La quinta legge di bilancio del governo Meloni è quella del minimo sindacale: vale complessivamente circa 26 miliardi di euro, di cui nove destinati a confermare interventi già esistenti. Le novità sono poche, tanto che per rivendicare i risparmi dei cittadini la presidente del Consiglio mette nel conto anche i tagli alle tasse delle precedenti manovre del suo governo. La misura fiscale principale è l’estensione dell’aliquota Irpef del 33 per cento fino a 55 mila euro di reddito imponibile. Il risparmio massimo sarà di 500 euro l’anno, circa 42 euro al mese, per chi raggiunge o supera quella soglia. Il taglio riguarda infatti soltanto i cinquemila euro compresi tra 50 mila e 55 mila, sui quali oggi si paga il 43 per cento. Chi ha un imponibile di 52 mila euro, per esempio, risparmierà appena 200 euro all’anno. Sotto i 50 mila euro non cambia nulla con questo intervento.
Anche allargando il conto all’intera legislatura, come ha chiesto Giorgia Meloni in conferenza stampa, il guadagno rimane modesto. Nel 2022, su 55 mila euro di imponibile, si pagavano 16.550 euro di Irpef lorda. Con la nuova misura si scenderebbe a 15.350: 1.200 euro risparmiati in quattro anni di interventi fiscali, circa cento euro al mese. E il beneficio riguarda una platea relativamente ristretta. Secondo gli ultimi dati del Dipartimento delle Finanze, nel 2024 soltanto l’1,41 per cento dei contribuenti, poco più di 602 mila persone, ha dichiarato un reddito complessivo tra 50 mila e 55 mila euro. Considerando tutti quelli sopra i 50 mila si arriva a 3,28 milioni, il 7,66 per cento del totale.
La seconda novità fiscale riguarda gli autonomi: la soglia per accedere al regime forfettario salirà da 85 mila a 100 mila euro di fatturato annuo. Chi rientra in questo regime beneficia di una tassazione agevolata, generalmente del 15 per cento, che può scendere al 5 per cento per le nuove attività. L’aumento permetterebbe quindi anche a chi fattura fino a 100 mila euro di continuare a pagare imposte più basse rispetto al regime ordinario.
Con un pizzico di malizia, la misura si può leggere anche come un favore politico a Matteo Salvini, appena rieletto segretario della Lega per altri quattro anni. L’allargamento della platea del forfettario è da tempo una delle battaglie del Carroccio, che negli autonomi e nelle piccole partite Iva ha una parte importante del proprio elettorato. Il provvedimento ha però un gigantesco asterisco. Le regole europee permettono agli autonomi di non applicare l’Iva soltanto fino a 85 mila euro di fatturato. Per alzare il limite a 100 mila serve quindi il via libera di Bruxelles. Meloni ha spiegato che il governo avrà un anno per trattare con la Commissione europea. Se l’accordo non arriverà, chi fattura tra 85 mila e 100 mila euro potrebbe comunque beneficiare delle tasse ridotte del forfettario, ma dovrebbe cominciare ad applicare l’Iva ai propri clienti. Un vantaggio, insomma, meno generoso di quello annunciato.
Sulle pensioni Salvini resta lontano dalla promessa ribadita il 27 ottobre a Radio 24: superare la legge Fornero e consentire ai lavoratori di andare in pensione a 64 anni invece che a 67. Per ora la manovra si limita a stanziare 850 milioni di euro per favorire le uscite anticipate con uno specifico fondo. Una possibilità che esiste già, a determinate condizioni, per chi ha iniziato a versare contributi dal 1996. Il governo vorrebbe estenderla ad altri lavoratori, senza aver ancora stabilito a chi e con quali requisiti. Salvini ha comunque rivendicato il fondo come il primo passo verso il pensionamento a 64 anni. Meloni, più prudentemente, ha lasciato al Parlamento il compito di definire i dettagli.
Per togliere all’esenzione dal bollo auto l’aria di una mancetta elettorale in vista del voto del 2027, Meloni ha annunciato che diventerà permanente. Il beneficio riguarderà le automobili fino a 80 kilowatt e i motocicli. Chi possiede più auto potrà usufruirne soltanto per quella meno potente. Il costo per lo Stato è di 2,36 miliardi nel 2027, ma per mantenere la promessa anche negli anni successivi serviranno nuovi stanziamenti, compresi quelli per rimborsare le Regioni delle entrate perdute. La presidente del Consiglio ha aggiunto un’altra novità per gli automobilisti: la possibilità di scegliere una targa personalizzata.
A finanziare una parte consistente della manovra contribuirà il settore finanziario, dal quale il governo conta di ricavare oltre cinque miliardi di euro attraverso due interventi distinti. Il primo è un prelievo a carico di banche e assicurazioni, deciso unilateralmente, senza alcun accordo preventivo con gli istituti, come ha ammesso la stessa Meloni in conferenza stampa. La presidente del Consiglio ha giustificato la scelta con la difficile situazione economica, appellandosi alla comprensione del settore.
Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha spiegato che il governo intende aumentare di tre punti l’Ires, l’imposta che le società pagano sui propri utili: per le banche passerà dal 27,5 al 30,5 per cento e per le assicurazioni dal 24 al 27 per cento. Diventerà più pesante anche l’Irap, la tassa regionale sulle attività produttive. Oggi banche e assicurazioni possono sottrarre dal calcolo dell’imposta il 90 per cento di alcune spese amministrative e dei costi di ammortamento. Con la manovra potranno dedurne soltanto il 30 per cento. Di conseguenza aumenterà la somma su cui vengono calcolate le tasse e quindi anche l’importo da pagare.
Per alleggerire il conto alle realtà più piccole è prevista una franchigia di 90 mila euro che dovrebbe ridurre o azzerare il prelievo sulle banche popolari e sulle cooperative minori.
Il secondo intervento è l’aumento della Tobin tax, l’imposta che si paga quando si acquistano azioni di società italiane con una capitalizzazione di Borsa di almeno 500 milioni di euro. In questo caso a pagare saranno direttamente gli investitori che comprano i titoli, non le società che li emettono.
Altri 700 milioni arriveranno dalle società energetiche, alle quali il governo intende chiedere un ulteriore contributo fiscale. Probabilmente intervenendo sull’Irap, l’imposta pagata dalle imprese sulle attività produttive. Una somma analoga è attesa dal settore dei giochi e delle scommesse. Qui il governo potrebbe aumentare le tasse sugli incassi delle slot machine e delle videolotterie oppure chiedere più soldi alle società che gestiscono scommesse e bingo per prorogare le concessioni, cioè le autorizzazioni statali a esercitare queste attività. Un altro miliardo arriverà dai tagli ai bilanci dei ministeri, senza che sia stato precisato quali spese saranno sacrificate.
Per far quadrare i conti Meloni conta anche su una deroga alle regole europee che limitano la crescita della spesa pubblica. Il governo ha chiesto a Bruxelles di poter spendere di più per la difesa e la sicurezza energetica senza violare i normali vincoli di bilancio. La Commissione europea ha dato parere favorevole l’8 ottobre, ma manca ancora l’autorizzazione definitiva del Consiglio dell’Ue. Roma punta a ottenere nel 2027 e nel 2028 uno spazio aggiuntivo fino allo 0,3 per cento del Pil per la difesa e altrettanto per l’energia, complessivamente circa 14 miliardi di euro l’anno di spesa potenzialmente consentita in più. Bruxelles, però, concede soltanto maggiore libertà di spesa: i soldi dovrà trovarli il governo, anche aumentando il deficit e quindi il debito pubblico. Il deficit, previsto al 2,9 per cento del Pil nel 2026, salirà così al 3,4 per cento nel 2027 e al 3,2 nel 2028. Una parte del conto della manovra verrà quindi rinviata agli anni successivi.
Una parte di questo tesoretto sarà destinata all’installazione di climatizzatori e pompe di calore nelle scuole e al miglioramento dell’efficienza energetica di ospedali e università. Per rientrare nelle deroghe europee, gli interventi dovranno contribuire al risparmio energetico e alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Meloni ha indicato i bandi nel 2027 e l’erogazione delle risorse a partire dal 2028. I lavori e i finanziamenti arriveranno quindi in buona parte dopo le elezioni politiche.
Tra le misure rivolte ai giovani compaiono due novità. La prima è un premio da 2.500 euro per i lavoratori sotto i trent’anni, tassato all’1 per cento. Potrà essere ricevuto tutto insieme oppure in dodici rate. Nel secondo caso, considerando soltanto l’imposta annunciata, si tratta di poco più di 206 euro al mese. Sugli affitti il governo prova a incentivare i proprietari a offrire case a prezzi più accessibili, facendo pagare loro meno tasse. La cedolare secca, l’imposta sui redditi da locazione, scenderà dal 10 al 5 per cento per chi affitta a canone concordato, cioè a un prezzo contenuto entro i limiti stabiliti dagli accordi locali tra proprietari e inquilini. Lo sconto sarà ancora più generoso per chi affitta a un giovane sotto i 36 anni: l’aliquota scenderà all’1 per cento.
Facendo i conti: per un affitto di 800 euro al mese, la cedolare secca passerebbe dagli attuali 960 euro ad appena 96 se l’inquilino ha meno di 36 anni. Il governo spera che un risparmio così consistente convinca più proprietari ad affittare a canone concordato, anche se nulla garantisce che il beneficio fiscale si traduca in canoni più bassi. Meloni ha annunciato anche l’estensione della cedolare secca a negozi e botteghe, nel tentativo di rendere più conveniente l’affitto dei locali commerciali. Per le famiglie arriva un rafforzamento del congedo parentale. I mesi pagati all’80 per cento della retribuzione, oggi tre, dovrebbero salire a quattro per il primo figlio, cinque per il secondo e sei dal terzo. Si tratta del periodo di assenza dal lavoro che i genitori possono utilizzare per occuparsi dei figli, distinto dai congedi obbligatori di maternità e paternità. Il governo dovrà ancora chiarire come saranno ripartiti i mesi tra i due genitori e da quando entreranno in vigore le nuove regole.
Per ogni bambino che nascerà sarà inoltre aperta una posizione presso l’Inps, con cento euro versati inizialmente dallo Stato. Genitori e familiari potranno aggiungere altri soldi nel corso degli anni. Le somme saranno esenti da imposte, impignorabili e riscattabili al compimento dei diciotto anni. Prima della maggiore età potranno essere utilizzate soltanto in caso di emergenze straordinarie, con l’autorizzazione del giudice tutelare.
Se lo Stato si limitasse al versamento iniziale, il contributo sarebbe assai meno generoso di quanto suggerisce l’idea di un salvadanaio previdenziale. E c’è un problema tutt’altro che secondario: l’inflazione. Secondo gli ultimi dati Istat, a settembre i prezzi sono aumentati del 4,2 per cento rispetto a un anno prima. Se questo ritmo si mantenesse per i prossimi diciotto anni, i cento euro depositati dall’Inps per un bambino nato nel 2027, al momento della maggiore età, nel 2045, avrebbero un potere d’acquisto equivalente ad appena 48 euro di oggi.
Fra le misure che il governo intende confermare ci sono il credito d’imposta per gli investimenti nella Zona economica speciale del Mezzogiorno, il cui stanziamento secondo Meloni salirà a 2,4 miliardi, la tassazione all’1 per cento dei premi di produttività e il bonus per le madri lavoratrici. Resta anche la superdeduzione del 120 per cento del costo del lavoro per le imprese che aumentano le assunzioni stabili. Il viceministro Leo ha annunciato che la percentuale salirà al 140 per cento per le assunzioni agevolate di giovani e al 180 per cento per quelle di lavoratrici madri. Confermate inoltre le agevolazioni per agricoltura e pesca.
Per le imprese ad alto consumo di energia viene mantenuto l’Energy release, mentre una nuova versione destinata alle piccole e medie imprese sarà finanziata con un miliardo. Il governo conferma anche i bonus per le ristrutturazioni edilizie al 50 per cento per la prima casa e al 36 per cento negli altri casi previsti, oltre al bonus mobili fino a cinquemila euro.
Per la sanità Meloni ha annunciato 3,4 miliardi di euro in più, che porteranno il Fondo sanitario nazionale a 146,3 miliardi nel 2027. Una parte delle risorse servirà ad aumentare gli stipendi dei medici di pronto soccorso, tra i più esposti alla carenza di personale e ai turni massacranti. Infine il governo ha stanziato altri 1,6 miliardi per un voucher sanitario da 300 euro destinato agli anziani con più di 75 anni e una pensione non superiore a 28 mila euro annui. Potrà essere utilizzato per acquistare farmaci e pagare visite specialistiche e altre prestazioni sanitarie non coperte dal Servizio sanitario nazionale. Secondo le stime del governo, ne beneficeranno circa 5,5 milioni di persone.
Qual è la notizia? Sabato 17 e domenica 18 ottobre gruppi di giovani, molti minorenni, hanno devastato diverse zone del centro di Milano. Hanno saccheggiato negozi di abbigliamento e telefonia, fra cui Foot Locker, Decathlon e Vodafone, e il supermercato Carrefour di via Torino, distrutto vetrine e arredi, incendiato cassonetti e aggredito le forze dell’ordine. Confcommercio ha stimato perdite per circa un milione di euro, fra danni alle attività e mancati incassi. Le violenze sono cominciate sabato, poco dopo la partenza del corteo contro il carovita promosso da “Italia in piazza”, una rete nata sui social che ha convocato manifestazioni in diverse città. Nel tardo pomeriggio, poco prima delle 18, gli scontri si sono concentrati in piazza Duomo. I gruppi riunivano ragazzi di origini diverse, arrivati anche dall’hinterland e da altre province lombarde. Gli inviti a ritrovarsi in centro erano circolati su TikTok, Instagram e Telegram. Domenica nuovi appelli hanno richiamato gruppi di giovanissimi in centro, dove sono ricominciati gli assalti ai negozi. Il 21 ottobre il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha riferito alla Camera il bilancio delle due giornate: 343 persone accompagnate in questura, 48 arrestate e 50 denunciate.
Il 23 ottobre è entrato in vigore il nuovo decreto sicurezza approvato dal governo Meloni. Introduce il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, presume la capacità di intendere e di volere dei ragazzi fra 14 e 17 anni, salvo prova contraria, e autorizza l’invio di altri 500 militari a Milano fino al 31 dicembre. Sempre il 23 ottobre, la Digos, gli uffici della Polizia di Stato che indagano anche sui reati contro l’ordine pubblico, hanno eseguito perquisizioni in 18 città, fra cui Como, Genova e Bari, nell’ambito delle indagini sui disordini del fine settimana.
Il 24 ottobre migliaia di persone sono tornate a manifestare. A Milano, secondo la Questura, circa quindicimila persone hanno partecipato a un corteo e non si sono ripetuti i saccheggi del fine settimana precedente. I controlli in città hanno portato a cinque arresti, 44 denunce e all’identificazione di 2.921 persone. A Bologna e Torino, invece, ci sono stati scontri. A Bologna il 118 ha portato 19 persone in pronto soccorso e la Questura ha comunicato 24 feriti tra le forze dell’ordine. A Torino almeno due manifestanti sono rimasti feriti e sono stati medicati sul posto. Nella serata del 24 ottobre la procura di Milano ha disposto il fermo di Youssef Siher, ricercatore e giornalista freelance di trent’anni, ritenuto uno degli amministratori dei canali del Movimento 17 ottobre, il gruppo che sui social ha rilanciato le proteste dopo i saccheggi di Milano. Il rapporto fra quei canali e le violenze è al centro delle indagini.
In questi giorni gli autotrasportatori e gli agricoltori hanno protestato in diverse regioni del Sud contro il caro gasolio, le tariffe dei trasporti insufficienti a coprire i costi e i ritardi negli aiuti alle imprese. Il 12 ottobre erano già in corso blocchi sulla statale 16, nel Brindisino, e sulla Bradanica, vicino a Melfi. Il 16 è cominciato il fermo dell’autotrasporto in Sicilia e Calabria, mentre in Campania camion e trattori hanno presidiato i caselli di Caianello, Caserta Sud e Nola. I blocchi hanno impedito le consegne ai supermercati e l’uscita delle autocisterne dai depositi di carburante di Napoli Est. A Napoli e Avellino sono mancati prodotti freschi, latte, pasta e acqua; la carenza di benzina e gasolio ha creato difficoltà anche ad ambulanze, trasporti pubblici e raccolta dei rifiuti. Il 20 ottobre il pastificio Rummo ha comunicato di aver sospeso la produzione per mancanza di materie prime. Il 22 ottobre il governo ha approvato un decreto con circa 175 milioni di nuovi aiuti: 105,2 milioni all’autotrasporto, 60 all’agricoltura e 10 alla pesca. Dopo la sospensione delle agitazioni in Sicilia e Calabria, nella notte fra il 22 e il 23 sono stati rimossi anche i blocchi sulla rete autostradale campana e il presidio al varco Bausan del porto di Napoli.
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Prima di iniziare devo capire cosa vuol dire «maranza». È una parola del gergo giovanile che indica il coatto o il tamarro di periferia. Oggi si usa per definire ragazzi che indossano tute e accessori di marca, spesso contraffatti, e ostentano atteggiamenti da strada. L’origine è incerta. Il deputato della Lega Igor Iezzi ha ripreso l’ipotesi che sia un incrocio fra «marocchino» e «zanza», che nel gergo milanese indica un ladruncolo o un imbroglione. Secondo un’ipotesi dei linguisti Emanuele Banfi e Lorenzo Coveri,riportata dall’Accademia della Crusca, potrebbe derivare dal meridionale maranza, «melanzana», e aver subìto l’influenza di «marocco» e «marakesch», usati nel gergo giovanile come appellativi dispregiativi per i meridionali. La parola circola comunque dagli anni Ottanta. Jovanotti l’ha usata nella canzone“Il capo della banda” del 1989: «Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente/ Di matti di maranza e di malati di mente/ Fissati con le moto e coi vestiti americani/ Facciamo tutto ora o al massimo domani/ Picchiamo sul volume e ci spacchiamo le orecchie/ Magari le cambiamo se diventano vecchie».
Come ha fatto una protesta pacifica a diventare un assalto ai negozi? In una nota riportata da Adnkronos, la Questura di Milano ha descritto gruppi a volto coperto intenzionati a creare disordini fin dall’inizio del corteo. Sabato 17 ottobre, in via Broletto, all’angolo con via San Tomaso, alcuni giovani hanno lanciato sassi, bottiglie e bombe carta contro gli agenti. La polizia ha risposto con le cariche e il corteo si è spezzato. Gli scontri si sono spostati verso Cordusio e piazza Duomo, dove alcuni gruppi hanno attaccato lo schieramento della polizia. In via Torino e corso Italia hanno costruito barricate con transenne, cestini e fioriere. Vicino a San Babila hanno sfondato le vetrine di Foot Locker e portato via la merce. Domenica 18 gli assalti sono ripresi con attacchi rapidi in strade diverse: i gruppi danneggiavano negozi e arredi, si disperdevano all’arrivo degli agenti e si ritrovavano altrove. Le segnalazioni arrivavano da via Torino, corso Magenta e corso Garibaldi, costringendo la polizia a spostare continuamente i reparti.
Chi è questo Siher? È stato lui a organizzare le proteste? Ha 30 anni ed è nato a Gavardo, in provincia di Brescia. Si è diplomato al liceo scientifico Enrico Fermi di Salò, poi ha studiato Comunicazione e Scienze politiche all’Università Statale di Milano, dove è stato anche componente del Senato accademico. Nel 2024 ha svolto uno stage all’ISPI, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, che ha precisato di non aver più collaborato con lui da allora. Ha scritto per il sito del “Fatto Quotidiano”, occupandosi di Tunisia, Sudan e Mar Rosso, e ha firmato un articolo sul Pakistan per “Il Foglio” nel 2022. Il 24 ottobre la polizia lo ha portato in questura. In serata la procura ne ha disposto il fermo e Siher è stato trasferito al carcere di San Vittore. Le contestazioni riportate dalle fonti giudiziarie sono istigazione a delinquere aggravata, associazione con finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Anche la moglie, Sagia Hammoud, mediatrice interculturale di 32 anni, è indagata a piede libero per istigazione a delinquere. Secondo gli investigatori, i due amministravano il canale Telegram e il profilo Instagram del “Movimento 17 ottobre”, dai quali sono state promosse nuove mobilitazioni dopo i saccheggi. Il loro eventuale ruolo nell’organizzazione delle violenze del 17 e 18 ottobre resta da accertare: gestire quei canali e aver diretto i saccheggi sono due responsabilità diverse, che gli investigatori devono ricostruire.
Ho letto da qualche parte che c’entra la Russia. È vero? Il 20 ottobre, intervenendo a Roma al Defense Procurement Forum, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito gli scontri il risultato di una «guerra ibrida». Ha parlato di «qualcuno» che la conduce nei paesi occidentali attraverso «strumenti non convenzionali», citando TikTok, YouTube e gli altri social, senza indicare esplicitamente un paese. Il giorno dopo, il 21 ottobre, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha precisato che gli investigatori non avevano ancora prove materiali certe di una regia esterna. Il Corriere della Sera, citando le indagini del comando interforze Intel, ha riferito dell’ipotesi di un coordinamento fra il Movimento 17 ottobre e gruppi di hacker filorussi, in particolare Noname057(16), per affiancare alle proteste del 24 ottobre attacchi informatici contro siti istituzionali. Secondo la stessa ricostruzione, il 23 ottobre Noname e Dark Storm Team avrebbero pubblicato messaggi di sostegno alle manifestazioni in Italia e in Francia.
Chi sono i ragazzi fermati a Milano? Soprattutto adolescenti e giovanissimi. Alcuni vivono nei quartieri popolari di Milano, molti arrivano dall’hinterland e da altre province lombarde, fra cui Bergamo, Como, Lecco e Monza e Brianza. Ci sono ragazzi di seconda generazione, nati o cresciuti qui in famiglie originarie di Marocco, Pakistan e Albania, e giovani con genitori italiani di nascita. Tra le 271 persone portate in questura domenica 18 ottobre, 211 avevano cittadinanza italiana e 60 straniera. Ma il dato che colpisce di più è l’età: 220 erano minorenni. Prevalentemente di quindici e sedici anni, anche se nei giorni successivi i carabinieri di Milano hanno identificato addirittura un bambino di undici anni.
Che cosa rischiano? Un adulto che sfonda una vetrina per rubare la merce rischia da due a sei anni di carcere per furto aggravato. Se usa violenza o minacce contro una persona per rubare, tenersi la merce o fuggire immediatamente dopo, commette una rapina, punita da cinque a dieci anni. La pena sale da sei a vent’anni se agisce insieme ad altre persone, a volto coperto o con armi. L’accusa più grave contestata ad alcuni degli arrestati a Milano è devastazione e saccheggio: prevede da otto a quindici anni, con un aumento quando il reato avviene durante una manifestazione in luogo pubblico. Riguarda distruzioni e razzie che, per ampiezza e modalità, mettono in pericolo la sicurezza e la tranquillità collettiva. Fra le contestazioni ci sono anche resistenza aggravata a pubblico ufficiale, da sei mesi a quindici anni, e lesioni, da due a cinque anni. Quando più reati fanno parte di un unico piano, il giudice parte dalla pena per quello più grave e la aumenta per gli altri. I filmati potranno aiutare a ricostruire gli episodi. Nei processi l’accusa dovrà dimostrare che cosa ha fatto ciascuno e quale contributo consapevole abbia dato alle violenze.
E i minorenni? Per i minorenni fra quattordici e diciassette anni la legge prevede una riduzione della pena, dopo averne accertato la capacità di intendere e di volere. Chi ha meno di quattordici anni non può ricevere una condanna penale. Il tribunale può però disporre un percorso educativo seguito dai servizi sociali, con attività di volontariato e sostegno ai genitori (controllare che frequenti la scuola, stabilire regole in famiglia e verificare che le rispetti). Se questi interventi risultano insufficienti, può disporre il trasferimento temporaneo in una comunità educativa, dove il ragazzo vive sotto la supervisione degli educatori.
Che cosa cambia, concretamente, con il nuovo decreto sicurezza? Il governo ha introdotto un nuovo reato nel codice penale: «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche». Punisce con due-cinque anni di carcere e una multa da 10 mila a 20 mila euro chi, durante una manifestazione, partecipa a un gruppo organizzato di almeno cinque persone e usa mazze, bastoni o altri strumenti offensivi, oppure lancia oggetti o materiale pirotecnico, creando un pericolo concreto per le persone e provocando danni alle cose. Le pene aumentano se si agisce a volto coperto. Per chi organizza o promuove il gruppo, oppure istiga quelle violenze anche online, sono previsti quattro-dodici anni. La norma si applica se il fatto non costituisce un reato più grave. Il decreto introduce anche nuove aggravanti: per esempio, aumenta da un terzo alla metà la pena per il danneggiamento commesso da un gruppo organizzato di almeno cinque persone.
Solo questo? No. Il decreto estende l’arresto in flagranza differita ad altri reati, fra cui devastazione e saccheggio, e ai minorenni. Se immagini o documenti mostrano inequivocabilmente il reato e il suo autore, la polizia può arrestarlo appena lo identifica, comunque entro 48 ore dal fatto. Il decreto amplia anche il trattenimento preventivo: durante specifiche operazioni in luoghi affollati, anche fuori dalle manifestazioni, la polizia può portare nei propri uffici chi, sulla base di elementi concreti, potrebbe mettere in pericolo la sicurezza. Può trattenerlo per il tempo necessario agli accertamenti, fino a dodici ore. Deve avvisare subito il pubblico ministero, che ordina il rilascio se mancano i presupposti. Infine il decreto introduce il divieto di ritrovarsi con determinate persone in determinati luoghi, ma solo in caso di requisiti specifici.
Cioè non posso andare a cena con i miei amici? Puoi. A meno che il tuo gruppo di amici, composto da almeno cinque persone, abbia tenuto comportamenti violenti, intimidatori o gravemente molesti in un luogo pubblico o aperto al pubblico e il questore ti abbia imposto il divieto. Per farlo, il questore deve verificare anche che tu abbia ricevuto, nei cinque anni precedenti, uno dei provvedimenti di prevenzione indicati dalla legge oppure una condanna, anche non definitiva, per reati contro la persona o il patrimonio commessi in luoghi pubblici o aperti al pubblico. Il questore deve specificare con chi non puoi ritrovarti e dove, eventualmente indicando anche le fasce orarie. Il divieto dura al massimo un anno e può riguardare anche ragazzi dai quattordici anni.
Quindi useranno queste nuove pene contro chi ha saccheggiato Milano? Non per i fatti del 17 e 18 ottobre. Il decreto è entrato in vigore il 23 ottobre: i nuovi reati e gli aumenti di pena non possono essere applicati a comportamenti precedenti. È il principio di irretroattività della legge penale sfavorevole. Per quegli episodi valgono i reati e le pene già previsti quando sono avvenuti.
Ma allora perché il governo ha approvato il decreto, se i saccheggi erano già punibili? Per punire più severamente alcuni comportamenti futuri e ampliare gli strumenti di prevenzione. L’associazione Antigone critica questa scelta: il governo risponde spesso ai fatti di cronaca con nuovi reati e pene più alte, anche per condotte già punibili. Secondo il rapporto pubblicato il 19 maggio, a quella data erano stati introdotti dall’inizio della legislatura oltre 55 nuovi reati e oltre 65 aumenti di pena.
Dimmene tre. Dopo il rave di Modena del 29-31 ottobre 2022, il governo ha introdotto pene da tre a sei anni per chi organizza o promuove l’invasione di terreni o edifici altrui per raduni musicali, quando le violazioni delle norme su droghe, sicurezza o igiene creano un concreto pericolo per le persone. Dopo il naufragio di Cutro del 26 febbraio 2023, il governo ha introdotto un nuovo reato per chi favorisce l’immigrazione irregolare attraverso trasporti pericolosi o trattamenti inumani o degradanti: la pena di base va da venti a trent’anni se ne deriva la morte di più persone. Nel settembre successivo, dopo gli stupri di gruppo a Caivano, ha sostituito con il carcere l’ammenda per l’inosservanza dell’obbligo scolastico: fino a due anni per la mancata iscrizione e fino a uno per le assenze ingiustificate che eludono l’obbligo. Ne risponde chi deve garantire l’istruzione del minore e, senza giustificazioni, non provvede neppure dopo l’ammonimento del sindaco.
Chi ripaga i negozianti? I negozianti possono chiedere il risarcimento a chi ha causato i danni e, se è minorenne, anche ai genitori. Lo prevedeva già il codice civile. I genitori possono evitare di risponderne se dimostrano di non aver potuto impedire il fatto, pur avendo educato adeguatamente il figlio e vigilato su di lui. Il nuovo decreto aggiunge una sanzione amministrativa ai genitori per determinati reati dei figli: da 500 a mille euro, da mille a duemila se il figlio ripete la condotta. Il genitore può evitarla dimostrando di non aver potuto impedire il fatto. La sanzione va allo Stato e si aggiunge all’eventuale risarcimento dovuto al danneggiato. Il decreto facilita inoltre la richiesta di risarcimento. Il negoziante può usare il provvedimento con cui il prefetto sanziona il genitore, i relativi atti e una valutazione tecnica dei danni per chiedere al giudice un decreto ingiuntivo: un ordine di pagamento provvisoriamente esecutivo, che permette di avviare il recupero dei soldi senza aspettare la conclusione di una causa ordinaria. Per i danni ai beni pubblici, il prefetto può ordinare direttamente ai genitori il risarcimento. Ottenere un ordine di pagamento non significa necessariamente recuperare i soldi: chi deve pagare deve avere denaro o beni su cui il danneggiato possa rivalersi. E ripeto: le nuove sanzioni amministrative non si applicano ai fatti precedenti al 23 ottobre
L’ordine pubblico a Milano dipende dal sindaco Beppe Sala o dal governo? Dalle autorità statali. Il ministro dell’Interno dirige e coordina la sicurezza pubblica a livello nazionale; nella provincia il prefetto coordina le forze disponibili e il questore dirige le operazioni, compresi i servizi durante i cortei. Il sindaco partecipa al comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e collabora attraverso la polizia locale, ma non comanda i reparti di polizia e carabinieri.
I cinquecento militari inviati a Milano possono arrestare persone? In alcuni casi sì, con i poteri che hanno già. Come qualsiasi cittadino, possono arrestare una persona colta in flagranza di un reato perseguibile d’ufficio per cui la polizia ha l’obbligo di arresto. Devono poi consegnarla subito agli agenti. Il decreto non attribuisce invece ai soldati le funzioni di polizia giudiziaria, necessarie per svolgere indagini e compiere gli arresti riservati a chi esercita quelle funzioni. Secondo un retroscena del Corriere della Sera, Crosetto aveva proposto di ampliare i loro poteri, ma il Quirinale, Piantedosi e il capo della Polizia Vittorio Pisani si sarebbero opposti, anche per le perplessità sulla formazione dei soldati in materia. I cinquecento militari aggiuntivi già operativi dal 24 ottobre opereranno fino al 31 dicembre 2026 nell’ambito di Strade sicure, l’operazione avviata il 4 agosto 2008. Sorvegliano luoghi sensibili e pattugliano il territorio, permettendo di destinare più agenti ad altri servizi, compreso l’ordine pubblico. Possono chiedere i documenti, identificare le persone e, nei casi consentiti dalla legge, perquisire sul posto persone e veicoli. Possono anche accompagnare qualcuno negli uffici di polizia per completare gli accertamenti. Il decreto non assegna loro il compito di gestire i cortei come reparti antisommossa.
Non ho capito: chi sono gli autotrasportatori e perché hanno protestato proprio adesso? Sono le imprese e i lavoratori che trasportano merci su strada per conto dei clienti. La categoria comprende grandi aziende, piccole ditte e lavoratori autonomi che possiedono e guidano il proprio camion. Hanno protestato soprattutto per il prezzo del gasolio, aumentato con la crisi energetica aggravata dalla guerra in Iran. Se il compenso per un viaggio resta uguale ma il carburante costa di più, l’impresa guadagna meno o lavora in perdita. Chiedono quindi aiuti e tariffe che seguano l’aumento dei costi.
Non potrebbero semplicemente aumentare il prezzo dei trasporti? Dipende dal contratto e dalla possibilità di far rispettare gli adeguamenti. Un piccolo trasportatore che lavora per un grande committente non può sempre imporre una tariffa più alta senza rischiare di perdere il lavoro.
Perché protestano ora? La guerra in Iran è scoppiata otto mesi fa. In realtà si erano già mobilitati. Unatras, che riunisce diverse associazioni nazionali degli autotrasportatori, aveva proclamato un fermo dal 25 al 29 maggio, poi lo aveva sospeso dopo un accordo con il governo. A ottobre i trasportatori hanno denunciato ritardi negli aiuti promessi e nell’attuazione di quegli impegni. Intanto la crisi energetica aggravata dalla guerra in Iran ha fatto aumentare il prezzo del gasolio. I trasportatori pagano il carburante subito: se i clienti continuano a pagare la stessa tariffa per un viaggio, il rincaro riduce o cancella il guadagno. Confindustria Catania ha stimato un aumento di circa 35 centesimi al litro rispetto a febbraio: per mille litri, un’impresa spende 350 euro in più.
Come si passa dai camion fermi ai supermercati vuoti? I supermercati ricevono consegne continue, soprattutto per i prodotti freschi. Se i camion non arrivano, le scorte si esauriscono; se restano bloccate anche le autocisterne, si fermano i distributori. Le difficoltà raggiungono poi i servizi che usano carburante, dai trasporti pubblici alla raccolta dei rifiuti. Il blocco colpisce anche la produzione: il 20 ottobre Rummo ha comunicato di aver sospeso l’attività per mancanza di materie prime e La Molisana ha riferito di lavorare grazie alle scorte. Le conseguenze, quindi, non riguardano soltanto i supermercati rimasti senza merce.
Perché hanno protestato solo nel Sud Italia? Non soltanto al Sud: il 21 ottobre camionisti e agricoltori hanno manifestato anche a Ravenna. I blocchi più estesi si sono però concentrati nelle regioni meridionali. Hanno pesato sia l’organizzazione della protesta sia le caratteristiche delle imprese. I fermi sono partiti da coordinamenti regionali e gruppi autonomi, mentre le principali associazioni nazionali non hanno proclamato un fermo comune. Nel Mezzogiorno sono inoltre più presenti piccole imprese e camionisti autonomi: hanno meno risorse per sostenere i rincari e meno forza contrattuale per ottenere tariffe migliori dai clienti. In Sicilia si aggiungono i costi dei traghetti per raggiungere la penisola. Il gasolio rincara per tutti, ma non tutte le imprese riescono ad assorbire gli aumenti allo stesso modo.
Che cosa ha fatto il governo per riaprire le strade? Il ministero dell’Interno ha disposto interventi per liberare i presidi e scorte di polizia ai trasportatori che volevano consegnare. Nel bilancio del 21 ottobre risultavano 1.339 persone identificate, 71 denunciate e 242 sanzionate sul piano amministrativo. Il 22 ottobre la Commissione di garanzia sugli scioperi ha chiesto la precettazione per ripristinare le consegne essenziali, segnalando un pericolo grave per salute, sicurezza e libertà di circolazione. La precettazione può imporre determinate prestazioni o limitare la durata del fermo. Richiede però un’ordinanza del governo o del prefetto competente.
Bloccando le strade gli autotrasportatori hanno commesso reati? Impedire la circolazione con camion o altri ostacoli può costituire blocco stradale: la pena va da uno a sei anni e raddoppia se agiscono più persone, anche non riunite, oppure se usano violenza o minacce. Per chi blocca la strada con il proprio corpo, la legge prevede fino a un mese di carcere o una multa fino a 300 euro; se partecipano più persone riunite, da sei mesi a due anni. Durante i fermi, diversi camionisti hanno denunciato anche intimidazioni per costringerli a non lavorare: pressioni, minacce da persone a volto coperto e pneumatici tagliati. Questi comportamenti possono costituire ulteriori reati, sui quali gli investigatori devono accertare le responsabilità.
Ma è vero che dietro c’è la mafia? Non è stato ancora accertato. Il 21 ottobre il viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida hanno parlato di possibili infiltrazioni criminali. Lollobrigida ha richiamato i precedenti penali di alcuni protagonisti della protesta; il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto a prefetti e questori di verificare il rischio. Il 22 ottobre, dopo le segnalazioni dei camionisti, la Procura di Napoli ha disposto accertamenti preliminari. Le verifiche servono a capire chi abbia compiuto le intimidazioni e se esistano collegamenti con la criminalità organizzata. Le denunce, da sole, non dimostrano una regia mafiosa della protesta.
Che cosa ha concesso il governo per fermare la protesta? Il decreto approvato il 22 ottobre aggiunge 105,2 milioni di euro agli aiuti sul gasolio per gli autotrasportatori: 45,2 milioni per gli acquisti da marzo ad agosto e 60 milioni per quelli dal 1° settembre al 5 ottobre. Le imprese riceveranno un credito d’imposta, cioè una somma da usare per ridurre tasse e contributi da versare. Sono risorse aggiuntive rispetto a quelle già stanziate. Per gli agricoltori il testo prevede 60 milioni di euro, con un contributo pari al 20 per cento della spesa per il carburante, fino a un massimo di 45 centesimi al litro. Per le imprese della pesca stanzia 10 milioni, con un contributo pari al 10 per cento della spesa. In entrambi i casi gli aiuti riguardano gli acquisti dal 1° giugno al 15 ottobre e non devono essere restituiti. Le imprese di autotrasporto iscritte all’Albo potranno inoltre rinviare al 31 marzo 2027 le rate del leasing in scadenza dal 1° novembre a quella data. Il leasing permette di utilizzare un camion pagando rate alla società proprietaria del mezzo. La sospensione lascia più soldi a disposizione dell’impresa nell’immediato: le rate andranno pagate più avanti, il contratto si allungherà e gli interessi resteranno dovuti.
E basta? Il decreto interviene sui compensi dei viaggi con quello che il governo chiama “metodo spagnolo”. Il ministero dei Trasporti stabilirà parametri per calcolare quanto pesa il carburante sulla tariffa. Nei contratti non scritti, gli autotrasportatori dovranno usare i valori minimi ministeriali e indicare separatamente in fattura la quota legata al gasolio. L’obiettivo è adeguare il compenso ai rincari, facendone sostenere una parte anche al cliente che commissiona il trasporto.
Questi soldi sono già arrivati? Bisogna distinguere lo stanziamento, il riconoscimento del credito e la possibilità di usarlo. Una parte della protesta riguarda fondi promessi nei mesi precedenti che le imprese aspettavano ancora di poter utilizzare. Il 22 ottobre Rixi ha annunciato che i primi crediti sarebbero stati disponibili a partire da questa settimana. Le imprese potranno chiedere gli aiuti per il gasolio acquistato fra il 1° settembre e il 5 ottobre dai primi di novembre. Una volta ottenuto, potranno utilizzare il credito d’imposta fino al 31 dicembre 2027. Per il gasolio acquistato da marzo ad agosto, invece, il credito va utilizzato entro il 31 dicembre di quest’anno.
Perché l’accordo non ha fermato subito tutti i blocchi? Perché le associazioni che hanno trattato con il governo non controllano tutti i presidi. Le undici sigle nazionali dell’Albo hanno accolto positivamente il decreto e avevano chiesto di liberare le strade. Altri trasportatori giudicavano insufficienti gli interventi e chiedevano una riduzione più diretta del prezzo del carburante. La divisione si era già vista in Sicilia: alla revoca del fermo annunciata dal Comitato Trasportatori Siciliani, altri gruppi avevano risposto decidendo di continuare. Un’intesa con i rappresentanti nazionali può sbloccare gli aiuti, ma non spegne automaticamente ogni protesta locale.
Adesso la protesta è finita? I principali blocchi sono rientrati, ma la vertenza resta aperta. Nella notte fra il 22 e il 23 ottobre sono stati rimossi i presidi sulla rete autostradale campana, nel Casertano e nel Salernitano, e quello al varco Bausan di Napoli. Restano i problemi di rifornimento: liberare una strada non fa arrivare contemporaneamente tutte le autocisterne e tutti i camion nei punti vendita. Le associazioni aspettano il tavolo con il ministero dei Trasporti del 27 ottobre per verificare impegni e applicazione delle misure. Alcune hanno già avvertito che, senza risposte adeguate, potrebbero riprendere la mobilitazione.
LaPresse
Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede.
Perché ne stanno parlando tutti?
Punto primo Perché è successo a Milano, la città che sa raccontarsi meglio d’Italia: quella che si presenta come la più europea, dove si trovano più opportunità e bisogna andare per diventare qualcuno. I saccheggi hanno squarciato il velo di Maya proprio nel luogo che rappresenta quell’immagine nel mondo: piazza Duomo, dove di solito turisti asiatici e nordamericani si fanno i selfie. Conosciamo quella piazza anche senza aver mai vissuto a Milano. È il salotto buono della città: portarci la guerriglia fa l’effetto di un bambino che fa la pipì mentre ci sono gli ospiti. Salta l’immagine impeccabile che si voleva mostrare. È questo divario tra il racconto di Milano e le scene dei saccheggi ad aver attirato l’attenzione di tutti: chi celebra quel modello si è trovato davanti alle sue contraddizioni; chi lo critica ci ha trovato una conferma che non va tutto bene.
Poi c’è il confronto con la Francia. Le proteste partite dai licei per chiedere insegnanti e condizioni di studio migliori si sono intrecciate al carovita e alle contestazioni contro il governo. In diverse città, da Parigi a Lille e Marsiglia, ci sono stati scontri, incendi e saccheggi. Le immagini italiane sembrano il seguito di quelle francesi, con pochi giorni di ritardo. La tentazione di cercare un precedente storico è irresistibile. Tornano il Maggio francese, il Sessantotto, il Settantasette. Qui però conviene rimettere in ordine il calendario: la contestazione italiana era già cominciata nel 1968 e gli scontri di Valle Giulia, a Roma, sono avvenuti il primo marzo, prima del Maggio francese. Ma iil movimento del 1977 è arrivato quasi dieci anni dopo, in un contesto politico diverso.
Nella testa di molti lettori il collegamento è con la cronaca, più che la storia: stiamo diventando come la Francia dove i ragazzi delle banlieue saccheggiano i negozi e bruciano le automobili per sfogare la rabbia sociale? Sono immagini già viste, alle quali ora si aggiungono quelle di Milano. La scorciatoia mentale è considerare i ragazzi ripresi mentre spaccano una vetrina come i rappresentanti dei giovani di origine maghrebina, oppure delle seconde generazioni, o dei giovani in generale. Oppure invitare un coetaneo che si comporta in modo opposto, per dimostrare che non tutti sono uguali. Il gruppo cambia a seconda di chi commenta.
Il sociologo Stanley Cohen aveva studiato un meccanismo simile in “Folk Devils and Moral Panics”, pubblicato nel 1972. Partiva dagli scontri scoppiati nelle località balneari inglesi tra mods e rockers, due gruppi giovanili degli anni Sessanta: i primi appassionati di abiti eleganti e scooter, i secondi di giacche di pelle, motociclette e rock and roll. Cohen mostrava come i giornali avessero esagerato il numero dei ragazzi coinvolti nelle violenze e la gravità dei danni, trasformando quegli episodi in un allarme sull’intera gioventù britannica. Le azioni di pochi diventavano il ritratto di una generazione. Oggi il ragazzo che sfonda una vetrina lo vediamo decine di volte. Quelli che hanno passato il pomeriggio a studiare o lavorare non hanno prodotto un video altrettanto interessante.
Punto secondo
Perché torna uno dei generi preferiti del giornalismo: il predicozzo sui giovani e sui tempi che stiamo vivendo. Gli editorialisti si sgranchiscono le nocche e si preparano a prendere un episodio particolare per ricavarne una spiegazione generale. I genitori hanno sbagliato tutto, la scuola non educa, la società non offre prospettive. Il materiale basta per diversi giorni. Certo, c’è un «malessere». È una parola abbastanza larga da contenere moltitudini, ma le difficoltà economiche esistono. I figli degli immigrati crescono nello stesso paese dei loro coetanei, con salari che crescono poco e carriere difficili da immaginare. A fare la differenza possono essere anche una casa di famiglia e i risparmi dei nonni. Chi li ha può permettersi di aspettare, cambiare lavoro, sbagliare. Chi deve pagare tutto con quello che guadagna ha molto meno margine. Luca Ricolfi, nel saggio “La società signorile di massa”, uscito nel 2019, ha indicato proprio nella ricchezza accumulata dalle generazioni precedenti uno dei sostegni del benessere italiano. Quel patrimonio permette a molte famiglie di aiutare i figli anche quando il lavoro rende poco.
Questo «malessere» è diventato a sua volta un genere giornalistico. Abbondano le interviste a filosofi e psicologi chiamati a spiegare la fine dei tempi. Massimo Cacciari, che in queste conversazioni si trova piuttosto a suo agio, su La Stampa ha parlato di giovani senza speranza, che si sentono traditi dalle generazioni precedenti. I giornali continuano a intervistare e commentare anche perché i lettori continuano a cercare risposte. Soprattutto quelli con figli: anche mio figlio è così? E i suoi amici? E il ragazzo di origine maghrebina che vedo sotto casa? Il filone si riaccende ogni volta che una violenza offre un nuovo motivo per preoccuparsi.
Nel dibattito finiscono così episodi diversissimi: Salim El Koudri, che aveva trentun anni quando ha travolto i passanti a Modena; gli insegnanti aggrediti; i due minorenni accusati delle aggressioni dalla minicar a Roma. Fra le loro vittime c’è Davide Iacopini, l’attore della serie tv “Maschi veri”, colpito con un calcio da un passeggero mentre viaggiava in monopattino. I ragazzi hanno confessato, spiegando, secondo la ricostruzione degli interrogatori, di averlo fatto per divertirsi.
Non è facile parlarne senza finire nella melensa retorica degli adulti che cercano di compiacere i giovani, attribuendo ogni loro gesto alla società sporca, brutta e cattiva che hanno ereditato. In questi giorni è tornato anche “L’odio”, il capolavoro del 1995 di Mathieu Kassovitz. Racconta tre amici di una banlieue francese, Vinz, Saïd e Hubert, dopo una notte di scontri con la polizia che ha lasciato un loro amico in coma.
Qualcuno dovrebbe però ricordare che il cinema racconta da parecchio tempo anche la noia, il nichilismo e la violenza dei giovani. “Gioventù bruciata” è del 1955 e il titolo originale è già esplicativo: “Rebel without a cause”. In “Arancia meccanica”, del 1971, Alex e i suoi compagni picchiano e terrorizzano le persone per il gusto di farlo. Si può continuare con esempi più recenti come “Funny Games”, del 1997, in cui Michael Haneke mette due giovani apparentemente educati a torturare una famiglia borghese come se stessero giocando. I genitori potevano spaventarsi anche prima di TikTok. Oppure, senza scomodare il cinema, ci si può ricordare di Mattia Sangermano, il ragazzo intervistato dopo gli scontri contro Expo a Milano, il primo maggio 2015. Al giornalista che gli chiedeva che senso avesse dare fuoco a una banca ha risposto: «Minchia, ma la banca è l’emblema della ricchezza, cioè se non do fuoco alla banca sono un coglione». Anche allora abbiamo passato giorni a discutere della violenza giovanile e a condividere lo stesso video.
In un saccheggio possono esserci anche l’adrenalina, il gruppo che incoraggia, la sensazione di poterla fare franca e la voglia di portarsi a casa qualcosa. Cercare per forza un progetto politico dentro ogni vetrina rotta può diventare un’altra forma di compiacimento degli adulti. È una lettura più vicina alla sensibilità di Linkiesta. Assia Neumann Dayan ha criticato proprio gli adulti che cercano un messaggio profondo nei saccheggi e fanno a gara per conquistarsi il consenso degli adolescenti.
Il fermo di Siher ha offerto al dibattito un altro personaggio. Crosetto ha insistito sul suo percorso di studi e sulle collaborazioni professionali per contestare la spiegazione del disagio sociale. Ma il profilo di un indagato non spiega, per proprietà transitiva, quello dei ragazzi che hanno saccheggiato. Tanto più che il rapporto fra la gestione dei canali e le violenze del primo fine settimana deve ancora essere ricostruito.
Punto terzo Perché questo caos ha prodotto anche un sottogenere di video che circolano su X e Instagram: gli scazzi con la polizia. Sono uno spettacolo di arte varia del nostro rapporto con l’autorità. C’è la signora che chiede buone maniere durante il controllo dei documenti. Poi c’è il ragazzo che protesta in dialetto siciliano per una presa al collo mentre filma. E quello che prende in giro i manifestanti perché, secondo lui, non hanno il physique du rôle per affrontare una battaglia del genere. Alcuni di questi scazzi diventano notizie acchiappaclic, altri entrano negli editoriali. In generale soddisfano il nostro voyeurismo: ci piace guardare la realtà mentre accade, ascoltare una risposta storta, vedere chi perde la pazienza. Possiamo immaginarci al posto di chi viene fermato o di chi sta cercando di lavorare in mezzo al caos. Poi decidiamo con chi stare.
Il confine tra spontaneità e recita è sottile. Chi viene ripreso sa spesso di avere un pubblico e può cercare la battuta, insistere, allungare la scena. Non per fare i pasoliniani nel 2026, ma a un poliziotto che si comporta correttamente tocca anche gestire chi cerca il proprio momento di gloria davanti a uno smartphone. Meriterebbe un aumento. La destra accusa la sinistra di giustificare i violenti. La sinistra prova, con qualche impaccio, a distinguere chi manifesta da chi saccheggia. Una distinzione necessaria, ma difficile da far valere nella gara a dimostrare che gli avversari stanno dalla parte dei delinquenti. L’imbarazzo dovrebbe riguardare però chi governa da quattro anni e ha fatto della sicurezza una delle proprie promesse principali.
Dopo due giorni di saccheggi, il governo deve spiegare che cosa non ha funzionato nella prevenzione. Ai media spetta chiederglielo con la stessa insistenza con cui riportano gli annunci di nuove pene. In altre occasioni la gestione dell’ordine pubblico è stata al centro del racconto: a Pisa e Firenze, nel febbraio 2024, con le polemiche sulla proporzionalità delle cariche contro gli studenti; a Bologna, nel novembre 2025, quando gli scontri durante la protesta contro la partita Virtus-Maccabi aprirono una polemica sulle scelte del Viminale.
In pochi hanno chiesto al governo perché le violenze si siano ripetute anche domenica, dopo quelle di sabato. Pochi hanno chiesto anche quali risultati abbiano prodotto i provvedimenti, dal decreto sicurezza del 2025 in giù, hanno introdotto nuovi reati e limitato alcune forme di protesta. Il loro bilancio deve riguardare la sicurezza ottenuta, insieme alle libertà ristrette. In parte per le ragioni spiegate finora, i media invece hanno parlato soprattutto delle violenze, rilanciando la richiesta di nuove strette, rafforzando paradossalmente proprio chi dovrebbe rispondere della prevenzione. La destra può presentarsi come la parte che ha capito meglio il problema, mentre il centrosinistra fatica a rendere riconoscibile una propria proposta sulla sicurezza. E la discussione si sposta dall’efficacia delle leggi già approvate alla necessità di approvarne un’altra.
Punto quarto
Di solito in questa newsletter proviamo a spiegare perché i giornali parlano tanto di una notizia. Questa volta bisogna spiegare una sensazione opposta: perché molti lettori hanno avuto l’impressione che nessuno raccontasse le proteste nel Sud Italia? La copertura c’è stata, ma almeno tre fattori hanno contribuito a renderla meno visibile. Il primo è la concomitanza con i fatti di Milano. I saccheggi hanno prodotto moltissimi video e aperto altrettanti filoni di discussione di cui abbiamo parlato ampiamente. I blocchi degli autotrasportatori sono stati segnalati fin dall’inizio, ma raccontare un fatto non significa dedicargli anche editoriali, interviste e approfondimenti da ogni possibile angolazione. Milano offriva alle redazioni più immagini e più argomenti con cui alimentare il dibattito.
Il secondo fattore è geografico. Molti presidi occupavano svincoli autostradali, accessi ai porti e aree industriali: luoghi fondamentali per il funzionamento del paese, ma meno riconoscibili del centro di Milano. La protesta era distribuita fra più regioni, senza un unico epicentro visibile. Questo può aver favorito una lettura iniziale come somma di proteste locali, ritardando la comprensione delle conseguenze nazionali.
Il terzo fattore è legato in parte al secondo: la sensazione di aver già visto quelle immagini. Le mobilitazioni di camionisti, agricoltori e pescatori possono aver attivato un vecchio riflesso delle redazioni: un’altra protesta di categoria, un’altra stagione di blocchi. Il ricordo delle proteste dei Forconi in Sicilia, nel 2012, è ancora vicino. Chi ha qualche anno in più ricorderà anche gli allevatori contro le quote latte negli anni Novanta, con il latte versato nelle piazze. Più recentemente abbiamo visto i trattori bloccare Bruxelles durante le proteste del 2024 contro le politiche europee.
Bloccare la circolazione è da decenni uno strumento di pressione per portare governi e istituzioni al tavolo delle trattative. Ma la familiarità delle immagini può far sembrare meno nuova una notizia. È il solito, abusato esempio del cane che morde l’uomo e dell’uomo che morde il cane. Questo può spiegare una sottovalutazione iniziale, senza giustificarla: riconoscere una forma di protesta non significa averne già capito la portata.
Poi è intervenuto Fiorello, l’unico vero showman della televisione italiana, dotato da sempre di un grande senso della notizia e della capacità di capire cosa passa nella testa degli italiani. Il 18 ottobre, collegato al Tg1 per presentare lo speciale Tg1 edizione più che straordinaria, ha chiesto attenzione per i manifestanti: «La luce deve essere accesa anche al Sud». Un richiamo garbato, ma abbastanza pungente da diventare a sua volta una notizia, ripresa da diversi giornali.
Si è creato così un piccolo circuito metagiornalistico: raccontando la polemica sulla scarsa copertura, i media sono tornati a raccontare anche le proteste. Potremmo battezzarlo il “Loop Fiorello”: la sensazione che si parli troppo poco di una notizia diventa essa stessa una notizia, offrendo ai giornali un motivo in più per parlarne.
Questa è “Non ho capito”, la newsletter di Linkiesta che ogni sabato mattina rimette in ordine la notizia di cui parlano tutti e spiega perché i giornali ne parlano. È curata da Andrea Fioravanti. Se vuoi riceverla due giorni prima della pubblicazione online, puoi iscriverti, cliccando qui.
C’è una certa pigrizia intellettuale nel definire Alternative für Deutschland un partito xenofobo di estrema destra. Lo è, ma non solo. A distinguere l’AfD da buona parte dei movimenti sovranisti europei c’è una formazione economica legata alla diffidenza verso qualsiasi forma di condivisione del debito. Il partito nacque nel 2013 per iniziativa di Bernd Lucke, professore di economia ad Amburgo, e di altri accademici contrari ai salvataggi dei paesi indebitati durante la crisi dell’euro. La Grecia, e per un soffio l’Italia. Poi è arrivato il 2015, la crisi migratoria è diventata il tema del decennio e il partito è stato conquistato dalla destra nazionalista. Lucke se n’è andato, ma non la sua visione economica.
Nella prima stagione del populismo europeo, quella esplosa dopo la crisi finanziaria del 2008 e culminata con la Brexit e l’elezione di Donald Trump nel 2016, la ricetta sovranista era primitiva: incolpare l’Europa di qualsiasi male e uscire, preferibilmente sbattendo la porta. Giorgia Meloni chiedeva di abbandonare l’euro, Marine Le Pen prospettava persino un referendum sulla permanenza della Francia nell’Unione. Ancora nel programma elettorale del 2025 l’AfD sosteneva il ritorno a una moneta nazionale. La leader Alice Weidel ha scelto una strategia più sofisticata, per attrarre il pragmatico elettorato tedesco: promettere di regredire l’Unione europea di almeno cinquant’anni.
Il suo New Deal for Europe, presentato il 21 ottobre a Strasburgo, comincia da una proposta originale: abolire l’elezione diretta del Parlamento europeo e tornare a prima del 1979, quando i rappresentanti erano designati dai parlamenti nazionali. La Commissione verrebbe declassata a una sorta di segreteria al servizio dei governi. Un passo indietro che andrebbe persino oltre le origini dell’integrazione europea: già la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nata nel 1951 come primo nucleo della futura Unione, disponeva di un’Alta Autorità indipendente con poteri decisionali vincolanti. Anche la Corte di giustizia, istituita nel 1952, verrebbe sostituita da un tribunale arbitrale, competente soltanto sulle controversie relative ai trattati e non più sulle materie riservate agli Stati. Le costituzioni nazionali dovrebbero prevalere sul diritto europeo nelle competenze sottratte a Bruxelles. L’AfD conserverebbe invece il primato delle norme comuni nel mercato unico, che considera uno dei pochi compiti essenziali dell’Unione. Il principale centro delle decisioni politiche europee diventerebbe il Consiglio europeo, l’organo dove siedono i capi di Stato e di governo dei Ventisette Stati membri.
Weidel vuole poi ridurre il bilancio comunitario, abolire le risorse proprie legate all’Iva e alla plastica non riciclata, impedire nuove emissioni di debito garantito congiuntamente e subordinare i fondi di coesione a risultati verificabili, utilizzando il veto tedesco sulle decisioni di finanziamento europeo per imporre le riforme. Berlino dovrebbe potersi sottrarre alle regole comuni sull’immigrazione attraverso deroghe garantite dai trattati, respingendo le quote di ricollocamento dei richiedenti asilo, e recuperare autonomia nella politica energetica, potendo scegliere liberamente fra nucleare, carbone, gas e rinnovabili.
Alla Banca centrale europea verrebbe chiesto di concentrarsi rigorosamente sulla stabilità dei prezzi, mentre le maggiori economie dell’eurozona dovrebbero contare di più nelle decisioni monetarie, attraverso diritti di voto proporzionati alle quote di capitale. Il piano chiede inoltre di porre fine al finanziamento indiretto dei debiti pubblici da parte della BCE. Al momento Afd non propone necessariamente di abolire l’euro, ma di riformarlo radicalmente, introducendo anche un meccanismo ordinato di insolvenza per gli Stati membri.
Che cosa rimarrebbe dopo questo smantellamento? Un’Unione ridotta alle poche funzioni che l’AfD considera davvero comuni: il mercato unico, la protezione delle frontiere esterne, la lotta alla criminalità transnazionale e la cooperazione nella ricerca, nell’industria e nella tecnologia militare. Ma con una differenza sostanziale: i grandi progetti comuni sarebbero decisi e finanziati dagli Stati, senza nuovo debito europeo, mentre Bruxelles avrebbe soprattutto il compito di coordinarli. Insomma, Weidel vuole spingersi più indietro delle origini stesse del progetto europeo, cancellando proprio quei poteri sovranazionali sui quali era stato costruito. La sovranità tedesca prima di tutto.
Per ora due ostacoli si frappongono tra Weidel e il suo progetto di rifondazione dell’Unione europea. Il primo è il calendario: le prossime elezioni federali tedesche sono previste nel 2029, salvo uno scioglimento anticipato del Bundestag. Il secondo è la Brandmauer, il cordone sanitario con cui i partiti tradizionali escludono alleanze di governo con l’AfD. Il cancelliere Friedrich Merz ha ribadito il rifiuto dei cristianodemocratici di collaborare con Weidel. E anche gli importanti successi elettorali dell’AfD in Sassonia Anhalt e Meclemburgo Pomerania Anteriore non bastano a garantirle maggioranze autonome. Tre anni in politica sono un’eternità, e il tempo può giocare a favore di entrambe le parti. Gli avversari dell’AfD scommettono su un ridimensionamento del suo consenso; i sostenitori contano su un’ulteriore crescita elettorale che finisca per incrinare il cordone sanitario e costringere i partiti tradizionali a fare i conti con Weidel.
Nel frattempo cambierà sicuramente la Francia: Emmanuel Macron non potrà candidarsi per un terzo mandato consecutivo e Marine Le Pen sa di essere la favorita alle elezioni presidenziali del 2027. Il 14 ottobre, una settimana prima di Weidel, ha illustrato a Bruxelles il proprio progetto europeo. Anche lei ha abbandonato l’idea di lasciare l’Unione. E anche lei vuole trasformare la Commissione in un organismo subordinato ai governi, riducendola a un segretariato e negandole competenze autonome nella sanità, nella sicurezza, nella diplomazia e nell’intelligence. Vorrebbe anche sopprimere il Comitato delle regioni e il Comitato economico e sociale europeo, altre due istituzioni europee importanti, ma poco conosciute dal grande pubblico. Propone inoltre di limitare a cinque miliardi di euro annui il contributo netto francese al bilancio comunitario, rispetto ai circa otto miliardi del 2024. Non arriva però a chiedere la cancellazione delle elezioni dirette del Parlamento europeo. Né rinuncia all’idea che la cooperazione Ue possa rafforzare la capacità industriale, commerciale e tecnologica degli Stati: il programma del Rassemblement national del 2024 rivendicava progetti comuni nella difesa, nella ricerca e nell’intelligenza artificiale, purché non comportassero un’ulteriore cessione di sovranità politica.
Le differenze più interessanti riguardano l’economia. Le Pen propone di armonizzare alcune imposte europee, in particolare quelle su tabacco e alcol, e di introdurre un’aliquota comune fra il 20 e il 25 per cento per le grandi imprese, nel tentativo di contrastare la concorrenza fiscale fra gli Stati. È una novità significativa rispetto agli ultimi mesi: Le Pen ora accetta alcune forme di armonizzazione tributaria, senza per questo sostenere un sistema fiscale federale. Weidel rifiuta nuovi trasferimenti di sovranità tributaria a Bruxelles e persino l’armonizzazione europea delle politiche sociali, dal salario minimo all’assicurazione contro la disoccupazione.
La leader francese vorrebbe una Banca centrale europea più attenta all’occupazione, alla crescita e all’innovazione, mentre la politica tedesca chiede soprattutto rigore monetario. Entrambe rifiutano però la mutualizzazione dei debiti pubblici e la trasformazione dell’Unione in un’unione permanente di trasferimenti finanziari. Anche sul clima divergono: Le Pen sostiene una tassa sul carbonio alle frontiere europee, con esenzioni per i beni che l’Europa non produce, e propone perfino di commisurare una parte dei contributi nazionali al bilancio dell’Unione all’intensità delle emissioni dei singoli paesi.
L’AfD rivendica la libertà di utilizzare carbone e gas senza vincoli comunitari, ma anche il nucleare e le rinnovabili, secondo le scelte dei governi nazionali. Entrambe contestano il Green Deal, ma Le Pen conserva una concezione protezionistica dell’intervento europeo, mentre Weidel privilegia la deregolamentazione e la libertà di scelta degli Stati. È difficile immaginare che gli interessi di una Francia fortemente indebitata e quelli della Germania descritta da Weidel possano coincidere semplicemente perché entrambe sarebbero governate dalla destra nazionalista.
Un accordo sarebbe invece più facile sull’Ucraina. Pur avendo condannato formalmente l’invasione russa, Le Pen vuole interrompere i finanziamenti francesi a Kyjiv, conservando l’addestramento dei soldati ucraini e alcune forniture di equipaggiamenti militari, e chiede la revoca delle sanzioni contro Mosca. Weidel sostiene che la Germania debba smettere di finanziare una guerra che considera impossibile da vincere per gli ucraini. Entrambe chiedono negoziati con Putin. Un’eventuale intesa fra Parigi e Berlino su questa linea cambierebbe profondamente la politica europea verso l’aggressione russa.
E Meloni? Se rimarrà a Palazzo Chigi dopo le prossime elezioni, forse già nella primavera del 2027, l’Unione potrebbe ritrovarsi con tre grandi paesi guidati dalla destra, senza per questo avere tre governi d’accordo sul futuro dell’Europa. La presidente del Consiglio condivide la critica all’accentramento delle competenze e sostiene un modello confederale fondato sulla sovranità nazionale. Il programma presentato da Fratelli d’Italia alle elezioni europee del 2024 attribuisce però a Bruxelles responsabilità importanti nella difesa. Meloni vuole inoltre rafforzare gli strumenti comuni per il controllo delle frontiere e continua a considerare i finanziamenti europei essenziali per gli investimenti strategici. E soprattutto sulla guerra in Ucraina non ha mai avuto dubbi, schierandosi sempre a favore di Kyjiv.
L’Europa delle nazioni immaginata da Meloni non prevede dunque lo svuotamento delle istituzioni comunitarie, ma una diversa distribuzione dei loro poteri. Fratelli d’Italia sostiene una politica industriale comune della difesa, integrata nella Nato, e l’allargamento dell’Unione ai Balcani occidentali e, secondo criteri di merito, all’Ucraina e alla Moldova. Sul piano economico difende i fondi di coesione e la Politica agricola comune, chiede maggiore flessibilità nelle regole di bilancio e non esclude il debito comune per finanziare obiettivi specifici. Per Meloni la sovranità nazionale non è incompatibile con un’Unione dotata di risorse e capacità d’intervento. L’obiettivo è cambiarne le priorità: meno vincoli ambientali e burocratici, più competitività, investimenti e autonomia strategica.
La differenza tra le tre leader si vede anche nei seggi del Parlamento europeo. Tre partiti in tre eurogruppi diversi: Fratelli d’Italia nei Conservatori e Riformisti europei, il Rassemblement national nei Patrioti per l’Europa con la Lega di Matteo Salvini e l’AfD in Europa delle Nazioni Sovrane con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Una divisione che non risponde soltanto a rivalità politiche e personali, ma riflette anche idee differenti su quali poteri, risorse e responsabilità affidare alle istituzioni europee.
A luglio la delegazione di Fratelli d’Italia ha sostenuto prevalentemente l’avvio dei negoziati sull’euro digitale, osteggiato dai gruppi di Le Pen e Weidel. Il 21 ottobre, poche ore dopo la presentazione del piano dell’AfD, i 22 eurodeputati di Meloni che hanno partecipato al voto sul bilancio europeo per il 2027 si sono astenuti. I Patrioti per l’Europa ed Europa delle Nazioni Sovrane hanno invece votato contro.
Meloni ha scelto di utilizzare le istituzioni europee per modificarne le politiche, costruendo maggioranze diverse secondo le convenienze. Le Pen vuole subordinare maggiormente Bruxelles ai governi nazionali. Weidel propone di riscrivere l’architettura istituzionale dell’Unione. Per riuscirci avrebbe bisogno anche dei voti degli altri Stati, perché una revisione dei trattati richiede il loro accordo e le successive ratifiche nazionali.
Fratelli d’Italia è invece più vicina alle altre destre sull’immigrazione. Il 17 giugno Fratelli d’Italia ha sostenuto insieme ai Patrioti per l’Europa e al gruppo dell’AfD le nuove regole europee sui rimpatri, approvate con 418 voti favorevoli. Una convergenza simile si era verificata nel novembre 2025, quando popolari e destre avevano approvato l’alleggerimento degli obblighi di sostenibilità delle imprese. Su questi dossier una maggioranza alternativa a quella tradizionale di Bruxelles esiste già, e può produrre risultati legislativi concreti. Ma per immaginare il futuro dell’Ue non si può vivere di sola politica migratoria.
A Verona una professoressa entra in classe e trova solo cinque studenti. Gli altri sono rimasti a casa. Hanno paura dei messaggi che da giorni circolano sui telefoni, con annunci di stupri di gruppo e aggressioni. A Pavia i genitori chiamano i carabinieri, preoccupati dalle chat che annunciano assalti alle scuole. A Milano un messaggio, inoltrato da un gruppo WhatsApp all’altro, sostiene che quattrocento ragazzi si sarebbero organizzati per violentare le ragazze incontrate per strada. Altri annunciano assalti alla Bocconi e alla IULM. Nel Bresciano, a Chiari, le forze dell’ordine presidiano la stazione dopo che su Telegram è stata annunciata una manifestazione violenta con duemila partecipanti. Si presentano soltanto piccoli gruppi di studenti. A Como la Digos sta invece esaminando alcune chat nelle quali si parla di possibili saccheggi per sabato 24 ottobre. I presunti responsabili sarebbero i maranza, come televisioni e social hanno ribattezzato, con una certa approssimazione, gruppi di ragazzi di periferia, spesso figli di immigrati.
Prove? Per ora non ce ne sono. Le autorità non hanno trovato riscontri ai presunti piani di stupro e nessuno ha dimostrato che dietro i messaggi ci sia un’organizzazione. Potrebbe essere l’ennesima catena di Sant’Antonio per rincoglionauti, come quelle che anni fa invitavano a inoltrare un messaggio a dieci amici per evitare che WhatsApp diventasse a pagamento. Stavolta c’è poco da ridere. Molti genitori hanno ancora negli occhi le immagini dei saccheggi e degli scontri del 17 e 18 ottobre a Milano dove le violenze sono avvenute davvero. Visto il contesto, è difficile liquidare come una sciocchezza l’avvertimento ricevuto sul telefono del figlio. Nel dubbio, meglio tenerlo a casa.
I messaggi si assomigliano, anche se arrivano da città diverse, e potrebbero essersi diffusi semplicemente passando da un gruppo WhatsApp all’altro. Il dubbio è lecito, il complottismo una tentazione: possibile che sia una coincidenza casuale? Qualche goliarda sta cercando deliberatamente di spaventare migliaia di ragazzi? E se dietro ci fosse qualcosa di più grande?
Che Paesi stranieri, in primis la Russia, conducano operazioni di disinformazione contro i Paesi occidentali è documentato. Nella relazione approvata ad agosto, il Copasir riferisce di una rete di siti e account social riconducibili ad attori russi che diffondono propaganda contro l’Unione europea e la Nato, con campagne mirate anche all’Italia. Tra i messaggi diffusi, quelli sull’inefficacia delle sanzioni contro Mosca e sull’inevitabile sconfitta dell’Ucraina. Basta ricordare anche l’operazione Doppelgänger, che ha riprodotto copie fasulle dei siti di importanti giornali europei, compresa l’Ansa, per diffondere propaganda filorussa sotto le sembianze di notizie autentiche.
Ma che Mosca abbia ideato i saccheggi di Milano o la diffusione delle false minacce nelle scuole, invece, non è stato dimostrato. Per far circolare una bugia su WhatsApp non serve un servizio segreto. E una protesta contro il caro vita può degenerare in violenza senza che qualcuno l’abbia pianificato dall’estero. Come nei film dei fratelli Coen, a volte bastano quattro teppisti e una serie di decisioni sconsiderate perché il caos, visto da lontano, assuma l’aspetto di un complotto ben organizzato.
In questo clima di straordinaria follia in cui i mitomani annoiati si confondono con gli utili idioti bisogna stare attenti a pesare le parole. Per questo motivo meritano particolare attenzione le dichiarazioni rilasciate ieri dal ministro della Difesa Guido Crosetto, durante il Defence Procurement Forum di Roma, un convegno dedicato agli investimenti militari. Crosetto ha definito gli scontri di Milano «il punto di arrivo» di una guerra ibrida condotta contro l’Occidente attraverso strumenti come TikTok e YouTube.
Secondo il ministro della Difesa, alcune nazioni hanno accumulato attraverso le piattaforme digitali una quantità di informazioni tale da poter conoscere e influenzare le nuove generazioni meglio delle loro famiglie. L’intelligenza artificiale avrebbe reso questa capacità ancora più efficace. Crosetto parla di una «controeducazione» che avrebbe modificato il rapporto dei ragazzi con le regole democratiche, precisando che il fenomeno riguarda i giovani italiani in generale e non solo quelli di seconda generazione. Dice di aver denunciato questo pericolo da quattro anni, senza essere ascoltato.
Le minacce ibride esistono, e quelle russe in Europa si stanno avvicinando alla soglia della guerra aperta, come dimostrato nel caso di Lipsia. Uno Stato può usare la disinformazione per alimentare tensioni in un altro Paese. Ma la capacità dei social di amplificare la violenza non basta a dimostrare l’esistenza di una regia straniera. E Crosetto, nelle sue dichiarazioni pubbliche, non ha chiarito se il riferimento agli scontri di Milano si fondi su informazioni specifiche o su una valutazione più generale dell’influenza delle piattaforme digitali.
La distinzione conta, soprattutto perché il ministro della Difesa auspicabilmente dispone di informazioni riservate e altrettanto auspicabilmente su quelle basa le sue dichiarazioni e il suo agire. Nessuno gli chiede di divulgarle, però evocare una «guerra ibrida» senza chiarire se si stia parlando di fatti accertati o di una valutazione politica rischia di trasformarsi in una versione involontaria del celebre editoriale «Io so. Ma non ho le prove», scritto da Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera nel 1974. Con una differenza sostanziale: Pasolini rivendicava la libertà di interpretazione di un intellettuale, Crosetto ha la responsabilità di un ministro della Repubblica. Può custodire i segreti dello Stato, ma dovrebbe almeno distinguere ciò che sa da ciò che ritiene possa essere accaduto. Altrimenti il rischio è di alimentare, proprio mentre si denuncia la disinformazione, quel complottismo che prospera tra chi delle notizie conosce soltanto l’eco dell’eco. Come un genitore che cerca di capire quanto debba preoccuparsi per un messaggio arrivato nella chat di famiglia.
Qual è la notizia? Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato un accordo con il dittatore russo Vladimir Putin per aumentare le forniture di diesel al mercato americano e mondiale. Lo stesso giorno il Tesoro statunitense ha autorizzato la vendita, la consegna e l’importazione di gasolio russo, anche negli Stati Uniti, fino al 7 aprile 2027. Trump sostiene che l’accordo farà scendere i prezzi dei carburanti. L’annuncio del presidente è arrivato a meno di un mese dalle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre, in cui si rinnoveranno tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. La deroga del Tesoro è arrivata tre settimane dopo la firma, il 18 settembre, di una legge dello stesso Trump che autorizzava nuove sanzioni contro la Russia. Washington aveva però già concesso deroghe energetiche a marzo e aprile di quest’anno, permettendo di vendere petrolio e derivati russi caricati sulle navi entro date prestabilite. Quella di ottobre riguarda il diesel, dura quasi sei mesi e comprende anche nuovi carichi. Trump continua a chiedere all’Ucraina di interrompere gli attacchi con i droni alle raffinerie russe, accusandola di aggravare la carenza di diesel. Zelensky contesta l’intesa perché permette a Mosca di incassare denaro con cui finanziare la guerra. L’11 ottobre Trump ha annunciato una tregua sugli impianti energetici, ma i bombardamenti russi sono proseguiti.
Il 14 ottobre, nell’intervista a Piers Morgan, Zelensky ha detto di sentirsi «tradito» dal presidente degli Stati Uniti. Il 15 Kyjiv ha ripreso gli attacchi alle raffinerie. Quella sera, intervistato dall’emittente americana Newsmax, Trump ha definito quei raid una «vergogna», ha detto di non essere «un grande fan» di Zelensky e di trovare più difficile trattare con lui che con Putin. La crisi ha coinvolto anche Starshield, il servizio satellitare militare di SpaceX, l’azienda di Elon Musk. Tra il 13 e il 14 ottobre alcune restrizioni ai collegamenti hanno ostacolato le operazioni dei droni ucraini, anche quelli usati per intercettare i droni russi. Nel frattempo Musk ha attaccato il presidente ucraino su X: «È ora che Zelensky se ne vada». In Italia, nel discorso in Parlamento del 14 ottobre prima del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha criticato l’accordo sul diesel, definendolo «rischioso» perché può legittimare Mosca e darle nuove risorse per la guerra. Alcuni senatori dell’area riformista del Partito democratico hanno applaudito la sua difesa del sostegno all’Ucraina. Il 16 ottobre, dopo l’incontro con i leader europei a Bruxelles, il presidente ucraino ha confermato che il servizio di Starshield era migliorato, ma non era stato completamente ripristinato. Durante la conferenza stampa, il giornalista di Sky News Alistair Bunkall ha chiesto a Zelensky se si sentisse usato come capro espiatorio per il caro diesel e le difficoltà di Trump in vista delle elezioni. Quindici secondi di silenzio. Poi un sorriso. «Questa è la mia risposta», ha detto.
Il punto. Domande e risposte.
Che cosa prevede concretamente l’accordo tra Trump e Putin?
La Russia fornirà al mercato americano e mondiale oltre 300mila tonnellate di gasolio subito, altre 500mila a novembre e un milione successivamente. Trump ha aggiunto che Mosca potrebbe metterne a disposizione altri tre milioni in poco tempo, ma ha subordinato questa possibilità alle condizioni delle raffinerie russe. E per questo motivo ha chiesto all’Ucraina di non attaccarle. Per consentire queste vendite, Washington ha autorizzato fino al 7 aprile 2027 le operazioni commerciali sul diesel russo prima vietate dalle sanzioni, comprese le importazioni negli Stati Uniti. Le imprese possono quindi acquistarlo, trasportarlo e rivenderlo. L’autorizzazione comprende anche il gasolio che sarà prodotto e imbarcato nei prossimi mesi: permette alla Russia di organizzare nuove esportazioni, oltre a vendere i carichi già disponibili.
Il prezzo del diesel quindi calerà in tutto il mondo?
In generale, se arriverà sul mercato più gasolio e la domanda rimarrà la stessa, gli acquirenti avranno più scelta e i venditori dovranno competere sul prezzo. Se invece la Russia venderà a nuovi compratori carburante che avrebbe comunque esportato altrove, l’offerta mondiale aumenta poco o per niente. Contano poi le quantità. Le prime 300 mila tonnellate promesse da Putin equivalgono a meno di un giorno di consumo del solo settore dei trasporti americano. Possono aiutare, ma non risolveranno da sole la crisi di forniture dovuta alla guerra in Iran.
Perché Trump insiste tanto sul diesel?
Perché il gasolio caro aumenta i costi dei trasporti e dell’agricoltura. A settembre, negli Stati Uniti, il prezzo medio alla pompa è stato di 6,29 dollari per gallone, circa 3,8 litri. Trump ha indicato agricoltori e camionisti fra i principali beneficiari dell’accordo con Putin. Gli Stati Uniti estraggono molto petrolio, ma per ottenere gasolio devono raffinarlo e trasportarlo dove serve. La costa orientale consuma più carburante di quanto ne producano le sue raffinerie e riceve forniture da altre regioni americane e dall’estero.
Trump può autorizzare queste importazioni senza il Congresso?
In teoria una legge del 2022 vieta le importazioni di prodotti energetici russi. Per rimuovere il divieto sono richieste condizioni precise, fra cui la fine delle ostilità accettata dal governo ucraino e una procedura che coinvolge il Congresso. Alcuni parlamentari sostengono che una licenza del Tesoro non possa aggirare quella legge. Il 13 ottobre dodici senatori, sei democratici e sei repubblicani, hanno chiesto a Trump di revocare l’accordo e applicare le sanzioni previste dalla legge del 18 settembre.
Sono stati gli attacchi ucraini a far aumentare i prezzi?
Non sono la causa principale. Gli attacchi possono ridurre la produzione e le esportazioni russe, ma il rincaro mondiale è dovuto alla crisi nello Stretto di Hormuz dove un tempo passava un quinto del diesel mondiale via nave. L’agenzia americana per l’energia, l’Eia, ha attribuito l’aumento dei prezzi di settembre soprattutto agli attacchi degli Houthi contro infrastrutture e petroliere in Medio Oriente. Fra questi cita anche quelli all’oleodotto saudita che permette di esportare petrolio dal Mar Rosso evitando Hormuz.
Perché l’Ucraina attacca le raffinerie russe?
Per ridurre la capacità della Russia di produrre carburante e incassare denaro per finanziare la guerra dalle esportazioni. Le raffinerie trasformano il petrolio in prodotti vendibili, fra cui il diesel. Danneggiarle può costringere Mosca a ridurre le lavorazioni e spendere risorse per ripararle.
Putin che cosa ha promesso in cambio dell’aiuto di Trump?
Nessun impegno pubblico a fermare gli attacchi all’Ucraina o ad accettare un cessate il fuoco generale. Secondo diversi media americani, gli inviati speciali di Trump, il genero Jared Kushner e Steve Witkoff, il 9 ottobre avrebbero spiegato la loro strategia ai rappresentanti ucraini a Miami: concedere a Mosca un vantaggio economico dovrebbe renderla più disponibile a negoziare. Ma nella stessa riunione avrebbero riconosciuto che Putin non era ancora pronto a trattare.
Ma Trump non aveva già fatto la pace con Putin in Alaska?
No. Il vertice di Anchorage del 15 agosto 2025 si è concluso senza un accordo di pace e senza un cessate il fuoco. Trump e Putin si sono incontrati senza Zelensky; i combattimenti sono continuati. Putin ha ottenuto un ottimo risultato diplomatico: dopo anni di isolamento nei rapporti con gran parte dei governi occidentali, il presidente americano lo ha accolto negli Stati Uniti con il tappeto rosso e gli onori militari. Trump ha cambiato invece la condizione da cui far partire i negoziati. Prima del vertice chiedeva una tregua, durante la quale negoziare la pace. Dal 16 agosto in poi ha sostenuto che bisognasse arrivare direttamente a un accordo di pace. Ha accettato così il percorso proposto da Mosca: discutere la soluzione definitiva continuando a combattere.
Quante volte Trump ha cambiato posizione su Ucraina e Russia?
Tante. Dopo la rielezione del novembre 2024, Trump ha puntato su un accordo rapido con Putin e ha concentrato le pressioni su Zelensky. Tra febbraio e marzo 2025 ha avviato i colloqui diretti con Mosca e sospeso per alcuni giorni gli aiuti militari e la condivisione dell’intelligence con l’Ucraina. Li ha poi ripristinati quando Kyjiv ha accettato la proposta americana di tregua. Tra la primavera e luglio 2025 ha alzato i toni contro Putin, che ha continuato a bombardare. Ha minacciato nuove sanzioni e, a luglio, annunciato altre armi per l’Ucraina, pagate dagli alleati, dando a Mosca una scadenza per raggiungere un accordo. Ad agosto, dopo il vertice di Anchorage, come ti ho detto ha rinunciato a pretendere un cessate il fuoco prima dell’accordo di pace, accettando la posizione di Mosca. Tra settembre e ottobre 2025 ha di nuovo aumentato la pressione sulla Russia: ha detto che l’Ucraina poteva riconquistare tutti i territori persi e ha sanzionato Rosneft e Lukoil, le due principali compagnie petrolifere russe. Nel mezzo, però, ha riaperto il dialogo con Putin e frenato sulla consegna dei missili Tomahawk chiesti da Zelensky.
Ho mal di testa.
Non è finita. Da novembre 2025 all’inizio del 2026 è tornato a chiedere soprattutto concessioni ucraine. La sua amministrazione ha sostenuto una bozza di pace con cessioni territoriali, limiti all’esercito ucraino e rinuncia all’ingresso nella NATO. A gennaio Trump ha indicato Zelensky come l’ostacolo all’accordo. Poi il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. La guerra ha fatto salire i prezzi dell’energia e, da marzo, Trump ha autorizzato vendite di petrolio russo vietate dalle sanzioni. Ha prorogato le deroghe anche dopo aver annunciato di volerle interrompere, poi a giugno le ha lasciate scadere. Tra luglio e settembre 2026 ha assicurato nuovo sostegno a Kyjiv: ha promesso all’Ucraina una licenza per produrre intercettori Patriot e, il 18 settembre, ha firmato la legge che autorizza nuove sanzioni contro la Russia. Infine è arrivato l’accordo sul diesel.
Ho letto che Trump ha chiesto nuove elezioni in Ucraina. Perché lì non si vota?
La legge marziale, introdotta il 24 febbraio 2022 dopo l’invasione russa su larga scala e poi prorogata, vieta le elezioni. L’articolo 108 della Costituzione stabilisce inoltre che il presidente eserciti le sue funzioni fino all’insediamento del successore. La scadenza del mandato quinquennale di Zelensky, nel 2024, non lo ha quindi fatto decadere automaticamente. L’11 ottobre Zelensky ha risposto a Trump offrendo di organizzare il voto con sessanta giorni di cessate il fuoco totale. È una proposta politica: una tregua non revoca automaticamente la legge marziale. Restano da stabilire le regole e garantire la partecipazione dei militari, degli sfollati e degli ucraini all’estero. La Russia si è detta disponibile a sospendere gli attacchi per il giorno del voto, ma ha respinto la tregua di sessanta giorni.
Che cosa sono Starlink e Starshield?
Sono servizi satellitari di SpaceX, l’azienda di Elon Musk. Starlink fornisce una connessione a internet attraverso un’antenna collegata a una rete di satelliti. In Ucraina permette di comunicare anche dove le infrastrutture terrestri sono state distrutte o non funzionano. Starshield usa la tecnologia di Starlink per servizi destinati ai governi e alla sicurezza nazionale, con protezioni aggiuntive. Le forze ucraine lo impiegano anche per mantenere il collegamento con alcuni droni.
Che cosa è successo ai droni ucraini?
Fra il 13 e il 14 ottobre diversi reparti hanno segnalato interruzioni della connessione quando i terminali si muovevano oltre una certa velocità. Un’unità impegnata nella zona di Huliaipole ha riferito pause di dieci o venti secondi già a 110-120 chilometri orari. Si tratta della velocità del drone che trasporta l’antenna. Se il collegamento cade, l’operatore può perdere immagini e controllo del mezzo. Rallentare per mantenerlo può rendere il drone più vulnerabile. Il problema riguarda anche i velivoli usati per intercettare i droni russi: può quindi indebolire la difesa delle città oltre alle operazioni sul fronte.
Chi ha deciso queste restrizioni?
Secondo Reuters, l’ordine sarebbe partito dall’interno della Casa Bianca ed è stato trasmesso al Pentagono. L’agenzia cita due funzionari americani e uno occidentale informati della vicenda. Nessuno di loro però ha identificato la persona che avrebbe preso la decisione. Un alto funzionario americano ha negato che Trump abbia chiesto di limitare Starshield. La Casa Bianca non ha risposto alla domanda sul possibile coinvolgimento di altri funzionari. Musk sostiene che le condizioni d’uso del servizio militare dipendano dal governo americano. Per ora non sappiamo chi abbia ordinato le restrizioni né possiamo attribuirle personalmente a Trump o a Musk.
Limitare Starshield impedisce gli attacchi alle raffinerie russe?
Non direttamente, secondo l’Institute for the Study of War e il Critical Threats Project. I due centri di ricerca spiegano che i servizi impiegati dagli ucraini hanno restrizioni geografiche e non sono disponibili per le missioni sul territorio russo. I droni che arrivano alle raffinerie devono usare altri sistemi. I limiti a Starshield colpiscono le operazioni in Ucraina, compresi i territori occupati dalla Russia. Possono ostacolare gli attacchi sul fronte, la logistica e l’intercettazione dei droni russi. Perciò il danno alle forze ucraine può essere ampio anche senza fermare le missioni contro le raffinerie.
Gli Stati Uniti hanno interrotto anche le informazioni sui missili russi?
Zelensky ha denunciato la mancata ricezione di avvisi americani sui missili balistici in arrivo. In una intervista al Financial Times ha anche detto che funzionari statunitensi avevano minacciato di bloccare le informazioni se Kyjiv non avesse fermato gli attacchi energetici. Trump ha negato l’interruzione della collaborazione. Il 15 ottobre il parlamentare ucraino Yehor Cherniev ha confermato a Business Insider che lo scambio di informazioni continuava. La collaborazione può proseguire anche se singoli flussi di dati si interrompono: non sappiamo quali avvisi siano mancati e per quanto tempo. Gli allarmi sui missili e il collegamento internet di un drone svolgono inoltre compiti diversi. Un problema con Starshield non dimostra da solo che Washington abbia smesso di condividere le informazioni raccolte dai suoi sensori.
Chi paga i collegamenti di SpaceX?
Li finanziano anche i governi. La Polonia, per esempio, ha acquistato terminali per l’Ucraina e si è impegnata a coprire i relativi abbonamenti. Il Pentagono acquista servizi satellitari militari. I finanziamenti degli alleati aiutano a mantenerli operativi, ma il pagamento di un contratto non trasferisce automaticamente al compratore tutte le decisioni sulle condizioni d’uso del servizio.
Gli Stati Uniti hanno smesso anche di fornire armi?
Non è stato annunciato uno stop generale. Le armi americane possono arrivare in Ucraina anche quando sono altri paesi a pagarle. Dal luglio 2025 esiste il programma PURL: gli alleati finanziano acquisti di armi e munizioni dagli Stati Uniti e la NATO coordina le richieste ucraine e le forniture. Questo permette agli europei di sostenere una parte maggiore dei costi. Rimane però necessario che Washington autorizzi e renda disponibili i sistemi richiesti. I fondi impegnati per un acquisto non indicano che tutte le armi siano già state consegnate. L’Europa può sostituire rapidamente i sistemi satellitari americani?
L’Alta rappresentante per la politica estera europea, l’estone Kaja Kallas, ha riconosciuto che l’Unione europea non può sostituire Starlink rapidamente. L’Ue ha avviato GOVSATCOM, che mette in comune capacità satellitari già esistenti per gli utenti governativi. Sta inoltre sviluppando IRIS², una propria rete per le comunicazioni sicure. A febbraio la Commissione ha indicato il 2029 come obiettivo per una prima versione semplificata del progetto. Per rendere operativa un’alternativa in Ucraina servono anche terminali compatibili, copertura e collegamenti adatti alle operazioni militari.
Che cosa ha chiesto Zelensky ai leader europei?
Almeno 70 miliardi di euro aggiuntivi per il 2027, da destinare alla difesa, alle armi e alla capacità del paese di continuare a resistere. Ha indicato una necessità immediata per l’inverno: 300 missili intercettori per i sistemi Patriot, con cui contrastare gli attacchi balistici russi. Ha chiesto anche nuove sanzioni contro chi produce le armi impiegate da Mosca.
Non ho capito la polemica sul discorso di Meloni sull’Ucraina
Alcuni senatori del Pd hanno applaudito il passaggio in cui Meloni ha criticato chi propone di smettere di aiutare militarmente l’Ucraina. La presidente del Consiglio ha sostenuto che togliere a Kyjiv la possibilità di difendersi favorirebbe l’occupazione russa: «La resa non è pace, è conquista». Fra i senatori del Pd che hanno applaudito ci sono Graziano Delrio, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. Appartengono all’area che i giornali chiamano riformista, più moderata e favorevole a un rapporto stretto con gli alleati europei e americani. Sull’Ucraina difendono il sostegno anche militare. Delrio ha poi spiegato che aiutare Kyjiv e cercare una soluzione diplomatica sono impegni compatibili. Sensi ha anche criticato il governo per i ritardi del nuovo decreto sugli aiuti militari, chiedendo che alle parole di Meloni seguano le decisioni.
Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede. Perché ne parlano tutti?
Punto primo.
Perché anche se siamo abituati all’imprevedibilità di Trump, ci ostiniamo a voler capire dove voglia andare a parare. Che cosa c’è dietro l’accordo sul diesel? Perché tornare a fare concessioni a Putin e ad attaccare Zelensky? Sono passati più di quattro anni e mezzo dall’inizio dell’invasione russa su larga scala e il presidente degli Stati Uniti non è riuscito a fermare la guerra che aveva promesso di chiudere in ventiquattr’ore. Nonostante questo fallimento politico rimane la curiosità: riuscirà a farlo prima della fine del suo secondo mandato?
Con Trump il giornalismo politico può sbizzarrirsi in una delle sue attività preferite: spiegare che cos’ha davvero in mente un leader. Gli esperti di cose americane consigliano di guardare al calendario elettorale. Il 3 novembre si voterà per le elezioni di metà mandato in cui si rinnoveranno molti seggi del Congresso americano. Il partito Repubblicano rischia di perdere la maggioranza della Camera, mentre per il Senato le previsioni sono ancora incerte. Trump non ha alcun risultato positivo da sbandierare: non ha concluso una pace con l’Iran dopo averlo attaccato a febbraio e lo Stretto di Hormuz è ancora pericoloso da attraversare. Questa crisi ha portato all’aumento del prezzo dei carburanti e la cosa non fa piacere a milioni di americani. L’accordo con Putin può ottenere due risultati in un colpo solo: mostrare di aver fatto passi in avanti nella trattativa per la pace in Ucraina e aver trovato una soluzione tampone al caro carburante.
Altri analisti vedono invece in questa mossa una tecnica sopraffina: concedere qualcosa a Putin per convincerlo finalmente a negoziare. Altri, per esempio Linkiesta, sostengono invece che cercare una strategia serva a poco: Trump improvvisa, nella speranza che alla fine tutto si sistemerà. Una forma di pronoia, il rovescio della paranoia: la convinzione che il mondo cospiri a nostro favore. Anche quando sembra fare il contrario.
Addirittura, per Christian Rocca, direttore editoriale de Linkiesta, non c’è stata nessuna giravolta. Trump non ha tradito Zelensky perché non lo ha mai davvero sostenuto, anzi ha cercato di indebolirlo fin dal primo mandato. Nel 2019 gli chiedeva materiale contro il figlio di Biden, minacciando di ritirare gli aiuti americani. Oggi torna ad attaccarlo mentre fa un altro favore a Putin.
Punto secondo
Lo abbiamo ricordato altre volte: il giornalismo funziona anche perché permette di ritrovare personaggi e comportamenti che conosciamo dentro storie complicatissime. Il prepotente, il suo sodale più realista del re, chi deve tenergli testa pur avendo bisogno del suo aiuto. Nel rapporto tra Trump e Zelensky ci sono tutti e tre. E ci si può appassionare anche senza seguire ogni sviluppo della guerra, perché la domanda è abbastanza familiare: come si tratta con uno così?
Il 28 febbraio 2025, nello Studio Ovale, Trump disse a Zelensky che non aveva le carte per negoziare e JD Vance gli rimproverò di non essere abbastanza grato. La scena, in diretta mondiale, fu letta da molti come due bulli che se la prendevano con il leader di un paese invaso. Zelensky provò a contestare puntualmente i loro argomenti e la discussione degenerò. Da quella scena il presidente ucraino sembra aver imparato che cercare di convincere Trump davanti alle telecamere serve a poco. Meglio rispondergli con una battuta oppure prenderlo in parola: accettare di discutere le sue proposte e chiedergli di creare le condizioni per realizzarle.
Nei mesi successivi ha affinato questo metodo. Nel maggio 2025 Trump lo sollecitò ad accettare i colloqui proposti da Putin in Turchia. Zelensky annunciò che ci sarebbe andato e che avrebbe aspettato il presidente russo di persona. Putin non si presentò. Il 18 agosto 2025, quando tornò nello Studio Ovale, Zelensky ritrovò anche Brian Glenn, il giornalista dell’emittente conservatrice Real America’s Voice che sei mesi prima gli aveva chiesto perché non indossasse un abito e se ne possedesse uno. Era una presa in giro dell’abbigliamento militare che il presidente ucraino aveva scelto dall’inizio dell’invasione russa del 2022, per solidarietà con i soldati al fronte. Stavolta Zelensky si presentò con giacca e camicia nere e Glenn gli fece i complimenti: «Sta benissimo con quel vestito». Zelensky rispose: «Ma lei ha lo stesso vestito. Vede? Io mi sono cambiato, lei no».
Un anno dopo, lo scorso 8 luglio, al vertice Nato di Ankara, Trump gli chiese se sarebbe andato a Mosca per incontrare Putin. Zelensky rispose che era difficile, perché da quelle parti c’erano molti droni ucraini ed era pericoloso. Una battuta per ricordare che qualche carta l’aveva ancora. In quello stesso incontro Trump lo aveva elogiato: «Ha fatto un lavoro straordinario». Vale la pena ricordarselo adesso che è tornato a dire di non esserne «un grande fan».
Negli ultimi giorni il metodo è tornato utile. L’11 ottobre Trump ha invitato gli ucraini a scegliersi un nuovo presidente. Invece di ribattere che in un momento di guerra sarebbe stato rischioso fare elezioni suscettibili di influenze e brogli, Zelensky ha chiesto sessanta giorni di cessate il fuoco totale per organizzare le elezioni. Ma i russi hanno risposto che ne avrebbero concesso solo uno. Il giorno dopo, parlando della tregua energetica annunciata dal presidente degli Stati Uniti, ha spiegato di averlo saputo dai media e di continuare a vedere attacchi russi. Evidentemente Putin non leggeva Truth Social, ha osservato. La battuta nella conferenza stampa di Bruxelles è stato l’ultimo esempio. I giornalisti in sala hanno riso. Qualche consulente di comunicazione avrà preso appunti.
Punto terzo
Perché l’Ucraina è ormai uno degli argomenti sui quali gli alleati litigano quasi quanto gli avversari. Succede nella maggioranza, dove Giorgia Meloni ha mantenuto una linea di sostegno all’Ucraina mentre Matteo Salvini continua a contestare la prosecuzione degli aiuti militari. Lo stesso Salvini che nel 2017 firmò un accordo di collaborazione con Russia Unita, il partito di Putin, poi dichiarato dalla Lega privo di valore dopo l’invasione.
Nel campo largo la discussione va avanti da tempo. Il Pd è favorevole agli aiuti, compresi quelli militari. Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte e Alleanza Verdi e Sinistra sono contrari alla prosecuzione dell’invio di armi e insistono sui negoziati. Tutti parlano di pace, ma quando si deve decidere che cosa dare agli ucraini per difendersi, in attesa che Putin accetti di trattare, le risposte sono diverse.
Elly Schlein sta cercando un compromesso. Alla Camera, il 14 ottobre, i partiti del campo largo hanno presentato risoluzioni separate, ma si sono astenuti reciprocamente sui passaggi relativi all’Ucraina, evitando di votarsi contro come in passato. La segretaria del Pd lo ha definito un passo avanti. Il suo partito continua a sostenere gli aiuti, ma accetta di astenersi su documenti che contestano la prosecuzione delle forniture militari. La distanza sulle armi rimane; per il momento hanno trovato il modo di non litigarci anche al momento del voto.
Meloni ha sfruttato queste divisioni nel discorso in Parlamento. Ha rivendicato di aver sempre tenuto il governo dalla parte dell’Ucraina e ha attaccato chi chiede di interrompere gli aiuti militari a Kyjiv: «La resa non è pace, è conquista». Come abbiamo scritto, a quel passaggio hanno applaudito anche alcuni senatori del Pd: Graziano Delrio, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. Esponenti di quell’area più moderata, europeista e atlantista che i giornali chiamano riformista e che sull’Ucraina chiede da sempre un sostegno netto, anche militare.
Per la stampa è un’altra puntata delle «due anime del Pd», un filone molto battuto da quando Schlein è diventata segretaria: i moderati da una parte, la sinistra vicina a lei dall’altra. Le primarie del 2023 avevano offerto parecchio materiale. Stefano Bonaccini aveva vinto il voto degli iscritti, poi Schlein aveva ribaltato il risultato ai gazebo, dove potevano votare anche i non iscritti. Da allora le divergenze interne hanno alimentato interviste, retroscena e previsioni su chi sarebbe rimasto e chi se ne sarebbe andato. Gli applausi a Meloni si prestano benissimo a riaprire la discussione.
Qualcuno, nel frattempo, se n’è andato davvero. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ha lasciato il Pd il 4 giugno, dopo aver contestato a lungo la linea di Schlein sull’Ucraina e il rapporto con il Movimento 5 Stelle. Ha fondato Spazio Pubblico e ora lavora con Carlo Calenda: alla festa del Foglio ha annunciato una lista comune con Azione per le prossime elezioni. Anche per questo ogni dissenso dei riformisti rimasti nel Pd viene seguito con attenzione: potrebbe essere una polemica destinata a rientrare, oppure l’inizio di un altro addio.
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Il governo Meloni ha un problema: l’esenzione del bollo auto e gli sconti a ripetizione sulle accise dei carburanti hanno già assorbito risorse che avrebbero potuto finanziare altre misure. La prima costerà 2,36 miliardi di euro nel 2027, di cui 1,46 coperti con risparmi accertati su interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza; per i secondi sono stati stanziati circa 2,27 miliardi nel 2026. In tutto fanno 4,63 miliardi distribuiti su due anni: quasi quanto i cinque che Giancarlo Giorgetti vuole ottenere da banche e assicurazioni nel solo 2027
In teoria, la manovra vale 23,5 miliardi di euro, secondo il Documento programmatico di bilancio che il ministero dell’Economia ha inviato alla Commissione europea il 15 ottobre. Di questi circa tredici saranno finanziati facendo più debito. Per gli altri dieci miliardi e mezzo, invece, il governo dovrà trovare nuove entrate o tagliare altre spese. Giorgetti conta su una deroga alle regole europee che permette di aumentare temporaneamente il deficit per finanziare interventi nella difesa e nella sicurezza energetica. Il margine è di circa 14 miliardi l’anno nel 2027 e nel 2028, ma una parte serve a coprire spese già previste e non può essere utilizzata, per esempio, per tagliare le tasse. Il deficit dovrebbe così passare dal 2,9 per cento del PIL nel 2026 al 3,4 per cento nel 2027, per poi scendere al 3,2 nel 2028. Intanto Forza Italia chiede di estendere il taglio dell’Irpef ai redditi fino a 60mila euro, mentre l’economia crescerà appena dello 0,8 per cento, secondo le previsioni del Tesoro.
Per finanziare una parte della manovra facendo più deficit, il governo conta su una deroga alle regole europee che permette di aumentare temporaneamente la spesa per la difesa e la sicurezza energetica. Lo spazio previsto è di circa 14 miliardi l’anno nel 2027 e nel 2028, ma una parte riguarda interventi già messi in conto. E soprattutto quei soldi possono essere utilizzati soltanto per le spese ammesse da Bruxelles, non per nuovi tagli delle tasse, che farebbero comodo ai partiti della maggioranza.
Per il resto, i margini sono esauriti. Lo ha chiarito il 12 ottobre l’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), l’organismo indipendente che verifica le previsioni dei conti pubblici. Escluse le spese coperte dalla deroga, nel 2027 la spesa pubblica soggetta ai vincoli europei crescerà già dell’1,9 per cento, raggiungendo il limite previsto dal percorso di bilancio. I cinque miliardi chiesti a banche e assicurazioni coprirebbero quasi metà delle risorse che il governo deve trovare per finanziare la manovra. E la richiesta non si fermerebbe al 2027: il Tesoro conta di incassare poco più di tre miliardi nel 2028 e circa 2,4 nel 2029. In tutto, 10,7 miliardi in tre anni, secondo i calcoli di Reuters.
La legge di bilancio 2026 aveva già previsto circa dodici miliardi di entrate dal settore finanziario e bancario fino al 2028, attraverso diverse misure. Tra queste, l’aumento di due punti dell’IRAP, l’imposta sulle attività produttive, con l’aliquota base salita al 6,65 per cento per le banche e al 7,9 per cento per le assicurazioni. Il governo ha anche rinviato al 2028 e al 2029 una parte delle deduzioni fiscali previste per il 2027 sulle perdite dei prestiti e su alcune svalutazioni contabili. Per altre perdite attese sui crediti, dal 2026 al 2029, gli sconti fiscali vengono distribuiti su cinque anni anziché essere riconosciuti subito. In questo modo lo Stato incassa più imposte nell’immediato, ma ne riceverà meno negli anni successivi. A queste misure si aggiunge la possibilità per le banche di liberare, dietro pagamento, le riserve accantonate per evitare la tassa sugli extraprofitti del 2023. Una parte dei dodici miliardi deriva quindi da entrate fiscali anticipate, alle quali Giorgetti vorrebbe ora aggiungere altri cinque miliardi nel solo 2027, senza aver ancora spiegato come incassarli.
Il Documento programmatico di bilancio non indica quale imposta verrà applicata, come sarà calcolata e quanto dovranno versare rispettivamente banche e assicurazioni. Sembra quasi che il governo voglia vedere l’effetto che fa sull’opinione pubblica questa richiesta, prima di lavorare su una trattativa con l’Associazione bancaria italiana. Il ministro dell’Economia ritiene che gli istituti possano permettersi un ulteriore contributo, dopo gli utili favoriti dagli alti tassi d’interesse degli ultimi anni e le garanzie pubbliche sui prestiti durante la pandemia. Le banche, invece, sostengono di aver già fatto la propria parte e contestano una nuova richiesta dopo gli accordi raggiunti con il governo. Da Bangkok, dove partecipa agli incontri del Fondo monetario internazionale, ieri Giorgetti ha risposto che sono cambiate le circostanze economiche e quindi il governo chiederà uno sforzo aggiuntivo.
L’Abi potrà trovare una sponda politica nella maggioranza grazie a Forza Italia, contraria a una nuova tassa sugli extraprofitti. Ma allo stesso tempo Antonio Tajani chiede tagli fiscali senza chiarire dove trovare le risorse. Il ministro degli Esteri vuole estendere la riduzione dell’Irpef al 33 per cento anche ai redditi tra 50mila e 60mila euro, introdurre nuove agevolazioni per i giovani e ampliare l’esenzione del bollo auto. Il Documento programmatico di bilancio, però, prevede appena 2,2 miliardi per l’insieme delle nuove misure fiscali. Se Forza Italia vuole evitare un altro prelievo sulle banche, dovrà anche spiegare come finanziare le proprie proposte.
Per le famiglie e la spesa sociale sono previsti circa cinque miliardi, mentre alla sanità dovrebbero andare altri 2,4 miliardi. Sono ancora cifre complessive: il documento non precisa quali prestazioni saranno aumentate, né chi riceverà i benefici. E la distribuzione delle risorse conterà parecchio, considerando che nel 2027 i consumi delle famiglie dovrebbero crescere appena dello 0,5 per cento in termini reali, dopo l’1,2 per cento stimato per quest’anno.
In attesa di conoscere i dettagli della manovra, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha validato le previsioni economiche del governo, pur considerando ottimistiche quelle per il 2028 e il 2029. La crescita stimata dal Tesoro supera rispettivamente di 0,1 e 0,2 punti percentuali anche le previsioni più favorevoli degli esperti indipendenti consultati dall’Upb. Il rischio maggiore riguarda gli investimenti, soprattutto nelle costruzioni, che potrebbero rallentare con il progressivo esaurimento della spinta straordinaria del Pnrr. La nuova manovra dovrebbe aiutare, ma poco: sempre secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, alla fine del 2029 il Prodotto interno lordo sarebbe appena lo 0,3 per cento più alto rispetto a uno scenario senza nuovi interventi.
Una delle voci più consistenti della manovra riguarda la difesa, con circa 4,5 miliardi nel 2027. Il governo vuole utilizzare la deroga europea anche per rafforzare la sicurezza energetica, ma Bruxelles ha fissato condizioni precise: gli interventi devono contribuire a rendere più sicuri gli approvvigionamenti e a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. La Commissione europea ha raccomandato l’autorizzazione per l’Italia l’8 ottobre, mentre restano da definire i passaggi con il Consiglio dell’Unione europea e le spese effettivamente ammissibili.
La deroga scadrà nel 2028. Alcuni degli impegni che il governo vuole assumere, però, continueranno a costare anche negli anni successivi. I nuovi sistemi di difesa, per esempio, richiedono manutenzione e spese di funzionamento. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha chiesto al governo di chiarire come intende finanziarli quando non sarà più disponibile il margine straordinario concesso dall’Europa. Le sue simulazioni indicano che, dopo il 2028, il percorso di risanamento potrebbe richiedere correzioni annue dei conti comprese tra lo 0,45 e lo 0,75 per cento del PIL, a seconda della durata del nuovo piano di bilancio. Sono scenari, non tagli già decisi. Ma rendono evidente una difficoltà: finanziare oggi spese destinate a continuare negli anni utilizzando una deroga temporanea può creare nuovi problemi quando quella deroga terminerà. Ma saranno problemi del prossimo governo.
A pesare sui conti sarà anche il debito pubblico, che secondo il governo raggiungerà il 138,5 per cento del PIL nel 2027, prima di iniziare a diminuire. Il problema è soprattutto quanto costa finanziarlo. Secondo un’analisi di Intesa Sanpaolo, la spesa per interessi passerà dagli 87 miliardi del 2025 a circa 103 miliardi nel 2027: sedici miliardi in più in due anni, che lo Stato non potrà utilizzare per altre politiche. La situazione potrebbe migliorare se l’Italia ottenesse una promozione dalle agenzie di rating. Standard & Poor’s assegna attualmente al debito italiano un giudizio BBB+, con prospettive positive: un passaggio ad A− potrebbe aumentare la fiducia degli investitori e contribuire a ridurre i tassi richiesti per acquistare i titoli di Stato. Non sarebbe però un risparmio automatico, né immediato: molto dipenderebbe dall’andamento dei mercati e i benefici si vedrebbero soprattutto sui nuovi titoli emessi per finanziare il debito.
Anche il rapporto con Bruxelles resta delicato. Il governo punta a riportare il deficit sotto il tre per cento del PIL nel 2026, una condizione importante per uscire dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. La Banca d’Italia ha però avvertito che il nuovo aumento del deficit previsto per il 2027 e il 2028 potrebbe complicare la valutazione delle istituzioni europee. L’UPB ha inoltre segnalato che anche piccoli scostamenti rispetto al 2,9 per cento previsto per quest’anno potrebbero compromettere il raggiungimento dell’obiettivo.
Il Tesoro conta anche su circa 1,2 miliardi di tagli alla spesa dei ministeri nel 2027, destinati a salire a quasi due miliardi l’anno nel 2028 e nel 2029. Ma il Documento programmatico di bilancio non dice ancora quali ministeri dovranno rinunciare alle risorse e quali attività subiranno i tagli. Non sarà semplice, considerando che la precedente legge di bilancio aveva già ridotto gli stanziamenti delle amministrazioni centrali. Bisognerà capire se Giorgetti riuscirà a risparmiare sui costi di funzionamento oppure se verranno sacrificati fondi destinati ai servizi e agli investimenti.
Altri settecento milioni dovrebbero arrivare dal settore dei giochi, con un gettito analogo previsto per il 2028 e circa 480 milioni nel 2029. Anche qui, però, mancano i dettagli. Il governo non ha ancora chiarito se intenda aumentare le imposte sul gioco, modificare le condizioni delle concessioni o intervenire in altro modo sugli operatori. Sono quasi due miliardi di entrate previste in tre anni, senza che sia ancora stata definita la misura per incassarli. Le risposte dovranno arrivare con il disegno di legge di bilancio.