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Meloni, Schlein e la stranezza delle loro molte convergenze

Se lo Stabilicum non dovesse assegnare il premio, l’unica maggioranza possibile a due partiti sarebbe quella tra Fdi e Pd. Fantapolitica, ma che dice molto su quanto i perni del bipolarismo italiano siano più vicini di quanto si pensi

Proviamo a giocare con i numeri. Lo Stabilicum assegna un premio di settanta deputati e trentacinque senatori alla coalizione che supera il quarantadue per cento in entrambe le Camere. Se nessuno ci arriva, o se Camera e Senato producono esiti diversi, la legge torna a essere un proporzionale puro, con le soglie del Rosatellum: tre per cento per le liste, dieci per le coalizioni.

Oggi i sondaggi danno centrodestra e campo largo intorno al 43-44 per cento. Il premio, quindi, scatterebbe. Ma basta uno scarto di un punto, o un risultato diverso al Senato, per finire nello scenario opposto. E in quello scenario, applicando le soglie e la redistribuzione interna alle coalizioni ai sondaggi più recenti, nessuno dei due blocchi arriva alla maggioranza.

Tra le decine di combinazioni aritmeticamente possibili, una sola tiene insieme due partiti soltanto: Fratelli d’Italia più Partito democratico, con circa duecentotré seggi su quattrocento, appena sopra la soglia della maggioranza. È una proiezione lineare, che ignora il riparto per circoscrizioni e i resti, e due seggi di margine stanno dentro qualsiasi errore di stima. Ma il dato politico resta. Nella teoria delle coalizioni minime, quella tra Meloni e Schlein sarebbe la più economica. E non solo sul piano dei numeri.

Non sarebbe la prima volta che il Pd governa o tratta con il principale partito della destra. Nel 2011 sostenne il governo Monti insieme al Pdl. Nel 2013, dopo un voto senza vincitori, nacque il governo Letta: Pd e Pdl nello stesso esecutivo, con la benedizione del Quirinale. Durò come larga intesa pochi mesi. A novembre Berlusconi decadde dal Senato, riportò Forza Italia all’opposizione e lasciò ad Alfano il compito di tenere in piedi la maggioranza.

Poi arrivò il Nazareno. Nel gennaio 2014 Renzi e Berlusconi siglarono un patto sulle regole del gioco: la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale. Si ruppe un anno dopo, sull’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale.

La lezione di quei precedenti è chiara. In Italia le convergenze tra centrosinistra e destra sono nate su due terreni: il primo è l’emergenza, come con Monti; il secondo le regole istituzionali, come con il Nazareno. Si sono poi sciolte su un evento simbolico, una decadenza o un’elezione presidenziale.

Oggi tra Pd e Fratelli d’Italia il quadro è rovesciato. I due partiti convergono su quasi tutto ciò che riguarda la collocazione internazionale e la politica economica. Si dividono proprio lì dove il Nazareno aveva trovato l’accordo, ossia sulle istituzioni.

Relativamente alle grandi coordinate di sistema, Pd e Fratelli d’Italia stanno nello stesso perimetro. Entrambi sostengono l’Ucraina, entrambi accettano i vincoli di bilancio europei. Nessuno dei due coltiva più tentazioni antieuropeiste, a partire dall’uscita dall’euro che per anni ha fatto parte del lessico della destra sovranista, anche meloniana.

Al governo, Fratelli d’Italia ha portato avanti una politica fiscale prudente, nella sostanza non lontana da quella che avrebbe fatto il Pd. Prudente, non virtuosa: il deficit 2025 si è fermato al 3,1 per cento del Pil, e l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo slitta al 2027. Ma con un avanzo primario dello 0,8 per cento, la rotta è quella di chi non vuole porsi in contrasto aperto con Bruxelles. Sull’Ucraina, poi, la linea di Meloni è stata più netta di quella di una parte del centrosinistra, dal Movimento 5 stelle ad Alleanza Verdi e Sinistra.

Sono, in sostanza, due partiti responsabili. La convergenza è reale, ed è il frutto della conversione di Fratelli d’Italia, un partito che ha sacrificato la propria retorica sovranista sull’altare della ricerca di cultura di governo.

Le vere distanze strutturali, ad oggi, rimangono tre, e nessuna riguarda i temi su cui di solito si concentra la polemica.

La prima è istituzionale. Fratelli d’Italia ha fatto del premierato una bandiera. Il Pd, al contrario, si è attestato su una difesa conservatrice dell’impianto costituzionale esistente. Il referendum sulla riforma della giustizia lo ha mostrato con chiarezza, col conservatorismo costituzionale del Pd premiato dagli elettori. Resta la distanza più difficile da colmare, e il punto esatto in cui il Nazareno si rovescia: allora l’accordo era sulle regole, oggi le regole sono il terreno dello scontro.

La seconda riguarda l’idea di Europa. Il Pd resta europeista in senso stretto, con un’ottica più federale, a partire dal superamento del diritto di veto. Meloni rimane ancorata all’idea di una confederazione di Stati sovrani. È una differenza reale, ma non insormontabile, perché sul metodo dell’integrazione una sintesi si può trovare, come dimostra la tessitura dei rapporti quotidiani tra Palazzo Chigi e Bruxelles.

La terza riguarda i compagni di viaggio. Non convince chi contesta a Fratelli d’Italia il rapporto mai del tutto chiuso con l’eredità missina, il presunto tentativo di controllo sull’informazione o la linea sui diritti civili. Ma il problema si concentra in realtà su alcune scelte di campo che restano. A gennaio Meloni è comparsa nello spot elettorale di Viktor Orbán: una scelta da rigettare, divenuta per di più una scommessa persa. Lo stesso vale per il rapporto ondivago con Donald Trump, complicato da gestire per chi governa, ma ancora ambiguo.

Sul Pd, il punto debole non sta tanto nel partito in sé quanto nel suo ruolo di perno della coalizione. Sono gli alleati a rendere poco credibile il disegno del campo largo, e a pagarne il prezzo sono per primi gli stessi dem. Sulle questioni cardine, dall’Ucraina alla collocazione internazionale, il Movimento 5 stelle e Avs restano partner meno affidabili. Il Pd ne è sostanzialmente vincolato.

Fratelli d’Italia sembra, a prima vista, aver risolto meglio il problema. Meloni ha addomesticato la Lega di Salvini, oggi svuotata e indebolita. Ma l’elettorato sovranista si è, almeno in parte, spostato in direzione Vannacci, che corre fuori dalla coalizione ma rimane il partner che servirebbe a Meloni per arrivare alla maggioranza se il premio non scattasse.

La simmetria, insomma, regge. Due partiti-perno tutto sommato responsabili, ciascuno legato ad alleati meno affidabili proprio sulle questioni che più di tutte contano. Con una differenza: il Pd ha la sua zavorra dentro la coalizione, Fratelli d’Italia ce l’ha in parte dentro e in parte appena fuori dalla porta.

La seconda convergenza, speculare alla prima, è quella tra gli alleati dei due perni: le ali. A luglio, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato la relazione sui progressi dell’Ucraina verso l’adesione. Tra i contrari, fianco a fianco, Movimento 5 stelle, Lega e Futuro Nazionale, con Avs astenuta. A favore Fratelli d’Italia, Forza Italia e il Pd. A giugno, alla Camera, cinquestelle e vannacciani chiedevano entrambi lo stop agli aiuti militari a  Kyjiv, mentre la Lega che a Roma vota con la maggioranza in Europa finisce per votare con il Movimento.

È il grande marasma della politica italiana. Sul tema che più di ogni altro dovrebbe definire un’alleanza di governo, la frattura passa tra i perni e le ali. E le ali dei due schieramenti si somigliano più di quanto somiglino ai rispettivi alleati.

A FdI manca forse l’ultimo salto per diventare quel partito conservatore di massa che la destra italiana non ha mai avuto. L’abbandono definitivo di certi compagni di viaggio, una scelta di campo senza ambiguità in Europa. Ma la strada è stata presa. Il Pd, dal canto suo, dovrà decidere se la sua cultura di governo vale più della coalizione che oggi la tiene in ostaggio, inseguendo il tentativo di imporre una vocazione maggioritaria, accantonando la rincorsa continua al movimentismo pentastellato, a tratti reazionario.

Nessuno, oggi, propone una grande coalizione tra Meloni e Schlein, ipotesi che rimane nell’alveo di una bizzarria politica di fondo, anche perché i due partiti hanno costruito la propria identità sulla reciproca delegittimazione, e lo Stabilicum è stato scritto proprio per evitare che il problema si ponga.

La domanda vera a questo punto diventa: perché un sistema bipolare costringe i due partiti più vicini sulle scelte di fondo agli antipodi, a combattersi aspramente, mentre li lega ad alleati che su quelle stesse scelte non sono affidabili?

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Schlein imbarca di tutto a sinistra, ma rischia di perdere il centro

Con questa bulimia di potere che lo pervade, è inevitabile che il Pd cerchi consensi ovunque, e che in questo senso abbia aperto a Rifondazione comunista “prestandole” il senatore Andrea Crisanti per fare il gruppo: un mezzo tecnico per agevolare la raccolta delle firme necessarie per presentare la lista, ma anche una scelta politica. Solo che quando ti metti in casa gente inaffidabile poi l’incidente è dietro l’angolo. E infatti.

Ieri il segretario di Rifondazione, Maurizio Acerbo, uno che deve stare parecchio davanti a X, di buon mattino si è così espresso: «Inneggiare al 7 ottobre non è reato. C’è chi inneggia a Israele e chi a Hamas. In una democrazia è assolutamente lecito». Pure peggio del vigliacco «né con lo Stato né con le Br» degli estremisti di cinquant’anni fa poiché questa posizione, sotto la copertura formale di una considerazione sulla libertà di espressione, finisce per normalizzare l’apologia di un pogrom. Inevitabile la frittata.

Persino nel gruppo dirigente del Nazareno, anche se non in chiaro, hanno storto il naso. E qualcuno deve averlo chiamato, tanto che poi Acerbo ha fatto una precisazione che peraltro non precisa nulla. A peggiorare le cose ci si è messo il professor Crisanti in persona con una frase tremenda: «È una questione dei palestinesi scegliere i propri rappresentanti. Se fosse Hamas, se lo hanno deciso loro, ben venga. Ma penso a una Hamas rinnovata, quella di oggi la considero un’organizzazione terroristica».

Il «merdone»– così Filippo Sensi – pestato da Acerbo rimanda al problema del famoso perimetro del campo largo e si intreccia con le primarie. Non è solo che il Pd si copre a sinistra. Il fatto è che il favore di Elly Schlein a Rifondazione si può leggere come una mossa della sua campagna elettorale per le primarie: acchiappo Acerbo e così divento il punto di riferimento per i compagni dell’estrema sinistra, dunque io vi consento di presentarvi alle elezioni e sarò ricompensata ai gazebo.

Mossa spregiudicata e anche piuttosto rischiosa perché non è affatto detto che i voti conquistati a sinistra compensino quelli che si rischia di perdere al centro. Del resto, è proprio questo il paradosso del campo largo: più si allarga, più rischia di smarrire la propria natura, con il rischio di trasformarsi da coalizione ad accozzaglia, rischio che sta soprattutto alla leader del Pd cercare di evitare. Del resto, sposare in toto le piazze dei giovani (anche il corteo di Askatasuna?), l’occhieggiamento del mondo pro-Pal, concupito anche da Giuseppe Conte, tutto rientra in una logica di marketing politico.

Ha colto il punto Sensi: «Dobbiamo sapere che quando imbarchiamo tutto e il contrario di tutto, e in quel tutto e il contrario di tutto ci sono tante cose che sono agli antipodi rispetto ai valori che sosteniamo, si crea un rischio»; e ovviamente la stessa opinione ce l’hanno, da fuori, Carlo Calenda e Pina Picierno.

Ma i big del Pd non sembrano porsi il problema di una coalizione che per arraffare fino all’ultimo voto si sta snaturando, e d’altra parte la cosa non desta meraviglia. Lo scivolamento su posizioni molto fredde sul’Ucraina e molto calde sulla Palestina è stato evidente anche nel documento politico del correntone Franceschini-sinistra che si è riunito a Montepulciano, un convegno di tre giorni – la durata di Woodstock – ma senza grandi emozioni, il cui senso è stato soprattutto nella esibizione dei muscoli in vista della formazione delle liste: “il partito siamo noi”. Contenuti, scarsini.

Per quelli bisogna spostarsi a Orvieto, all’assemblea di LibertaEguale, dove si sono affrontati i nodi delle questioni istituzionali e dell’economia e dove finalmente si è parlato di una cosa di cui tutti sembrano essersi dimenticati: come far crescere il Paese, necessaria condizione per redistribuire. Giorgio Gori e Marco Bentivogli su questo hanno detto cose di cui il tavolo del campo largo farebbe bene a prendere nota 

Nella telenovela dei grandi capi, tra stop and go tattici, si è deciso che finalmente venerdì si terrà un incontro tra Schlein, Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli per fare partire l’iter che porterà al fatidico programma. Anche per la loro incapacità di darsi una fisionomia precisa, i centristi restano out, fuori dalla foto di gruppo. E anche Maurizio Acerbo. Almeno per ora.

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Di Battista sul Nove: “Schlein non è credibile. Il Pd è il partito che ha eroso maggiormente lo Stato sociale”

“Oggi sembra che io ce l’abbia sempre con la Schlein, ma non la vedo strutturata né credibile”. Così Alessandro Di Battista è intervenuto ad Accordi&Disaccordi, il talk politico in onda sul Nove, condotto da Luca Sommi con la partecipazione di Marco Travaglio e Andrea Scanzi.

L’ex parlamentare ha poi motivato la propria posizione, puntando il dito contro il Partito Democratico e il suo rapporto con i diritti dei lavoratori: “Non la vedo credibile, essendo, a mio parere, rappresentante del partito che maggiormente ha inciso negativamente sui diritti dei lavoratori, insieme, tra l’altro, ai sindacati”.

“È sempre stato il partito maggiormente di sistema ed è quello che maggiormente ha eroso lo stato sociale nel nostro Paese”, ha concluso Di Battista.

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Nel Pd c’è chi prepara l’aut-aut per Schlein: o candidata premier o segretaria

Mentre a sinistra è in corso un numero degno di Arturo Brachetti, il formidabile interprete di incredibili trasformazioni, nel Pd circolano i soliti sospetti e riemergono insanabili distanze tra il corpaccione filo-schleiniano, riunito a Montepulciano, e l’area riformista, riunita a Orvieto. Andiamo con ordine.

In Parlamento si vanno formando nuovi gruppi necessari per evitare di raccogliere le firme per presentare una lista elettorale. Questione tecnica ma anche un pochino politica che presenta inevitabili risvolti grotteschi (Brachetti appunto), come quello di Aboubakar Soumahoro e Bruno Tabacci – il diavolo e l’acqua santa – uniti nella lotta in soccorso di Riccardo Magi che, invano, aveva chiesto aiuto a Giuseppe Conte e Elly Schlein. La quale invece ha pensato di chiedere a Andrea Crisanti, il virologo senatore dem, di aderire a Rifondazione comunista per aiutare il partitino di Maurizio Acerbo sempre per evitare di raccogliere un numero esorbitante di firme – regalino del Melonellum – indispensabili per presentare la sua lista.

Cosicché la segretaria del Pd non dà una mano al radicale Magi ma la offre alla “Rifondazione comunista dei poveri” di Acerbo, portatore di un bertinottismo bonsai che evidentemente Schlein ritiene utile e forse sentimentalmente vicino. Non bastavano Conte, Fratoianni e un Pd spostato a sinistra, ci mancava anche una spruzzatina rifondarola (dei poveri) per oscurare un altro po’ il profilo di una sinistra di governo.

Da Orvieto, dove si apre oggi l’assemblea annuale di LibertaEguale – partecipano esponenti come Paolo Gentiloni, Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Stefano Ceccanti, Claudia Mancina, Piero Fassino, Marco Bentivogli e tanti altri – si nota proprio questo. Spiega Ceccanti: «Qui a Orvieto ci sono figure molto autorevoli del riformismo italiano che discutono delle prospettive del centrosinistra. Riformismo per noi non è una categoria astratta ma la sostanza di una sinistra di governo, per questo qui mettiamo in campo idee per una piattaforma di governo che bilanci le spinte massimaliste che ormai sono predominanti nel campo largo».

Un’altra politica economica, certo. E scelte chiare in politica estera: «C’è un punto non negoziabile: il sostegno pieno sull’Ucraina. Su questo non possono esserci ambiguità». Ed è appunto molto brutto, sull’Ucraina, il documento del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza riunito a Montepulciano nel quale ci si limita a dire che «occorre chiedere con forza la nomina di un inviato europeo per l’Ucraina, scelto tra figure di altissima caratura istituzionale, che rappresenti l’Unione nel confronto con Trump e Putin, portando ai tavoli negoziali le ragioni del diritto internazionale, dell’aggredito, di una pace che sempre comporta compromessi ma non può diventare resa alla politica di potenza e alla sopraffazione».

Nemmeno l’abituale frase sulla prosecuzione del sostegno, in ogni forma, a Kyjiv! C’è invece la definizione di genocidio a Gaza e un durissimo attacco a Ursula von der Leyen. Mentre sulla questione delle primarie Franceschini in una intervista a Repubblica ha detto: presto ai gazebo Schlein contro Conte in una giornata sola. Il problema è quando. E qui spunta qualcosa che è molto più di una indiscrezione.

Questa: la leader del Pd vorrebbe spostare le primarie più in là possibile non solo perché ha ancora bisogno di tempo per affermarsi con più forza nel Paese. Ma soprattutto perché teme che non solo da Conte ma anche dal suo stesso partito venga avanzata la richiesta, se vincesse lei ai gazebo, di lasciare la segreteria del partito, in quanto “leader di tutti”: pare affermarlo indirettamente anche Franceschini quando dice che il leader «dovrà fare il candidato premier dell’intero schieramento, non del partito di provenienza». Niente doppio incarico, si sarebbe detto una volta.

Vedremo se dall’altro convegno del weekend, quello del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza che si tiene a Montepulciano, arriveranno altri indizi in questo senso. Un messaggio a Elly di questo tenore: facciamo le primarie subito, noi ti sosteniamo, ma se vinci dovrai lasciare la segreteria del partito. Al tuo posto ci va un reggente. Fumo negli occhi, per Elly Schlein. Che è sicura di battere Conte ma che ha anche bisogno di blindarsi al Nazareno. Non sia mai spunti qualche coltello.

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Sondaggi politici, Meloni si rafforza ma non basta: Campo Largo in testa fra le coalizioni

Secondo gli ultimi sondaggi politici, Fratelli d’Italia si rafforza raggiungendo quasi il 30%. Ma è sul fronte delle coalizioni che si gioca la partita per le elezioni politiche del 2027.

Gli scenari sulle coalizioni: il centrosinistra guidato da Elly Schlein (PD) batte il centrodestra 44,6% a 44%. Mentre il centrosinistra guidato da Giuseppe Conte (M5S) vince sul centrodestra 44,5% a 44,1%. In entrambi i casi, per i progressisti, scatterebbe il premio di maggioranza.

Gli ultimi sondaggi elettorali

Qui sotto si riporta l’ultimo sondaggio effettuato da Swg per il Tg La7 del direttore Enrico Mentana. La data di pubblicazione è 19 ottobre.

La domanda è una (“Se alle prossime elezioni politiche i partiti si presentassero nelle seguenti coalizioni, quale partito voterebbe più probabilmente?”) ma gli scenari possibili sono due.

Scenario 1 – Elly Schlein alla guida del Campo Largo

Centrosinistra guidato da Elly Schlein – 44,6%:

  • Partito Democratico – 21,2%;
  • Movimento 5 Stelle – 11,8%;
  • Alleanza Verdi e Sinistra – 6,4%;
  • Italia Viva – 2,4%;
  • +Europa – 1,3%;
  • altri (Psi, Pr.Civ., Più Uno) – 1,5%.

Centrodestra guidato da Giorgia Meloni – 44%:

  • Fratelli D’Italia – 29,7%;
  • Forza Italia – 7,2%;
  • Lega – 5,1%;
  • Noi Moderati – 1%;
  • Sud chiama Nord 1%;
  • Futuro Nazionale – 5,6%.

Altri partiti non schierati:

  • Azione – 3,1%;
  • altri partiti centristi (Libdem, Ora!) – 1,3%;
  • altre liste – 1,4%.

Non si esprime 28%.

Scenario 2 – Giuseppe Conte alla guida del Campo Largo

Centrosinistra guidato da Giuseppe Conte – 44,5%:

  • Partito Democratico – 20,5%;
  • Movimento 5 Stelle – 13,1%;
  • Alleanza Verdi e Sinistra – 6,5%;
  • Italia Viva – 1,9%;
  • +Europa – 1,1%;
  • altri (Psi, Pr.Civ., Più Uno) – 1,4%.

Centrodestra guidato da Giorgia Meloni – 44,1%;

  • Fratelli D’Italia – 29,8%;
  • Forza Italia – 7,1%;
  • Lega – 5,1%;
  • Noi Moderati – 1,1%;
  • Sud chiama Nord – 1%.

Altri partiti non schierati:

  • Futuro Nazionale – 5,4%.
  • Azione – 3,2%.
  • altri partiti centristi (Libdem, Ora!) – 1,5%.
  • altre liste – 1,3%.

Non si esprime 28%.

Nota metodologica

Una premessa: come si nota, il sondaggio Swg non tiene conto dell’apertura di Luigi Marattin (Partito Liberaldemocratico) al centrodestra. Probabilmente perché ci si trova ancora nella fase di avvicinamento e non di endorsement vero e proprio.

E ancora: Enzo Maraio, segretario dell’Avanti Psi, è in area Campo Largo mentre Swg lo colloca fra i centristi indipendenti.

Per il resto, si riporta la nota metodologica dell’ultimo sondaggio Swg per La7: metodo di campionamento stratificato per zona di residenza e quote per età e genere e ponderato successivamente per le variabili di età, genere, zona di residenza, studio e voto alle ultime elezioni europee; consistenza numerica campione intervistati 1.200 intervistati, 4.329 non rispondenti; campione rappresentativo dell’universo di riferimento per genere, età, zona, partito votato alle ultime elezioni europee con margine di errore +/- 2,8%; sondaggio realizzato con tecnica di rilevazione online CAWI, telefonica CATI e CAMI. Nota metodologica completa su sondaggipoliticoelettorali.it.

Che succede in politica oggi

Dello stato delle coalizioni si è già detto. Di seguito altri elementi degni di attenzione.

FdI dal 27,7% della settimana scorsa scatta al 29,7%/29,8%, a seconda dello scenario.

Il M5S dal 12,7% della settimana scorsa si muove oggi in una forbice fra l’11,8% (scenario Schlein) al 13,1% (scenario Conte).

FN crolla dal 7,6% della settimana scorsa, che lo collocava come quarto partito, alla forbice compresa fra il 5,6% e il 5,4%. Il dettaglio non è banale e influenza scenari che riguardano tutto il centrodestra. Per tenere testa al Campo Largo, Meloni dovrà ragionare se spostarsi verso la destra di Vannacci rischiando di far scappare Tajani (FI) e Lupi (NM) oppure se orientarsi verso il centro invitando Marattin (PLD) ed eventualmente Calenda (Azione).

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L’ambiguità sull’Ucraina di una Schlein sempre più ostaggio di Conte

Le astensioni incrociate su cinque mozioni diverse sulla politica estera non sono esattamente un gran segnale di unità, anche se, come raccontano alcuni giornali, mercoledì alla Camera Elly Schlein e Giuseppe Conte sono apparsi particolarmente soddisfatti. Contenti loro.

Peccato che il Pd – non parliamo degli altri – abbia perso l’occasione per valorizzare la chiara posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina contro la Lega seguendo l’abc della politica che impone di incunearsi nelle contraddizioni dell’avversario.

Lo hanno capito solo i riformisti del Pd, oltre Carlo Calenda e Matteo Renzi, Pierferdinando Casini e Mario Monti. La linea è un’altra: a testa bassa contro il governo anche quando dice cose giuste. In ogni caso al Nazareno, a quanto pare, c’è entusiasmo per i «passi avanti» in vista del programma comune del campo largo. Si confida in una soluzione lessicale in grado di salvare capra e cavoli, ponendo la centralità della “trattativa” e lasciando sullo sfondo (ma come?) il problema dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Come se bastasse evocare la pace per sciogliere il nodo politico e morale del sostegno a un Paese aggredito.

L’ambiguità, in realtà, non è più un rischio: è già il metodo di lavoro. E Giuseppe Conte, su questo terreno, non sembra disposto a concedere nulla, nemmeno a costo di mandare in frantumi la coalizione perché per l’avvocato del populismo la questione ucraina non è una voce fra le altre del programma: è una linea identitaria, uno strumento di pressione sul Pd e, soprattutto, un modo per misurare quanto Schlein sia disposta a cedere pur di tenere in piedi l’alleanza.

Domenica la segretaria del Pd davanti alla assemblea nazionale metterà a sistema questa fiducia e forse indicherà qualcosina in più rispetto alle sue ultime uscite: se non proprio una data per la prima riunione del “tavolo” per il programma, almeno qualche punto fermo sulla sua “scaletta”. Di fatto, ancora è nebbia sui nodi principali: l’Ucraina – si è già detto – ma poi anche su chi fa parte della coalizione e sul problema delle primarie. Ma non è neppure chiaro se il Pd andrà al tavolo con un proprio programma.

L’unica cosa che in queste ore veramente interessa la squadra della segretaria è la sua incoronazione come unica candidata del partito alle primarie. Per questo occorre una modifica dello Statuto con una norma che escluda la celebrazione del congresso nell’anno delle elezioni politiche, in modo tale da prorogare il mandato di Schlein. Scontata l’approvazione della modifica statutaria, la giornata sarà un Elly day.

Il Nazareno sta organizzando una massiccia presenza anche di chi non è membro dell’assemblea. Si vuole fornire l’immagine di un partito tutto già impegnato nella campagna elettorale di Schlein in vista delle primarie, si serrano le fila perché – dicono gli uomini di Stefano Bonaccini, ora grande sostenitore della segretaria – «non ci sono elementi sostanziali di garanzia di una gestione realmente unitaria dei passaggi successivi».

Leggi: non ci deve essere spazio per dissensi sul nome della leader del partito. Con la speranza, inoltre, che non ci siano altre candidature che potrebbero toglierle voti. Ma come farà Schlein a convincere Alessandro Onorato o Franco Gabrielli di non presentarsi ai gazebo o a Matteo Renzi di non mandare in campo una candidatura di Casa riformista? Un problema non da poco che Conte non ha.

Così, mentre il Pd cerca di blindare la propria segretaria, l’avvocato del populismo può permettersi di tenere aperta ogni partita: quella sul programma, quella sull’Ucraina, quella sulla leadership del campo largo. Non ha bisogno di proclamarsi candidato unico, né di modificare uno Statuto per garantirsi la permanenza alla guida del Movimento. Gli basta che Elly Schlein sia costretta a inseguirlo.

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