere dal 1996) è Eisenkot è alla guida del partito Yashar, fondato dall'ex capo di Stato Maggiore dell'esercito israeliano. Intanto è passato un anno dal 10 ottobre 2025, data del cessate il fuoco a Gaza, ma il fuoco non è mai cessato. Il 94% delle popolazione, ossia due milioni di persone è sfollata, 40mila gli orfani. Mentre gli israeliani si recavano al voto una bimba di sei anni veniva uccisa dall’IDF nella sua tenda, a ovest di Khan Younis; si chiamava Tahani Shalalfa.

Il comportamento sempre più violento dei coloni sta diventando paradossalmente una strategia per salvare il progetto Israele e l'ideologia sionista; scaricare tutta la responsabilità su presunte sacche di delinquenti che sfuggono al governo quando in realtà si tratta di un braccio paramilitare perfettamente funzionale e sostenuto dal piano di insediamento sionista.

Abbiamo quindi chiesto a Karem una fotografia del contesto sociale e politico nel quale si sono svolte queste elezioni tesissime e attesissime, che però quasi certamente non metteranno fine al genocidio del popolo palestinese a Gaza e alla pulizia etnica in Cisgiordania. Abbiamo domandato al nostro intervistato anche che cosa cambia per il nostro paese, il quale subisce infiltrazioni, ingerenze e leggi bavaglio stabilite da Tel Aviv. Rendendosi anche attivamente complice dello sterminio dei palestinesi di Gaza.

Karem ci ha donato un racconto intenso, doloroso e distopico da Israele, vista da un italo-palestinese. La deumanizzazione del popolo palestinese disumanizza gli israeliani e tutti noi, questa la mutazione antropologica e filosofica che si sta realizzando. Non possiamo farlo restando indifferenti.

 

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Le proteste francesi viste dall'interno (di Yuri Emanuele Di Fiore)

 

di Yuri Emanuele Di Fiore*

Le mobilitazioni che hanno riempito le strade della Francia nelle ultime settimane, sono in molti casi degenerate in violenti scontri, generando reazioni contrapposte fra la popolazione. La strumentalizzazione operata dalle varie realtà politiche e mediatiche ha poi contribuito a polarizzare ulteriormente la già divisa opinione pubblica.

Le proteste si sono poi estese coinvolgendo anche differenti città Italiane e, per quanto si tratti di dinamiche differenti, in primo luogo per le dimensioni delle mobilitazioni, è possibile osservare alcuni importanti aspetti comuni.

Le motivazioni dichiarate

In entrambi i Paesi non è difficile riscontrare ragioni che giustifichino il malcontento popolare e, per quanto le problematiche si presentino in scale e proporzioni diverse, derivano in larga misura da cause condivise.

I risultati di decenni di politiche ultra-liberiste e di austerità, caratterizzate dai tagli allo Stato sociale (sanità, pensioni, istruzione, ecc.) ampiamente sostenuti dall’Unione Europea, hanno provocato un netto e costante peggioramento del benessere e della qualità della vita delle rispettive popolazioni. Questa tendenza ha poi subito una forte accelerazione negli ultimi anni, con l’investimento di centinaia di miliardi per finanziare le politiche militariste decise a Bruxelles e ogni giorno più invise alle popolazioni. Negli ultimi 5 anni infatti, la spesa militare dell’UE è più che raddoppiata, passando da circa 214 mld del 2021 a 450 mld nel 2026 (dato provvisorio) e prevista in ulteriore aumento per gli anni a venire. https://eda.europa.eu/publications-and-data/defence-data

L’esistenza di una reazione popolare a questi processi è quindi sicuramente una nota positiva, ma non può prescindere dal soffermarsi nel merito di ciò che è accaduto durante le mobilitazioni.

La polarizzazione del dibattito

La tendenza allo schierarsi in maniera ideologica su un fronte piuttosto che sull’altro fa si che le posizioni si irrigidiscano e incontrino difficoltà all’analizzare gli eventi nel loro insieme. In questo contesto polarizzato, una parte tende a condannare le proteste nel loro insieme, senza soffermarsi a considerare le motivazioni alla base delle mobilitazioni. Il polo opposto invece, tende a legittimare ogni tipo di azione in modo acritico, senza chiedersi quale possa essere il reale effetto di determinate azioni ai fini degli obiettivi dichiarati delle proteste.

Le violenze sommarie e disorganizzate verificatesi durante le proteste sono infatti solo in parte riconducibili alle ragioni proclamate dagli organizzatori e dai partecipanti. La distruzione e il saccheggio, in particolare ai danni dei piccoli negozi, difficilmente possono rientrare nel quadro generale delle rivendicazioni della protesta.

Le motivazioni profonde

Per quanto riguarda le ragioni alla base del malessere popolare, oltre al caro vita e ai tagli alla spesa sociale, è infatti evidente l’esistenza di cause sociali e culturali ben più profonde, che devono essere analizzate al di fuori della propaganda e della strumentalizzazione politica.

Fra le problematiche principali, possiamo individuarne almeno cinque: la perdita di fiducia nella classe politica e nel processo democratico; l’estrema polarizzazione del dibattito e la difficoltà del dialogo fra punti di vista differenti; la frattura generazionale sempre più evidente; il diffuso malessere sociale, in particolare giovanile; e le difficoltà nell’integrazione di culture differenti.

Questi aspetti devono essere esaminati in profondità, attraverso un libero confronto fra punti di vista differenti, evitando le polarizzazioni e le semplificazioni ideologiche tipiche dell’attuale discorso pubblico.

Limitare le violenze ingiustificate

Nell’immediato è più che mai urgente che gli organizzatori delle proteste si impegnino a limitare il più possibile le violenze ingiustificate.

L’obiettivo della protesta, infatti, oltre a essere quello di lanciare un messaggio a chi detiene il potere, è anche (e forse soprattutto) quello di far sentire la propria voce al resto della popolazione e di persuaderla della fondatezza delle proprie rivendicazioni. Gli attacchi violenti contro i negozi, anche quelli dei piccoli commercianti, sono invece il modo migliore per ottenere l’effetto contrario e allontanare anche coloro che avrebbero potuto avvicinarsi alle cause della protesta.

Inoltre, questo tipo di atti violenti possono essere facilmente utilizzati da chi detiene il potere per giustificare politiche maggiormente repressive e di controllo del dissenso.

Si parla infatti sempre più apertamente di limitare al diritto a manifestare e di rafforzare il controllo delle chat dei gruppi di cittadini, anche grazie all'utilizzo strumenti di intelligenza artificiale su larga scala.

Politiche di questo genere, più difficili da attuare senza una forte sostegno popolare, genereranno molte meno resistenze proprio a causa dell'effetto sull'opinione pubblica delle violenze avvenute negli ultimi giorni e della loro facile strumentalizzazione.

Ricostruire un fronte popolare basato sul dialogo

È oggi più che mai imperativo intavolare un dialogo aperto e costruttivo fra le differenti sensibilità del Paese. Il confronto libero e ragionato è infatti l’unica strada per risanare le divisioni sociali che chi detiene il potere punta sapientemente a esasperare.

L’obiettivo, ormai non più rimandabile, è quello di ricostruire un fronte popolare unito su tematiche che prescindono dallo schieramento politico: dalla tutela di uno Stato sociale funzionante, alla riduzione dei costi dell’energia per famiglie e aziende e, in conclusione, lo schierarsi con forza a favore di azioni politiche immediate per una pace duratura, nel continente europeo quanto nei teatri internazionali.

*Studente lavoratore, 28 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, aspirante giornalista e attualmente iscritto alla Laurea Magistrale di Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza di Roma.  Attualmente in Erasmus in Francia, precisamente a Marsiglia, dove ha avuto l'opportunità di entrare in contatto con varie organizzazioni studentesche attive per l'organizzazione delle manifestazioni, nonché di conoscere affermati professori con differenti visioni sul tema.  Ha partecipato attivamente alle assemblee studentesche e avuto la possibilità di realizzare dei reportage durante il periodo delle mobilitazioni. Ha scritto inoltre un'analisi sociale approfondita frutto della mia esperienza vissuta finora, che è in costante aggiornamento.

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Dalla democrazia allo Stato di polizia: la svolta autoritaria contro i giovani che protestano

 

di Giuseppe Giannini

A seguito delle manifestazioni di protesta di queste settimane si respira, ovunque, un'aria di repressione.

Avviene negli Stati a regime, perlopiù, liberale, il che conferma una tendenza, in atto da diversi anni, iniziata all'indomani della gestione della pandemia da covid.

Ogni situazione di pericolo, reale o presunto, diventa la scusa per la stretta repressiva. Quando tocca alle destre guidare gli esecutivi, allora, esse viaggiano a nozze.

Le emergenze, inventate di sana pianta, tipo la classica presenza di cellule anarchiche, o il famigerato blocco nero che mette sottosopra le città (spesso si tratta di infiltrati delle forze dell’ordine), servono a diffondere la paura.

Puntualmente, vengono tirati in ballo paragoni improvvisati con stagioni caratterizzate da alta conflittualità e scontri armati che, sinceramente, sono fuori luogo.

Propagare la tensione e cercare il pretesto per mettere a tacere le proteste fa parte di questo disegno calato dall'alto, dove i governi, per mezzo del loro braccio armato, ci stanno conducendo verso regimi alieni alla democrazia.

Il dissenso non è più tollerato.

Nei giorni caldi propedeudici alle manifestazioni e durante le stesse  sono emersi episodi inquietanti.

Dal militare a cui sono state trovate in auto delle molotov alle solite botte gratuite ad opera dei poliziotti.

C’è stata l’auto bianca a Torino, che ha cercato di investire i manifestanti e con la polizia ferma.

E poi i casi dei minori fermati e obbligati a mettere il passamontagna.

Fino alla vicenda di una scuola a Roma dove gli agenti non si sono accontentati di entrare nell’istituto per bloccare il tentativo di occupazione degli studenti, ma volevano trascinarli in commissariato, sulla base di generiche accuse e del fermo preventivo (anche per i minorenni!).

Addirittura, il fermo di un ragazzo è stato giustificato sulla base del possesso di uno scaldacollo.

In questi giorni la caccia alle streghe ha portato ad oltre 4 mila identificazioni e circa 400 fermi.

Il governo cerca, da tempo, di esasperare il clima (ricordiamo l’accento posto sul "conflitto sociale"   pronunciato da Landini due anni fa).

Con il "garantista" ministro della giustizia Nordio, che auspica il carcere per i minori da condividere insieme agli adulti.

Una prassi, davvero pericolosa, dopo il caso dell’undicenne identificato a scuola.

Il nuovo mostro a cui dare la caccia oggi è il giovane minorenne, che si permette di alzare la voce.

In particolare, è il cd. maranza, termine razzista con cui aggiornare lo scontro culturale.

Lo spontaneismo, però, ha trovato forme organizzate.

Il leader ideologico (a proposito di mostri) sarebbe Youssef Siher.

Giovane ricercatore le cui responsabilità stanno nell’aver denunciato il genocidio ad opera di Israele e, avendo sollecitato alla ribellione contro il caro vita, oggi, rappresenta il cattivo maestro.

Ideatore del Movimento 17 ottobre, indiziato di delitto solo per aver criticato il governo Meloni è accusato di fomentare le violenze. E la libertà costituzionale di manifestazione?

E‘ stato arrestato, in base ad un insieme di prove, che appaiono superficiali, perchè l’istigazione (e il relativo reato) è tutta da provare.

Nel frattempo, nonostante la censura di TeleMeloni e la bipartisan propaganda borghese (la retorica delle condanne delle violenze e la difesa astratta delle forze di polizia), circolano numerosi video dove sono diverse le testimonianze riguardo agli abusi da parte di chi dovrebbe tutelare l'ordine pubblico.

Tutto questo insieme di misure, in qualche modo funzionali alle campagne elettorali, con la giustificazione di prevenire gli incidenti stanno esasperando il clima.

Trasformando lo Stato di diritto in Stato di polizia.

Per tanto tempo i nostri ragazzi sono stati descritti come passivi, abulici, e asociali. La loro colpa? Quella di essere, costantemente, immersi in una vita on line.

Dalla quale nascono dipendenze e da cui possono scaturire scenari violenti come conseguenza della noia. E‘ una fenomenologia che riguarda, in particolare, la Generazione Z, ma che chiama in causa i veri colpevoli, il mondo degli adulti: i genitori assenti e, a loro volta, tecno-dipendenti; i creatori di contenuti e le aziende che ci lucrano, responsabili della mutazione antropologica che disorienta, produce ansia e disaffezione.

Quando, invece, gli stessi giovani, stanchi di essere manovrati e in cerca di spazi fisici visibili per superare la crisi esistenziale, derivante dalla mancanza di tangibili prospettive e vittime indirette delle crisi economiche familiari, cercano di far sentire la loro giusta rabbia, allora, vengono additati come violenti, facinorosi, ignoranti.

Qualcuno si è mai degnato, una buona volta, di ascoltarli?

E' il solito atteggiamento paternalistico dei grandi garantiti, che sicuri della loro dimensione materiale pretendono di dare consigli e giudicare.

Il sistema di potere vuole sudditi ubbidienti. Meglio un giovane-consumatore, che una testa pensante ed attiva.

Il problema, tuttavia, è globale ed emerge nel nostro Occidente ricco a causa di una distanza siderale dei decisori e gestori politici, riconvertitisi, grazie all’uso sproporzionato della forza, verso forme di regime autoritario.

Sentire i vecchi protagonisti della stagione delle lotte di piazza degli anni '70, dal missino La Russa all'ex di Lotta Continua Paolo Liguori, condannare le violenze e voler dare lezioni di moralità, decoro e rispetto delle istituzioni ai giovani, fa rabbrividire.

C'è un problema culturale profondo, che chiama in causa, in primis, chi rappresenta la nazione o ha ruoli di responsabilità.

All'interno delle forze armate è presente un brodo di coltura che si autoalimenta, favorito dai fascisti di ieri e di oggi che, con le loro esternazioni, provvedimenti e misure autoritarie stanno portando la gestione della cosa pubblica verso un pericoloso modello di stampo cileno.

C'è bisogno di anticorpi per combattere tutte le ingiustizie di un Paese dove basta indossare una divisa o una tonaca per continuare a perpetrare, insieme ai ricconi parassiti, lo sfruttamento.

Ed è quanto mai necessaria una coscienza di classe con la quale traghettare iniziative per un conflitto che porti a quel cambiamento che non è più rinviabile.

 

 

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Elezione in Israele: il blocco Likud in testa con 56 seggi ma senza maggioranza

 

Secondo quanto riportato dal Times of Israel, il blocco del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si apprestava a conquistare 57 seggi nella Knesset, composta da 120 membri, quattro in meno rispetto alla maggioranza necessaria per governare, mentre lo spoglio dei voti proseguiva mercoledì.

Con il 41,9% delle schede scrutinate, il blocco di opposizione guidato da Gadi Eisenkot si sarebbe aggiudicato 47 seggi, mentre i partiti a maggioranza araba Lista Unita e Ra'am avrebbero dovuto conquistare i restanti 16, secondo quanto riportato dal quotidiano, citando la Commissione Elettorale Centrale.

Nessuno dei due principali blocchi politici avrebbe dovuto ottenere i 61 seggi necessari per la maggioranza parlamentare.

I partiti arabi potrebbero svolgere un ruolo decisivo nella formazione del governo, poiché i loro 16 seggi complessivi darebbero al blocco di Eisenkot una maggioranza di 63 seggi qualora decidessero di sostenerlo.

Tra i singoli partiti, il Likud di Netanyahu era in testa con 28 seggi previsti, seguito da Yashar di Eisenkot con 21.

La Lista Unita, a maggioranza araba, avrebbe dovuto conquistare 12 seggi, seguita dal partito Insieme con 11.

Sia United Torah Judaism che Yisrael Beiteinu avrebbero dovuto ottenere otto seggi.

Si prevedeva che i Democratici, l'alleanza Sionismo Religioso-Zehut, Otzma Yehudit e Shas avrebbero ottenuto sette seggi ciascuno, mentre Ra'am ne avrebbe conquistati quattro.

Le cifre rimangono provvisorie e potrebbero subire variazioni con il proseguimento dello spoglio.

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Basi devastate e famiglie abbandonate: il disastro segreto degli USA contro l’Iran

 

La narrazione dell'invincibilità militare statunitense in Asia occidentale si infrange contro una drammatica serie di prove visive e testimonianze dirette.

Nuove fotografie, filmati e drammatici racconti sul campo documentano gli ingenti danni subiti dalle installazioni delle forze armate degli Stati Uniti e l'incapacità del Pentagono di proteggere i propri soldati e i loro familiari dalla risposta missilistica e aerea dell'Iran. A squarciare il velo sulla reale portata del conflitto è una dettagliata inchiesta firmata da MeidasTouch e VALOR Media Network, pubblicata il 23 ottobre.

INTERCEPTORS FAIL: Terrifying footage from July shows U.S. troops racing for cover at Jebel Ali in the United Arab Emirates as an Iranian missile evades air defenses and strikes dangerously close to American personnel. @ValorMediaNet @Team_Harbaugh https://t.co/2WZJMo85Ch

— MeidasTouch (@MeidasTouch) October 22, 2026

Il report traccia il ritratto di un apparato militare colto del tutto impreparato: velivoli distrutti sulla pista, caserme incenerite, scorte essenziali azzerate e una cronica mancanza di coordinamento e preavviso da parte dei comandi di Washington. "La situazione è molto peggiore di quanto la gente immagini", ammette senza mezzi termini una fonte militare citata nell’inchiesta. Molti uomini in divisa si dicono sconvolti dalla cattiva gestione e dalla totale assenza di pianificazione strategica fin dalle prime fasi dell'offensiva. C'è chi era stato inviato nell'area per un incarico temporaneo di tre settimane a metà febbraio e si è ritrovato bloccato al fronte per oltre sette mesi. Ma l'elemento più sconcertante riguarda l'inizio delle ostilità: diversi militari impiegati direttamente nel conflitto hanno appreso dell'attacco congiunto statunitense e israeliano sferrato contro l'Iran il 28 febbraio unicamente guardando i telegiornali.

Sui campi di battaglia della regione, la percezione delle truppe è quella di essere state trasformate in facili bersagli. I droni di fabbricazione iraniana, in particolare, si sono rivelati un incubo imprendibile: "Non si vedono di notte. Non hanno luci e navigano via GPS. Il rumore è identico a quello di un piccolo Cessna e a 120 metri d'altezza sembrano grossi falchi. Non avevamo alcuna difesa efficace contro di loro", racconta un soldato.

I dettagli forniti dalle immagini raccolte da soldati e appaltatori civili descrivono una devastazione capillare su scala regionale. Pressappoco ovunque, le difese americane sono state messe a dura prova o ampiamente aggirate.

???? NEAR MISS: Never-before-seen footage of a missile attack on a U.S. base in the United Arab Emirates shows a missile striking just meters away from American personnel caught out in the open. From our earlier reporting (link in reply). @ValorMediaNet @Team_Harbaugh https://t.co/B9cbmktoCa

— MeidasTouch (@MeidasTouch) October 22, 2026

Presso la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, le immagini mostrano mense, uffici e alloggiamenti devastati dai raid iraniani sferrati tra marzo e luglio. Tra i velivoli colpiti figurano un aereo da ricognizione radar AWACS E-3 Sentry e due aerei cisterna KC-135. I video documentano inoltre come i cacciatorpediniere d'attacco americani abbiano fallito l'intercettazione di missili balistici diretti contro l'impianto.

La situazione non è stata migliore in Giordania, presso la base aerea di Muwaffaq Salti. Sotto un fuoco d'artiglieria e missilistico talmente frequente che i sistemi d'allarme non riuscivano a tenere il passo, le forze americane hanno registrato il danneggiamento di caccia F-15, F-35, droni MQ-9 Reaper ed elicotteri. Durante la notte del 17 luglio, un attacco diretto contro le caserme ha provocato la morte di tre militari e il ferimento di altri quattro, mentre le fonti riferiscono drammatici tentativi di soccorrere i soldati bloccati dalle fiamme, vanificati dalla totale assenza di adeguati mezzi d'emergenza.

In Kuwait, presso Camp Buehring, per scampare alle bombe diversi reparti si sono dispersi nel deserto, con soldati costretti a vivere all'interno di furgoni per mesi. Le immagini scattate a settembre rivelano che la base è stata quasi completamente abbandonata dall'esercito statunitense.

Negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein la catena di comando ha mostrato ulteriori falle. In assenza di preavvisi o di bunker antiaerei per proteggersi dalle ritorsioni iraniane, i militari negli EAU sono stati costretti a scavarsi trincee di fortuna o a cercarsi rifugio in hotel civili. In Bahrein, le foto della base della Quinta Flotta mostrano danni imponenti alle strutture di comando del quartier generale.

L'aspetto più oscuro di questo report riguarda la gestione delle famiglie dei militari. Nonostante le procedure previste dopo lo scoppio del conflitto di 12 giorni tra Stati Uniti, Israele e Iran nel giugno 2025, il Pentagono si è rifiutato di autorizzare l'evacuazione dei civili. La motivazione ufficiale era che un'evacuazione avrebbe "peggiorato la situazione d'immagine in patria", mentre alti ufficiali venivano portati in salvo al riparo di presunte esercitazioni.

"Siamo stati usati come pedine in una guerra. C'erano molte opportunità per farci evacuare prima del disastro, ma l'ordine non è mai arrivato. Poi l'aeroporto del Bahrein è stato colpito e siamo rimasti intrappolati", denuncia la moglie di un militare. Durante le prime ondate di bombardamenti ritorsivi dell'Iran, molte famiglie con bambini sono state costrette a nascondersi nei parcheggi sotterranei dei centri commerciali, lasciando ai più piccoli traumi psicologici devastanti. Un prezzo umano e strategico altissimo, tenuto finora nascosto all'opinione pubblica.

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Media USA: la guerra contro l'Iran sta costa 47 miliardi di dollari

 

La guerra degli USA contro l’Iran è costata 47 miliardi di dollari. È quanto emerge da un articolo pubblicato dal quotidiano americano The Hill. Nell’articolo del media statunitense sono stati citati i dati del Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) presentati al Congresso.

Da questo rapporto del Centcom, si evidenzia che il costo della guerra è aumentato di oltre 3 miliardi di dollari dall'inizio di settembre, quando il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti (il Pentagono) aveva stimato la spesa militare a circa 43,6 miliardi di dollari.

La maggior parte della spesa è destinata alla sostituzione delle munizioni utilizzate durante le operazioni militari, per un costo stimato di circa 29 miliardi di dollari.Inoltre, bisogna aggiungere circa 12 miliardi di dollari di spese operative e altri 6,1 miliardi di dollari stanziati per la sostituzione di equipaggiamento militare perso o danneggiato.

Nel report si considera, tra l’altro, che il costo del supporto fornito dall'aeronautica militare statunitense alle truppe schierate nella regione si aggiri intorno ai 7,6 miliardi di dollari, includendo il trasporto aereo del personale, il supporto alle basi militari, le comunicazioni e la logistica nel teatro delle operazioni.

La maggior parte della spesa è destinata alla sostituzione delle munizioni utilizzate durante le operazioni militari, il cui costo è stimato in circa 29 miliardi di dollari. 

Tale importo si aggiunge a circa 12 miliardi di dollari di spese operative aggiuntive e ad altri 6,1 miliardi di dollari stanziati per la sostituzione di attrezzature militari perse o danneggiate.

Il rapporto valuta inoltre in circa 7,6 miliardi di dollari il costo dell’assistenza fornita dall’Aeronautica militare statunitense alle truppe dislocate nella regione. La stima comprende il trasporto aereo del personale, il sostegno alle basi, le comunicazioni e la logistica nel teatro operativo.

La cifra, tuttavia, non tiene conto delle spese necessarie per riparare i danni subiti dalle basi statunitensi in Medio Oriente, alcune delle quali sono state bersaglio di attacchi iraniani con missili e droni. Questo elemento potrebbe far crescere ulteriormente il costo complessivo del conflitto.

La guerra pesa sempre di più sulle famiglie americane

Le ricadute economiche del conflitto coinvolgono anche la popolazione statunitense. Secondo una stima di Moody’s Analytics riportata da The Hill, finora la guerra è costata circa 2.000 dollari a ogni famiglia americana.

Le valutazioni del costo complessivo del conflitto differiscono in base agli elementi considerati. Le cifre ufficiali riguardano soprattutto le spese militari registrate, mentre altre analisi segnalano che gli effetti economici nel medio e lungo periodo potrebbero far aumentare notevolmente il conto finale.

Il quotidiano britannico The Telegraph, sulla base di un’analisi di Linda J. Bilmes, professoressa all’Università di Harvard ed esperta di economia di guerra, ha calcolato il costo del conflitto in circa 151,3 miliardi di dollari.

I senatori attaccano Trump per la guerra e il rincaro dei prezzi

Secondo Bilmes, la stima del Pentagono — che in precedenza aveva quantificato il costo in 37,5 miliardi di dollari — non comprende tutte le spese legate alla guerra e rappresenta soltanto «la punta dell’iceberg».

The Telegraph prevede che, se il ritmo attuale dovesse mantenersi, entro la fine dell’anno il costo complessivo potrebbe arrivare a circa 311,3 miliardi di dollari. Si tratta di una previsione, non di una spesa già accertata.

La distanza tra le diverse stime mostra quanto sia complesso determinare il costo effettivo del conflitto, soprattutto se si escludono i danni materiali e le conseguenze economiche di lungo periodo.

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