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Crimini contro l’ambiente, svolta storica dei Paesi Onu: via libera al trattato internazionale (col voto contrario Usa). L’esperta: “Sono reati di serie A”

In tempi di diritto internazionale calpestato, di multilateralismo che sembra perdere la propria efficacia, c’è di che esultare per una rara vittoria incassata da chi ancora crede nella cooperazione tra Stati: i Paesi dell’Onu hanno votato – a larga maggioranza – a favore dell’adozione del primo trattato internazionale contro i reati ambientali. Il documento, che si dovrà inserire nella Convezione di Palermo, ha l’obiettivo di disciplinare il traffico illegale di fauna e flora selvatica (legname incluso), l’estrazione e il traffico illegale di minerali e metalli preziosi e il traffico di rifiuti. Un giro d’affari che muove centinaia di miliardi di dollari ogni anno. Ora si aprono le trattative per mettere a punto il protocollo. Sullo sfondo – ma nemmeno troppo – l’ostilità degli Stati Uniti di Donald Trump, tra i pochi Paesi a votare contro la risoluzione.

Gli Usa tentano di far saltare il banco: vince il multilateralismo (e il Brasile)

Il 23 ottobre, a Vienna, la Cop13 della Convenzione di Palermo (Untoc), cioè il trattato multilaterale contro la criminalità organizzata – eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino -, ha approvato la risoluzione promossa da otto governi latinoamericani e quattro africani con 83 voti a favore, 12 contrari e 27 astensioni. Un risultato a cui si è arrivati, in sede Onu, soprattutto grazie al Brasile, che ha deciso di forzare la mano dopo il mancato consenso, come da prassi, sul testo. A mettersi di traverso, come anticipato, gli Usa, seguiti da Giappone, Arabia Saudita e Venezuela. Il governo di Trump, in un primo momento, ha proposto tre emendamenti finalizzati a far cadere la “proposta brasiliana” o, nel migliore dei casi, a posticipare le negoziazioni a tempo indefinito. Proprio su richiesta del Brasile gli emendamenti Usa sono stati messi ai voti e respinti. A quel punto gli Stati Uniti hanno chiesto ai Paesi membri di esprimersi sull’intera risoluzione, invitandoli a farla naufragare. Alla fine l’87% degli Stati ha dato il proprio sì (erano sufficienti i due terzi), compresi i Paesi dell’Unione europea, il Regno Unito e il Canada, assumendosi l’impegno a negoziare il trattato da qui alla prossima Cop, in programma nel 2028. Una sonora sconfitta per Trump e soci.

“Ora strumenti e leggi solide per tutti i Paesi”

“Per decenni, a livello internazionale, il traffico di legname, di oro e metalli preziosi o di rifiuti è stato trattato come un crimine di serie B: una questione ambientale, più che una forma di criminalità organizzata. Il diritto internazionale non gli riconosceva lo stesso status di altri reati transnazionali, come il traffico di droga o di armi” spiega Alice Pasqualato, Global Policy Specialist sui reati ambientali per la Wildlife Conservation Society (WCS), presente a Vienna e che da anni lavora all’avvio di una trattativa su un trattato internazionale. “Siamo davanti a un momento storico nella lotta ai reati ambientali. Questa decisione segna una svolta. Ora dobbiamo fare in modo che questo protocollo riconosca tutte le forme più gravi di criminalità ambientale e dia agli Stati gli strumenti concreti per collaborare. Quando l’oro, per esempio, viene estratto illegalmente in Africa centrale, raffinato in Medio Oriente e poi venduto in Europa o in Nord America, non basta che un solo Paese abbia leggi solide. Serve una risposta coordinata lungo tutta la filiera”. Per Pasqualato “la Convenzione di Palermo è un orgoglio italiano. Questo nuovo protocollo le aggiunge un capitolo necessario, al passo con le sfide del 2026. L’eredità di Falcone e Borsellino continua a vivere, e a parlare al mondo”.

Foreste depredate, diritti negati, animali in via d’estinzione

In particolare la Convenzione, adottata nel 2003, prevede già tre protocolli: traffico di essere umani, migranti e fabbricazione e traffico di armi da fuoco. Ora, se tutto andrà nel verso giusto, contemplerà anche la disciplina sui reati ambientali. Da qui alla Cop del 2028 sono previste quattro sessioni di incontri e negoziati: l’obiettivo è mettere a punto una bozza condivisa. La lacuna da colmare è soprattutto giuridica: gli strumenti Untoc (estradizione, assistenza giudiziaria e confisca) si applicano solo a quelli che vengono considerati “reati gravi”, vale a dire a quei reati che sono puniti con almeno quattro anni di reclusione. I crimini ambientali non sono né così ben regolamentati – spesso mancano addirittura le definizioni legali, per non parlare delle sanzioni – né così diffusi tra gli Stati, perciò le reti criminali sfruttano proprio queste differenze tra giurisdizioni.

I crimini ambientali, come detto, valgono centinaia di miliardi di dollari ogni anno, e ad avere un impatto devastante sull’economia e sulla biodiversità sono le loro conseguenze: foreste depredate, cattura in natura di specie in via d’estinzione, intere aree messe in ginocchio dall’estrazione senza regole dell’oro, rifiuti pericolosi scaricati oltre confine. La risoluzione Untoc cita proprio “l’impatto negativo sullo stato di diritto, sull’economia, sullo sviluppo sostenibile, sulla salute pubblica, sulla sicurezza umana, sulla sicurezza alimentare, sui mezzi di sussistenza e sugli habitat”. Senza contare corruzione e riciclaggio, che contribuiscono a far prosperare tutte queste attività illecite.

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Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto

Gli agricoltori difficilmente si allontanano dalle aziende e dai campi. Se lo fanno è solo per ragioni molto serie. Pertanto, quando i contadini vanno in piazza, rovesciano in strada il frutto del loro duro lavoro, portano i trattori in tangenziale, stanno disperatamente chiedendo di essere visti e ascoltati. Quando la gente piange, angosciata perché non sa come fare a pagare i conti del mese, come sostenere la propria famiglia, pagare le rate del trattore, offrire un futuro ai figli, significa che il vaso è colmo. Trabocca. La trave nel piatto è che non si tratta solo del caro gasolio, non solo del blocco dello stretto di Hormuz, non solo della crisi climatica e ambientale, non solo della siccità, non solo della perdita di fertilità del suolo, si tratta di una crisi strutturale a cui finora nessuno ha saputo dare risposte.

I camion e i trattori bloccano gli snodi stradali spesso senza essere organizzati dalle sigle sindacali, ma spontaneamente: le storie che ne emergono sono autentiche e toccanti. Una tra tutte, quella di chi si presenta con l’asino invece che col trattore perché non ce la fa più a mantenere nemmeno quello: il fieno per nutrirlo costa ormai 45 euro a balla. Ma, più diffusamente, Cia – Agricoltori Italiani- certifica che mentre a settembre scorso, col salire dell’inflazione, i prezzi degli alimentari freschi per i cittadini sono cresciuti del 5,5% rispetto allo stesso periodo 2025, i prezzi riconosciuti agli agricoltori sono drammaticamente crollati: -50% per l’olio extravergine d’oliva, -30% per le susine, -25% per albicocche e uva da tavola, -24% per il latte crudo sfuso. E il delta tra i prezzi di vendita sul campo e al dettaglio è violento: le carote pagate 0,28 euro al chilo sul campo vanno a 1,46 euro al chilo sulla tavola (+421%); l’uva da tavola da 0,58 euro al chilo a 2,99 euro (+416%); le melanzane da 0,62 a 2,75 euro (+344%); le pesche da 0,74 a 2,88 euro (+290%). Allora quando ci si scandalizza di fronte ai sussidi pubblici destinati all’agricoltura – che comunque per la prossima PAC sono previsti in diminuzione del 15-20% perché si preferisce investire nella guerra – si deve anche aver chiaro che quei soldi continuano a fluire verso poche grandi aziende: l’80% dei finanziamenti va al 20% dell’agricoltura. Viene premiata l’agricoltura industriale fortemente meccanizzata, quella ipertecnologica che ha sempre meno bisogno di esseri umani, quella intensiva che non può permettersi la biodiversità perché la sua religione è “l’efficienza” della monocoltura, quella che genera paesaggi agrari semplificati, quella più diffusa in Pianura Padana dove secondo il “Bird Farmland Index” la popolazione di uccelli degli ambienti agricoli, al 2025, è diminuita del 50% rispetto al 2000, mentre la media nazionale si attesta al -33%.

Se ne avvantaggiano le grandi multinazionali e i grandi gruppi della distribuzione e dei trasporti che controllano semi, fertilizzanti e pesticidi di sintesi, meccanizzazione e logistica, lasciando le briciole, quel residuale 20%, all’80% dell’agricoltura italiana, fatta di aziende di piccola e media scala. Cioè a quell’agricoltura che realmente presidia i territori, che contrasta il dissesto geologico, quella più adatta alle terre collinari e montane che sono il 70% del territorio nazionale, quella in cui i contadini abitano sui terreni che coltivano e hanno tutto l’interesse che quei luoghi siano salubri e tutelati. Scrivono gli attivisti Slow Food dalla Campania: “Negli scaffali dei supermercati vuoti non c’è carne, pasta, verdure fresche, uova. Però, mentre assistiamo a tutto questo, nei mercati rionali si trova frutta e verdura prodotta localmente e una prima riflessione da farsi è sulla fragilità di un sistema logistico che può paralizzare un paese intero perché ‘totalitario‘, mentre la produzione e commercializzazione dei prodotti locali continua nonostante tutto”.

A distribuire i fondi pubblici in maniera così poco lungimirante sono le istituzioni politiche, costituite da persone che noi stessi scegliamo per rappresentarci. Alla politica chiediamo responsabilità: cioè capacità di risposta. Ma servono risposte lungimiranti, sagge, non solo emergenziali e non solo di reazione. Una politica che si accontenta del consenso ricavato dalle concessioni ottenute nell’immediato abdica al suo dovere di costruire le condizioni per una trasformazione diffusa della società tutta. Per noi è scoccata da molto l’ora di pianificare strategicamente un sistema alimentare che sia buono pulito e giusto per tutte e tutti. Per noi non esiste un momento migliore di questo per bandire la fame e lo spreco di cibo che, nel modello attuale, vanno a braccetto. Per noi era già ieri il giorno più giusto per iniziare a costruire, invece che inficiare, il futuro delle nuove generazioni!

Non serve far la voce grossa di fronte al disagio diffuso di tanta Italia: le rivendicazioni emergono da gruppi diversi – agricoltori, camionisti, studenti- ma è unica la domanda di cambiamento e come tale va letta. E come tale va trattata: trasformandola in un progetto collettivo. Quando una parte della popolazione percepisce la propria esistenza come una promessa tradita, quando si arriva a considerare il proprio futuro una sfida quotidiana di sopravvivenza, quando si sente di non aver niente da perdere, all’interno di una società che adotta diffusamente un linguaggio, un pensiero, un modello relazionale e una cultura violenta, l’espressione di quel disagio sarà a sua volta violenta.

Serve invece l’onestà di prendere atto, serve l’umiltà di ascoltare, serve la ferma volontà di capire e infine il coraggio di agire. Di cambiare finalmente strada, perché questa va verso il baratro, ormai è chiaro a tutti. Soltanto la biodiversità ci consentirà di adattarci agli effetti della crisi climatica: va sostenuta una produzione alimentare resiliente, in armonia con gli ecosistemi, non energivora, che tutela la salute degli esseri umani e del Pianeta. Senza una immediata transizione agroecologica e al contempo sociale, il nostro sistema alimentare sarà vulnerabile e sempre più in balia delle multinazionali e degli interessi del mercato. La nostra agricoltura perderà ma soprattutto noi perderemo definitivamente la nostra agricoltura. E la coesione sociale. I nostri contadini, e i nostri giovani, saranno sempre più disperati.

Ma la situazione attuale è il risultato di scelte e decisioni che possono e devono essere cambiate: tutte e tutti noi dobbiamo pretendere che ciò accada e che finalmente il bene comune a lungo termine, e non la legge del più forte che si impone nell’immediatezza, sia la stella polare che determina le decisioni che ci riguardano.

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Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto

Gli agricoltori difficilmente si allontanano dalle aziende e dai campi. Se lo fanno è solo per ragioni molto serie. Pertanto, quando i contadini vanno in piazza, rovesciano in strada il frutto del loro duro lavoro, portano i trattori in tangenziale, stanno disperatamente chiedendo di essere visti e ascoltati. Quando la gente piange, angosciata perché non sa come fare a pagare i conti del mese, come sostenere la propria famiglia, pagare le rate del trattore, offrire un futuro ai figli, significa che il vaso è colmo. Trabocca. La trave nel piatto è che non si tratta solo del caro gasolio, non solo del blocco dello stretto di Hormuz, non solo della crisi climatica e ambientale, non solo della siccità, non solo della perdita di fertilità del suolo, si tratta di una crisi strutturale a cui finora nessuno ha saputo dare risposte.

I camion e i trattori bloccano gli snodi stradali spesso senza essere organizzati dalle sigle sindacali, ma spontaneamente: le storie che ne emergono sono autentiche e toccanti. Una tra tutte, quella di chi si presenta con l’asino invece che col trattore perché non ce la fa più a mantenere nemmeno quello: il fieno per nutrirlo costa ormai 45 euro a balla. Ma, più diffusamente, Cia – Agricoltori Italiani- certifica che mentre a settembre scorso, col salire dell’inflazione, i prezzi degli alimentari freschi per i cittadini sono cresciuti del 5,5% rispetto allo stesso periodo 2025, i prezzi riconosciuti agli agricoltori sono drammaticamente crollati: -50% per l’olio extravergine d’oliva, -30% per le susine, -25% per albicocche e uva da tavola, -24% per il latte crudo sfuso. E il delta tra i prezzi di vendita sul campo e al dettaglio è violento: le carote pagate 0,28 euro al chilo sul campo vanno a 1,46 euro al chilo sulla tavola (+421%); l’uva da tavola da 0,58 euro al chilo a 2,99 euro (+416%); le melanzane da 0,62 a 2,75 euro (+344%); le pesche da 0,74 a 2,88 euro (+290%). Allora quando ci si scandalizza di fronte ai sussidi pubblici destinati all’agricoltura – che comunque per la prossima PAC sono previsti in diminuzione del 15-20% perché si preferisce investire nella guerra – si deve anche aver chiaro che quei soldi continuano a fluire verso poche grandi aziende: l’80% dei finanziamenti va al 20% dell’agricoltura. Viene premiata l’agricoltura industriale fortemente meccanizzata, quella ipertecnologica che ha sempre meno bisogno di esseri umani, quella intensiva che non può permettersi la biodiversità perché la sua religione è “l’efficienza” della monocoltura, quella che genera paesaggi agrari semplificati, quella più diffusa in Pianura Padana dove secondo il “Bird Farmland Index” la popolazione di uccelli degli ambienti agricoli, al 2025, è diminuita del 50% rispetto al 2000, mentre la media nazionale si attesta al -33%.

Se ne avvantaggiano le grandi multinazionali e i grandi gruppi della distribuzione e dei trasporti che controllano semi, fertilizzanti e pesticidi di sintesi, meccanizzazione e logistica, lasciando le briciole, quel residuale 20%, all’80% dell’agricoltura italiana, fatta di aziende di piccola e media scala. Cioè a quell’agricoltura che realmente presidia i territori, che contrasta il dissesto geologico, quella più adatta alle terre collinari e montane che sono il 70% del territorio nazionale, quella in cui i contadini abitano sui terreni che coltivano e hanno tutto l’interesse che quei luoghi siano salubri e tutelati. Scrivono gli attivisti Slow Food dalla Campania: “Negli scaffali dei supermercati vuoti non c’è carne, pasta, verdure fresche, uova. Però, mentre assistiamo a tutto questo, nei mercati rionali si trova frutta e verdura prodotta localmente e una prima riflessione da farsi è sulla fragilità di un sistema logistico che può paralizzare un paese intero perché ‘totalitario‘, mentre la produzione e commercializzazione dei prodotti locali continua nonostante tutto”.

A distribuire i fondi pubblici in maniera così poco lungimirante sono le istituzioni politiche, costituite da persone che noi stessi scegliamo per rappresentarci. Alla politica chiediamo responsabilità: cioè capacità di risposta. Ma servono risposte lungimiranti, sagge, non solo emergenziali e non solo di reazione. Una politica che si accontenta del consenso ricavato dalle concessioni ottenute nell’immediato abdica al suo dovere di costruire le condizioni per una trasformazione diffusa della società tutta. Per noi è scoccata da molto l’ora di pianificare strategicamente un sistema alimentare che sia buono pulito e giusto per tutte e tutti. Per noi non esiste un momento migliore di questo per bandire la fame e lo spreco di cibo che, nel modello attuale, vanno a braccetto. Per noi era già ieri il giorno più giusto per iniziare a costruire, invece che inficiare, il futuro delle nuove generazioni!

Non serve far la voce grossa di fronte al disagio diffuso di tanta Italia: le rivendicazioni emergono da gruppi diversi – agricoltori, camionisti, studenti- ma è unica la domanda di cambiamento e come tale va letta. E come tale va trattata: trasformandola in un progetto collettivo. Quando una parte della popolazione percepisce la propria esistenza come una promessa tradita, quando si arriva a considerare il proprio futuro una sfida quotidiana di sopravvivenza, quando si sente di non aver niente da perdere, all’interno di una società che adotta diffusamente un linguaggio, un pensiero, un modello relazionale e una cultura violenta, l’espressione di quel disagio sarà a sua volta violenta.

Serve invece l’onestà di prendere atto, serve l’umiltà di ascoltare, serve la ferma volontà di capire e infine il coraggio di agire. Di cambiare finalmente strada, perché questa va verso il baratro, ormai è chiaro a tutti. Soltanto la biodiversità ci consentirà di adattarci agli effetti della crisi climatica: va sostenuta una produzione alimentare resiliente, in armonia con gli ecosistemi, non energivora, che tutela la salute degli esseri umani e del Pianeta. Senza una immediata transizione agroecologica e al contempo sociale, il nostro sistema alimentare sarà vulnerabile e sempre più in balia delle multinazionali e degli interessi del mercato. La nostra agricoltura perderà ma soprattutto noi perderemo definitivamente la nostra agricoltura. E la coesione sociale. I nostri contadini, e i nostri giovani, saranno sempre più disperati.

Ma la situazione attuale è il risultato di scelte e decisioni che possono e devono essere cambiate: tutte e tutti noi dobbiamo pretendere che ciò accada e che finalmente il bene comune a lungo termine, e non la legge del più forte che si impone nell’immediatezza, sia la stella polare che determina le decisioni che ci riguardano.

L'articolo Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto proviene da Il Fatto Quotidiano.

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