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Giovanni Chiaramonte, fotografo delle luci e delle sue ombre

Una sera di pioggia, a metà degli anni Settanta, un giovane fotografo torna a casa in autobus. Oltre il finestrino bagnato, all’altezza del viso, gli si accende davanti un’enorme palma al neon. Giovanni Chiaramonte lo racconterà quasi quindici anni dopo nel volume Terra del ritorno (Jaca Book, 1989): da quella «inquietante apparizione» nasce una serie intera, e insieme una crisi creativa durata più di tre anni, «un periodo di silenzio e di peregrinazione nell’affascinante problema dell’esistenza», che segnò una svolta nel suo percorso.

Quella palma, accesa sul fondo nero, è oggi una delle prime immagini che si incontrano entrando da Viasaterna, a Milano. La galleria d’arte contemporanea dedica al fotografo Alight, una monografica di settantacinque opere curata da Luca Fiore in collaborazione con gli Archivi Giovanni Chiaramonte, costituiti da poco dai figli. Il filo narrativo dell’esposizione vede come tema principale quello della luce, soggetto dell’immagine.

La Creazione/Neon è una delle prime sequenze di Chiaramonte, scattata tra il 1974 e il 1975 e dove le insegne luminose sono riprese con il teleobiettivo, con l’esposizione tarata sulla luce del tubo. La serie fu presentata alla Galleria d’Arte Moderna di Modena l’11 maggio 1975, con un piccolo catalogo e un testo di Arturo Carlo Quintavalle, il critico che lo avrebbe seguito per tutta la carriera.

Giovanni Chiaramonte, La Creazione – Neon, 1975-2016, stampa inkjet, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy Viasaterna

La sequenza ricalca il racconto della Genesi, e propone la luce come metafora del principio creatore. La serie segue il binomio luce/ombra, tratto caratteristico di tutti i lavori di Chiaramonte, e che si fonda su basi teologiche, per cui il male è assenza di bene, così come il buio è assenza di luce. La serie si apre con un primo segno di luce, poi vengono gli astri, il sole, le piante, gli animali, l’uomo e la donna. Chiudono i neon di oggetti con cui l’umanità maneggia luce ed energia: mezzi di trasporto, frecce, una lampada, un’antenna, una macchina fotografica. L’ordine in mostra è stato ricostruito dal curatore insieme alla gallerista Irene Crocco.

Per Chiaramonte, però, quei neon erano «segnali di una civiltà che ha perso il senso del mistero della vita e che non è più in grado di rappresentare il mondo». Dopo il 1975 il fotografo abbandona il lavoro e si ferma per anni. Ne uscirà con la convinzione opposta: il mondo stesso è immagine, e la fotografia deve rivelarlo, non fabbricare segni che brillano da soli.

Nel 1979 Quintavalle inserisce i neon nell’Enciclopedia pratica per fotografare di Fabbri, venduta a fascicoli, e li accosta per la prima volta all’artista statunitense Dan Flavin. Un libro previsto dalla cooperativa Punto e Virgola, fondata con Luigi Ghirri, non vedrà mai la luce.

Giovanni Chiaramonte, Cubo a Disueri, Gela, 1980, stampa c-print, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy Viasaterna

La serie riemerge nel 2016. Chiaramonte riprende le diapositive da 35 mm e, con lo stampatore Mario Govino, le digitalizza e le stampa a getto d’inchiostro. Rispetto ai Cibachrome dell’epoca il digitale dà più gradazioni nelle ombre e un contrasto controllabile: il fotografo considerava le nuove stampe più fedeli alla sua idea originaria. Alcune diapositive si erano deteriorate; ne firma trentacinque, esposte ora per la prima volta insieme. La galleria le propone come un’unica opera, a sottolineare la conclusione del progetto.

La parte centrale di Alight riunisce immagini dal 1980 ai primi anni Duemila, tratte da Paesaggio italiano (in parte inedito) e dai volumi Terra del ritorno, Penisola delle figure, Westwards e Dolce è la luce. Fiore le propone per dittici e trittici, riprendendo i temi che tornano nell’opera di Chiaramonte e nella storia della fotografia. Il primo è il topos dell’ombra proiettata, come quella di un albero o di un edificio riflessa su un muro o sopra un rudere. Il secondo è il raggio di luce che entra in un immobile degli anni Ottanta, che filtrando attraverso le finestre, segna il pavimento di cementine. 

Poi le colonne. A Segesta l’ombra disegna una prospettiva quasi rinascimentale; a Berlino la colonna diventa cippo; ad Atene, in una foto del 1988, il gioco delle ombre passa dalle architetture alle persone. C’è anche il sedile di uno scompartimento ferroviario del 1982, sormontato da una foto dei Fratelli Alinari con una veduta di Ostia antica.

Il colore è quello caldo del tardo pomeriggio, una gamma di sfumature color caramello che ammorbidisce la pietra. Spiccano Geraci Siculo (1997), nella Sicilia delle radici familiari, con un verde quasi acido; Mobile, Alabama (1991), con il cielo inciso dalla luce di un temporale; Miami, dove le macchie di sole sembrano ritagliate con le forbici. E la Via Dolorosa di Gerusalemme (1988), il tracciato percorso da Cristo verso il Golgota, con una figura appena visibile sul fondo.

Giovanni Chiaramonte, Di-STANZE, 2001, stampa c-print, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy Viasaterna

Non manca la luce come Grazia, nel senso teologico che Chiaramonte le attribuiva. In un dittico il fotografo guarda dall’interno dell’Orco di Bomarzo verso l’esterno, come dal fondo della caverna di Platone. Accanto, un autoritratto inedito, quello della sua ombra. «L’accostamento con l’autoritratto inedito, in cui Chiaramonte fotografa la propria ombra, rivela la sua posizione umana e artistica – spiega il curatore Luca Fiore –: il fotografo agisce nell’ombra e vede le forme del mondo delinearsi come proiezioni della luce, o come illuminazioni improvvise della Grazia».

L’ultima sezione della mostra presenta tredici fotografie da Di-Stanze, la sequenza realizzata nel 2001 a Villa Panza di Biumo, a Varese, ed esposta nel 2002 alla Galleria San Fedele di Milano. Il conte Giuseppe Panza lo aveva chiamato a documentare le sale della collezione. Chiaramonte ne fa invece un lavoro critico: un’opera che è insieme lettura della villa, del parco e delle installazioni pensate per quegli spazi.

Lì ritrova Dan Flavin, ventisette anni dopo i suoi neon. Nelle ex scuderie nota piccoli fori nelle pareti delle stanze di Flavin e chiede a cosa servano. Panza risponde scherzando: se qualcuno si sente oppresso, può guardare fuori. Chiaramonte non si accontenta della risposta, esce e scopre che le finestre sono state schermate utilizzando degli specchi. Capisce che quelle stanze, con un’unica apertura puntiforme, sono camere oscure. Chiede di spegnere i neon, e sulla parete opposta al foro compare, capovolto, il paesaggio esterno.

Giovanni Chiaramonte, Geraci Siculo, 1997, stampa inkjet, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy Viasaterna

È il colpo di scena su cui si chiude la mostra. Dentro un’installazione minimalista che voleva cancellare ogni riferimento al mondo, riaffiora la più mimetica delle arti: luce, foro stenopeico, proiezione, immagine. La genealogia della fotografia, ritrovata dove sembrava congedata. Il saggio fotografico uscì su Lotus Navigator nel 2002 come La sindrome di Varese; il testo di Panza che lo accompagnava non citava la camera oscura.

Nelle immagini degli ambienti di Robert Irwin e James Turrell tornano gli stessi motivi delle sale precedenti. E nella Varese Room (1976) di Maria Nordman una lama sottile di luce apre il buio: la stessa linea che inaugura La Creazione, la prima immagine della mostra. Il cerchio si chiude.

L’allestimento lavora per rimandi tra una sala e l’altra, e niente sembra lasciato al caso. La griglia delle cementine di un interno torna in un’altra stanza; un’immagine di raccordo unisce due corridoi. Tra le foto di Villa Panza c’è il corridoio verde, dove le tonalità si sovrappongono a fasce fino al pavimento, come tracciate a righello. Per Chiaramonte, che fotografava dall’ombra, non c’era altro modo di vedere il mondo.

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L’altro volto della trasformazione urbana, negli scatti di Sirkka-Liisa Konttinen

Che cosa resta di una comunità di cittadini quando le strade del suo quartiere vengono rase al suolo? Alla domanda prova a rispondere Under Development: What Happens When Cities Change?, la mostra visitabile fino al 29 novembre alla Newcastle Contemporary Art e che riunisce oltre mezzo secolo di fotografia documentaria dalla AmberSide Collection e dal Four Corners Archive. Accanto a nomi come Chris Killip e Henri Cartier-Bresson, l’esposizione racconta i grandi piani di demolizione e ricostruzione avviati in Gran Bretagna nel secondo dopoguerra, e le conseguenze che questi cambiamenti hanno avuto sui suoi abitanti.

Al centro del percorso c’è il lavoro della fotografa finlandese Sirkka-Liisa Konttinen, che per dodici anni ha documentato la vita delle comunità operaie residenti nell’area di Byker, un quartiere storico situato nella zona est di Newcastle upon Tyne, in Inghilterra. Nell’Ottocento l’area si è sviluppata come quartiere operaio legato alle industrie locali, e alla fine degli anni Sessanta era composto da case a schiera vittoriane sovraffollate e in cattive condizioni, dove abitavano circa diciassettemila persone.

Il Comune di Newcastle decise di demolirlo e ricostruirlo, all’interno di un progetto di sventramento e risanamento di quartieri considerati degradati. L’incarico venne dato all’architetto inglese Ralph Erskine, che prese spunto dal modello socialdemocratico svedese. Ne nacque il Byker Estate, insieme al Byker Wall: un edificio residenziale dal design innovativo che fungeva da barriera verso nord, proteggendo un interno di case basse, giardini e percorsi pedonali. A seguito dei lavori, gran parte della comunità originaria però non rientrò nello stabile: i lunghi tempi di costruzione e i trasferimenti temporanei spinsero molte persone a non tornare più.

Kendal Street in Snow, Byker, 1969 © Sirkka-Liisa Konttinen. Courtesy of the artist

Nel 1969 la fotografa Sirkka-Liisa Konttinen si trasferisce nel quartiere, vivendo tra i suoi abitanti, fotografando le case a schiera e la vita di strada, prima della demolizione degli immobili. Dopo anni, è tornata a fotografare un quartiere oggi conosciuto come Erskine’s Byker Wall, sorto sulle macerie del quartiere operaio. Oggi è composto da milleottocento unità abitative che ospitano novemilacinquecento persone.

All’interno del percorso espositivo sono affiancate due serie che raccontano il prima e il dopo la trasformazione, e che evidenziano lo scarto tra le ambizioni dell’urbanistica e lo stravolgimento della vita quotidiana di chi è stato travolto da quei cambiamenti. Mentre casa, rigenerazione urbana e futuro delle comunità tornano al centro del dibattito pubblico, abbiamo chiesto a Konttinen che cosa si perde e che cosa rimane nella memoria di una comunità, quando un quartiere cambia volto.

Kids with Collected Junk Near Byker Bridge, Byker, 1971 © Sirkka-Liisa Konttinen. Courtesy of the artist

Sirkka-Liisa Konttinen, lei non si è limitata a fotografare Byker, ci ha vissuto. Che cosa significava abitare in quelle case a schiera?
Le case a schiera, disposte lungo la griglia delle strade, facevano sì che ogni giorno si passasse davanti alla porta dei vicini, e così si finiva per conoscerli. La maggior parte delle case era abbastanza solida da durare ben oltre il destino che le attendeva e avrebbe potuto essere ristrutturate, con bagni interni e riscaldamento centralizzato: è ciò che la maggior parte degli abitanti di Byker avrebbe preferito, se avesse potuto scegliere. Io, come gli altri, usavo i bagni pubblici e il lavatoio comunale, che tra le donne creavano chiacchiere, battute condivise e legami sociali. Le strade, i pub e i negozi erano luoghi d’incontro, salotti comuni.

Le case che lei ha fotografato erano state classificate come inadeguate. I residenti condividevano questo giudizio?
I piani per demolire e ricostruire il quartiere erano noti da molti anni, e per questo alcune case in affitto erano state deliberatamente trascurate e lasciate andare in rovina dai proprietari. Gli abitanti non si sono mai considerati residenti di uno “slum”, un termine offensivo per una comunità orgogliosa delle proprie case e delle proprie strade. Senza dubbio gli ultimi nuclei familiari rimasti vivevano in condizioni disperate e nell’angoscia, in attesa di essere trasferiti mentre la demolizione avanzava.

A distanza di decenni, che cosa l’ha sorpresa di più della vita nel nuovo Byker Estate?
Sono stata invitata a tornare per fotografare il nuovo Byker venticinque anni dopo essere stata costretta a lasciare il vecchio. Era il 2003, quando Byker era diventato sede di un centro di accoglienza governativo per richiedenti asilo e rifugiati. La popolazione, prima bianca, era diventata visibilmente variegata quasi da un giorno all’altro. In circa ottanta ettari, racchiusi dalla “fortezza” del Byker Wall, un perimetro lungo oltre due chilometri, si parlavano ormai ventotto lingue, da persone provenienti da trentuno Paesi.

Mrs Potter in Mason Street, Byker, 1975 © Sirkka-Liisa Konttinen. Courtesy of the artist

Gli abitanti del nuovo complesso avevano storie molto lontane da quelle dei residenti originari. Che cosa ci dice questo cambiamento sul modo in cui la città assegna e ridistribuisce le case?
L’impossibile promessa di ricollocare la comunità storica di Byker nel nuovo complesso, evidentemente, non poteva essere mantenuta. Col tempo vi fece ritorno un quinto dei residenti, ma la comunità di un tempo, fatta di fitte interdipendenze, fu dispersa e distrutta. La popolazione del nuovo Byker divenne più transitoria, e gli abitanti vivevano in piccole sacche, ciascuno all’interno della propria comunità.

La fotografia documentaria rischia di raccontare queste storie in una nostalgia estetica. Come evitare questo rischio?
La fotografia documentaria ha molte forme estetiche e molti atteggiamenti diversi, sia da parte del fotografo sia da parte di chi guarda. L’estetica, qualunque essa sia, non è sinonimo di nostalgia. La nostalgia per ciò che viene rappresentata, provata dalle persone fotografate o da chi osserva la fotografia, arriva dopo (la parola nostalgia significa “desiderio struggente del passato”). Un momento catturato in una fotografia appartiene a quel momento, non è una forma di senno di poi.

 Jeremy Seabrook scrive del libro BYKER su New Society, settembre 1983: «In queste immagini è racchiusa un’intera epoca di storia sociale: riflettono le conseguenze per una comunità mentre la sua stessa ragion d’essere – le officine meccaniche e i cantieri navali – viene lentamente smantellata. Non ha nulla a che vedere con la nostalgia: le condizioni di vita erano troppo dure per questo. Ma l’attaccamento a luoghi che sono stati teatro di lotte, di amore e di sofferenza non è amore per i mattoni, la pietra e la povertà: è la misura dell’intensità di ciò che le persone, qui, provavano l’una per l’altra».

Oggi, di fronte alla crisi abitativa, alla gentrificazione e agli sfratti, che cosa possono dirci queste fotografie che il dibattito politico non riesce a dire?
Raccontano l’esperienza degli esseri umani travolti da questi sconvolgimenti.

Se dovesse scegliere una sola immagine che racconti il costo umano della trasformazione urbana, quale sceglierebbe?
Uomo che gesticola in una strada demolita, Byker 1971. Penso che la foto parli da sé.

Man gesturing in a demolished street, Byker, 1971© Sirkka-Liisa Konttinen. Courtesy of the artist

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La storia dimenticata dell’arte migrante di Kreuzberg

Fino al 17 gennaio 2027 il Gropius Bau di Berlino ospita Kreuzberg: Kunst und Migration seit 1960, una mostra che racconta una pagina rimossa della storia dell’arte tedesca. È quella degli artisti arrivati nella Germania Ovest con gli accordi di reclutamento della manodopera straniera tra il 1955 e il 1968, o nati dentro quella migrazione. A Kreuzberg, un quartiere povero e circondato per tre quarti dal muro di Berlino, la manodopera arrivata da Italia, Grecia, Turchia, Jugoslavia o Cile si mescolò ad artisti, attivisti e intellettuali. 

Nacque così una vivace scena culturale, che dopo il 1989 fu quasi dimenticata. Le oltre cento opere in mostra raccontano gli alloggi fatiscenti, il lavoro in fabbrica, la nostalgia di casa e il razzismo della Germania postnazista. Abbiamo parlato con lo storico dell’arte Gürsoy Doğtaş, che ha curato la mostra insieme a Patrizia Dander. Figlio di lavoratori migranti turchi, Doğtaş racconta come un archivio di quartiere gli abbia fatto scoprire una storia taciuta, quella dell’arte migrante.

Courtesy of Gropius Bau

Quando ha iniziato a lavorare a questa mostra e perché ha deciso di affrontare il tema della migrazione a Kreuzberg?
Per me la mostra è cominciata molto prima dell’inaugurazione al Gropius Bau. Direi circa cinque anni fa, quando stavo facendo ricerche per un articolo che mi era stato commissionato. Sono andato in un archivio di Berlino che si chiama Fontane-Apotheke e che fa parte dell’archivio del Kreuzberg Museum. Lì mi sono imbattuto in una mostra intitolata Mehmet Berlin’de / Mehmet aus Anatolien. Questa mostra mi ha colpito, o meglio mi hanno colpito i documenti che sono riuscito a trovare. Era stata organizzata da Dieter Ruckhaberle, allora direttore del Kunstamt Kreuzberg, che aveva invitato tre artisti dalla Turchia. Due di loro facevano parte di un’associazione di artisti turchi con sede a Kreuzberg. La mostra fu inaugurata nel settembre del 1975 e realizzata insieme ai Berliner Festspiele.

Quello che fecero era davvero avant la lettre: i tre artisti, Hanefi Yeter, Mehmet Cağlayan e Mehmet Aksoy, volevano rivolgersi anche al pubblico di lingua turca di Kreuzberg. Nel 1975 le persone provenienti dalla Turchia erano il gruppo di immigrati più numeroso: su circa centocinquantamila abitanti di Kreuzberg, circa venticinquemila venivano dalla Turchia, e proprio quell’anno il Senato vietò agli stranieri di trasferirsi nel quartiere.

Resero bilingue l’intero programma: la pubblicazione e tutti i manifesti. Volevano creare un programma capace di attirare persone che non avevano alcuna esperienza di musei o mostre. Bisogna immaginare che i lavoratori migranti arrivati dalla Turchia non erano affatto un gruppo omogeneo. C’erano accademici e insegnanti, ma anche persone provenienti dalle zone rurali della Turchia, come i miei genitori, che venivano anche loro da una regione rurale, anche se non arrivarono a Berlino ma ad Hannover. E volevano fare un programma che fosse attraente anche per loro. Invitarono musicisti e un coro, il Türkische Arbeiterchor Westberlin, che è presente anche al Gropius Bau. Invitarono ballerini, e la gente poteva fare picnic su Mariannenplatz, davanti al Bethanien. C’era anche un programma per bambini. Tutto funzionò benissimo e l’affluenza fu altissima. Mi ha colpito per tantissime ragioni.

Quali?
Una è che già nel ’75 avessero sviluppato strategie curatoriali così avanzate, che però in seguito sono state in qualche modo trascurate. Poi le opere stesse: mi ha sorpreso non aver mai incontrato lavori del genere prima, e lo dico da persona che ha fatto un dottorato in storia dell’arte. Ho studiato storia dell’arte e ho continuato a studiare – una ventina d’anni di formazione – eppure non le avevo mai viste. Da un lato ero felice, ma mi sono anche sentito un po’ tagliato fuori dalla mia stessa storia e da una storia dell’arte, che non aveva nulla da offrire a me e a molte altre persone con una biografia simile in Germania.

Courtesy of Gropius Bau

Perché ha scelto Kreuzberg come luogo d’interesse per questa mostra?
Avevo già fatto diverse mostre sulla migrazione per lavoro e sui suoi artisti, in Germania e in Austria. Come sa, i lavoratori migranti arrivavano nella Germania Ovest dall’Italia, dalla Spagna, dal Portogallo, dall’ex Jugoslavia, dalla Grecia, dalla Turchia, ma anche dalla Corea del Sud, dal Marocco, dalla Tunisia. Ed è diventato chiaro che Kreuzberg era un punto nevralgico molto importante. Insieme ai lavoratori migranti arrivavano artisti dagli stessi paesi, alcuni con borse di studio di istituzioni tedesche come il DAAD, altri tramite istituzioni culturali o ministeri dei loro paesi d’origine. E alcuni degli stessi lavoratori migranti diventarono artisti. Molte questioni urgenti emersero prima a Kreuzberg e poi acquisirono peso in tutta Berlino. Credo quindi che sia stata questa densità a convincere Patrizia Dander, la mia co-curatrice al Gropius Bau, e me. Con la densità venivano le reti, che comunicavano tra loro su tantissimi livelli diversi, cosa possibile perché si tratta di uno spazio piccolo. Qualcosa di simile difficilmente lo si trova ad Amburgo, a Colonia o a Monaco.

Pensa che questa densità di arti e culture abbia trovato nel corso degli anni uno spazio per svilupparsi? Ha visto dei cambiamenti nel tempo?
Sì. Per Kreuzberg è un aspetto importante. È un po’ diverso dal resto della Germania. A Kreuzberg gli artisti che mi interessavano tennero la mostra del 1975 di cui le ho parlato, ma continuarono ad avere o a organizzare mostre: nel ’77, per esempio, la mostra su Nâzım Hikmet al Kunstamt Kreuzberg, poi mostre personali negli anni Ottanta, e così via. Da un lato racconto la storia della sottorappresentazione di questi artisti. Ma dall’altro, all’epoca, questi artisti erano davvero molto presenti. Questa presenza prosegue fino al 1989, che è anche il punto in cui si concentra l’arco storico della mostra. Quando cade il Muro, l’intero discorso a Berlino e in Germania cambia. Si guarda alla Germania Est, a Berlino Est, all’Europa orientale. Si vuole capire cosa c’è dall’altra parte dell’Europa e cosa fanno lì. Com’era la produzione culturale da quelle parti?

La riunificazione avvenne su moltissimi piani, compreso quello culturale. Diciamo così: quando Berlino fu riunificata, quasi ogni museo esisteva in doppio, due musei civici, due gallerie nazionali e così via. La città era quindi impegnata a ristrutturare e centralizzare tutto questo. E con ciò gli artisti di cui mi occupo uscirono dal centro dell’attenzione e non ebbero più mostre. Alcuni lasciarono la Germania, per Istanbul o Bodrum, per esempio, oppure facevano la spola tra la Germania e il loro paese d’origine. Quando ancora potevano esporre, lo facevano in luoghi diversi, per esempio alla Staatliche Kunsthalle Berlin, che è esistita fino al 1993. Oppure al Kunstamt Kreuzberg e in altre gallerie comunali. Bisogna immaginare che allora Berlino investiva nella cultura molto più di oggi. Berlino Ovest era un’isola, e poteva essere mantenuta attiva e vitale solo attraverso gli investimenti. Si temeva che senza quei soldi Berlino Ovest sarebbe andata perduta. Per questo penso che tutta questa storia sia anche storia dell’arte migrante.

Courtesy of Gropius Bau

In che modo questa mostra riflette l’identità di confine di Kreuzberg?
Kreuzberg si trovava lungo il Muro di Berlino. È quindi un po’ come un’enclave anche all’interno della città. Per la produzione culturale e per la densità della città, però, conta di più la situazione del secondo dopoguerra che non il Muro. Durante la guerra Kreuzberg fu pesantemente distrutta, e i lavoratori migranti arrivati dagli anni Sessanta in poi si trovarono in questo contesto postbellico. Nel resto della Germania Ovest il reclutamento era cominciato nel 1955 con l’accordo con l’Italia. Berlino è diversa: prima del muro la manodopera arrivava dalla Germania Est e da Berlino Est. Una volta costruito il muro, le persone di Berlino Est non poterono più venire a lavorare per Siemens o AEG-Telefunken. È in quel momento che inizia il reclutamento. E quando le persone arrivano a Berlino, con quello che guadagnano non possono permettersi appartamenti dignitosi.

Così vanno a Kreuzberg, perché gli affitti sono bassissimi e nessuno vuole trasferirsi lì. Anche perché il quartiere è stretto dal muro e le case sono in pessime condizioni. Non c’è riscaldamento centralizzato, non c’è la doccia. A volte il bagno non è nell’appartamento e nemmeno sul pianerottolo: bisogna uscire dall’edificio e andare in un gabinetto nel cortile. Ed è proprio questo che lo rendeva così attraente per i lavoratori immigrati, per gli artisti e per tutte le altre persone che non potevano permettersi affitti alti.

Perché è importante mettere al centro queste narrazioni e la storia di persone che storicamente sono state sottorappresentate?
C’è stato quel momento in cui mi sono sentito tagliato fuori da una storia dell’arte, che era anche la mia storia. E ho potuto vedere quanto avessero fatto gli artisti in quel periodo, e anche tutte le persone che lavoravano nella cultura. Volevo rendere accessibile questa parte della storia dell’arte, non solo per la mia generazione (sono figlio di lavoratori migranti, la seconda generazione) ma anche per la terza generazione, i nipoti. E guardando più da vicino, mi hanno colpito molte altre cose. Quando arrivano a Berlino Ovest, a Kreuzberg, affrontano tutti i temi importanti per i lavoratori migranti. Quindi la questione abitativa, le condizioni di lavoro, la nostalgia di casa, il creare una propria cultura, ma anche il confronto con il razzismo nella Germania post-nazionalsocialista, che è davvero forte. Bisogna immaginare: quando finisce la guerra, c’è un periodo di rieducazione e denazificazione. Ma i governi militari di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia non lo portano avanti a lungo, perché presto l’Europa si trova nella Guerra fredda e gli Alleati occidentali hanno bisogno della Germania Ovest come partner.

Così la denazificazione non viene portata a termine come si deve. Un ex membro del partito nazista, Kurt Georg Kiesinger, diventa addirittura cancelliere, e altri occupano posizioni molto alte in Germania e plasmano la Germania del dopoguerra pur essendo stati nazisti. Gli artisti lo vedevano e cercavano di affrontarlo, dicendo: qui c’è del razzismo, dobbiamo chiamarlo per nome. Ma il razzismo opera anche su molti altri livelli, compresi quelli strutturali. E mi hanno colpito tutte le strategie che gli artisti svilupparono all’epoca. Anche da quella storia mi sentivo tagliato fuori, perché il razzismo in Germania non è diventato un tema solo negli anni Novanta, dopo la riunificazione. È un tema ricorrente, e i partiti di estrema destra sono entrati più volte nei parlamenti tedeschi e hanno influenzato la politica. La mostra cerca di capire cosa accadeva dagli anni Settanta ai primi anni Novanta, di riportarlo nel dibattito e di considerare gli artisti attivi allora e ancora in vita come testimoni a cui si può chiedere, per esempio, della storia di Kreuzberg negli anni Settanta.

Courtesy of Gropius Bau

Pensa che oggi, dal punto di vista dell’arte e della rappresentazione degli artisti con un background migratorio, ci sia più spazio per loro?
È una domanda complessa. Quando ho cominciato, tutto è partito dalla ricerca. Alcuni degli artisti che esponevo facevano già parte di un discorso. Quindi non tutti gli artisti presenti nella mostra su Kreuzberg vengono esposti per la prima volta dopo molti anni. Ho notato i seguenti passaggi. In Germania il termine post-migrazione si è diffuso negli anni Duemila, e post-migrazione è la mia generazione che dice: non riusciamo davvero a identificarci con la storia della generazione dei nostri genitori, ma non apparteniamo nemmeno alla società tedesca bianca. Abbiamo bisogno di una nostra cultura e di una nostra storia.

Quando la post-migrazione ha cominciato a costruire questa cosa nuova, non si è voltata indietro; non ha voluto vedere chi fossero gli artisti arrivati con gli accordi di reclutamento. Così questi artisti sono rimasti esclusi. Quando, dagli anni Novanta in poi, curatori, storici dell’arte e operatori culturali hanno iniziato a guardare agli squilibri nelle narrazioni dell’arte e delle mostre, si sono occupati delle artiste rimaste escluse, degli artisti queer rimasti esclusi, poi di grandi regioni la cui produzione culturale non era mai stata mostrata in Occidente, perché la prospettiva occidentale ed eurocentrica era dominante. Anche allora gli artisti migranti che espongo furono lasciati fuori. Quello che faccio, quindi, è guardare indietro a un gruppo di artisti che purtroppo sono stati esclusi da tutti questi diversi momenti di revisione della storia dell’arte degli ultimi cinquant’anni.

Courtesy of Gropius Bau

Ha raccolto molte opere provenienti da gruppi informali o dall’attivismo di base: come esporle senza monumentalizzarle?
Esponiamo circa centotrenta opere di più di quaranta artisti. La maggior parte sono dipinti su tela e sculture, realizzati per mostre del loro tempo. Erano fatti per essere esposti nelle istituzioni; gli artisti volevano essere esposti, quello era l’obiettivo. Solo pochissime opere sono nate con un intento completamente diverso, che pure sarebbe stato tipico degli anni Settanta: rifiutare certe forme di produzione culturale, il sistema e le sue istituzioni. Le faccio un esempio.

C’è un’opera di Natascha Ungeheuer, artista tedesca bianca che alla fine degli anni Sessanta fondò con Johannes Schenk il Kreuzberger Straßentheater. Non ha mai voluto essere associata alle istituzioni. Per lei era importante stare in strada a Kreuzberg, essere facilmente accessibile e a bassa soglia dal punto di vista della lingua e della comprensione. Ha rifiutato l’istituzionalizzazione non solo per il Kreuzberger Straßentheater ma anche per il proprio lavoro: ha realizzato dipinti di straordinaria bellezza, e volevamo esporne alcuni. Lei ha rifiutato, ma ha accettato che mostrassero in mostra alcune parti del teatro di strada.

Quello che abbiamo fatto, quindi, è stato semplicemente un confronto con l’artista, chiedendole: cosa ti sembra accettabile? Nel caso del Kreuzberger Straßentheater è quasi un piccolo intervento. Mostriamo una fotografia dell’epoca, ingrandita quasi a grandezza naturale come rivestimento di una parete, insieme a due delle maschere originali del teatro di strada. Gli attori indossavano queste maschere, e le maschere annunciavano che lo spettacolo stava per cominciare. È quindi qualcosa che su un piano non appartiene alle istituzioni, eppure su un altro piano questi oggetti fanno già parte di una collezione: lei ha affidato le maschere all’archivio dell’Akademie der Künste perché se ne prenda cura.

Abbiamo dovuto guardare con molta attenzione per assicurarci che tutto fosse pienamente in linea con le intenzioni dell’artista, che è ancora in vita. Poi ci sono i libri della casa editrice Ararat, che per noi sono stati anch’essi una questione da risolvere. Avevamo deciso di esporre solo arti visive e alcuni film. Questi libri sono stati un’eccezione, perché erano gli artisti a disegnarne le copertine o a contribuire con illustrazioni, e ci sembrava importante mostrare che le loro pratiche sociali a volte si sovrapponevano alla loro arte. Poi c’è Cecilia Boisier, un’artista cilena. La cito anche perché è morta il 24 settembre, a ottantatrè anni, senza aver avuto la possibilità di venire all’inaugurazione e vedere la mostra. Arrivò a Berlino Ovest nel 1975, in esilio dopo il colpo di Stato in Cile, e vi visse per il resto della sua vita. Se ne andò una sola volta, per Vancouver. Aveva una forte pratica sociale e un profondo senso di giustizia. I dipinti che esponiamo ritraggono donne che leggono lettere o dormono, a Berlino, per strada, un po’ isolate. La sua morte, e scriverne, mi hanno colpito molto profondamente.

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