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Il movimentismo spinge il campo largo a scelte sempre più estreme

Oggi cortei in tutte le grandi città, col rischio che eventuali disordini facciano il gioco del governo Meloni: il centrosinistra appare in balia degli eventi e delle frange più radicali

Mescolano tutto, carovita, scuola, Palestina, in un cocktail che cattura ogni pulsione senza costruire realmente una piattaforma politica seria.

Oggi tutte le grandi città saranno “occupate” da cortei autorizzati o non autorizzati per lo sciopero generale degli Usb, che ancora una volta hanno fregato sul tempo la Cgil, che farà il suo sciopero generale il 20 novembre. Questi Usb hanno già giocato sull’equivoco quando ci fu la grande manifestazione pro-Pal: molta gente credette che era il classico sciopero generale dei sindacati o almeno della Cgil, e andò in piazza.

Gli eredi dei Cobas fanno di nuovo da calamita per l’arcipelago pro-Pal, a cui si aggiungono gli studenti del Movimento 17 ottobre, diviso tra manifestanti pacifici e casinisti di ogni risma. Vedremo le dimensioni della protesta, ma è già chiara la sua connotazione radicale: non è un giudizio di valore – al netto delle pratiche violente – ma una constatazione. Il Pd infatti non ci sarà, se non con i dirigenti più movimentisti e “flotilleri”.

Non è neppure chiaramente identificabile come una giornata contro il governo Meloni – anzi, se ci scapperanno le botte la cosa farà gioco proprio alla premier – ma contro un Avversario Indistinto, il Liberismo, il Sionismo… Si prevede anche gente pronta a infrangere le regole e il diritto degli altri cittadini a una giornata normale, in questo magma segnato da spinte ribelliste, anarcoidi e nichiliste, come si è visto nelle giornate dei disordini soprattutto a Milano.

L’estremismo storico fa la sua parte e ci mette il cappello, Askatasuna a Torino, i centri sociali a Roma, i disoccupati a Napoli. Vedremo se la parte democratica degli studenti, che giustamente reclama una scuola molto diversa da quella attuale, riuscirà a governare la piazza. Ma al di là della cronaca, che comunque in questi casi è politica, è innegabile che ci sia un ritorno di un estremismo anche venato di “rossobrunismo” – le simpatie per Putin, il disprezzo per Zelensky, l’indifferenza ideologica, l’ostilità per l’Europa – il che lo differenzia enormemente dall’estremismo classico del Novecento e che, anche per questo, è persino più pericoloso, perché è in grado di catturare l’“umor nero” degli italiani senza minimamente darvi risposta.

Questo vento movimentista si accompagna e forse in una certa misura imprime una spinta radicale al campo largo, che sta un po’ dentro e un po’ fuori dal magma. Alimenta uno slittamento estremistico della coalizione guidata da Schlein, Conte, Fratoianni, a cui ora si è aggiunto – oggettivamente chiamato dalla segretaria del Pd – il rifondarolo Maurizio Acerbo, e benedetta da vari intellettuali, cineasti e commentatori, di norma gente benestante che si lamenta del carovita. Sempre oggi il campo largo si riunirà nel formato-osteria (Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli), cioè il gruppetto dei leader che il 16 giugno s’incontrò a pranzo all’Osteria Costanza, nel centro di Roma, per discutere il percorso di costruzione del programma del centrosinistra in vista delle elezioni e annunciare due appuntamenti politici, fissati per l’8 e il 15 luglio: il primo finì male, il secondo non si fece e finora il programma è una scatola vuota.

La famosa foto del quartetto avvolto in una luce livida non portò bene. Anche oggi i quattro dovrebbero decidere se e quando fare una manifestazione contro il carovita, incastrandola tra vari scioperi generali, con il fondato rischio di un flop a paragone di quelli. Difficile che si discuta di primarie, visto che non c’è accordo sui tempi: per Conte bisognerebbe sbrigarsi, mentre la leader del Pd immagina i gazebo a metà marzo, nella convinzione che le politiche saranno a maggio, dunque meglio non bruciarsi per la troppa fretta. È un labirinto che sarebbe piaciuto a Borges.

Dunque, da una parte c’è la persistenza di un movimento segnato da un’egemonia estremista con preoccupanti spinte violente; dall’altro si vede un ulteriore rafforzamento della spinta radicale nel campo largo. Potrebbe sembrare che la sintonia tra la piazza e la politica della sinistra sia una buona cosa, specie dal punto di vista elettorale. Ma probabilmente si tratta di un’illusione ottica: l’estremismo non vince mai.

Piuttosto, ciò che è davvero inquietante è la totale assenza di reazione da parte dei moderati del centrosinistra, indaffarati nelle proprie beghe sulle loro liste più che impegnati a costruire un autonomo programma di riforme possibili e utili per il Paese. Un’ignavia che fa male soprattutto a loro, sempre più marginali.

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Meloni scopre che la giustizia è indipendente, e la prende malissimo

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni incontra il Primo Ministro belga, Bart De Wever a Palazzo Chigi, sede del Governo italiano a Roma, Lunedì 07 Settembre 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Prime Minister Giorgia Meloni meets Belgian Prime Minister Bart De Wever at Palazzo Chigi, the seat of the Italian Government in Rome, Monday September 07 2026 (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Con il violento attacco alla gip di Milano Tiziana Landoni, che ha ordinato la scarcerazione di Youssef Siher, presunto «cervello» dei disordini di piazza, Giorgia Meloni ha dato un nuovo imprinting alla sua campagna elettorale. Non ci voleva un genio per capire che l’arresto di Siher era buono giusto per i titoli della Verità, Libero e Giornale. Che la Procura non aveva niente in mano.

Ma nel quadro della campagna law and order all’amatriciana, la presidente del Consiglio non ha esitato a invadere l’autonomia della magistratura, di fatto intimidendo i giudici che in futuro dovessero trovarsi in una situazione analoga.

La realtà ha inoltre contraddetto in modo clamoroso l’assunto già berlusconiano e poi fatto proprio da questo governo che varò la legge sulla separazione delle carriere – poi bocciata dal popolo – in base al quale pm e gip sono sempre e comunque sodali: ieri il gip ha dato torto alla Procura sulla base di sue autonome valutazioni in ossequio al codice che prevede un giudice a Berlino, come si suol dire. Meloni presa in castagna, dunque, in punto di diritto.

Senonché il fatto politico è pure più importante perché la vicenda fa capire che la presidente del Consiglio intende proporsi all’elettorato come quella che, più di Matteo Salvini e soprattutto più di Roberto Vannacci, vuole perseguire i terroristi, veri o presunti non importa, «in tutto il globo terraqueo», come ebbe a dire dopo la strage di Cutro, cioè senza star tanto lì a sottilizzare. Perché la paura mobilita, l’indignazione compatta, l’emergenza mette a tacere le domande scomode. E perché, quando la politica non riesce a risolvere i problemi, può sempre provare a convincere gli elettori che il problema siano i giudici.

Il trentenne Siher, le cui opinioni fanno orrore, è stato in questi giorni dipinto come il Mostro alla guida delle violenze e come tale ritenuto pericoloso: il che, alla giudice per le indagini preliminari, non risulta. E va detto che non spetta a Giorgia Meloni vagliare le richieste di una Procura della Repubblica. Né tantomeno emettere addirittura una condanna di primo grado. Invece, nel video pubblicato in rete a tempo di record, la premier ha emesso il verdetto assumendo in toto il parere della Procura: «È vergognosa» la scelta di scarcerare Siher, «accusato di essere il gestore della pagina Telegram “Movimento 17 ottobre”, cioè la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano».

È la solita confusione, del tutto voluta, per fare un po’ di propaganda securitaria. È il paradosso di una premier che si proclama paladina della legalità e, nel momento in cui una decisione giudiziaria non le piace, sembra considerare la legge un’opinione e il giudice un dipendente da richiamare all’ordine. Il trentenne era appunto “accusato”. La gip non lo ha “assolto”, ha solo non riconosciuto che sussistono i motivi previsti dalla legge per tenerlo in carcere.

L’antifona della meloniana campagna d’inverno perciò è questa: faccia feroce, calpestamento dei limiti del proprio ambito, semina di tensione. Giorgia-don Chisciotte è dunque partita lancia in resta contro i mulini a vento della giurisprudenza e dell’evidenza per ergersi a paladina della linea dura. E con la fortuna che ha non si può escludere che i pro-Pal più violenti rialzino la testa al grido di «ebrei tutti fascisti» dopo il voto in Israele che non ha cacciato Benjamin Netanyahu.

Una risacca violenta potrebbe aiutare una Meloni a caccia dei voti securitari e fascistoidi di Vannacci, uno dei suoi principali assilli in vista del voto. Alla faccia delle garanzie dei cittadini, nel nome dell’ennesima caccia alle streghe.

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Schlein e Meloni corteggiano il voto giovanile senza affrontare i problemi della loro generazione

È l’ultima frontiera del cinismo elettorale: è partita la caccia ai voti dei giovani. Segmento elettoralmente meno influente di altri – sono pochi, tendenzialmente astensionisti –, in questi anni i giovani sono stati dalla politica ignorati alla grande. Loro, e le cose che li riguardano: la scuola, il lavoro precario, l’università, la casa. Poi accade che riempano le piazze e che addirittura vadano al governo come in Serbia: e allora perché non provare a prenderli? Sì, è soprattutto cinismo, marketing elettorale. Perché di grandi riforme, dal mercato del lavoro a un vero piano casa, non si parla. Però le elezioni non sono lontane e quindi qualcosina si muove.

Certo, in un paese per vecchi non sono tanti i giovani, ma con l’aria di incertezza che tira possono risultare decisivi: qui basta uno zero virgola uno in più per prendersi il Parlamento. È il motivo per cui arrivano i Cateno De Luca, i Maurizio Acerbo e chissà quanti nani e ballerine dovremo vedere scendere in campo. I giovani sono lì, a portata di mano, anzi, a portata di voto. Prova a prenderli.

Ora, questa nuova generazione è tante cose. Diverse, opposte. Non c’è un segno ideologico che la unifichi; al contrario, la grande maggioranza continua a fregarsene della politica. Nel migliore dei casi pensa di farla direttamente. Con i cortei, le occupazioni, le tende in strada. Questo pezzo attivo della nuova generazione riscopre l’impegno, ma disprezza la politica come la conosciamo.

La sinistra ha drizzato le antenne e soprattutto Elly Schlein ha abbracciato il movimento degli studenti. Quello buono, ovviamente – peccato che nei cortei ci siano anche Askatasuna e i centri sociali antagonisti. Ai cattivi, cioè gli arraffapiumoni, sono bastati due schiaffi e un po’ di arresti per sparire già al secondo sabato di mobilitazione. Speriamo per sempre, ma lo verificheremo a partire da venerdì, quando è prevista una nuova giornata di cortei.

Il Partito democratico sta molto pompando i Giovani Democratici e la loro leader, Virginia Libero, che, si dice, avrebbe già pronto un posto in lista. Piace per le esternazioni pacifiste e, in generale, questi GD denotano un buon approccio al senso comune, meno al buon senso. Schlein spera di incassare un buon dividendo dalle mobilitazioni e dalle occupazioni di questi giorni ed è probabile che almeno in una certa misura ci riesca. Anche perché l’impressione è che Giuseppe Conte non abiti qui. Probabilmente risulta già polveroso, lui e la sua pochette. Buono per Schlein, pensando alle primarie.

E anche Giorgia Meloni – le due donne della politica italiana sono sempre in sintonia, seppure allo specchio: lei già ex ministro della Gioventù, la leader del Pd giovane per definizione – ha fiutato l’aria e ha preso a muoversi. Pochi hanno notato la ripresa di iniziativa dei giovani di Fratelli d’Italia, in piazza in diverse città sabato scorso, molto inquadrati, bene organizzati. Evidentemente c’è un investimento politico in questa direzione: infatti, la destra si muove sui nuovi social, mentre il Pd pensa a come riprendersi l’Unità.

Il governo ha predisposto un po’ di robetta per i giovani. Secondo alcune informazioni, nella manovra ci sarà una mini Irpef per i lavoratori under 30 a basso reddito, una flat tax al 5 per cento che riguarderà invece i neoassunti under 35, un’estensione della no tax area per gli under 25 e la super-deduzione fiscale per nuove assunzioni. Sembra chissà che, ma è fumo. I nodi veri restano tutti lì.

Infatti, tutto questo, a sinistra come a destra, dà l’idea di una politica incapace di aggredire i problemi strutturali. E così rimane aperto il problema di fondo. Quello di una protesta di piazza, comunque di un nuovo protagonismo giovanile che irrompe nel dibattito pubblico, che avrebbe bisogno di uno sbocco politico. Invece qui non si vede, anche a causa dell’immaturità politica di questa nuova generazione senza memoria né troppa cultura, come i giovani possano far breccia in un sistema politico bloccato all’incrocio tra populismo e assistenzialismo, incapace di progettare un futuro diverso.

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Schlein imbarca di tutto a sinistra, ma rischia di perdere il centro

Con questa bulimia di potere che lo pervade, è inevitabile che il Pd cerchi consensi ovunque, e che in questo senso abbia aperto a Rifondazione comunista “prestandole” il senatore Andrea Crisanti per fare il gruppo: un mezzo tecnico per agevolare la raccolta delle firme necessarie per presentare la lista, ma anche una scelta politica. Solo che quando ti metti in casa gente inaffidabile poi l’incidente è dietro l’angolo. E infatti.

Ieri il segretario di Rifondazione, Maurizio Acerbo, uno che deve stare parecchio davanti a X, di buon mattino si è così espresso: «Inneggiare al 7 ottobre non è reato. C’è chi inneggia a Israele e chi a Hamas. In una democrazia è assolutamente lecito». Pure peggio del vigliacco «né con lo Stato né con le Br» degli estremisti di cinquant’anni fa poiché questa posizione, sotto la copertura formale di una considerazione sulla libertà di espressione, finisce per normalizzare l’apologia di un pogrom. Inevitabile la frittata.

Persino nel gruppo dirigente del Nazareno, anche se non in chiaro, hanno storto il naso. E qualcuno deve averlo chiamato, tanto che poi Acerbo ha fatto una precisazione che peraltro non precisa nulla. A peggiorare le cose ci si è messo il professor Crisanti in persona con una frase tremenda: «È una questione dei palestinesi scegliere i propri rappresentanti. Se fosse Hamas, se lo hanno deciso loro, ben venga. Ma penso a una Hamas rinnovata, quella di oggi la considero un’organizzazione terroristica».

Il «merdone»– così Filippo Sensi – pestato da Acerbo rimanda al problema del famoso perimetro del campo largo e si intreccia con le primarie. Non è solo che il Pd si copre a sinistra. Il fatto è che il favore di Elly Schlein a Rifondazione si può leggere come una mossa della sua campagna elettorale per le primarie: acchiappo Acerbo e così divento il punto di riferimento per i compagni dell’estrema sinistra, dunque io vi consento di presentarvi alle elezioni e sarò ricompensata ai gazebo.

Mossa spregiudicata e anche piuttosto rischiosa perché non è affatto detto che i voti conquistati a sinistra compensino quelli che si rischia di perdere al centro. Del resto, è proprio questo il paradosso del campo largo: più si allarga, più rischia di smarrire la propria natura, con il rischio di trasformarsi da coalizione ad accozzaglia, rischio che sta soprattutto alla leader del Pd cercare di evitare. Del resto, sposare in toto le piazze dei giovani (anche il corteo di Askatasuna?), l’occhieggiamento del mondo pro-Pal, concupito anche da Giuseppe Conte, tutto rientra in una logica di marketing politico.

Ha colto il punto Sensi: «Dobbiamo sapere che quando imbarchiamo tutto e il contrario di tutto, e in quel tutto e il contrario di tutto ci sono tante cose che sono agli antipodi rispetto ai valori che sosteniamo, si crea un rischio»; e ovviamente la stessa opinione ce l’hanno, da fuori, Carlo Calenda e Pina Picierno.

Ma i big del Pd non sembrano porsi il problema di una coalizione che per arraffare fino all’ultimo voto si sta snaturando, e d’altra parte la cosa non desta meraviglia. Lo scivolamento su posizioni molto fredde sul’Ucraina e molto calde sulla Palestina è stato evidente anche nel documento politico del correntone Franceschini-sinistra che si è riunito a Montepulciano, un convegno di tre giorni – la durata di Woodstock – ma senza grandi emozioni, il cui senso è stato soprattutto nella esibizione dei muscoli in vista della formazione delle liste: “il partito siamo noi”. Contenuti, scarsini.

Per quelli bisogna spostarsi a Orvieto, all’assemblea di LibertaEguale, dove si sono affrontati i nodi delle questioni istituzionali e dell’economia e dove finalmente si è parlato di una cosa di cui tutti sembrano essersi dimenticati: come far crescere il Paese, necessaria condizione per redistribuire. Giorgio Gori e Marco Bentivogli su questo hanno detto cose di cui il tavolo del campo largo farebbe bene a prendere nota 

Nella telenovela dei grandi capi, tra stop and go tattici, si è deciso che finalmente venerdì si terrà un incontro tra Schlein, Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli per fare partire l’iter che porterà al fatidico programma. Anche per la loro incapacità di darsi una fisionomia precisa, i centristi restano out, fuori dalla foto di gruppo. E anche Maurizio Acerbo. Almeno per ora.

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Nel Pd c’è chi prepara l’aut-aut per Schlein: o candidata premier o segretaria

Mentre a sinistra è in corso un numero degno di Arturo Brachetti, il formidabile interprete di incredibili trasformazioni, nel Pd circolano i soliti sospetti e riemergono insanabili distanze tra il corpaccione filo-schleiniano, riunito a Montepulciano, e l’area riformista, riunita a Orvieto. Andiamo con ordine.

In Parlamento si vanno formando nuovi gruppi necessari per evitare di raccogliere le firme per presentare una lista elettorale. Questione tecnica ma anche un pochino politica che presenta inevitabili risvolti grotteschi (Brachetti appunto), come quello di Aboubakar Soumahoro e Bruno Tabacci – il diavolo e l’acqua santa – uniti nella lotta in soccorso di Riccardo Magi che, invano, aveva chiesto aiuto a Giuseppe Conte e Elly Schlein. La quale invece ha pensato di chiedere a Andrea Crisanti, il virologo senatore dem, di aderire a Rifondazione comunista per aiutare il partitino di Maurizio Acerbo sempre per evitare di raccogliere un numero esorbitante di firme – regalino del Melonellum – indispensabili per presentare la sua lista.

Cosicché la segretaria del Pd non dà una mano al radicale Magi ma la offre alla “Rifondazione comunista dei poveri” di Acerbo, portatore di un bertinottismo bonsai che evidentemente Schlein ritiene utile e forse sentimentalmente vicino. Non bastavano Conte, Fratoianni e un Pd spostato a sinistra, ci mancava anche una spruzzatina rifondarola (dei poveri) per oscurare un altro po’ il profilo di una sinistra di governo.

Da Orvieto, dove si apre oggi l’assemblea annuale di LibertaEguale – partecipano esponenti come Paolo Gentiloni, Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Stefano Ceccanti, Claudia Mancina, Piero Fassino, Marco Bentivogli e tanti altri – si nota proprio questo. Spiega Ceccanti: «Qui a Orvieto ci sono figure molto autorevoli del riformismo italiano che discutono delle prospettive del centrosinistra. Riformismo per noi non è una categoria astratta ma la sostanza di una sinistra di governo, per questo qui mettiamo in campo idee per una piattaforma di governo che bilanci le spinte massimaliste che ormai sono predominanti nel campo largo».

Un’altra politica economica, certo. E scelte chiare in politica estera: «C’è un punto non negoziabile: il sostegno pieno sull’Ucraina. Su questo non possono esserci ambiguità». Ed è appunto molto brutto, sull’Ucraina, il documento del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza riunito a Montepulciano nel quale ci si limita a dire che «occorre chiedere con forza la nomina di un inviato europeo per l’Ucraina, scelto tra figure di altissima caratura istituzionale, che rappresenti l’Unione nel confronto con Trump e Putin, portando ai tavoli negoziali le ragioni del diritto internazionale, dell’aggredito, di una pace che sempre comporta compromessi ma non può diventare resa alla politica di potenza e alla sopraffazione».

Nemmeno l’abituale frase sulla prosecuzione del sostegno, in ogni forma, a Kyjiv! C’è invece la definizione di genocidio a Gaza e un durissimo attacco a Ursula von der Leyen. Mentre sulla questione delle primarie Franceschini in una intervista a Repubblica ha detto: presto ai gazebo Schlein contro Conte in una giornata sola. Il problema è quando. E qui spunta qualcosa che è molto più di una indiscrezione.

Questa: la leader del Pd vorrebbe spostare le primarie più in là possibile non solo perché ha ancora bisogno di tempo per affermarsi con più forza nel Paese. Ma soprattutto perché teme che non solo da Conte ma anche dal suo stesso partito venga avanzata la richiesta, se vincesse lei ai gazebo, di lasciare la segreteria del partito, in quanto “leader di tutti”: pare affermarlo indirettamente anche Franceschini quando dice che il leader «dovrà fare il candidato premier dell’intero schieramento, non del partito di provenienza». Niente doppio incarico, si sarebbe detto una volta.

Vedremo se dall’altro convegno del weekend, quello del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza che si tiene a Montepulciano, arriveranno altri indizi in questo senso. Un messaggio a Elly di questo tenore: facciamo le primarie subito, noi ti sosteniamo, ma se vinci dovrai lasciare la segreteria del partito. Al tuo posto ci va un reggente. Fumo negli occhi, per Elly Schlein. Che è sicura di battere Conte ma che ha anche bisogno di blindarsi al Nazareno. Non sia mai spunti qualche coltello.

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I camionisti, e lo scontento che Meloni non ha visto arrivare

Le proteste degli autotrasportatori sono la punta dell’iceberg di un Paese che si riscopre più povero e che si sente tradito dal governo Meloni, secondo il commento di Mario Lavia

«Qu’ils mangent de la brioche!». Storicamente, non la pronunciò mai la celebre risposta, Maria Antonietta, a chi la informava che il popolo non aveva il pane. Forse era stata detta qualche anno prima da un’altra nobildonna, citata da Rousseau, ma passò comunque alla storia come l’emblema definitivo della separatezza del sovrano dal popolo.

Che è un problema sempre immanente quando la distanza che separa chi governa da chi è governato, il Palazzo dalla strada, la contabilità del potere dalla contabilità della vita assume proporzioni preoccupanti. Una distanza che non appartiene soltanto all’ancien régime e che, in questi giorni, sembra essersi riaperta sotto i nostri occhi.

L’impressione è che le proteste degli autotrasportatori nascondano dietro la loro impellente materialità qualcosa di più generale, come se fossero la classica punta dell’iceberg di un Paese che si scopre improvvisamente povero, o almeno più povero di prima. La gente ammonticchia, se ce l’ha, quattro risparmi sui conti correnti, nessuno investe più, nessuno compra e molti vendono. E chi non ha un euro da parte si arrabatta come può, in un’Italia tornata in bianco e nero e che si alza presto la mattina, accende il furgone e non ha i soldi per fare il pieno. In questa situazione, basta un’improvvisa Hormuz (thank you, mister Trump) e i conti non tornano più. I nostri governanti tutto questo non lo avevano visto arrivare. Tuttora non lo capiscono. 

Dov’è il governo dinanzi alla rivolta degli autotrasportatori, che non sono “il popolo” ma pure sono decisivi per la “Nazzione” con due zeta come pronuncia la presidente del Consiglio? Ieri hanno stanziato dieci milioni per i pescatori: più che la brioche sono briciole: d’altronde l’etimo è lo stesso. E qualche altra decina di milioni per tutti quelli che stanno bloccando il Mezzogiorno e non solo.

A occhio paiono insufficienti per risolvere il problema. Anche se il Tg Uno del principale seguace di Giorgia Meloni in Rai, Gianmarco Chiocci, apre con titoli fuorvianti per cui i blocchi sono stati tolti grazie al governo, la realtà è quella degli scaffali vuoti e dei benzinai a secco. Diversi giorni fa le organizzazioni dei manifestanti sono state convocate per il 27: con comodo, che fretta c’è?

Descrivono la premier più nervosa del solito, alza la voce, pretende soluzioni, intima ai ministri di non parlare «di quello che ci diciamo qui dentro», nel bunker di Palazzo Chigi dove si susseguono vertici su vertici con ministri e cardinali – Alfredo Mantovano, Giovanbattista Fazzolari – celebrando l’angosciante rito di trovare i soldi che non ci sono mai quando servono, e i tecnici di via Venti Settembre devono rompere i salvadanai che, come si ripete con frase trita, Giancarlo Giorgetti ha tenuto in ordine.

Bell’ordine, verrebbe da dire: quattro anni dopo – la mitica longevità, che buffonata – questi non hanno un euro in cassa, complimenti, sicché davanti a un’emergenza sanno trovare briciole, bruscolini, brioche. Il punto diventa ovviamente politico. Fino a lambire una vera e propria questione democratica. Perché quando pezzi di popolazione soffrono e addirittura si rivoltano e il governo della Repubblica non sa bene cosa fare, allora si esce dalla normale dialettica tra società e potere e si entra in quella della consunzione della politica, che, come sappiamo, è l’anticamera dello sfascio.

La crisi di un Paese comincia spesso così: quando i cittadini smettono di aspettarsi una risposta dalla politica e cercano di farsi ascoltare bloccando ciò che possono bloccare. Il camion diventa allora qualcosa di più di un mezzo di trasporto: una metafora di una democrazia incrinata.

Per una volta, l’abusato richiamo delle opposizioni a «venire in Parlamento» per riferire sulla situazione è fondatissimo perché il Paese è effettivamente allo sbando, dai violenti di Milano alla penuria di cibo al Sud. Altro che brioche. Qui non ci sarà la Grande Rivoluzione. Ma una politica che brancola nel buio, questo sì.

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Sabato non sarà soltanto una prova per Meloni, ma per tutta la politica

Vetrine danneggiate dei negozi di Corso Garibaldi, a Milano, nel corso dei raid di domenica 18 ottobre 2026 (LaPresse)

Si spera che non accadrà nulla di grave, ma è possibile che sabato prossimo la Repubblica italiana si troverà di fronte a una prova difficile: dovrà rispondere alla violenza con gli strumenti democratici dello Stato di diritto. Il che non significa debolezza o resa, ma esercitare l’autorità pubblica, far rispettare le leggi, proteggere i cittadini, isolare i violenti e assicurare alla giustizia chi trasforma una manifestazione in un campo di battaglia. Le leggi esistono già: vanno applicate possibilmente meglio di quanto non si sia fatto a Milano nel weekend scorso, e ancora non si sono capite le ragioni di una mezza disfatta sul campo.

Il 24 si prevede un’altra giornata pesante. C’è da augurarsi che l’intelligence sappia interpretare il tam tam informatico che “dirige” gli Incappucciati e i ragazzini malati di nichilismo per prevenire i disordini. Ieri nel capoluogo lombardo si è tenuto un vertice delle forze dell’ordine, c’erano anche Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, e Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti – una presenza quest’ultima un po’ inquietante, come a voler ergersi a ministro dell’Interno ombra.

C’è da chiedersi cosa la destra pensi di fare. Fulminati dal Quirinale i propositi più bellicosi, ma soprattutto giuridicamente insostenibili, covati dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la prova di sabato verrà affrontata senza misure eccezionali.

Dopodiché, dinanzi a un movimento che non è un movimento ma uno sciame di ribellismo senza obiettivi, può succedere qualsiasi cosa. Se la giornata sarà pacifica, il governo faticherà a sostenere l’esistenza di un’emergenza tale da giustificare misure eccezionali. Se invece torneranno sugli schermi immagini di cassonetti incendiati, vetrine sfondate e agenti aggrediti, Meloni potrebbe presentarsi al Paese con una spiegazione pronta: è accaduto perché non ci hanno consentito di approvare le leggi richieste. La responsabilità ricadrebbe così non solo sui violenti, ma anche su chi avrebbe impedito al governo di dotarsi di strumenti più duri. Sarebbe un gioco molto pericoloso. Si avviterebbe l’antica spirale di violenza. Riapparirebbe da una parte la debolezza di uno Stato che non sa difendere i cittadini e dall’altra l’evocazione di maniere forti al di là dello Stato di diritto.

Certo, se sabato ci saranno violenze, lo Stato dovrà intervenire con determinazione: nessuna indulgenza verso chi aggredisce gli agenti, devasta le città o usa una manifestazione come copertura. Il governo è dunque davanti forse alla sua prova più difficile.

Ma sbaglierebbero le opposizioni se pensassero che si tratta di un problema solo di Meloni. Il centrosinistra finora ha fatto i soliti discorsi sul disagio sociale per condire la scontata condanna della violenza ma poteva fare di più, per esempio organizzando subito una manifestazione contro la violenza. Nemmeno il Pd, che pure è erede di partiti prontissimi a dare una risposta civile, ha prodotto qualcosa di significativo malgrado avesse l’occasione – l’assemblea nazionale di domenica, all’indomani dei fatti di Milano – per un’analisi seria e una responsabile presa di posizione.

La vera sfida di sabato dunque riguarda la tenuta della politica. Vale per il governo in primo luogo. Ma se il gioco si fa duro, il centrosinistra deve cominciare a giocare in prima persona, a difesa delle istituzioni e della libertà nelle nostre città e anche per replicare con i fatti alla campagna della destra che già indica nelle opposizioni i sodali dei violenti. Un minimo di iniziativa, su.

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La resa del Pd di Schlein alla politica degli incazzati

Per una stranissima coincidenza, la battaglia nel Partito democratico tra sinistra di governo e sinistra populista, finita con la vittoria di quest’ultima e la completa schleinizzazione del partito, ha incrociato temporalmente l’esplosione della violenza giovanile di piazza. Cose diverse, ma un incrocio c’è. Come ha detto Sergio Mattarella, bisogna capire e, insieme, condannare «violenze che emergono in modo inatteso, da soggetti inediti». La sinistra non sembra in grado di capire. Il Movimento degli studenti, nato con motivazioni sensate, è stato rapidissimamente ingoiato dai teppisti. Quel Movimento, in verità un po’ vago e di dimensioni forse non di massa, è chiamato a riprendersi lo spazio che i violenti gli hanno tolto: pare molto difficile, ma si vedrà presto.

Ieri, in un giornale radio della Rai, si è parlato di «casseur, come si dice a Milano», probabilmente confondendo con la «cassoeula», ma inconsapevolmente accostando, e non senza ragione, il fenomeno dei casseurs parigini con questi delinquentelli milanesi, nipotini dei «paninari» che quarant’anni fa fregavano le Timberland ai malcapitati passanti. Solo che questi sono peggio. Il fatto di vivere in periferie difficili non li assolve.

Gli operai della Milano degli anni Cinquanta erano in condizioni peggiori, ma facevano sindacato, non spaccavano le vetrine. Dunque, altro che Sessantotto. Altro che autunno caldo. Qui non c’è alcun ragionamento, meno che mai ideologia. A Herbert Marcuse si è sostituito TikTok («C’è il bordello, brò»). Si torna alla violenza come fatto in sé, a un’orrenda estetica dell’attacco militare che speriamo non sfoci in una qualche «geometrica potenza».

Purtroppo, domenica Elly Schlein non ha fatto nessun’analisi su quanto sta avvenendo. Né altri dirigenti. L’assemblea nazionale è servita ad altro: a fare piazza pulita di dissensi e mugugni e a promettere miliardi agli italiani. Fuori dal partito, anche Walter Veltroni, che è sempre attento a quello che si muove nella società, ha ripetuto che «c’è un malessere di questi giorni che va interpretato». Certo che c’è il malessere. Così come è certo che c’è la follia nichilista. Attenzione a non mescolare piani diversi e a fare i soliti sociologismi. O a battersi il petto con il mea culpa come già fanno i sessantenni della gauche au caviar in certi salotti.

Il fatto è che la sinistra non ha le categorie per capire che dietro questi che distruggono i negozi per rubare i giacconi firmati c’è qualcosa di nuovo e di terribile, cioè lo spappolamento di cervelli rovinati da messaggi di vario tipo scagliati da centri occulti, che siano Elon Musk o Vladimir Putin, veicolati dai social e alimentati dalla demagogia dell’era populista. Una bomba tecnopolitica che travolge razionalità, serietà, cultura, senso dell’ordine.

La sinistra dovrebbe darsi il compito di ricostruire la razionalità perduta non disgiungendolo da quello di fare credibili battaglie. Invece, la sinistra populista è l’esito dell’imbastardimento per cui il popolo ha sempre ragione e gli altri sono l’establishment cattivo. Il riformismo mondiale ha capito troppo tardi che non siamo più nel mondo di ieri, come scriveva Stefan Zweig, quello dello sviluppo progressivo da guidare con la tecnorazionalità macroniana, l’illuminismo degli scandinavi, l’ottimismo obamiano, il pragmatismo renano. C’è qui tutto da ripensare: le cose che ci siamo detti dagli anni Novanta sono in buona parte superate.

Domenica, nel Pd, c’è stata la solennizzazione dell’abbandono della cultura riformista per approdare sui lidi del magma populista, un abbandono che è anch’esso figlio di una colère politica che semplifica – noi buoni, gli altri cattivi – e la fa facile: soldi a tutti e ciao. L’idea che Schlein fornisce è quella di un partito schierato a fianco degli «incazzati» – ormai anche il linguaggio è andato – proprio come teorizza da anni Maurizio Landini, capo della protesta più che autore di una proposta, nella speranza che la massa incazzata possa gonfiare le vele del campo largo.

Questo slittamento del Pd colloca Schlein sullo stesso terreno di Giuseppe Conte, rendendo dunque, nella sostanza, poco interessante il duello tra loro alle primarie, perché le primarie tra due campioni della sinistra populista, senza una seria alternativa di un esponente della sinistra di governo, significano solo lotta tra due apparati e due tifoserie.

Tutto questo, naturalmente, lascia grande spazio a Giorgia Meloni, che nell’anno elettorale apparirà come l’unica pronta a farsi carico del diritto dello Stato a reagire contro i violenti, oltre ad avere la scusa per non fare nulla sui problemi concreti dei giovani. Come al solito, la violenza aiuta la destra. Tanto più con una sinistra che pensa solo ai fatti suoi e non sa più distinguere tra giusto e sbagliato.

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I guappi di Schlein danno la caccia ai riformisti del Pd, e fanno il gioco di Conte

AP/LaPresse

A Elly Schlein non conviene proprio perdere pezzi del suo partito. Altrimenti, contro Giuseppe Conte, nel duello rusticano che si profila, rischia di soccombere. Già, perché è possibile, per non dire probabile, che queste benedette primarie saranno una sfida a due: lei contro lui.

Sembra la dinamica politica generale: con il turno unico, un terzo polo sembra un’avventura. Invece è partita la caccia. La caccia ai riformisti del Partito democratico. Si invocano purghe. Soprattutto da gente che non è del Pd: Marco Travaglio e le sue giornaliste, tipi come Andrea Scanzi, intellettuali come Marco Revelli – questi scrivono tutti sul Fatto – ma anche ex dirigenti o ex parlamentari che tifano Schlein. È un’arietta tardostaliniana che filtra sotto le porte del Nazareno e avvelena il clima interno. La causa è sempre la stessa. I riformisti reclamano chiarezza sul completo sostegno all’Ucraina, che sarebbe poi la posizione ufficiale così com’è scritta nella mozione parlamentare di mercoledì scorso. Quindi chi è “fuori linea” sono gli agitati turboschleiniani che di fatto sposano più la posizione di Conte – basta armi, cioè arrendetevi – che quella ufficialmente sostenuta dalla segretaria, sia pure con tutte le cautele e sottovoce per non disturbare il Conte russo, il Vronskij dei Cinquestelle.

I reprobi fedeli a Kyjiv – «zavorra» l’ha definita Scanzi come se fosse il responsabile organizzazione del Pd – sono bersagli sui social, sui giornali, nei conciliaboli, probabilmente anche in certe riunioni delle correnti che sostengono Schlein.

L’applauso a Giorgia Meloni dei senatori riformisti al passaggio sull’Ucraina ha fatto saltare i nervi a qualcuno. Peccato che il sostegno anche armato all’Ucraina sia la linea del socialismo europeo, dal premier britannico Andy Burnham a quello spagnolo Pedro Sanchez, dal candidato socialista francese Raphaël Glucksmann alla premier danese Mette Frederiksen.

Quella che perciò sta venendo fuori nel Pd non è dunque la quinta colonna di Matteo Renzi, ma semmai una posizione simile a quella di Conte, cioè l’avversario di Schlein.

Dunque, questi che danno la caccia ai riformisti tifando Elly stanno lavorando per il Re di Prussia – o di Russia – cioè Conte. Così, il tema del sostegno all’Ucraina sta diventando la principale linea di faglia tra i duellanti. Un discrimine talmente profondo che, per come si stanno mettendo le cose, sembra destinato a trascinarsi nei gazebo delle primarie. Elly Schlein rischia di farsi male. Vedremo cosa dirà la segretaria domani mattina all’assemblea nazionale del Pd chiamata a prolungarne il mandato.

La prima cosa che dovrebbe fare è unire il suo partito su una linea chiara che non può essere diversa da quella del socialismo europeo. E calmare i bollori degli stalinisti filocontiani che stanno avvelenando i pozzi.

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L’ambiguità sull’Ucraina di una Schlein sempre più ostaggio di Conte

Le astensioni incrociate su cinque mozioni diverse sulla politica estera non sono esattamente un gran segnale di unità, anche se, come raccontano alcuni giornali, mercoledì alla Camera Elly Schlein e Giuseppe Conte sono apparsi particolarmente soddisfatti. Contenti loro.

Peccato che il Pd – non parliamo degli altri – abbia perso l’occasione per valorizzare la chiara posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina contro la Lega seguendo l’abc della politica che impone di incunearsi nelle contraddizioni dell’avversario.

Lo hanno capito solo i riformisti del Pd, oltre Carlo Calenda e Matteo Renzi, Pierferdinando Casini e Mario Monti. La linea è un’altra: a testa bassa contro il governo anche quando dice cose giuste. In ogni caso al Nazareno, a quanto pare, c’è entusiasmo per i «passi avanti» in vista del programma comune del campo largo. Si confida in una soluzione lessicale in grado di salvare capra e cavoli, ponendo la centralità della “trattativa” e lasciando sullo sfondo (ma come?) il problema dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Come se bastasse evocare la pace per sciogliere il nodo politico e morale del sostegno a un Paese aggredito.

L’ambiguità, in realtà, non è più un rischio: è già il metodo di lavoro. E Giuseppe Conte, su questo terreno, non sembra disposto a concedere nulla, nemmeno a costo di mandare in frantumi la coalizione perché per l’avvocato del populismo la questione ucraina non è una voce fra le altre del programma: è una linea identitaria, uno strumento di pressione sul Pd e, soprattutto, un modo per misurare quanto Schlein sia disposta a cedere pur di tenere in piedi l’alleanza.

Domenica la segretaria del Pd davanti alla assemblea nazionale metterà a sistema questa fiducia e forse indicherà qualcosina in più rispetto alle sue ultime uscite: se non proprio una data per la prima riunione del “tavolo” per il programma, almeno qualche punto fermo sulla sua “scaletta”. Di fatto, ancora è nebbia sui nodi principali: l’Ucraina – si è già detto – ma poi anche su chi fa parte della coalizione e sul problema delle primarie. Ma non è neppure chiaro se il Pd andrà al tavolo con un proprio programma.

L’unica cosa che in queste ore veramente interessa la squadra della segretaria è la sua incoronazione come unica candidata del partito alle primarie. Per questo occorre una modifica dello Statuto con una norma che escluda la celebrazione del congresso nell’anno delle elezioni politiche, in modo tale da prorogare il mandato di Schlein. Scontata l’approvazione della modifica statutaria, la giornata sarà un Elly day.

Il Nazareno sta organizzando una massiccia presenza anche di chi non è membro dell’assemblea. Si vuole fornire l’immagine di un partito tutto già impegnato nella campagna elettorale di Schlein in vista delle primarie, si serrano le fila perché – dicono gli uomini di Stefano Bonaccini, ora grande sostenitore della segretaria – «non ci sono elementi sostanziali di garanzia di una gestione realmente unitaria dei passaggi successivi».

Leggi: non ci deve essere spazio per dissensi sul nome della leader del partito. Con la speranza, inoltre, che non ci siano altre candidature che potrebbero toglierle voti. Ma come farà Schlein a convincere Alessandro Onorato o Franco Gabrielli di non presentarsi ai gazebo o a Matteo Renzi di non mandare in campo una candidatura di Casa riformista? Un problema non da poco che Conte non ha.

Così, mentre il Pd cerca di blindare la propria segretaria, l’avvocato del populismo può permettersi di tenere aperta ogni partita: quella sul programma, quella sull’Ucraina, quella sulla leadership del campo largo. Non ha bisogno di proclamarsi candidato unico, né di modificare uno Statuto per garantirsi la permanenza alla guida del Movimento. Gli basta che Elly Schlein sia costretta a inseguirlo.

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