La decisione su Youssef Siher, la reazione di Meloni, il senso della separazione tra accusa e giudizio

Nella newsletter di ieri avevo formulato osservazioni critiche sulla richiesta di convalida del fermo e di custodia cautelare nei confronti di Youssef Siher, che avevo definito «il malintenzionato». L’ordinanza della gip di Milano Tiziana Landoni lo ha rimesso in libertà, suscitando la reazione della presidente del Consiglio, che ha deplorato la decisione come «mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti, del ministero degli Interni».
È un’argomentazione che fa dubitare della sua piena consapevolezza nel sostenere, in passato, la separazione delle carriere tra il magistrato che accusa e il giudice chiamato a decidere.
Youssef Siher è ascrivibile alla categoria dei nemici dell’Occidente e della democrazia. Le sue affiliazioni politiche non lasciano dubbi: ha aderito al nucleo milanese dei Giovani Palestinesi d’Italia ed è in relazione con il movimento anti-israeliano BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), il Fronte della Gioventù Comunista, comitati sindacali di base di Firenze e Brescia, centri sociali del Nord-Est e altre sigle dello stesso genere.
Si può non condividere nulla di ciò che Siher pensa – e mi auguro siano in pochi a farlo. Si può trovare ambiguo o peggio il vademecum che invitava a «provare a sfondare» i cordoni di polizia, anche se non suggeriva di opporre resistenza ma di arretrare. Ma la responsabilità penale è personale, la libertà personale è inviolabile e il carcere prima del processo richiede indizi gravi. Se la Procura li ritiene presenti, ha un rimedio: l’impugnazione, come Meloni sa.
La giudice non ha assolto Siher. Ha respinto la convalida del fermo e la richiesta di custodia cautelare, ritenendo che mancassero un concreto pericolo di fuga e gravi indizi per i reati contestati. Ha lasciato espressamente aperta la possibilità di ulteriori acquisizioni investigative. L’indagine può proseguire. La privazione della libertà deve avere, già oggi, una giustificazione.
Ieri Il Giornale ha rivelato che la gip Tiziana Landoni aveva firmato, nel settembre 2025, l’Appello dei giuristi per Gaza promosso da “Giustizia Insieme”, dove si legge che «di fronte alle notizie sulla violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza, il silenzio ha smesso da tempo di essere un’opzione». Questo ha rafforzato i sospetti di parzialità da parte della destra. Però nello stesso elenco dei 3.135 firmatari compariva anche Francesca Crupi – Procura Milano, cioè la pubblico ministero che ha chiesto il carcere per Siher. Accusa e giudice hanno firmato lo stesso testo e sono arrivate a conclusioni opposte. La duplice firma non prova niente.
Semmai pone una domanda che la cultura liberale ha rivolto spesso ai magistrati: è opportuno che firmino appelli pubblici su temi che dividono l’opinione pubblica? Il testo di “Giustizia Insieme” chiede di leggere in aula lo Statuto della Corte penale internazionale. Un’altra corte, la Corte europea dei diritti dell’uomo, ripete da decenni che la giustizia non deve solo essere imparziale, deve anche apparire tale. L’imparzialità percepita è un bene fragile, e chi indossa la toga dovrebbe custodirlo con una certa avarizia. Vale per la pm come per la gip.
La presidente del Consiglio ha pieno diritto di contestarne le decisioni. Ma presentare il controllo giudiziario come una mortificazione di chi protegge i cittadini significa mettere sotto accusa la funzione stessa della garanzia. La regola liberale è altra: indicare un passaggio, discuterne la logica, domandare se gli elementi siano stati valutati correttamente.
La magistratura non è sottratta al giudizio pubblico, ma chi sostiene la terzietà del giudice deve accettarne le conseguenze quando il giudice dice di no alla Procura. Altrimenti la separazione tra accusa e giudizio si riduce a una formula da pronunciare soltanto nei processi che coinvolgono persone politicamente vicine.
Uno Stato liberale protegge i negozi dalle devastazioni, gli agenti dalle aggressioni e gli indagati dalle detenzioni prive dei presupposti di legge. Deve fare tutte queste cose insieme. Il giudice che verifica quei presupposti esercita un potere di controllo indispensabile anche quando la sua decisione irrita il governo. È soprattutto allora che l’indipendenza smette di essere una parola cerimoniale e diventa una garanzia concreta.
Sullo stesso tema, leggi gli articoli di Carmelo Palma e di Mario Lavia.
L'articolo La decisione su Youssef Siher, la reazione di Meloni, il senso della separazione tra accusa e giudizio proviene da Linkiesta.it.





