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La privacy è la più incomprensibile di tutte le invenzioni, ed è fatta a casaccio

Il doppio binario della privacy: le regole europee impongono alle newsletter di comunicare agli utenti che sanno se le aprono o no, ma poi Google ti fa sapere che ha il tuo numero di telefono, anche se non gliel’hai mai voluto dare

«Ciao Guia, oggi ti scriviamo per importanti aggiornamenti che riguardano la tua privacy. Le nuove Linee guida del Garante Privacy, in vigore dal 29 ottobre 2026, ci chiedono di spiegarti come funziona il tracking delle newsletter e di lasciarti libero di scegliere». La mail in cui mi declinano al maschile è una di non so quante mail più o meno uguali che ho ricevuto nell’ultima settimana alla casella di posta che uso per i negozi.

«Ogni newsletter che ricevi da noi nasce da tante piccole scelte, in questo ci aiuta anche il tracking pixel. Sono piccole immagini invisibili inserite nelle email, che ci dicono in forma aggregata quante persone aprono la newsletter e quali link raccolgono più interesse, insieme ad alcuni dati tecnici. Sono dati tecnici che ci aiutano a capire cosa funziona e cosa no». Tradotto dal comunicatese: quando ci iscriviamo a una newsletter, chi ce la manda sa se la apriamo o no.

Per quanto dicano che questo li aiuta a capire cosa funzioni e cosa no, è evidente che di queste informazioni non se ne fanno un bel niente, altrimenti saprebbero che tutte le loro mail io le cancello senza aprirle. Funziona così: ormai ogni negozio sul quale clicchi per comprare ti dice «se ti iscrivi alla nostra newsletter ti facciamo lo sconto». Io mi iscrivo, perché sono una scontista di quelle all’ultimo stadio, quelle bisognose delle cliniche di disintossicazione dal miraggio dello sconto.

Poi le newsletter non le apro, perché mica mi serve che mi ricordino che esistono; la newsletter commerciale è quella che i tesisti del Dams chiamerebbero «funzione fàtica del linguaggio», serve a ricordarti che il tal negozio esiste, metti che avessi ricevuto un bonifico stamattina e non sapessi come spenderlo.

Ma io che esistono i negozi me lo ricordo da sola, e che cosa voglio comprare lo so da sola. È una discussione che faccio spesso con gente che vive pubblicizzando cose sui social (in analfabetese: content creator): la pubblicità è un relitto del Novecento. Oggi non c’è qualcuno che non sappia che esiste la Coca Cola o il Dixan o la carta da forno: la pubblicità serve solo a non far restare disoccupati i dipartimenti marketing delle aziende.

Di recente una persona mi diceva che non è vero (mi dicono sempre tutti che non è vero, sono sola nella mia convinzione che la pubblicità non serva più a niente), che è pieno di gente che non sa come spendere i soldi perché è ignara dell’esistenza di questo o di quest’altro lusso, e io pensavo ai trentenni su Twitter (o come si chiama ora) il cui passatempo preferito è dire che nessuno mai è stato povero come loro, e al fatto che da un lato ci sono quelli che non sanno come spendere i soldi senza pubblicità, dall’altro quegli altri che dicono che il lusso esposto poi fa venir voglia di spaccare vetrine, e in mezzo ci sono io che a ogni mail di negozio pensavo: come sei insicuro, ricordarmi continuamente che esisti non è sexy.

Insomma credo che quella per cui i negozi non possono più sapere che non apro le loro mail sia una nuova norma europea, perché Substack mi aveva avvisata due settimane fa che non avrei più potuto sapere se chi si abbona dall’Italia e dalla Francia apriva o non apriva le mie mail, e io avevo visto l’avviso e avevo pensato: cosa vuoi che me ne importi se aprono le mail, l’importante è che continuino a pagare l’abbonamento.

Poi ero andata a vedere le regole della tracciabilità, secondo le quali una mail vale una: se lo stesso abbonato apre una mail varie volte da vari attrezzi sempre un’apertura viene conteggiata, giura Substack. Solo che, le uniche volte che avevo guardato quelle statistiche, l’unica curiosità me l’avevano suscitata certe riceventi che immagino inoltrino (come facciamo tutti con qualunque cosa cui siamo abbonati) le newsletter a molti parenti, per cui la pagina mi diceva che quell’abbonata aveva ricevuto tre mail e ne aveva aperte quarantasette.

Insomma, come funzionano le cose non lo sa Substack, non lo sa il garante per la privacy, e non lo sa neanche la drogheria dove avevo comprato anni fa certe merendine introvabili e che ora ha l’obbligo di avvisarmi che se resto iscritta alle sue comunicazioni loro continueranno a tracciare se apro o no le mail, tipo moglie appiccicosa che chiede perché il suo messaggio non abbia le spunte azzurre.

Di tutte le invenzioni di questo secolo, la privacy è quella che capisco meno, nel senso che mi sembra quella su cui nessuno riesce a decidere come la pensa. È uno scrupolo superfluo? È un’indispensabile difesa dalle intrusioni? È una fissa di cui ci ricordiamo a volte sì a volte no? Tre giorni fa ho ricevuto una mail in molteplici copie, con identico oggetto: “Verifica dei numeri di telefono su BlackBerry KEY2 LE” (sì, ho ancora un Blackberry, prima ve ne fate una ragione e smettete di trasecolare prima possiamo passare a parlare delle cose importanti). Il mittente, Google Phone Verification, mi spiegava che «per semplificare il contatto tramite videochiamata o messaggio, i numeri di telefono di BlackBerry KEY2 LE vengono verificati e aggiunti ai tuoi Account Google».

Mentre un poderoso «ma cosa cazzo» si levava da casa mia, la mail proseguiva a spiegare che «Google otterrà periodicamente il tuo numero dal tuo operatore scambiando informazioni sul dispositivo, ad esempio l’identificatore della scheda SIM, per attivare i servizi Google». Avrei pensato fosse una trappola per farmi cliccare qualcosa e arrubbarmi i punti fragola, ma il messaggio era arrivato a tutte le caselle di posta che ho sul telefono, compresa una da cui non ho mai scritto a nessuno perché la uso solo per avere sotto mano le bozze dei testi cui sto lavorando.

Ora, io ogni volta che Google, nei vent’anni e fischia in cui ho usato sue caselle di posta, mi ha detto «guarda che se non ci dai il tuo numero di telefono un giorno potresti restar chiusa fuori dalla tua casella e non avere mai più le chiavi per rientrare e poi terrore miseria e morte», non ho mai ceduto al ricatto psicologico. Capite bene che tenere botta senza smollare il proprio numero e poi scoprire che la multinazionale cattiva se lo procura comunque perché stanno entrambi, multinazionale e numero, dentro il mio telefono, e insomma non le serve il mio permesso, beh, non è simpaticissimo.

(Non ho mai dato il mio numero a Google non perché pensassi di restare nascosta come Vongola75 quando dice che se sveli ai social che si chiama Maria Addolorata Capuozzi la stai doxxando: non gliel’ho mai dato per non ricevere inutili messaggi pubblicitari sul telefono, da aggiungersi alle inutili mail dei negozi che dovrebbero tracciare se le apro o no).

C’erano delle istruzioni abbastanza semplici e veloci per togliere il numero da ognuno degli account di posta, e l’avvertenza che però, a meno che non fossi andata a disattivare questa possibilità dal menù del Blackberry, l’avrebbero ri-aggiunto. L’ho tolto, sono andata sul Blackberry, ho cliccato su «guai a voi se vi azzardate a prendervi di nuovo il mio numero», e tutto è bene quel che finisce bene. Però ho una domanda.

Come tutti sanno, i Blackberry non li producono più da sei anni, quello che uso io l’ho comprato (di contrabbando o giù di lì) quattro anni fa. Quindi escludo sia un aggiornamento di sistema del Blackberry: immagino sia una novità di Google. Com’è possibile che, nella stessa settimana in cui le regole di privacy dell’Europa dicono alle newsletter guai a voi se non avvisate i destinatari che controllate se le mail le hanno aperte o no, è una gravissima violazione della privacy di Sorcioni che un negozio in cui ha comprato delle calze otto anni fa sappia che sono otto anni che non apre una sua mail, com’è possibile che negli stessi giorni dicano a Google «ma certo che potete prendervi i numeri di telefono della clientela che non ve li ha mai dati»? Sono io che non ho capito com’è fatta la privacy, o è che – come tutto, ormai – è fatta a casaccio?

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Il cervello si frolla di più nei talk show che su TikTok

Tv

La prima volta che ho visto qualcuna arricciare il naso per il vocativo «signora», più o meno trentacinque anni fa, vivevo a Roma e frequentavo nobili decaduti e squattrinati ma determinati a vivere come se quella sera fossero dovuti andare a un ricevimento a Versailles. Magda era siciliana, se i titoli nobiliari fossero valsi qualcosa sarebbe stata marchesa, e sbuffò perché qualcuno l’aveva borghesemente degradata a «signora»: mi spiegò che «o Magda, o marchesa». A Bologna il marchese era il ciclo mestruale, quindi mi fece particolarmente ridere che qualcuna volesse venire così appellata.

Non guardo mai i talk show, perché sono la mia definizione principale di «slop». Lo so che voi pensate che a mandare il cervello al macero siano i video che sui social vi spiegano che avete il cortisolo alto o che siamo in una dittatura, ma io ho una personalissima tassonomia dello slop, e una mia classifica dell’urgenza con cui evitare certe categorie.

Più da evitare di tutti, i talk show; posti dove arrotondano i giornalisti epperciò utilissimi in tempi in cui nessuno è più disposto a leggere, ma anche posti in cui il livello del dibattito è invero imbarazzante. Il che non m’impedirà di girarli tutti quando avrò un libro da vendere (ancora spostano qualche copia, ma sempre meno), ma guardarli proprio no.

Secondo livello di slop: i social in forma scritta. Frequento sempre meno Twitter (o come si chiama ora) e Facebook, perché ho capito che il vero pericolo non sono i video in cui qualche cretino dice cose a caso: il vero pericolo sono le parole scritte. Quelli che scrivono cento righe dandosi toni colti per spiegarti qualcosa, dandosi toni morali coi loro ricordi di gioventù (i settantenni sull’internet sono un’emergenza sociale), dandosi il tono di chi sta dicendo cose serie. In un posto dove puoi cliccare le faccine arrabbiate o i pollici alzati, voi volete dissertare dei problemi del mondo: ma allora siete scemi.

I video che tutti temono, quelli su Instagram e su TikTok, sono un problema minorissimo. Mentre, leggendo quelli che spiegano il mondo su Facebook o guardando i talk show, ho la percezione precisa di stare perdendo punti di quoziente intellettivo, guardando i video di qualcuna che usa un anticalcare dai risultati miracolosi la mia prosa non peggiora e il mio cervello non subisce danni.

Ho fatto un’eccezione all’evitare i talk show l’altro giorno, perché miracolosamente la nuova app di La7 funzionava, e mi era passato davanti sui social un frammento relativo a una di quelle polemichette da dieci minuti che occupano insensatamente spazio nel nostro cervello, e volevo esser sicura di avere capito bene.

Una storica era andata dalla Gruber a dire che La Russa nel secolo scorso era a un corteo fascista (accipicchia, fermate le rotative), La Russa si era offeso moltissimo (tipo noi quando pubblicano le foto delle medie in cui eravamo malvestite) e aveva annunciato querela (un giorno poi dobbiamo parlare di quelli che invece di fare querele le annunciano).

Questa tizia si chiama Michela Ponzani, e lui ha detto che avrebbe querelato «la signora Ponzani». Una cosa normale nel mondo normale, in cui sono tutti mister, pure gli ex presidenti degli Stati Uniti, tutte madame, pure le presidenti della Banca Centrale. Da noi no e, giura la Ponzani, non è per le stesse ragioni per cui Magda voleva essere chiamata marchesa.

Tornata dalla Gruber, cui non è parso vero – mentre Massimo Giannini, che se c’è da sbagliarne una non si tira mai indietro, le dava ragione – di dire che La Russa l’ha chiamata «signora» per maschilismo (neanche avesse detto «signorinella pallida»), la Ponzani – riferendosi in terza persona alla «professoressa Ponzani» – ha spiegato che «i titoli accademici non si ereditano come quelli nobiliari, costano tanta fatica, per le donne è ancora più difficile raggiungere certe vette» (vette!).

Insomma lei pretende che La Russa la chiami professoressa, dice, per poi sciorinarci l’allitterazione da poesia di Natale: «Ho già sentito il mio avvocato, per tutelare quelle che sono le mie ragioni, quella che è la mia onorabilità, quella che è la mia professionalità». Non sono riuscita a capire se stesse dicendo che voleva far causa a La Russa perché non l’aveva chiamata coi titoli di studio come avrebbe fatto un qualsivoglia parcheggiatore.

La cosa stupenda è che poco prima Beppe Sala, in collegamento, aveva detto questa frase qua: «A differenza di quando noi eravamo giovani, questi sono condizionati pesantissimamente dai social media, che sono – purtroppo qui denuncio la mia età – sono una delusione, sono un disastro: stiamo facendo arricchire quattro oligarchi americani che senza regole distruggono proprio i fondamenti del dialogo tra chi è più maturo e chi è giovane, tra i giovani stessi».

Beppe Sala, come si vede che non hai Facebook pieno di settantenni che ci tengono a dire che i giovani ci salveranno, come si vede che non guardi la tv dentro la quale le professoresse non hanno la prontezza di citare Loredana Berté: facciamo a cambio? Beppe Sala, io ti difendo sempre e passo la giornata a dire alle milanesi che si lamentano di te che le farei amministrare dieci minuti da Lepore e poi vedi come corrono a chiederti scusa, ma lì pensavo: ti pare che nel luogo in cui si frollano più i cervelli di tutti, i talk show della tv italiana, tu te la prendi coi social?

Cioè, voglio dire, in quella stessa mezz’ora Giannini ha appena detto che lui domenica era a Milano e non è vero come dicevano i tg che era stata una giornata di tensione, e nessuno gli diceva «Massimo, i tg parlavano di sabato, era un altro giorno», e davvero vogliamo dire che lo slop sta sui social cinesi e non alla tv italiana?

La risposta l’aveva data la sera prima, sempre dalla Gruber, Marco Travaglio, cui lei proponeva di andare lì a confrontarsi con Per Brevità Maria, che si vuole comprare Il Fatto. Tra l’altro, poiché una laurea non si nega a nessuno, ne ha una persino Per Brevità Maria, cui però nessuno nello studio di “Otto e mezzo” si riferisce come «dottore»: sarà misandria?

La proposta della Gruber si incrocia con un’intervista che Per Brevità Maria ha dato a Rtl, in cui racconta che lui, quando andò ospite dalla Dietlinde, chiese di avere come interlocutore Travaglio, ma l’ufficio stampa mise il veto – l’ufficio stampa di Del Vecchio, mica quello di Travaglio.

Comunque, lei – che evidentemente ritiene di poter addomesticare l’ufficio stampa di Per Brevità – propone a Travaglio questo incontro di Camp David, e Travaglio, con un sussiego che altro che La Russa, le risponde che questa del tentativo di scalata al Fatto «è una questione molto seria» (mica come l’Ucraina o Israele o qualunque altra delle sciocchezzuole al dibattito televisivo sulle quali Travaglio non mi pare si sottragga), che «se ci saranno incontri avverranno ovviamente nelle sedi ufficiali», e soprattutto mi fornisce finalmente la definizione che aspettavo di quello slop che sono i programmi che contribuiscono al reddito di Travaglio e degli altri: «Non è che questa storia possa trasformarsi in un Bagaglino, in un circo Barnum, o in un talk dove si chiacchiera del più e del meno».

A quel punto la Gruber – che è una signora, una con tutte stelle nella vita – ha sorriso, ha detto che sì, certo, non si possono discutere questioni che riguardano società quotate in Borsa, ma da giornalista aveva il dovere di provarci; chissà se poi, a fine registrazione, gli ha ricordato quanto gli dà a puntata e che insomma, non è molto signorile sputare nel piatto che ti fa fatturare.

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Non date Trump per spacciato, all’americano medio piace la sua orrendezza

Obama in un comizio a favore dei candidati democratici ha preso in giro i gusti pacchiani di Trump, ma forse sottovaluta che l’elettore di oggi non si fida di chi arreda troppo fino, né di chi parla troppo bene

Ogni volta che leggo qualcuno spiegare, con una certa sicumera, che le elezioni di metà mandato, quelle che si svolgeranno tra una settimana negli Stati Uniti d’America, saranno un trionfo per i Democratici, perché gli elettori hanno capito, perché Trump è finito epperciò terrorizzato sta tentando di andare contro la volontà popolare, perché alla fine arrivano i nostri come quando esisteva il cinema, ogni volta io penso che martedì prossimo mancheranno ancora nove giorni al decennale della mia analisi politica di riferimento.

La mia analisi politica di riferimento andò in onda il 12 novembre del 2016, sulla Nbc, all’interno del “Saturday Night Live”, il programma comico del sabato notte. La mia analisi politica di riferimento è uno sketch di meno di sei minuti intitolato “Election night”. C’è una parte del cast fisso del programma, c’è Dave Chappelle, che conduceva quella puntata, e c’è Chris Rock, che arriva a sorpresa.

La scenetta è ambientata in un salotto qualunque di una casa di americani di sinistra cinque sere prima, la sera dello spoglio elettorale. Le ragazze dibattono di quanti punti vincerà Hillary – lo so che vi sembrano passati trecento anni, ma quelle del 2016 sono le elezioni in cui Hillary Clinton è candidata contro Donald Trump: devo ricordarvi come va a finire? – e continuano a ripetere che è una serata storica, avranno la prima presidente donna. «Certo, lei vincerà il collegio elettorale, ma c’è uno scenario da incubo in cui il voto popolare lo vince lui». Dave Chappelle fa una faccia alla Dave Chappelle: ah, è quello lo scenario da incubo?

Potrebbe, giura uno di quelli pieni di sicumera, non esserci mai più un presidente repubblicano in questo paese: la demografia sta cambiando. Chappelle continua a fare facce: ma tu hai mai dato un’occhiata a questo paese? (Quelli con la sicumera sono tutti bianchi, e man mano che lo spoglio procede dicono che evidentemente è un paese razzista, e Rock e Chappelle ridono fortissimo).

Quest’estate, quando l’algoritmo ripescava qualunque intervista di Matt Damon perché “L’Odissea” era il gusto del momento, ne ho vista una del 2008: Damon si diceva terrorizzato dalla possibile vittoria di McCain e di Sarah Palin, candidata come vicepresidente nelle elezioni che poi vinse Barack Obama.

Non ho mai più smesso di pensarci, perché io le interviste di diciott’anni fa non me le ricordo, ma mi ricordo quelle del 2016, mi ricordo che nel 2016 era davvero come in “Election night”: erano tutti convinti che avrebbe vinto Hillary, così come due anni fa erano convinti che avrebbe vinto Kamala. Che secondo alcune brillanti analiste politiche hanno poi perso perché io le chiamo senza cognome delegittimandole, ma ora non divaghiamo e restiamo a: com’è possibile che la capiscano sempre al contrario? È perché quando hai un candidato evidentemente forte – Barack Obama – diventi scaramantico?

È perché quando hai una candidata evidentemente debole devi tirarti su convincendoti che ce la farai di sicuro?

E l’altra domanda che mi faccio è: è stato Obama un caso irripetibile non di vittoria di uno di sinistra, non di vittoria di un nero, ma di vittoria di un figo? Nel weekend Obama ha fatto alcuni comizi di sostegno a candidati delle elezioni di metà mandato, e sappiamo tutti che è un oratore formidabile, ma leggendo le reazioni a quel suo discorso mi si è consolidato un sospetto: la forza di Trump sta nella sua orrendezza. Obama sarebbe stato un’ambizione, un secolo fa: quando i ricchi si prendevano degli istitutori per imparare ciò che non sapevano e non fare figuracce in pubblico. Adesso che i ricchi si instagrammano con voluttà con cinquantamila euro di vestiti addosso e quindici errori di ortografia a didascalia, Obama è una rottura di coglioni: l’insopportabile promemoria che c’è qualcuno fotogenico e anche con la parlantina.

A un certo punto del discorso di Obama c’era una battuta sulla quale vale la pena soffermarsi. Partiva dallo stesso rimprovero che fanno tutti a Trump: pensa più alla ristrutturazione della Casa Bianca che al paese. E poi diceva una cosa che pensiamo tutti da sempre, io la pensai entrando per la prima volta nella Trump Tower nel 1988: ma cos’è tutto quell’oro?

L’oro è una fissa di Trump, avrete visto le foto di prima della presidenza, quando si faceva scattare nell’appartamento appunto della Trump Tower, oro ovunque e soffitti tragicamente bassi. Non ha esattamente un gusto minimalista, che è un altro modo in cui piace alle masse. Se fossero ricche, anche le masse di elettori si farebbero fare un cesso d’oro, anche loro si farebbero portare cartocci di McDonald’s dal maggiordomo in livrea: cosa credevate avrebbe fatto il cittadino medio con gli eventuali profitti di un gratta e vinci, comprato il catalogo Adelphi?

Se dite – e lo state dicendo tutti, parlo a voi che scrivete sui giornali – che è normale che i ragazzi sfascino le boutique perché il desiderio della cosa costosa è bruciante e cogente e tale e quale a quello del tizio della “Locomotiva”, se dite che appropriarsi della cintura Vuitton senza pagarla è la versione 2026 di «pensava al magro giorno della sua gente attorno, pensava a un treno pieno di signori», beh, poi non potete meravigliarvi se all’elettorato piace il cesso d’oro del Donald più di quanto gli piaccia l’elenco di romanzi fighetti che il Barack condivide ogni anno.

Barack Obama prende l’osservazione sull’oro e la completa così: «Ma cos’è tutto quell’oro, sembra che Saddam Hussein abbia ristrutturato una Cheesecake Factory». Cheesecake Factory è una catena di ristoranti per famiglie assai popolare negli Stati Uniti, ci vanno quelli che se invece vogliono mangiare italiano vanno da Olive Garden (altra catena popolare), non esattamente gente sofisticata come d’altra parte non lo è la massa da nessuna parte, figuriamoci in America.

Mentre scrivo sono quarantott’ore da quando Obama ha fatto questa battuta, che non ci vuole Chris Rock per capire sia una battuta imperniata su «Saddam Hussein», non su «Cheesecake Factory», e sono quarantott’ore che leggo dibattiti lunari sul classismo di Barack Obama che secondo questi giganti del pensiero non capisce che all’americano medio la Cheesecake Factory piace.

Ho letto migliaia di commenti, e a stravolgermi non sono tanto quelli che dicono che Obama è elitario, che il suo disprezzo per il popolo è evidente, che tu a me la Cheesecake Factory non me la tocchi capitoooo, che è proprio alienandosi l’elettore medio che va alla Cheesecake Factory che i Democratici sono diventati irrilevanti. Quella potrebbe essere propaganda. Quelli potrebbero essere commentatori che travisano apposta, per poter criticare Obama. A stravolgermi sono quelli che lo difendono.

Quelli secondo i quali l’esempio era giusto, perché se vi piace la Cheesecake Factory e avete più di cinque anni avete un problema. Secondo i quali l’esempio era giusto, perché lo sappiamo tutti che la Cheesecake Factory è famosa per gli arredi kitsch, e un vero patriota americano mai vorrebbe che la Casa Bianca le somigliasse. Amici, compagni, concittadini, io non sono qui a seppellire le vostre licenze medie, ma non ci vuole un dottorato in costruzione delle battute per capire che, in quella similitudine lì, la Casa Bianca è già la Cheesecake Factory (cioè: un’istituzione americana che tutti conoscono e che a tutti va bene resti com’è), e Trump è il dittatore iracheno che la ristruttura stravolgendola, mettendoci troppo oro, facendola troppo pacchiana. Non c’è niente di più triste che spiegare le battute, e infatti in genere non si fa.

In genere, se sei un politico con una certa qual abilità oratoria, sai fare battute che non hanno bisogno di didascalie, che possono essere travisate solo per malafede e non perché si è estinto il pubblico non completamente stupido.

Un paio di settimane fa ho sentito un dibattito tra il sindaco di Torino e il presidente della regione Piemonte. Non so neanche chi dei due fosse quale, e chi dei due fosse quello di destra e chi dei due quello di sinistra, ma ne sono uscita stravolta da quanto fosse scarsa l’oratoria di entrambi. Forse è quello che vogliamo.

Forse lo stesso pubblico che vuole solo romanzi scarsi perché così non si complessa pensando che non li avrebbe saputi scrivere, e film scarsi perché così anche se si distrae gli ripetono venti volte qual è la legge di Zeus e all’uscita non deve chiedere a ChatGpt di spiegargli la trama, forse quel pubblico, che è pubblico ma anche elettorato, vuole anche politici scarsi. Non si fida di chi arreda troppo fino, né di chi parla troppo bene. Chissà chi c’è tra due sabati al “Saturday Night Live”. Chissà se torna Chris Rock a dire ma tu pensa, chi l’avrebbe mai detto che finiva così.

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De Luigi benedice i morti, Cremonini e Argentero fuggono dai vivi che vogliono una foto

C’è stato un momento martedì sera, mentre in un teatro di Londra Cesare Cremonini presentava il suo nuovo disco, e sotto il palco c’erano i fan e sopra, nella balconata, c’erano gli invitati, c’è stato un momento in cui ho pensato a John Lennon.

Cesare è sceso tra la folla, e nel secolo scorso il peggio che gli sarebbe potuto succedere era che gli sparassero, e invece oggi il peggio era quel che stavo vedendo: gente attorno al cantante ben attenta a tenere il telefono alto per inquadrare sé stessa e dire al mondo guardami, sono vicino a un famoso, sono anch’io one of the beautiful people. Poi ho guardato al centro della balconata, e c’erano giornalisti che, sporgendosi come Michael Jackson quando faceva dondolare neonati, riprendevano il tutto con la prontezza che una volta si aveva per le notizie e oggi si ha per creare contenuti che possano andare, che il dio delle parole mi perdoni, virali.

Un’ora dopo, fuori dal teatro, il vicolo in cui si trovava l’ingresso degli artisti – dal quale tre ore prima uscivano ed entravano piatti perché i giornalisti, che si accingono alla fatica di filmare quelli che si stanno filmando, vanno innanzitutto sfamati – era pieno di spettatori del concerto convinti che, come succede con gli attori di teatro, poi la popstar sarebbe uscita e loro si sarebbero potuti far firmare e filmare e ottenere testimonianze della loro contiguità con la beautiful people.

Ignari che il cantante era fuggito a concerto appena finito, prima che la platea potesse raggiungere la stage door, e in quel momento era già tre chilometri più in là a mangiare capesante e salutare gli amici e fare quelle cose che fa la beautiful people quando non si fotografa per creare contenuti per il pubblico. Ieri i giornali riportavano che Federico Lucia sarebbe stato denunciato da postulanti che a Milano volevano una foto e che lui invece di assecondare avrebbe fatto picchiare dalle guardie del corpo, e io pensavo: è quel che succede quando non hai capesante verso cui scappare e ti tocca subire l’assedio del pubblico (credo che il pubblico fosse il tormento sottinteso cui Bono diceva di non poter vivere né con te né senza di te). 

Guardavo la folla in quel vicolo e non riuscivo a decidere: fanno una vita più d’inferno questi che vogliono la foto col famoso, o fa una vita più d’inferno il famoso con cui tutti vogliono la foto? 

Mi sono fatta la stessa domanda ventisei ore dopo, nel foyer d’un teatro di Bologna nel quale avrei poco dopo visto lo spettacolo di Fabio De Luigi. Ero come sempre senza occhiali, e l’amica che mi accompagnava faceva l’audioguida, è entrata Virginia Raffaele, è entrato Samuele Bersani. Sono più infelici loro che non possono mai mettersi le dita nel naso perché c’è sempre qualcuno che li riconosce e li guarda, o noi che c’illudiamo di conoscere la beautiful people che abbiamo visto sui giornali e alla tele?

Questa ennesima stagione di riflessione sui meccanismi della fama l’aveva aperta un mese fa proprio Cesare Cremonini, facendo uscire una canzone, “Paparazzi”, che a un certo punto è “L’avvelenata” di cinquant’anni dopo. Dove Guccini aveva «un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete», Cremonini ha «volevo fare la popstar ma sono Diletta Leotta» (non sarò io a dire «declino delle élite»).

In “Abitavo a Penny Lane” (l’ha pubblicato Feltrinelli qualche mese fa), Riccardo Bertoncelli racconta della famigerata recensione in cui se la prendeva con quella che forse è la più bella frase del canzoniere gucciniano, «stare a letto il giorno dopo è l’unica mia mèta», di come Guccini scrisse “L’avvelenata” e poi gli spiegò che non aveva capito niente dei suoi dischi, di come la canzone fu inclusa in “Via Paolo Fabbri 43” consegnando Bertoncelli a fama perpetua (chissà se Diletta Leotta avrà la stessa sorte).

Nella sua autoanalisi, dice che a rileggersi in effetti era come quel tizio che andava a frugare nella spazzatura di Bob Dylan per dimostrare che si era venduto, dice di sé «ero un piccolo ayatollah». Cinquant’anni dopo, non abbiamo bisogno di frugare nella spazzatura, perché le “Stanze di vita quotidiana” non sono più un disco ma uno scroll: i famosi ce li abbiamo nel telefono – in compenso abbiamo conservato la disposizione d’animo degli ayatollah di fronte a tutto, e per ogni esponente della beautiful people che s’inquadra in cucina c’è uno di noi pronto a chiederne la testa perché ha visto in un angolo una bottiglia di plastica finire nella carta: non è rigoroso nella differenziata, a morte. È avvenuta quella mutazione che Bertoncelli racconta gli avesse pittato Guccini nel 1976: la trasformazione del personaggio pubblico in prigioniero pubblico.

C’è una domanda che ho smesso di fare ai famosi; è inutile chieder loro se la fama sia l’inferno (certo che lo è), perché ti risponderanno sempre e comunque: eh però ti trovano sempre il tavolo al ristorante. La risposta articolata si è incomodato a scriverla Fabio De Luigi, sta nel suo spettacolo, in un pezzetto che parte dalla morte, se non ci fosse la quale saremmo coevi di tutti i grandi mai passati sul pianeta.

Quegli esilaranti minuti lì passano per il tentativo di Fabio di farsi dare un tavolo telefonando al ristorante, dicendo che è De Luigi, il comico, l’attore, quello famoso, sciorinandogli tutto il suo repertorio di personaggi che il ristoratore conosce ma non importa, perché quella sera al ristorante c’è Sordi, c’è Troisi, c’è Gaber, c’è Tognazzi, mica uno li può far alzare per De Luigi; e approdano alla frase che non capisco perché non ho trovato stampata su magliette da comprare nel foyer del teatro (i teatranti hanno molto da imparare dalle popstar, quanto a merchandising). La frase è: «Posso dire? Meno male che si muore. Pensa, con tutti quelli bravi vivi, che vita di merda per noi mediocri».

Per quanto Guccini vedesse il futuro, l’organizzazione sociale e culturale dei pubblici prigionieri di cinquant’anni fa prevedeva ancora l’esistenza delle opere, e infatti di Guccini ricordiamo il verso in rima, mica un autoscatto con Bertoncelli. L’oggi ha visto, nei giorni scorsi, una polemica perché una spettatrice d’uno spettacolo di Argentero ha scritto in un gruppo di fan la propria indignazione perché, come Cremonini, Argentero non si è affacciato alla stage door permettendo al pubblico pagante di portarsi a casa le prove d’aver toccato il famoso, prove con cui fare invidia alla cognata: io ho la foto e tu no.

«Siamo venuti solo per te, lo spettacolo era penoso noioso e orrendo», scrive la signora rivolgendosi ad Argentero, e io trovo molto affascinante un’economia basata sul fatto che io compro il tuo biglietto, il tuo disco, il tuo libro, ma quei soldi non te li do per l’opera, te li do per il sottinteso obbligo di farmi la dedica, il vocale per mio cugino, la foto abbracciati.

Samuele Bersani e Virginia Raffaele si alzano mentre Fabio De Luigi sta ancora facendo inchini alla platea, perché l’unico modo in cui la beautiful people può salutare i propri amici in camerino è fuggire come un ricercato prima che il tragitto tra la platea e il camerino diventi un calvario di foto e vocali e altre stazioni del martirio.

Però la punizione c’è comunque, perché attardarsi a salutare in camerino vuol dire affacciarsi all’uscita degli artisti quando già, fuori, sono accampati i cacciatori di luce riflessa, che hanno pagato il biglietto del teatro e per ciò ritengono d’avere diritto al tempo del famoso, all’attenzione del famoso, alla simulazione di consuetudine col famoso, sia esso il famoso titolare dello spettacolo o il famoso amico che è andato a salutarlo.

E già se hanno pagato il biglietto è qualcosa. Quest’estate sono stata a vedere uno spettacolo con Gary Oldman, a Londra, e ho fatto l’unica fila alla transenna della mia vita: in posti in cui questo rituale è organizzato, ti metti in fila a fine spettacolo, e a un certo punto il famoso sbuca in uno spazio tra l’ingresso degli artisti e una transenna e tu ti fai firmare qualcosa mentre occhiute guardie del corpo badano che tu non ti prenda indesiderate confidenze.

L’organizzazione del rituale prevedeva una figura professionale che passava lungo la fila e controllava che noi derelitti cacciatori di fama avessimo il biglietto: c’è, mi spiegavano, chi si mette in fila solo per la firma, mica prima ha visto lo spettacolo. Qualcuna protestava: io l’ho visto un mese fa ma ho il diritto di fare la fila alla transenna tutte le sere.

Di recente Gillian Anderson, che sta facendo a teatro “Chi ha paura di Virginia Woolf?”, ha sgridato una abbastanza fanatica da essersi presentata venti volte, e il nostro tempo sbandato trasforma quell’osservazione in un meme, clicca qui, Gillian Anderson riprende la fan, invece di farci pensare a John Lennon: che distanza c’è tra venire venti volte a simulare consuetudine col famoso e andargli una sola volta sotto casa armato?

Chissà a quelli fuori dall’ingresso degli artisti per Cesare a che ora hanno detto «guardate che qui non lo vedrete», chissà se ci hanno creduto, chissà se sono andati a dormire o sono corsi in un gruppo di fan a indignarsi. Io ripenso a quella fila per Gary Oldman che non so neppure perché ho fatto – per avere qualcosa da scrivere o perché sono taleqquale alla fan di Argentero? – quella fila in cui credevo d’essere Bertoncelli ed ero Diletta Leotta, e mi chiedo se valga la pena per noi, che al massimo ci rivendiamo l’autografo su eBay, e per loro, che al massimo trovano il tavolo al ristorante.

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Quelli di sinistra e di destra che vanno a vedere Brunori hanno capito tutto, tranne le battute

Dario Brunori sul red carpet alla Festa del cinema di Roma, 13 ottobre 2026 (LaPresse)

C’è una frase che a certi amici di Guccini piace tantissimo ripetere, è una frase su certi limiti del pubblico con la quale il maestrone sintetizzava egregiamente la questione, è una frase in dialetto perché Guccini era consapevole della maggior efficacia del dialetto nel veicolare un certo sbrigativo sprezzo, è una frase cui penso tantissimo durante lo spettacolo di Dario Brunori, “TuttoBrunori”, in un teatro bolognese.

Ve la dico dopo, prima devo dirvi che sono arrivata nel retropalco di Brunori, prima che cominciasse lo spettacolo, e indossavo dei ridicoli occhiali da sole, perché come spesso mi accade avevo perso gli occhiali da vista nel disordine, senza sono orba, e quindi avevo risolto con occhiali da sole graduati, che alle nove di sera al chiuso ti fanno sembrare un po’ Silvio con l’uveite un po’ Aristotele Onassis.

Per consolarmi dal mio imbarazzo, Brunori mi ha raccontato che sere prima, a Firenze, c’era in platea uno col cappellino e gli occhiali da sole, per non farsi riconoscere, e quell’uno era Matteo Salvini, ma a lui che era sul palco di Salvini in platea l’hanno detto solo dopo – e adesso che vedi lo spettacolo, si sono affrettati a rimarcarmi tutti, vedrai quanto è assurdo che ci fosse Salvini, chissà cos’ha pensato.

E lo vedo, perché nello spettacolo c’è Salvini, non in platea, ma come coprotagonista di uno dei frammenti del lungo monologo che è il nucleo di questo preciso spettacolo di Brunori Sas (che più che un nome d’arte sembra un’identità da picchiatello dell’internet convinto di non poter dire col suo vero nome che a lui la panna nella carbonara piace), dove le canzoni sono molto attese dal pubblico per l’incantesimo della rima e del poter fare da coro, ma a stare attenti (neppure troppo) si capisce che stanno lì per spiegare quei monologhi: sono le cose che gli sono successe per fargli scrivere quelle canzoni, il modo in cui gli sono venute in mente, l’architettura. Sì, quella del suo cuore che avete sentito a Sanremo, ma pure quella di Leonardo da Vinci se andrete a teatro.

In quel frammento lì Dario Brunori dice una cosa che dicono tutti gli scemi, cioè che ai Salvini del mondo mica può piacere De André – «o non hanno capito loro, o non abbiamo capito noi» – ma la dice in un modo non da scemo. La dice nel modo in cui dice le cose lui, pieno di dubbi e di autoironia e di contraddizioni e di umanità, ma il pubblico questo livello qui non lo vede. Sarà che siamo a Bologna, e quello bolognese è il più complessato dei ceti medi, il più stolido, il più ideologico, ma a me sembra che siano un algoritmo: colgono le parole chiave, quelle di fronte alle quali avere soddisfazioni di Pavlov, mica i toni.

Brunori dice che con tutti i Salvini cui piacciono i De André gli viene il dubbio che fare il cantautore sia diventato di destra, ma no, perché lui canta per tutte le associazioni benefiche, scrive tutte le cose giuste, e insomma gli è chiaro d’essere la figurina cliché del cantautore di sinistra; lui dice così sul palco, e loro in platea emanano l’ottusa soddisfazione del liceale con la maglietta di Che Guevara che squarciagola «trionfi la giustizia proletaria», solo che hanno l’età mia e il mutuo e la babysitter da pagare quando tornano a casa.

A un certo punto c’è un pezzo favoloso in cui la questione «genocidio» viene dibattuta in una riunione milanese, dove uno vestito da milanese e che parla come un milanese dibatte del “brief genocidio”, chiedendosi se stiano ottenendo gli obiettivi aziendali o se si stiano facendo battere dal Ruanda, e oltre a «brief» ci sono altre cento parole in aziendalese, ma neanche questo fa sì che il pubblico in platea sappia distinguere tra oggetto e bersaglio della satira.

È allora che la signora di fianco a me tira fuori dalla sua brava borsetta la sua brava bandiera della Palestina, la dispiega, la solleva sopra la testa. La prima cosa che penso è: ma quella dietro così non vede più niente. La seconda cosa che penso è: guarda, una che pensa che questo pezzo parli di genocidi e non di milanesi. La terza cosa che penso è: tu vai in giro con una bandiera della Palestina in borsa? Ma io voglio conoscerti, io voglio parlarti, io voglio studiarti.

Ma non è la sbandieratrice il primo punto dello spettacolo in cui penso a quella frase di Guccini. Il primo frammento di monologo inizia con una dichiarazione d’intenti poetici, «Io mi chiamo B.», di cui mi chiedo quanti in sala capiscano il riferimento, poi B. passa per la madre che gli chiede come possa andare a Sanremo, «cumu ti ci presenti cu ’sta panza a Sanremo, pari Pavarotti», per il padre che tutta la vita ha votato fiamma tricolore e ora il figlio va da tutti quelli che gli stavano sul cazzo, Fazio, Gramellini, «in una parola: Rai3», per il fisioterapista che gli rimprovera che la sinistra non lotti più contro i ricchi («Mimmo, con tutta la buona volontà: ma come facciamo a lottare contro noi stessi?»); ma la serata esalta il pubblico in sala in misura che per le altre due ore e spicci non è nemmeno paragonabile quando Dario e Simona – madre di sua figlia e corista e tutte cose – duettano dicendosi «Ti amo».

Potrebbe essere la scena d’un reality, cioè dell’unico linguaggio che capisca ormai non solo il pubblico di Sanremo, non solo il pubblico di Angelo Duro, non solo il pubblico di Sal Da Vinci, ma anche e soprattutto il pubblico che si percepisce raffinato venendo a vedere il santino dei cantautori di sinistra.

Più avanti succede un’altra cosa, e io non so se la sbandieratrice alla mia sinistra la sapesse, fosse venuta equipaggiata perché informata su quel preciso pezzo di monologo, potrei restare a domandarglielo ma chi legge questa pagina non si stupirà se dico che l’urgenza di andare a farsi un gin tonic in camerino prevale sempre su quella del giornalismo investigativo.

Succede che Brunori racconta d’un suo spettacolo al quale si svolge la scena che ormai c’è a tutti i concerti, quella che ti garantisce pubblicità gratuita perché fa finire il concerto nelle homepage di tutti i giornali, quella che esalta i giornalisti di spettacoli perché se ci mettiamo di mezzo il tema importante ci strillano l’articolo in prima pagina, il dirottamento preferito dalla fotogenia (vuoi mettere che macchia di colore, quella bandiera) e dai giornalisti che per venire finalmente filati dalla direzione se ne fottono di Mimmo e ti chiedono di Ed Sheeran e di De Gregori.

I capitoli di monologo hanno dei titoli che compaiono nello schermo dietro di lui, quello della scena che conosciamo tutti ma vista dal lato del cantante s’intitola “1 minuto e 20”, Brunori racconta di sé stesso sul palco che vede quello che gli agita la bandiera davanti perché vuole la prenda (neanche dice di che bandiera si tratti, non c’è bisogno: esistono altre bandiere, in questa stagione dell’economia dell’attenzione?). Lo vede e non sa che fare.

Se la prende il pubblico si esalterà, ma mica l’impegno politico può diventare marketing, mica si può perdere il diritto al silenzio, lui è pieno di dubbi e, siccome è uno che sa fare il proprio mestiere, descrive questo sbandieratore nel modo più facilmente credibile, come un ventenne, che «mi sorride come chi non ha nessun dubbio».

Che è una condizione che, nel mondo di prima, affliggeva solo i ventenni, ma la sbandieratrice sessantenne alla mia sinistra sorride come una bambina a Natale, meno male che la bandiera se l’era poggiata in grembo e non l’aveva messa via, così ora può sollevarla certa che Brunori sia con lei, mentre Brunori dice che nella scena che sta raccontando gli danno «un minuto e venti per sciogliere il nodo mediorientale, loro sono ottant’anni che ci lavorano», ma lei sbandiera felice, lei non ha dubbio alcuno che sia lei al concerto di Brunori, lei con un pezzo d’acrilico colorato in borsetta, a poter un domani dire ai nipoti «La pace nel mondo fu merito nostro».

Quando alla fine Brunori racconta che, in quella scena, la bandiera l’ha infine presa, lei – che già della riflessione e dei dubbi e delle considerazioni sul marketing se ne fotteva – si percepisce finalmente vincitrice: sta nella stessa curva di tifoseria di quello sul palco. E – lo so che non mi crederete, e se non fosse successo nella poltrona di fianco non ci crederei neanch’io – poggia un attimo la bandiera e fa il gesto che faceva Alberto Sordi nei “Vitelloni”, e io non so chi stia mandando affanculo, Ed Sheeran, De Gregori, la coscienza tormentata di Brunori, Miss Italia che la pace nel mondo non l’ha ottenuta e lei sì. So però che aveva ragione Guccini quando diceva: in capésen un cazz’.

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La fine degli intellettuali, ma non della citazione colta pronta per Instagram

Scontri tra manifestanti a Manifestazione contro il caro vita a Milano sabato 17 ottobre 2026. (foto by Stefano Porta/LaPresse) clashes between protesters at Demonstration against the high cost of living in Milan saturday 17 october 2026 (Photo by Stefano Porta/LaPresse)

Anni fa Alessandro Baricco raccontò che, quando aveva una rubrica su Vanity Fair per la quale ogni settimana doveva riempire una pagina di testo, e una pagina di Vanity Fair si riempiva con una sessantina di righe, ogni tanto tentava invano di convincere il direttore che per dire certe cose di righe ne bastavano due, e che quindi la pagina potesse uscire bianca, con sole due righe di testo in cima o in mezzo o in fondo.

Pur non essendoci qui la questione dell’impaginazione cartacea, e notandosi quindi meno la brevità insolita del testo, sono abbastanza certa che il direttore che sovrintende all’Avvelenata obietterebbe anch’egli al mio consegnarne oggi una fatta d’un solo rigo, perché nel sindacato dei direttori di giornale han tutti le stesse fisime.

Prendetevela quindi con le antiquate fissazioni dei direttori di giornale se oggi sarò inutilmente prolissa, ridondante, ripetitiva nelle variazioni che stanno attorno a un solo concetto, concetto che sarebbe potuto stare in un esaustivo rigo, e quel rigo sarebbe stato: mi sembrate tutti scemi.

Mi sembrano scemi quelli che scrivono sui social variazioni sulla rivoluzione che non è un pranzo di gala, come se incendiare cassonetti e spaccare vetrine e autoscattarsi con sfondo di lacrimogeni fossero sinonimi di «presa della Bastiglia», e non di «1, 2, 3, casino», e non di «Sfera che ce lo facciamo un selfie?».

Mi sembrano scemi gli adulti infantili di questo secolo, quelli che vivono coi soldi dei genitori, nelle case comprate loro dai genitori, mandando i figli in scuole e in vacanze pagate dai nonni e, poiché i tempi facili producono individui con infelicità immaginarie, hanno deciso che sì, i loro figli hanno problemi gravissimi, e passano il tempo a cercare di farsi perdonare da loro e dai loro psicanalisti (pagati anch’essi dai nonni) invece di prendersi l’incomodo di fare gli educatori e di mettere in pratica tutto quello su cui teoricamente si sono preparati per fare i genitori: la prima generazione che ha pensato che fare figli fosse una specializzazione alla quale occorresse arrivare preparati è anche la generazione che ha comprato “I no che aiutano a crescere” ma o non l’ha letto o non l’ha capito.

Mi sembra scemo il cantante che cinque anni fa ci diceva che «Vuitton e Prada non contan nada», e oggi ci dice che mettere in vetrina roba che i-nostri-ragazzi non si possono permettere è violenza alla quale si risponde con la violenza (perché è tutto simbolico, e tutto capriccio consumista: gli assalti ai forni erano gesti dimostrativi d’obiezione alla chetogenica, mica fame; però, l’avesse detto in rima, magari m’avrebbe convinta).

Mi sembra scema l’amica editorialista che mi scrive per farmi gli auguri di compleanno e aggiunge che ogni volta che scrivo dei genitori imbecilli dei puccettoni in piazza capisce quant’è imbecille, invia il messaggio e un secondo dopo apre il computer per scrivere il trecentesimo pezzo su quanto hanno ragione i-nostri-ragazzi.

Mi sembrano scemi quelli che si dolgono perché hanno il feticcio dell’oggetto-libro e insomma va bene tutto ma devastare la libreria Feltrinelli no; mi sembrano scemi quelli che hanno Wikipedia epperciò – con quel che costa il wifi mica vorremo non ottimizzare – ci tengono a precisare che Giangiacomo Feltrinelli però morì tentando di fare un attentato; mi sembrano scemi quelli che s’indignano per chi ha complessi di superiorità culturali tali da pensare che la merce libro sia più sacra della merce borsetta; mi sembrano scemi quelli che certo che il libro è un feticcio, io sottolineo solo a matita.

Mi sembra scema la scrittrice sessantenne che mi passa davanti in un pezzettino social mentre dice a una trentenne, a una trentenne che porella provava ad argomentare che i suoi coetanei non hanno avuto le guerre e l’incubo del nucleare e il terrorismo e altre amenità e insomma tanto male non gli è andata, la sessantenne che le spiega perentoria che no, non è vero, la trentenne non lo sa ma i trentenni d’oggi sono i più sfortunati della storia del mondo, perché la sessantenne arrivò a Milano quarant’anni fa e il lavoro te lo tiravano dietro; fingendo di non sapere che è vero che oggi nessuna redazione (parlandone da vive) assumerebbe la lei inutile e miracolata di quarant’anni fa, ma ella avrebbe modo di accendersi la telecamera del telefono in faccia e di diventare comunque una benestante senza qualità – certe opportunità non vengono mai meno, al massimo cambiano veicolo.

Mi sembra scemo lo scrittore della stessa generazione che dice che rubare le borse di lusso saccheggiando negozi del centro in nome del carovita va bene se quella borsa di lusso la regali alla mamma che non se l’è mai potuta permettere facendole così fare il salto di classe previsto dal materialismo storico (ma solo se la mamma è abbastanza in confidenza con le pratiche di questo secolo da rivendere la borsa su Vestiaire e poter infine pagare le bollette: la classe sociale non la fanno gli accessori di pelletteria, la fa l’assenza dei problemi economici di base).

Incidentalmente, sfogliavo per altre ragioni un libro che non c’entra niente, lo scrisse Simone de Beauvoir nel 1970, s’intitolava “La terza età”: impossibile non notare quanto tutto quel che era sensato citare cinquantasei anni fa non sia di nessun aiuto per spiegare l’oggi.

«La società dei consumi, nota Marcuse, ha sostituito alla coscienza infelice una coscienza felice, e disapprova ogni senso di colpa»: Herbert, Simone, non so come dirvelo ma, vista dal 2026, da una società che ostenta con voluttà sensi di colpa, che si fustiga a favor di obiettivo fotografico, che passa il tempo a crogiolarsi in dichiarazioni d’infelicità, sembra la frase d’un romanzo di fantascienza.

Poche pagine più avanti, SdB cita Sigmund Freud e il «triste contrasto tra l’intelligenza raggiante d’un bambino e la debolezza intellettuale d’un adulto medio», e io penso che il più influente intellettuale del Novecento ha descritto un mondo che non esiste più, in cui gli adulti ancora non miravano a regredire fino a essere irresponsabili e coetanei dei figli, epperciò raggianti.

Tutti gli intellettuali che abbiamo come riferimento, tutti quelli che hanno prodotto pensiero e non penzierini, sono gente del Novecento, la cui visione del mondo era la visione d’un altro mondo, le cui categorie analitiche oggi sono utili quanto lo scatolone di cento nastri che ci ha lasciato nostro nonno acciocché la nostra Olivetti avesse sempre inchiostro.

D’altra parte non è che possiamo citare Vittorio Lingiardi o Byung-Chul Han o Roxane Gay o Michela Murgia o uno qualunque dei produttori di biscotti della fortuna nostri coevi.

È andata così, che abbiamo avuto tante fortune che non scambierei con la vita del secolo scorso – l’acqua corrente in casa, gli antidolorifici, l’aria condizionata, supermercati che ci danno accesso a una varietà di cibo che settant’anni fa non era disponibile neanche per i re – ma la sfiga di un mondo senza intellettuali, intesi canettianamente come individui in grado di essere in conversazione col loro tempo e in contrasto col loro tempo.

Abbiamo solo gente che cita compulsivamente pensatori del Novecento per farci sapere che ha studiato molto (ma non abbastanza da capire che quei pensatori parlavano del mondo di prima – compreso Canetti, noteranno i più scafati tra i miei piccoli lettori); e gente che produce libri fatti per prendere i like, like presi per produrre apparizioni retribuite nei festival, apparizioni nei festival fatte per farsi chiedere il selfie alla fine, perché che tu sia intellettuale o Sferaebbasta sempre lo stesso selfie la platea vorrà, per prendere anche lei qualche like dai cognati, per l’economia di risulta di quella valuta che è la fama. Ci sono gli uni, ci sono gli altri, e in mezzo ci siamo noi. Tre categorie accomunate dall’essere inappellabilmente sceme.

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Piperno ha scritto un gran romanzo su Tom Cruise, grazie agli Oasis

Se io ci sapessi fare, questo articolo comincerebbe così: qualcuno doveva aver calunniato Alessandro Piperno, perché la mattina del 20 maggio 2023 Guia Soncini si svegliò determinata a trattarlo come uno che avesse voglia di far conversazione.

Invece comincia così: ho letto “Gli scherzi della vita” su una carrozza silenzio del Frecciarossa, carrozza dalla quale mi sono quasi fatta cacciare perché ridevo rumorosamente; il Frecciarossa tornava da Torino, compiendo il destino d’un libro che Alessandro Piperno ha chiaramente scritto per farsi perdonare quella conversazione di tre anni e mezzo prima.

“Gli scherzi della vita” è una storia nella quale i semicolti troveranno Kafka, e i normali Renato Pozzetto: alla vigilia di Natale un divo di Hollywood si sveglia nel molle corpo d’un critico d’arte romano, e viceversa. Per un po’ vivono l’uno la vita dell’altro, e poi mica sono così cafona da dirvi come va a finire (ma posso dirvi che a due terzi avevo pronosticato tutt’altra fine da quella che poi è).

Alessandro Piperno dice che l’idea gli è venuta dopo aver visto un’intervista in cui i fratelli Gallagher, che come tutte le persone sensate Piperno reputa i più lucidi pensatori viventi, dicevano un «fuck» ogni due parole, e aver fantasticato di cosa sarebbe successo se anche lui, facendo lezione all’università, si fosse messo a dire questo cazzo di Flaubert e quella cazzo di Bovary e fate una cazzo di tesina.

Tuttavia, per il mio personale fanatismo, “Gli scherzi della vita” è soprattutto una irresistibile caccia al tesoro. L’attore che si scambia il corpo col critico d’arte si chiama di nome Ethan, come l’Ethan Hunt di “Mission: Impossible”, e di cognome Kaffee, come il Daniel Kaffee di “Codice d’onore”. Entrambi, come sanno anche quelli che sono meno fanatici di Tom Cruise di quanto lo siamo Piperno e io, interpretati appunto da Tom.

È solo una frase di Piperno – che non resiste a tratteggiare Ethan come assai più imbecille di Ludovico Spinazzola, il critico, perché è pur sempre un professore di letteratura e nel sottoscala della sua ragione c’è la convinzione assurda ma tenace che chi ha letto tanti libri sia più intelligente di chi si lancia dagli elicotteri – è solo una frase dell’autore, dicevo prima di lanciarmi dall’elicottero d’un inciso nel quale Ethan Kaffee si sarebbe perso, è solo una frase a impedirmi di dire ciò che vorrei dire adesso.

Ciò che vorrei dire adesso è che non può essere un caso se “Gli scherzi della vita” esce quasi in contemporanea a “Digger”, cioè al forse unico clamoroso insuccesso della carriera di Tom Cruise. Al film del quale tutti si domandano se Tom sia impazzito a scegliere di farlo (come se lo domanda lo staff di Kaffee quando quello comincia a mangiare cheeseburger).

Non solo: quasi in contemporanea al film la principale scena del quale è una rielaborazione del monologo che in “Codice d’onore” non era di Cruise ma di Jack Nicholson, il monologo favoloso per il quale Cruise era allora troppo giovane e che ha dovuto aspettare trent’anni per poter interpretare, rivisitato.

E soprattutto: quasi in contemporanea al film – il primo in diciott’anni – in cui Cruise recita dentro un corpo che non è il proprio. La frase di Piperno che mi impedisce di fare questa considerazione è: «Come tutti i poveri di spirito, Ethan Kaffee non credeva nelle coincidenze».

Come tutti gli attori, Tom Cruise ha un repertorio che sfodera durante la promozione dei film. Come tutti gli attori in promozione in questo sfortunato decennio, è andato in un milione di programmi televisivi e di podcast e di sarcazzi, e perciò anche chi è meno studioso del suo repertorio di quanto lo siamo Piperno e io troverà, in alcuni dettagli della vita di Ethan Kaffee, echi delle pochissime caratteristiche note della vita di Cruise passategli sul cellulare mentre spolliciava TikTok invece di lavorare.

Non ricordo chi sia stato a raccontare che, andando a girare in qualche deserto o sull’Himalaya o in qualche altro posto dimenticato dal wifi, aveva detto a Tom Cruise «non ti riconosceranno», e quello aveva risposto con sicumera che certo che avrebbero riconosciuto Tom Cruise, e infatti. Eccolo lì, subito, pagina 15: «Durante una pericolosa spedizione in Mali, un’intera tribù di Tuareg gli aveva chiesto un selfie».

A Natale, Cruise fa arrivare ad amici e conoscenti e collaboratori una torta al cocco pare buonissima, e usata come status symbol: se la ricevi, puoi dire di essere nelle sue grazie. La torta è probabilmente il dettaglio più noto di una vita di paranoica riservatezza: al programma di Jennifer Hudson, lei gliel’ha fatta trovare lì e lui l’ha mangiata con grande soddisfazione. Ed eccola, pagina 42 di “Gli scherzi del destino”: «I selezionati amici che a Natale ricevevano una variopinta torta a strati».

C’è persino “Digger”, nell’agente che si scusa per averlo convinto a girare una serie televisiva in costume d’epoca: «Ho pensato: è vero, a lui piace buttarsi dagli aerei, scalare ghiacciai a mani nude, ma è anche un grande attore. Lo ha dimostrato con Stanley, con Steven, con Quentin» (Piperno ci teneva a non fare proprio esattamente una biografia di Tom Cruise, quindi ha aggiunto alla sua filmografia Tarantino, per confondere le acque).

Poi c’è anche un sacco di altra roba, naturalmente. Il provincialismo e l’egemonia: «Nulla mandava in estasi Sveva e i suoi ospiti abituali come un grande pensatore radicale americano venuto in Europa a parlar male dell’America ufficiale». L’andropausa: «Cosa penserebbe Foucault, sapendo che ti sei scopato mia moglie?». E il fatto che Ludovico Spinazzola (o lo stesso Piperno?) non frequenti abbastanza Instagram: «La cultura è il tallone d’Achille dei ricchi – specie quando la ricchezza è antica» può dirlo solo uno che non vede la voluttà con cui i nuovi ricchi ostentano analfabetismo accendendosi la telecamera del telefono in faccia.

“Gli scherzi della vita” esce oggi, lo pubblica Mondadori, e io sono certa certissima che Alessandro Piperno lo abbia scritto per farsi perdonare di quella mattina di maggio alla quale ripenso da tre anni e mezzo perché «Si dice che il problema degli scemi sia che pensano poco. Ecco, Ludovico era persuaso dell’esatto contrario: il problema degli scemi è che pensano troppo».

Era molto presto al mattino, ci incrociammo nell’ascensore d’un albergo di Torino, io lo costrinsi a non farsi i fatti suoi a colazione ma a dividere con me il tavolo del cappuccino, Piperno mi traumatizzò dicendomi che “Succession” era brutto. Questo libro l’ha scritto per dirmi che va bene, non capisce Logan Roy, ma capisce Maverick Mitchell. Come avrebbe detto quel russo che Spinazzola ha letto e Kaffee no: tutto è perdonato.

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L’unico potere rimasto è insultare chi non rispetta gli impegni di lavoro (e chi non paga)

Più o meno un anno fa, un conoscente simpatico mi chiede un saggio breve per una rivista che nessuno legge e che non ha soldi per pagarmi. Gli dico di sì perché faccio sempre volentieri beneficenza a istituzioni culturali che non avevano ragione d’esistere neanche nel Novecento, figuriamoci adesso, e perché mi dà come scadenza aprile.

Capiterà anche a voi: vi chiedono una cosa per sei, nove, dodici mesi dopo, e voi dite ma certo, tanto quel giorno non verrà mai, e poi invece quel giorno viene sempre e voi avete accettato di andare a un matrimonio in Sicilia il giorno dopo un impegno non differibile a Londra e dovete fare biglietti assurdi e prendere taxi da trecento sterline alle quattro di mattina per arrivare dove avevate promesso d’essere (è un esempio ovviamente di fantasia, non ripenso affatto piangendo a quelle trecento sterline di taxi ogni giorno prima e dopo i pasti).

Il conoscente mi dice che ad aprile assemblano il numero che uscirà a settembre, e io penso che è una brutta fatica essere un’istituzione culturale squattrinata ma che si ostina a percepirsi prestigiosa e dover usare tipografie che ci mettono cinque mesi a stamparti: mi ricorda quegli aristocratici romani che hanno non so quanti pontefici nell’albero genealogico e d’inverno in casa tengono addosso il cappotto perché non possono permettersi la bolletta del gas.

La prima settimana d’aprile il mio romanzo va in tipografia e, libera da quell’incubo che è la chiusura d’un libro, scrivo subito la mia cosina per la PIC (Prestigiosa Istituzione Culturale): sono una che si bulla d’essere sempre puntuale con le consegne, e non sarà la squattrinatezza della PIC a farmi fare un’eccezione. Mando le mie paginette, poi me ne dimentico. Fino a giugno.

A giugno il conoscente mi scrive: ah poi se hai tempo ricordati di scrivermi quella cosa, e io penso che quindi non ha neanche controllato la mail, cialtrone, ma soprattutto che la scadenza era finta e due mesi dopo sono ancora lì a grattarsi la pancia, tipici cialtroni dell’industria culturale.

Lo insulto con moderazione, lui recupera la mail ormai invecchiata, mi ringrazia non molto cerimoniosamente perché come regola gli esponenti dell’industria culturale sono appunto come gli aristocratici decaduti – più hanno le pezze al culo più cercano di darsi un tono – e io torno a disinteressarmi di quel contributo, do per scontato che esca, me ne disoccupo.

Questa settimana – ottobre, quasi novembre – mi scrive una redattrice che mi dice che devo approvare l’impaginato col mio testo cui hanno fatto delle «piccole correzioni». Penso: ah, che tenera, Carneade della PIC che pensa di poter intervenire su un mio testo. Penso anche: ma quindi non usciva a settembre. Quindi la scadenza era doppiamente falsa.

Le scadenze false, lo dico se per caso siete massaie ricche che non hanno mai avuto un committente, si danno in due casi. Con collaboratori di conclamata cialtroneria, cui sai che chiederai una cosa per le otto e loro alle nove ancora non avranno creato il file in cui scriverla. O in quel caso che in psicologia si chiama «proiezione». Mi hanno dato una scadenza falsa perché sono dei cialtroni, ed essendo dei cialtroni danno per scontato lo siano anche gli altri.

Ora, io non vorrei scrivere dieci volte al mese l’articolo sul fatto che nessuno sa più fare nessun lavoro, e vi giuro che questo non è quel genere d’articolo, perché qui stiamo parlando non di chi sa o non sa fare un lavoro, ma della cattiveria del destino che ogni giorno mi fa pagare il fatto di non essermi accollata un marito e otto figli.

Qual è la caratteristica precipua dei mariti? Quella che si debbano ripeter loro le cose cento volte. Qual è la frase più detta dai mariti? «Adesso lo faccio». Caldaia rotta? Idraulico da chiamare? «Adesso lo faccio», «adesso» come i quattordici «adesso» delle quattordici volte in cui gliel’hai già detto. I figli sono tali e quali. I compiti? «Adesso li faccio».

Come Rossella O’Hara giurava che non avrebbe avuto fame mai più, io ho molto presto giurato che non mi sarei annoiata a ricordare a qualcuno che non mi pagava per fargli da segretaria che c’erano delle cose da fare. E la vita mi ha punito: non vuoi ripetere agli eventuali mariti e figli che devono fare il loro dovere? E io ti circonderò di gente che paghi perché faccia il suo dovere, e alla quale devi ripeterlo lo stesso allo sfinimento, sventolando fatture e bonifici. La tua vita sarà un gigantesco «Questa donna pagata io l’ho», ma nessuno sverrà per l’umiliazione: continueranno allegramente a fottersene.

Ho un’avvocato (è una donna, lo dico perché magari passa di qui Carneade della PIC che gongola «ah, Soncini non sa mettere gli apostrofi, vedi che facevo bene a correggerla», mai sospettando che la lingua italiana sia fatta esattamente così: il femminile del sostantivo lo fa l’apostrofo) che deve presentare una citazione in giudizio per mio conto da quattro anni, quasi cinque. Naturalmente non dice «adesso lo faccio», perché le fatture garantiscono una minuscola variazione, rispetto alla comunione dei beni. La frase del(la) professionista che paghi e ciononostante devi inseguire e supplicare è: stavo proprio per farlo.

Ho un commercialista che ogni anno deve farmi un conteggio a settembre, e ogni anno io lo inseguo da settembre a novembre, in un arco drammaturgico che va dalle richieste in toni normali e civili di quelli che si usano tra adulti, ai solleciti garbati, agli insulti, alle minacce, e la risposta è invariabile: stavo proprio per farlo.

L’anno scorso ho stabilito la regola che, per ogni giorno che mi faceva aspettare una risposta, io avrei tardato una settimana a pagargli la prossima fattura: gliel’ho scritto sentendomi risoluta e perentoria e protagonista del mio tempo e della performance.

Quando qualche mese fa mi ha scritto la segretaria facendomi presente che non avevo pagato la fattura annuale, io mica volevo sembrare una che non paga puntualmente: le ho mandato lo screenshot della minaccia minacciosa dell’anno prima come motivazione del mio ritardo. Lei avrà pensato che ero completamente pazza, perché la storia del cinema ci ha insegnato che noi che abbiamo ragione facciamo sempre la figura delle pazze furiose.

Io non so quando la mia vita ha dirazzato. Ero l’incarnazione di quel verso di Daniele Silvestri: io, fondamentalmente, non ho forse mai aspettato niente. Mi ero costruita un’esistenza a misura di egoismo, a misura di indipendenza, a misura di non dover scendere a compromessi coi caratteri degli altri. Poi chissà cos’è successo, e ora eccomi qui, a cercare invano di farmi richiamare dal commercialista, dall’avvocato, dalla manicure che mi ha dato appuntamento all’ora che preferiva lei e poi non riesce a rispettarlo, dal pastificio che deve dirmi se si degna di mettermi da parte i tortellini da cinquanta euro al chilo.

Poi alla Carneade ho scritto che se aveva quel tono mi riprendevo il mio pezzo e care cose a lei e famiglia, e lei penserà che forse non è stata abbastanza gentile (non lo è stata), che forse non è una buona idea darsi tanto più tono quanto meno ce lo si può permettere (non lo è), che forse bisogna essere servili come Richard Gere chiedeva ai commessi d’essere con Julia Roberts, quando una s’incomoda a regalarti un lavoro (bisogna esserlo). Ma la più impresentabile verità è che, se l’inadeguata rappresentante della PIC fosse stata una che pagavo per essere efficiente, avrei tollerato la sua inefficienza, perché tollerarla sarebbe stato sì stremante, ma comunque meno faticoso che cercare un’altra legale, un altro commercialista, un’altra manicure, un altro pastificio.

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Il teppismo degli adolescenti, e gli adulti che li scusano in nome dell’ennui

Ad aprile erano quarant’anni da quando, vicino a Milano, morì una neonata che se ne stava nella macchina dei genitori inconsapevoli: passarono sotto a un cavalcavia nel momento in cui qualcuno faceva cadere un masso. A dicembre saranno trent’anni da quando, nello stesso modo, morì una giovane donna, vicino Tortona.

Lo dico non per ipotizzare che ci sia qualcosa di nefasto negli anni che finiscono per sei, ma per ricordare a chi era vivo nel Novecento che «sassi dal cavalcavia» era, un po’ come «stragi del sabato sera», un modo in cui chi allora faceva i giornali cercava di ridurre a formula ricevibile quello che resta uno dei più grandi indicibili: nella società del benessere che ha risolto i problemi che minacciavano la vita, dalla fame alla guerra, i ragazzi spesso si annoiano, e per movimentare la noia fanno, con frequenza superiore a quella per noi accettabile, cose violente, cose stupide, cose pericolose, cose criminali.

La storia dei due ragazzini di Roma che un paio di settimane fa così, perché «ci stavamo annoiando», si sono messi a cercare di far cadere la gente per strada, e uno l’hanno fatto cascare dal monopattino e sbattere la testa e finire in coma, è una storia di quelle per cui i giornali diventano matti, perché è come la fine dell’amore secondo Cocciante: non c’è mai una ragione.

Puoi intervistare tutti gli psicologi, fare tutte le analisi del presente, ricostruire tutti i modi in cui l’infanzia è destino e tutte le altre puttanate consolatorie che ci raccontiamo da quando abbiamo inventato la psiche, ma una logica non c’è. Nella cronaca degli interrogatori che c’era sul Corriere di ieri, a un certo punto gli articolisti scrivevano sconsolati: «Nessuna chat, nessuna sfida social». Potessimo almeno dire che è YouTube che li fomenta, che è TikTok, che è qualche diavoleria della modernità, e invece no, son stronzi e basta.

Un mio conoscente che vive a Parigi è stravolto dal fatto che i suoi figli quest’anno non hanno praticamente ancora frequentato la scuola: la valanga di disastri è partita il 17 settembre da uno sciopero dei docenti a Créteil, alla periferia di Parigi, e da lì è diventata affare di studenti che si annoiano quanto quelli di Roma, ma sono abbastanza furbi da procurarsi una copertura ideologica invece di dichiararlo: danno fuoco alle macchine o peggio mica perché sono teppisti senza costrutto, ma perché vogliono migliori condizioni scolastiche.

Ma certo. D’altra parte ai tempi miei si occupava la scuola per le malefatte della Falcucci, mica perché occupare la scuola significava passare la notte fuori senza dover discutere coi genitori dell’orario di rientro.

Il mio conoscente è stravolto dal fatto che la Francia si stia trasformando in un’americanata, un documentario di Michael Moore (a Marsiglia un quattordicenne ha sparato a prof e preside), ma ancor più, non essendo lui francese, dall’orgoglio francese rispetto alle proteste violente: si percepiscono intenti a prendere la Bastiglia, mica equipaggiati di figli teppisti, dello stesso teppismo annoiato e satollo di tutti gli adolescenti d’occidente.

«Il fine giustifica i mezzi», gongolano adolescenti impuniti a giornalisti che non sono lì per prenderli a coppini e dirgli di andare a studiare, ma per non sembrare insensibili al “disagio giovanile”, questa etichetta da titoli di giornale che è perfetta per il tempo rammollito che viviamo, un tempo in cui i genitori pagano lo psicologo ai figli acciocché essi possano lamentarsi di quanto li vessa una società che non li manda in miniera a otto anni o nei campi a dodici. Subito dopo o subito prima, l’immaginetta dello stesso adolescente che bacia Mélenchon svela che non è uno specifico italiano, quello della situazione grave ma non seria.

Per la gioia dei cronisti, le proteste francesi sono piene di video – certo, non sono quelle che abbiamo imparato a chiamare challenge, cioè dichiarati rilanci a chi la spara più grossa, ma forse è arrivato il momento di capire che la sfida (traduzione di “challenge”) non ha bisogno d’essere dichiarata a parole: quando accendi la telecamera del telefono, sei sempre su un palcoscenico, stai sempre sfidando quello che ha preso più like di te, stai sempre gareggiando per quel buco nero che è l’attenzione, quella droga che non basta mai.

Per la gioia dei sociologi, in uno di questi video i ragazzini rappano una canzone sulla quale ci sarebbero stati duemila editoriali trent’anni fa, quando avevamo deciso che la colpa della violenza giovanile era del rap – a spanne direi: prima di cominciare a dare la colpa ai videogiochi, e subito dopo aver finito di darla al cinema. È una canzone il cui io narrante dice di non aver paura dell’inferno, di essere pronto a prenderli uno per uno mentre si fingono morti, al Bataclan. Per chi non avesse memoria per i nomi, il Bataclan è il teatro di Parigi in cui undici anni fa qualcuno riuscì a salvarsi da una strage fingendosi già morto: probabilmente anche gli attentatori di quella sera si annoiavano.

La canzone che cita il Bataclan dice «nessuno mi può fermare tranne Allah», ma a filmarsi mentre la cantano sono – per complicare la giornata a chi pensa che esistano appartenenze e guerre culturali, e non solo ritornelli svuotati di senso per un po’ d’attenzione che ci distragga dalla noia – ragazze bianche dentro una chiesa. Ideologie senza ideologia: cosa può mai andar storto.

Se i ragazzini di Roma si procurano un’appartenenza, se i loro avvocati sono abbastanza furbi da dichiarare che il loro male di vivere è dovuto alle inadeguatezze della scuola o a quelle della politica, magari persino loro riescono a essere considerati utili per qualcuno in cerca di voti: in Francia non è solo Mélenchon, anche il sindaco di Saint-Denis si è fatto filmare in scene di amicizia (non userò la parola «complicità» perché ho fatto voto di continenza) coi manifestanti.

Al processo per quelli dei sassi dal cavalcavia del 1996, il pubblico ministero disse che gli imputati avevano concepito quel passatempo «per scacciare la noia, non sapendo come trascorrere una serata d’inverno, durante il periodo natalizio».

Mi sbaglierò, ma ho l’impressione che una lista elettorale consacrata a scusare tutto in nome dell’ennui sarebbe maggioritaria. Poveri ragazzi, è colpa nostra: non li abbiamo intrattenuti abbastanza.

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