Il centrosinistra ha un problema di cerniere, non di capitoli

In questi giorni i leader del centrosinistra chiedono di vedersi per cominciare a scrivere il programma. Il calendario è fissato, con il testo entro l’anno e le primarie all’inizio del 2027, e anche il metodo si intravede: incontri tematici su lavoro, scuola, sanità e sicurezza, poi un tavolo dove ogni forza porta le sue priorità. Ne uscirà un documento ordinato per capitoli. È il modo più naturale di scrivere un programma. È anche il modo più sicuro di scriverne uno che non si potrà attuare.
Ad agosto ho scritto su queste pagine che i programmi scritti per tavoli tematici producono capitoli difendibili e un insieme che non sta in piedi. Non falliscono nei capitoli. Falliscono nelle cerniere, cioè nei punti in cui un capitolo dovrebbe agganciarsi al successivo e nessuno ha previsto il gancio. Un reddito senza formazione diventa assistenza. Un lavoro senza servizi per la non autosufficienza scarica su una figlia il costo di un genitore malato, finché lei esce dal mercato del lavoro. Allora si discuteva di sequenza. Ora che i tavoli stanno per aprirsi, serve dire come impedirlo.
I tavoli separati non sono una svista. Sono un rifugio. Le cerniere sono esattamente i punti in cui le anime di una coalizione si scontrano, e il tavolo per temi permette di non scegliere prima del voto. Ciascuno scrive il proprio capitolo, nessuno scrive il collegamento, e il documento finale accosta promesse che al governo si riveleranno incompatibili. La scelta rinviata, però, non scompare. Si ripresenta al primo Consiglio dei ministri, con meno tempo, meno soldi e davanti a tutti. A quel punto non è più una discussione sul programma. È una crisi.
Per questo serve una regola politica, e riguarda la firma. Che cosa succede se due forze firmano i rispettivi capitoli ma rifiutano di firmare la cerniera che li collega? Succede che quella promessa non entra nel programma come impegno comune. Resta nel testo come dissenso dichiarato, con il nome di chi sostiene ciascuna posizione. L’elettore deve poter distinguere ciò che la coalizione ha deciso da ciò che ha soltanto accostato. Chi dissente può bloccare la promessa comune, ma non può nascondere il disaccordo. E chi rifiuta di firmare deve spiegarlo adesso, in campagna elettorale, invece di farlo scoprire agli elettori dopo. Un programma con dieci dissensi dichiarati dice qualcosa di vero: che su dieci punti quella coalizione non ha deciso. Per i partiti è un costo, ed è questo a rendere sconveniente il rinvio.
Il caso più difficile è il sostegno al reddito, dove lavoro e welfare si toccano. Prendiamo Marco. Ha quarant’anni e lavorava nella meccanica finché lo stabilimento ha chiuso. Oggi il suo sostegno dipende dal ministero del Lavoro, la formazione dalla Regione, l’incentivo all’impresa che potrebbe assumerlo dal ministero delle Imprese. Tre uffici, tre calendari, nessuno che risponda del risultato. Una coalizione che volesse scrivere davvero questa cerniera dovrebbe sciogliere tre nodi prima del voto. Il primo: chi deve partecipare a un percorso attivo e chi ne resta esentato, per età, salute o carichi di cura. Il secondo: quali obblighi assume l’amministrazione prima di chiederne al beneficiario, dall’orientamento entro un mese a un corso legato a un fabbisogno documentato. Il terzo: che cosa accade se il corso viene erogato e il lavoro non arriva. La risposta seria è che il sostegno prosegue. E se l’impresa che aveva firmato un impegno di assunzione non lo rispetta senza giustificazione, perde per un anno l’accesso al fondo. Ma solo se la responsabilità è accertata. Su ciascun nodo una parte della coalizione dovrà cedere qualcosa. È lì, e non nel capitolo sul lavoro, che si misura l’accordo.
Lo stesso vale per i costi. Estendere le tutele a chi cambia lavoro, senza ridurre quelle di chi le ha già, è un impegno credibile solo se dichiara chi lo finanzia. Una parte la paga chi usa di più il lavoro instabile. Il meccanismo esiste già. Dal 2013 chi assume a tempo determinato versa un contributo in più per finanziare l’indennità di disoccupazione, e dal 2018 quel contributo sale a ogni rinnovo. Va esteso a tutti i contratti brevi e discontinui, e reso più alto quanto più il contratto è breve, perché chi genera il bisogno di protezione contribuisca a finanziarla. Per il resto la coalizione deve dire quali incentivi a pioggia elimina, a cominciare dagli sgravi contributivi concessi a tutti a prescindere dal lavoro che producono, e quanto recupera. Quelle risorse vanno nei servizi, e ci guadagna soprattutto il ceto medio: scuola di qualità per i figli, sanità territoriale che evita il privato, asili e assistenza agli anziani che restituiscono tempo e lavoro, soprattutto alle donne.
Le altre cerniere chiedono la stessa firma. Tra formazione e industria il dato è noto: nel primo semestre del 2026, secondo Cnel e Unioncamere, il 44,8 per cento delle assunzioni programmate è risultato difficile da coprire. Gli ITS Academy portano al lavoro entro un anno almeno otto diplomati su dieci perché le imprese partecipano alla progettazione dei corsi. Da qui la regola per ogni corso pagato con denaro pubblico per trovare lavoro: le imprese lo progettano fin dall’inizio, dicono quali figure cercano e si impegnano su assunzioni che si possono verificare. Dove la domanda privata è debole, come in molte aree del Mezzogiorno, a indicare le figure da formare può essere un’amministrazione pubblica. I corsi di base e quelli di lingua restano fuori da questa regola, perché sono un diritto.
Poi c’è la cerniera tra industria e Stato. L’economista Claudio De Vincenti, in un libro dal titolo eloquente, «Per un Governo che ami il mercato», ha proposto l’immagine più esatta: lo Stato come ancora e timone. L’ancora serve nella burrasca e impedisce che una crisi distrugga in diciotto mesi competenze costruite in vent’anni. Il timone serve a scegliere la rotta, con ricerca, infrastrutture e competenze per i lavori che verranno. Quanto mettere nell’ancora e quanto nel timone è una scelta da firmare prima del voto. Non un incentivo a pioggia da rinnovare a dicembre.
Tra sicurezza e quartiere, infine. Nel primo semestre del 2026 i reati sono calati del 10 per cento, eppure un italiano su quattro non si sente sicuro a camminare da solo la sera. Il palazzo con la luce delle scale rotta da mesi dipende da prefettura, comune, case popolari e servizi sociali, e nessuno risponde del quartiere. Serve un piano unico per il quartiere, giudicato anche su quanto si sentono sicuri i residenti.
Sopra tutte c’è la scala europea. Il Rapporto Draghi stima in 800 miliardi l’anno gli investimenti aggiuntivi necessari al continente, e un Paese che alza da solo tutele e salari rischia di vedere gli investimenti spostarsi dove costa meno. Con un debito comune e una politica industriale europea, le stesse cerniere nazionali rendono molto di più. Tutto si tiene, o niente regge.
Solo dopo la firma viene l’architettura, e qui non serve inventare nulla. Palazzo Chigi può già coordinare i ministeri e sostituirsi a un’amministrazione in ritardo. Il Pnrr, il piano finanziato dai fondi europei dopo il Covid, ha mostrato che un obiettivo con una data e un pagamento legato al risultato cambia il comportamento delle amministrazioni. Manca un accordo politico che renda vincolante l’uso di questi strumenti. Per ogni cerniera firmata servono quattro cose: un obiettivo misurabile, un’unica cassa per tutti i ministeri coinvolti, un responsabile che possa spostare risorse e sostituirsi a chi è in ritardo, una verifica annuale in Parlamento. Se l’obiettivo manca, lo stanziamento torna in discussione.
La firma vale anche per i conti. Un risparmio futuro non paga una spesa di oggi. Ogni cerniera deve dire quanto costa nei primi due anni e chi paga. Deve reggere anche senza debito comune europeo, che resta un acceleratore e non le fondamenta. E un margine c’è già: il piano di bilancio concordato con Bruxelles concede all’Italia sette anni, invece di quattro, per rimettere in ordine i conti, in cambio di riforme e investimenti. Le cerniere sono il modo di dare a quell’impegno un contenuto verificabile.
Resta la fiducia, che nessuna tabella produce da sola. Nel sondaggio Swg condotto a luglio e ripreso da Linkiesta, il 30 per cento degli elettori dichiarava che nessun partito lo rappresenta davvero. Le promesse economiche sono state emesse per trent’anni e spesso smentite, e quella moneta si è svalutata. Per riconquistarla ogni cerniera deve dire anche che cosa chiede in cambio, e a chi. L’impresa che assume Marco firma un impegno, e quell’impegno viene controllato come quelli del governo. Il comune che ottiene il piano di quartiere pubblica i suoi tempi di intervento. È il modo più serio di rispettare i cittadini: non trattarli come destinatari di un sussidio, ma come persone senza le quali le riforme non si fanno. Chi si sente parte del progetto chiede ancora protezione, ma non solo. Chiede di contare.
I capitoli si scrivono in una notte di trattativa, ciascuno al proprio tavolo. Le cerniere vanno scritte prima, tutti insieme, o non si scrivono più. Chi le rinvia lo scoprirà al governo, il giorno in cui si accorgerà di aver vinto le elezioni con un indice.
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