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Spionaggio e stalking su cinesi “dissidenti” a Milano: indagate 10 persone. Minacciato anche l’influencer Teacher Li

Spionaggio e repressione su quelli che vengono considerati “dissidenti” che vivono nel capoluogo lombardo. La Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, ha chiuso le indagini in vista della richiesta di processo a carico di dieci indagati, tra cui quattro cinesi in “continuo contatto con le autorità” di Pechino. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata ad “azioni repressive e coercitive nei confronti” di alcuni connazionali critici nei confronti del governo cinese.

In particolare, nell’inchiesta della Digos della Polizia di Torino, coordinata dal pubblico ministero Alessandro Gobbis, si contestano una serie di attività di stalking, monitoraggio, pressioni e minacce sull’influencer da milioni di follower Teacher Li, 34 anni, attivista e dissidente.

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Gli studenti tentano di occupare il liceo, la polizia li porta in commissariato. Cucchi (Avs): “Il fermo preventivo legittima gli abusi”

“Il fermo preventivo legittima gli abusi“. Esordisce così nel suo post Instagram la senatrice Ilaria Cucchi in cui commenta l’intervento della polizia al liceo Giordano Bruno di Roma, dove alcuni ragazzi stavano tentando di occupare la scuola. La Digos, probabilmente chiamata dalla dirigente scolastica, è intervenuta al liceo, ha identificato gli studenti e, dopo il controllo dei documenti, ha caricato alcuni di loro sulle volanti e li ha condotti in commissariato. “Portare in questura un minorenne per un sospetto insegna a una generazione che le istituzioni son un nemico da cui difendersi, quando dovrebbero essere la sua garanzia. Questo modello legittima gli abusi” ha commentato la senatrice.

La denuncia arriva anche anche da Simone Montori, della Rete degli Studenti Medi del Lazio, che parla di una “risposta repressiva di gravità inaudita di fronte alla mobilitazione studentesca”.

La questura riporta di essersi attivata a causa della segnalazione di un gruppo di giovani a volto coperto e in possesso di catene: cinque di loro sono stati identificati nel giardino perimetrale della struttura scolastica. Le autorità fanno sapere di avere inoltre identificato 7 ragazzi, non iscritti alla scuola, dapprima accompagnati in commissariato e poi riaffidati ai genitori. “Solo l’intervento del nostro assessore in III Municipio Luca Blasi ha impedito che la situazione degenerasse con il trasferimento di tutti i ragazzi nei locali del commissariato. Siamo allarmati dalle continue segnalazioni che ci arrivano dalle scuole e presenteremo nuove interrogazioni al Governo”, afferma la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti.

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La voglia di un mostro, purchessia – Il commento di Antonello Caporale

Replicare alle violenze di strada a Milano con la mostrificazione di qualcuno a cui si potessero cucire i panni del terrorista. La voglia di un mostro purchessia, la necessità di esibire un volto contro cui vomitare addosso tutte le accuse sembra la prima urgenza di una destra, politica e giornalistica, affamata.

Ieri pomeriggio contro Youssef Siher, in passato giornalista free lance, che nella redazione del Fatto online ha svolto nel 2022 uno stage seguito da una collaborazione sporadica (nel 2025 ha firmato due articoli sulla Tunisia, nel 2026 nessun articolo) come ha avuto altrove altre esperienze lavorative, ricercatore con ottime competenze e referenze, c’era una nota della Digos che indaga sul suo conto per istigazione a delinquere a fini di terrorismo. Non ancora un magistrato che avesse formalizzato l’accusa, men che mai un giudice che l’avesse convalidato.

Le devastazioni ci sono state e certo non conosciamo il suo livello di responsabilità. Aspettiamo che i fatti e le attività a lui contestate siano specificate e rese pubbliche nel dettaglio al più presto. Quel che colpisce è la voglia matta di chiudere con l’impiccagione all’albero della colpa di questa persona, italiano di genitori marocchini, la crisi sociale di giovani e giovanissimi che gravitano nelle periferie degradate delle nostre città, esplose nelle devastazioni che ha vissuto la settimana scorsa Milano.

Attribuire al manganello della polizia lo strumento risolutivo della contesa e chiuderla così. Se chi rompe paga, come ha detto la presidente del Consiglio, e certo è un motto corretto e condiviso, che ogni italiano ricorda da quando bambino se lo sentiva dire in casa, è necessario che accanto alla voglia di far pagare chi rompe, venga anche spiegato cosa si fa perché nessuno rompa, cosa si spende per chi si affaccia nel mondo del lavoro, come si sostiene chi nasce in una famiglia povera, quali luoghi, oltre al marciapiede, può frequentare.

Già che c’è la presidente del Consiglio potrebbe spiegare se e come sono stati spesi i danari del più grande fondo di rinascita (il famigerato Pnrr) il cui principale capitolo di spesa era quello di finanziare le politiche per la nuova generazione. Il next generation Eu, do you remember? Oltre ai manganelli il Parlamento dovrebbe interrogarsi su cosa è stato fatto, i soldi dove sono finiti, cosa si dice a chi oggi non ha nè un lavoro, nè un futuro, e a coloro che pur avendo un impiego pensano di perderlo in favore dell’intelligenza artificiale.

Più che mettersi all’ascolto delle proteste il governo dovrebbe mettersi al lavoro, ammettere le proprie responsabilità, illustrare le idee che gli sono venute per affrontare o almeno mitigare la crisi. Invece di restare con le mani in mano, anzi con il manganello in mano e un nuovo mostro da sbattere in tv.

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