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Tunnel del Brennero: il tratto della Germania slitta al 2043, ben 37 anni dopo l’inizio dei lavori. Intanto i costi salgono di altri 1,2 miliardi

Trentasei anni. Tanto rischia di trascorrere dal primo mattone del tunnel del Brennero al giorno in cui sarà a pieno servizio. Insomma, quando la talpa è entrata nella montagna a guidare gli Usa c’era George W. Bush e il papa era Benedetto XVI. Quando uscirà gli uomini forse si sposteranno con le astronavi.
Senza dire dei costi. L’ultimo annuncio è appena arrivato: siamo saliti a 11,7 miliardi, rispetto all’ultima stima di 10,5, mentre la scadenza prevista per il 2032 è slittata ancora una volta. Ora si parla del 2034. Ma ormai nessuno quasi ci fa più caso.
Ma dietro alla costruzione del tunnel, sottoterra come la talpa, cova uno scontro tra Italia e Austria sul lievitare dei costi. Sorpresa: questa volta sono gli italiani quelli che accusano i colleghi di Vienna di aver fatto esplodere i conti. Con ormai oltre 3 miliardi di extracosti.
Il punto è che questa grande opera sarà finanziata da Unione Europea, più, appunto, Austria e Italia. In soldoni: l’Ue ci mette la metà, mentre il restante va diviso tra i due paesi confinanti che ospitano l’opera. E qui vengono le note dolenti. “Le spese folli dell’Austria – racconta una fonte interna – ci ricadranno sul groppone. Come se due amici vanno a cena, uno prende caviale e l’altro insalata, ma poi si paga alla romana, metà ciascuno”.
Ma facciamo qualche passo indietro: l’idea di una linea che collega in galleria Innsbruck a Fortezza (Bolzano) nasce poco dopo il 1990. Sarà una meraviglia della tecnologia , si dice, con 64 km tra opere accessorie tunnel di 58 km.
L’avvio dei lavori arriva nel 2007. E qui merita fare un piccolo excursus sul balletto degli annunci sull’ultimazione dei lavori: prima si ipotizza addirittura il 2016, poi si parla del 2026, quindi si rinvia al 2032. Adesso si ammette che si dovrà attendere almeno il 2034 e se qualche ingegnere a denti stretti dice che forse è una scadenza ottimistica. Il paradosso è che la galleria dove dovrebbero transitare i treni è già quasi scavata per intero. Ma, anche confrontandosi con le esperienze del San Gottardo appena costruito in Svizzera, ci si è resi conto che si doveva trasformare il cunicolo esplorativo (accanto alla canna principale) in un tunnel di servizio. Un lavoro enorme. Risultato: la progettazione va avanti da anni e siamo ancora in alto mare. Da qui l’ennesimo ritardo. Appuntamento quindi al 2034. E sarebbero comunque già 27 anni dopo l’inizio dei lavori.
Ma l’amara sorpresa è un’altra: il tunnel del Brennero ha senso perché, appena superati i rilievi, si riunisce con la nuova linea che arriverà in Germania. È il famoso corridoio Verona-Monaco di Baviera. Peccato che, come hanno riportato giornali tedeschi e austriaci, il governo tedesco sia intenzionato a togliere il collegamento da Monaco dalle priorità da finanziare. Risultato: ammesso che l’opera sia inserita di nuovo tra i progetti su cui la Germania vuole investire, prima che sia ultimata la progettazione si dovrà attendere il 2034 per vedere partire i lavori. E saranno ultimati, si dice a Berlino, non prima del 2043. Quindi la nuova linea nel suo complesso rischia di essere inaugurata la bellezza di 37 anni dopo il suo avvio. Perché senza il tratto tedesco il tunnel del Brennero è quasi inutile.
C’è poi, si diceva il balletto dei costi: si era cominciato parlando di 4 miliardi, rapidamente diventati più di 5. Ma appena le ruspe avevano cominciato a scavare più realisticamente erano diventati oltre 8. Fino a una settimana fa l’ultima stima era 10,5. Adesso si ammette che saranno almeno 11,7, ma è lecito immaginare che da qui al completamento dei lavori ci saranno altri consistenti ritocchi.
E qui la disputa da ingegneristica diventa politica. Qualche anno fa si rischiò un incidente diplomatico quando Raffaele Zurlo, l’ingegnere che si occupava dell’Opera sul versante italiano, accusò apertamente i colleghi austriaci di aver fatto esplodere i costi. Il solo tratto vicino a Tulfes, dicono fonti interne, sarebbe passato da 377 milioni a quasi un miliardo. Le accuse molto circostanziate di Zurlo diedero vita anche a un’inchiesta della Procura di Bolzano che alla fine decise di passare il fascicolo, per competenza, all’Europa e infine all’Austria. La questione si chiuse con un non luogo a procedere che lasciò l’amaro in bocca al di qua del tunnel.
I manager italiani e austriaci furono sostituiti. Ma non è solo una questione di ruspe ma anche di politica. La figura chiave sul versante austriaco e altoatesino è stato a lungo Konrad Bergmeister. Parliamo di un noto e stimato ingegnere bolzanino molto vicino alla Svp, la Sudtiroler Volkspartei, il partito che da decenni domina la politica e il potere altoatesini. Bergmeister era stato indicato in passato come è possibile guida della Svp. Di sicuro a Bolzano ha occupato poltrone di ogni genere: oltre, appunto, ad aver diretto uno studio ingegneristico responsabile di decine di progetti in Alto, è stato presidente della fondazione della Cassa di risparmio di Bolzano, presidente della Libera Università di Bolzano, presidente del Consiglio di amministrazione del conservatorio cittadino, e ha ricoperto importanti incarichi nella società dell’autostrada del Brennero, nonché, si è detto, è stato alla guida della parte austriaca della Bbt fino al 2019. Dalla musica alle autostrade passando per le ferrovie e le banche. Tutto insomma. Si era addirittura guadagnato una canzone rap dell’artista Markus Dorfmann che metteva in musica i suoi mille incarichi.
Ma Bergmeister oggi pare essere molto considerato anche dalla Lega del ministro delle infrastrutture Matteo Salvini, tant’è che dal 2023 siede nella struttura potentissima struttura tecnica di missione del Ministero che si pronuncia appunto sulle grandi opere. Non solo: nel 2020 la Regione Veneto (Lega) gli aveva affidato un incarico di consulenza per la Pedemontana Veneta (per quella Lombarda il suo studio aveva partecipato come progettista di una delle opere)
Così la talpa continua a scavare sotto il Brennero. Quando uscirà finalmente dal tunnel troverà un mondo completamente diverso da quello che esisteva all’inizio dei cantieri. L’unica cosa che non cambia mai è Bergmeister.

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Ventisette ferrovie nazionali non fanno una rete europea

Treni rotaie

L’alta velocità non è soltanto una questione di infrastrutture. Per Ana Vasconcelos, eurodeputata portoghese del gruppo Renew Europe, rappresenta uno dei tasselli fondamentali per completare il mercato unico europeo e rafforzare l’integrazione tra gli Stati membri. Mentre il Parlamento è impegnato nell’esame del dossier “Connecting Europe through High-Speed Rail”, Vasconcelos indica una priorità chiara: trasformare le reti ferroviarie nazionali in un autentico sistema europeo. Secondo l’eurodeputata, la sfida principale non consiste soltanto nel costruire nuove linee, ma nel superare la frammentazione normativa e tecnica che ancora caratterizza il settore. Sistemi di segnalamento diversi, standard non armonizzati e procedure di autorizzazione differenti impediscono ancora oggi ai treni di circolare senza ostacoli da uno Stato membro all’altro. È un problema che richiama anche le conclusioni del Rapporto Letta, secondo cui l’alta velocità europea continua, di fatto, a fermarsi alle frontiere nazionali.

Per questo, la relazione in discussione punta a favorire una rete realmente europea, con regole armonizzate, standard tecnici comuni e un mercato più aperto alla concorrenza. Vasconcelos ritiene infatti che l’ingresso di nuovi operatori possa contribuire sia a migliorare la qualità del servizio sia a ridurre il costo dei biglietti per i passeggeri. Accanto all’apertura del mercato, considera prioritaria l’accelerazione dei collegamenti transfrontalieri ancora mancanti, spesso rallentati da procedure autorizzative lunghe e da difficoltà di coordinamento tra gli Stati membri.

Il nodo resta anche finanziario. Secondo le stime della Commissione europea, per completare la rete ferroviaria ad alta velocità entro il 2040 saranno necessari investimenti compresi tra 345 e 546 miliardi di euro, ben superiori alle risorse oggi disponibili. Per Vasconcelos, l’Unione dovrà concentrare gli investimenti soprattutto sui collegamenti transfrontalieri più strategici e utilizzare i fondi europei per attrarre anche capitali nazionali e privati, evitando di disperdere le risorse in interventi poco coordinati.

Rendere il treno una valida alternativa all’aereo richiede però anche un cambiamento nell’esperienza dei viaggiatori. «Le persone scelgono soprattutto in base al prezzo e ai tempi di percorrenza», sottolinea Vasconcelos. La risposta passa quindi attraverso linee più veloci, l’eliminazione dei principali colli di bottiglia della rete e condizioni di concorrenza più equilibrate con il trasporto aereo. Un ruolo importante sarà svolto anche dall’integrazione tra aeroporti e rete ferroviaria, così da rendere più semplici gli spostamenti porta a porta.

Tra gli ostacoli più evidenti per chi viaggia in Europa resta la difficoltà di acquistare un unico biglietto per tratte operate da compagnie diverse. Oggi organizzare un viaggio internazionale può essere complesso e, in caso di coincidenze perse, i diritti dei passeggeri non sempre sono garantiti lungo l’intero percorso. La proposta legislativa europea sulla bigliettazione ferroviaria, attualmente all’esame del Parlamento, punta proprio a introdurre sistemi di prenotazione multioperatore e a rafforzare la tutela dei viaggiatori durante tutto il tragitto.

Per l’eurodeputata portoghese, inoltre, l’alta velocità non deve limitarsi a collegare le grandi capitali europee. «Va considerata uno strumento di coesione», afferma. Significa investire anche nelle regioni periferiche e nei collegamenti mancanti dell’Europa centrale, orientale e atlantica, assicurando che la rete ad alta velocità sia pienamente integrata con il sistema ferroviario regionale. Una rete più capillare, sostiene, potrebbe contribuire a ridurre la pressione abitativa sulle grandi città, favorire lo sviluppo economico dei centri di medie dimensioni e contrastare lo spopolamento delle aree periferiche.

Per Vasconcelos, la posta in gioco va oltre la politica dei trasporti. «Un treno che deve fermarsi a una frontiera rappresenta un problema politico tanto quanto tecnico». L’obiettivo per il 2040 è la realizzazione di un vero Spazio ferroviario europeo unico, nel quale passeggeri e operatori possano muoversi senza barriere, acquistare un unico biglietto valido lungo l’intero percorso e contare su standard comuni in tutta l’Unione. Solo così, conclude, il treno potrà diventare un’alternativa realmente competitiva al trasporto aereo sulle medie distanze e uno dei simboli più concreti dell’integrazione europea.

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