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Da “Non tutte le barche prendono il mare” a “Florian”: i quattro libri che hanno vinto il Premio Rodari 2026

Si è da poco conclusa la XIII edizione del “Festival della Letteratura per Ragazzi Gianni Rodari”, svoltasi dal 10 al 25 ottobre, nella suggestiva cornice di Omegna, sul Lago d’Orta, città natale dell’illustre scrittore italiano Gianni Rodari.

Un evento che, anno dopo anno, rinnova l’omaggio al maestro indiscusso della letteratura per l’infanzia, attraverso il ricordo dei suoi libri, del suo valore creativo e della capacità di stimolare il pensiero critico, attraverso il potere dell’immaginazione. Un festival che vuole mantenere vivo il suo ricordo e accompagnare le nuove generazioni alla scoperta del mondo.

Un appuntamento autunnale, sempre più atteso, dove a partecipare non sono solo i bambini e i ragazzi, ma anche le famiglie, gli autori, gli illustratori e i professionisti dell’educazione attraverso incontri, laboratori, formazione, musica e mostre.

Durante il Festival, come da tradizione, viene assegnato il Premio Rodari, un importante riconoscimento dedicato alla letteratura per l’infanzia, conferito con il contributo di una giuria nazionale presieduta dal Presidente Prof. Pino Boero e composta da Walter Fochesato, autore e coordinatore della Rivista Andersen e Marnie Campagnaro professoressa Università degli studi di Padova. Alla cerimonia hanno partecipato anche la Giuria LETIN dell’Università di Padova, la Giuria dei Ragazzi e l’ospite d’onore Armando Traverso.

“Un Festival presente ormai da anni sulla scena di Omegna e dedicato a Gianni Rodari ha molti significati” spiega il Prof. Pino Boero, accademico e saggista italiano specializzato in letteratura per l’infanzia. “Anzitutto dimostra che la città dov’è nato lo ricorda contraccambiando il legame che Gianni aveva sempre dimostrato per Omegna e per il Lago d’Orta. Non dimentichiamo che proprio al lago d’Orta nel 1978 Rodari dedica il suo ultimo romanzo “C’era due volta il Barone Lamberto”, un romanzo di vita e di speranza perché conclude con la seguente frase: mai lasciarsi spaventare dalla parola fine. Il Festival, sottolinea il Prof. Boero, significa valorizzazione della cultura dell’infanzia e del futuro dedicato all’infanzia, attraverso i libri e la letteratura.”

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Perché controlliamo il passaporto dieci volte prima di partire e fotografare tutto può farci ricordare meno? Ecco cosa succede al nostro cervello quando viaggiamo secondo le neuroscienze

Il passaporto è nella tasca interna della borsa, dove lo abbiamo infilato pochi minuti fa. Eppure la mano torna a cercarlo prima di chiudere la porta, poi in taxi, poi nella coda dell’aeroporto. Apriamo la cerniera, controlliamo, richiudiamo. Anche un viaggio desiderato per mesi può cominciare con questa minuscola, ostinata richiesta di rassicurazione. Salvatore Sicuso dedica a quei gesti alcune delle pagine più riconoscibili di L’uomo non ha mai smesso di viaggiare, saggio pubblicato dall’autore (StreetLib, 158 pagine, 12,90 euro). Manager del turismo, settore nel quale lavora da oltre vent’anni, segue le partenze lungo un arco che va dalla preistoria all’esplorazione spaziale. Al racconto storico affianca una domanda più vicina alle nostre valigie: che cosa fanno l’attesa, la novità e il ricordo al modo in cui viviamo un viaggio?

«Si ricontrollano i documenti, si apre ancora una volta la valigia», scrive. Sicuso interpreta questi piccoli controlli come tentativi di ridurre l’incertezza: ci stiamo allontanando da un ambiente nel quale sappiamo muoverci e prepariamo il necessario per uno che conosciamo meno. Il suo ragionamento applica ai preparativi l’idea del cervello come sistema impegnato a formulare e aggiornare previsioni. Il documento al proprio posto offre una certezza concreta, mentre restano da affrontare una coincidenza, una lingua, un indirizzo mai raggiunto prima. L’inquietudine trova così qualcosa di verificabile a cui dedicarsi.

La vacanza che immaginiamo prima di partire

Del resto, quando arriviamo in aeroporto abbiamo già trascorso parecchio tempo in viaggio con l’immaginazione. Abbiamo studiato la distanza fra l’albergo e il centro, ingrandito la fotografia di una terrazza, discusso se valesse la pena aggiungere una notte. In quelle scene ci siamo già collocati: sappiamo come vorremmo occupare una mattina, che cosa speriamo di vedere dalla finestra. «In un certo senso, la mente parte sempre qualche giorno prima del corpo», osserva Sicuso. Il libro introduce la prospezione, cioè la capacità di rappresentarsi eventi futuri, e la riconduce a un’esperienza familiare a chiunque abbia organizzato una partenza.

La città che ci immaginiamo prima di partire prende forma anche attraverso luoghi ed esperienze che conosciamo già. Ricordare il passato e immaginare il futuro coinvolgono infatti in parte gli stessi sistemi cerebrali: lo osservarono Donna Rose Addis e i suoi colleghi in uno studio pubblicato su Neuropsychologia nel 2007. Fra le aree comuni figurava l’ippocampo, coinvolto nella memoria. Per costruire mentalmente una scena che deve ancora accadere possiamo attingere a elementi dell’esperienza e ricombinarli.

L’industria turistica lavora da tempo su questa disponibilità a immaginarsi altrove. Sicuso lo nota a proposito di cataloghi, fotografie e video: «Offrono al cervello il materiale con cui costruire una simulazione del futuro». Una camera vista mare suggerisce già un risveglio; la fotografia di una strada invita a figurarsi una passeggiata. Nella scelta entrano il prezzo e i collegamenti, insieme a un’idea di come potremmo sentirci durante quei giorni.

A questo discorso Sicuso collega la dopamina, un messaggero chimico coinvolto, fra le altre funzioni, nell’apprendimento legato alle ricompense. Gli esperimenti sui primati discussi da Wolfram Schultz, Peter Dayan e Read Montague su Science nel 1997 mostrarono che, dopo l’apprendimento, la risposta di determinati neuroni poteva spostarsi dalla ricompensa al segnale che la annunciava. Sicuso richiama questi meccanismi per interpretare il desiderio di partire: un’applicazione al viaggio di ricerche condotte sull’apprendimento e sulle ricompense.

Le partenze hanno anche una storia sociale

Nelle pagine storiche, Sicuso accosta le migrazioni preistoriche ai commerci, passa per Marco Polo e le esplorazioni oceaniche, arriva al Grand Tour e alle ferie del Novecento. Le ragioni degli spostamenti cambiano enormemente: trovare risorse, negoziare merci, raggiungere un luogo sacro, conquistare territori, riposare. La continuità che il libro cerca riguarda la necessità di orientarsi, interpretare un ambiente e fare i conti con ciò che si incontra. La libertà di scegliere una vacanza resta diversa dalla necessità di spostarsi per sopravvivere. Anche la Via della Seta acquista interesse se la si osserva come una rete di percorsi terrestri e marittimi, lungo i quali circolavano merci, conoscenze e credenze. È la prospettiva documentata dal programma dell’Unesco dedicato a quelle rotte. Il tessuto che dà loro il nome accompagna una storia di scambi assai più ampia: tecniche di produzione e abitudini passavano da una comunità all’altra attraverso commerci e incontri. Il viaggio poteva modificare la vita di persone che non avevano mai lasciato la propria città.

Con il Grand Tour, al quale il volume dedica un capitolo, il viaggio diventa anche una credenziale sociale. I giovani aristocratici attraversano l’Europa con precettori e servitori, frequentano collezioni, comprano opere d’arte, affinano il gusto. Tornare dall’Italia permette di esibire una formazione riconoscibile a chi appartiene allo stesso ambiente. Sicuso richiama il concetto di capitale simbolico di Pierre Bourdieu: il prestigio che deriva da esperienze, conoscenze e segni di appartenenza. Aver visto certi luoghi rende più facile entrare in determinate conversazioni. Un ritratto di Pompeo Batoni permette di osservare questa costruzione del prestigio nei dettagli: Sir Gregory Page-Turner, dipinto nel 1768-1769. Come spiega la National Gallery, il giovane si fa rappresentare con una marsina appena acquistata, bordata d’oro, assumendo una posa ispirata all’Apollo del Belvedere. Il dipinto rende visibili insieme il guardaroba e la cultura acquisiti durante il soggiorno. La cura con cui oggi scegliamo la fotografia da pubblicare può trovare qui un precedente da osservare: il desiderio che gli altri riconoscano, nell’immagine del nostro viaggio, qualcosa della persona che vogliamo essere.

L’accesso al viaggio si allarga poi attraverso innovazioni molto pratiche, e il capitolo su Thomas Cook restituisce una delle origini meno ricordate del turismo organizzato. Il 5 luglio 1841 Cook porta circa cinquecento persone da Leicester a Loughborough per un incontro del movimento della temperanza, impegnato contro il consumo di alcol. Il Leicester City Council documenta il prezzo di uno scellino a passeggero, le carrozze aperte e la banda al seguito. La giornata prevede discorsi, giochi e tè. Il primo viaggio commerciale di Cook, verso Liverpool, arriverà nel 1845. Nella storia delle vacanze organizzate trova dunque posto anche una campagna per la sobrietà. L’organizzazione offre qualcosa che rimane prezioso anche al viaggiatore contemporaneo: sapere come raggiungere una meta, dove dormire, a chi rivolgersi quando serve. Nel libro, la crescita dei servizi turistici permette di leggere il rapporto fra desiderio di novità e ricerca di sicurezza. La sorpresa piace più facilmente quando alcune incombenze sono risolte. Si può voler conoscere un paese lontano e, allo stesso tempo, preferire che qualcuno abbia già verificato il trasferimento dalla stazione all’albergo.

Le strade che impariamo a riconoscere

Una volta arrivati, anche le operazioni modeste chiedono attenzione. Bisogna capire da quale lato esce la metropolitana, riconoscere l’incrocio che porta all’albergo, leggere un menu con ingredienti sconosciuti. Sicuso insiste su questo lavoro poco spettacolare, attraverso il quale l’ambiente comincia a diventare familiare. Chi torna alla stessa piazza per la terza volta può riconoscerla dalla facciata di un palazzo o dall’insegna di un negozio: sta imparando a usare riferimenti che il giorno precedente non possedeva.

Il caso scientifico più noto richiamato nel volume riguarda i tassisti londinesi. Nel 2000 Eleanor Maguire e i suoi colleghi rilevarono in questi professionisti un maggiore volume della parte posteriore dell’ippocampo rispetto ai soggetti di confronto. Nel 2011 Katherine Woollett e Maguire aggiunsero un elemento decisivo seguendo aspiranti tassisti durante gli anni di preparazione: in chi otteneva la qualifica aumentava il volume di materia grigia nell’ippocampo posteriore; lo stesso cambiamento non emergeva in chi non si qualificava né nel gruppo di controllo. È un esempio concreto di plasticità cerebrale, la capacità del cervello di modificarsi in relazione all’esperienza. La ricerca riguarda però un apprendimento spaziale intenso, protratto per anni. Non permette di attribuire a un fine settimana fuori casa gli stessi effetti. Aiuta, piuttosto, a dare consistenza a una delle domande del libro: che cosa richiede imparare a muoversi in un ambiente? A rendere interessante un luogo nuovo possono essere anche le capacità che ci obbliga a esercitare, oltre a ciò che offre da visitare.

Fotografare e ricordare sono due attività diverse

Sul posto, intanto, c’è un’altra attività a contendersi la nostra attenzione: preparare il racconto per chi è rimasto a casa. «Significa che al viaggio si è aggiunto un secondo sguardo: quello di chi vive un momento e, nello stesso tempo, immagina già come potrà raccontarlo», scrive Sicuso. Il libro coglie una situazione ordinaria senza liquidarla come vanità: osserviamo un paesaggio, cerchiamo un’inquadratura, pensiamo a chi vedrà quell’immagine. L’esperienza e la sua rappresentazione procedono ormai spesso insieme.

Uno degli studi citati in bibliografia riguarda proprio ciò che ricordiamo dopo aver fotografato. Linda Henkel, della Fairfield University, pubblicò nel 2014 su Psychological Science due esperimenti condotti durante visite a un museo. Quando i partecipanti fotografavano gli oggetti per intero, ne ricordavano meno e conservavano meno dettagli rispetto a quando si limitavano a osservarli. Se invece usavano lo zoom per concentrarsi su un particolare, quello svantaggio non emergeva. Il risultato riguarda quei compiti sperimentali; suggerisce che anche il modo di fotografare, e l’attenzione che richiede, possa fare differenza. Il rapporto fra oggetti e memoria attraversa il libro anche attraverso i souvenir. Un biglietto ferroviario conservato fra le pagine di una guida, una ceramica, una spezia comprata al mercato possono diventare appigli per recuperare un episodio. Il valore economico spiega poco di quella capacità: un oggetto insignificante per chiunque altro può richiamare una conversazione o una persona. Sicuso segue il viaggio fino a questa sopravvivenza domestica, quando le cose riportate a casa entrano negli scaffali, nei cassetti, nelle abitudini.

Anche il racconto cambia. «Una giornata faticosa può trasformarsi, anni dopo, nell’episodio che raccontiamo con maggiore divertimento», osserva l’autore. Il treno perso, la pioggia, l’indirizzo sbagliato possono acquistare una fortuna narrativa che, mentre li affrontavamo, avremmo volentieri evitato. La memoria seleziona e rielabora; al ritorno abbiamo già cominciato a scegliere quali momenti riferire agli amici e quali lasciare fuori. Più avanti, un episodio può assumere un significato diverso perché è cambiata la nostra vita. Quanto tutto questo ci trasformi resta una questione aperta, e Sicuso lo riconosce nelle pagine finali: «Il viaggio, quindi, non ci trasforma automaticamente». Poco prima delle conclusioni ribadisce: «Viaggiare non ci rende necessariamente migliori». Si può tornare avendo imparato a interpretare un’abitudine, risolto un problema inatteso, riconsiderato una comodità di casa. Sono cambiamenti possibili, la cui importanza dipende dall’esperienza e da chi la vive. Il numero dei paesi visitati, da solo, dice poco.

Del viaggio programmato con tanta cura potrebbe restare soprattutto la strada imboccata per sbaglio. Quanto al passaporto, con ogni probabilità lo controlleremo di nuovo.

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“Ho cercato per tanto tempo di non somigliare a mia madre, la consideravo pericolosa. Era nata per entrare nella stanza e diventare la regina della festa”: Myrta Merlino e il suo ‘La bambina del miracolo. Storia della mia mamma geniale’

“Chiusa in un bagno di New York vedo il sangue, il corpo che cambia senza preavviso. È la prima volta, e non voglio dirlo a mia madre, sono furiosa con lei”: Myrta Merlino ricorda la notte al Danceteria con la mamma

Che cos’hanno in comune Madonna e Myrta Merlino? Nulla, verrebbe da dire. In realtà entrambe hanno messo piede al Danceteria, l’iconico club di New York, e lo hanno fatto nello stesso periodo. Siamo agli inizi degli anni ’80: l’artista americana sta cercando un posto al sole e lì conosce il dj che su quella pista avrebbe suonato la demo del suo primo singolo, “Everybody”; la futura giornalista, invece, ha raggiunto la madre nella Grande Mela e con lei ha vissuto una notte indimenticabile che per anni avrebbe condizionato il loro rapporto. L’episodio viene narrato ne “La bambina del miracolo. Storia della mia mamma geniale”, l’ultimo libro di Myrta Merlino edito da La nave di Teseo. Un’opera nata per salvare dall’oblio la storia “grande e straordinaria” di Annamaria Palermo, scomparsa nel 2017 in seguito a una leucemia.

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Quale moneta per un mondo digitale

I nuovi strumenti di pagamento digitale, dalle carte ai QR-code fino alle criptovalute e alle Cbdc, sollevano molte domande. Pubblichiamo un estratto dell’introduzione del nuovo libro di Angelo Baglioni, che a questi interrogativi cerca di dare risposte.

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“Ho sognato Antonio Banderas, era nudo su una tortilla messicana, con guacamole e salsa, lo arrotolavo e lo mangiavo. L’amore? Muore, senza alcun motivo”: Isabel Allende si racconta

La parola magica. È questo il titolo del nuovo libro di Isabel Allende, nel quale la scrittrice dà suggerimenti a chi vorrebbe diventare scrittore ma, soprattutto, racconta sé stessa con la consueta schiettezza. “Anche mia madre me lo diceva sempre: ‘Perché devi raccontare tutto? Così sei vulnerabile’. Io rispondevo: ‘Quello che ti rende vulnerabile sono i segreti che mantieni, non le cose che racconti’”, spiega a Vanity Fair. È una lunga conversazione nella quale tornano continuamente due figure centrali della sua vita: la figlia Paula, morta a 29 anni nel 1992 dopo una brutta malattia, e la madre Francisca, per tutti “Panchita”.

Proprio della madre Allende racconta un episodio che compare anche nel libro: quando decise di portarla in un sex shop. “Stavo scrivendo un libro, Afrodita, sugli afrodisiaci, e vagavo per negozi hard a San Francisco. Mia madre era arrivata molto depressa, al punto che è scesa dall’aereo su una sedia a rotelle, per me fu uno shock. Poi sono successe due cose: prima l’ho portata da uno psichiatra, le hanno dato dei farmaci, e per la prima volta in vita sua è stata curata. La vita di mia madre è cambiata dopo questo. E nel sex shop, la vedo ancora adesso con i suoi occhiali a guardare tutta quella roba e cercare di capire cosa fosse. Ridevamo come delle pazze. Così è cominciata la sua guarigione”.

Restando in tema di erotismo, a un certo punto della sua vita il sogno proibito della scrittrice è stato Antonio Banderas, protagonista di due film tratti dai suoi romanzi. “Era così sexy, e così bello. Avevo una cotta per lui, ovvio, solo metaforica. E niente, un giorno l’ho sognato, era nudo su una tortilla messicana, con guacamole e salsa, lo arrotolavo e lo mangiavo”.

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“Ai bambini non mancano gli stimoli, ne hanno troppi. Manca un tempo di qualità che noi non diamo loro”: Don Davide Banzato racconta in un libro le paure dei bimbi e le domande a cui gli adulti non sanno rispondere

“Il bambino uscì sul balcone e alzò gli occhi al cielo. Quella sera le stelle sembravano infinite: E io che posto ho in tutto questo?”. È la domanda che si pone il protagonista del libro “Come una stella nel cielo” di Don Davide Banzato, pubblicato da Mondadori Electa e pensato per bambini a partire dai 7 anni.

Don Davide Banzato è un sacerdote della Comunità internazionale Nuovi Orizzonti fondata da Chiara Amirante, conduttore e autore di diversi libri. Un storia delicata che nasce dal desiderio di parlare ai più piccoli di smarrimento, paura, crescita e accompagnarli alla scoperta della propria strada da seguire.

Perché non sono soltanto gli adulti posso sentirsi persi. Anche un bambino può attraversare momenti di perdizione e interrogarsi sul proprio posto nel mondo o ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a comprendere tutto ciò che lo circonda. A volte significa semplicemente essere davanti a qualcosa di nuovo, che ancora non sappiamo interpretare. Per un bambino può essere la separazione dai genitori, un cambiamento, la paura di non essere accettato, la perdita di una persona cara.

Nel libro di Don Davide Banzato, il protagonista trova nel dialogo con il proprio angelo custode un punto di riferimento capace di ascoltare e accompagnarlo. È un dialogo tra chi educa e chi cresce, tra domande e silenzi, soprattutto quando “la luce si spegne e scende la notte”, metafora di quei momenti della vita in cui tutto sembra più difficile da comprendere.

Chi siamo, dove stiamo andando, che cosa dà valore alla nostra vita sono i punti cardini del libro tratto da un’esperienza personale di Don Davide, vissuta insieme al nipote durante un’escursione in montagna, a circa 3.000 metri di altezza.

Intervista a Don Davide Benzato

Don Davide com’è nata l’idea di scrivere un libro per bambini che parli di smarrimento?

“È nata prima di tutto da un’esperienza molto concreta. “Come una stella nel cielo” è legato al rapporto con mio nipote Luca e al desiderio di provare a raccontare, con il linguaggio semplice e immediato dei bambini, alcune delle grandi domande che in realtà ci accompagnano per tutta la vita”.

Ci sono momenti in cui tutti, piccoli e grandi, possiamo sentirci smarriti. Ci chiediamo: dove sono? Dove sto andando? Chi mi vuole davvero bene? E soprattutto: sono solo?

“La storia della piccola stella nasce proprio da qui. Si perde, non riesce più a ritrovare la strada, ma proprio attraverso quel viaggio scopre qualcosa di fondamentale: anche quando noi non vediamo più la strada, non significa che la strada non esista. E anche quando ci sembra di essere soli, c’è un Amore che continua a cercarci e ad accompagnarci. In fondo è una piccola parabola. Ho cercato di raccontare ai bambini, attraverso una storia, ciò che il Vangelo ci ripete continuamente: nessuno di noi è perduto agli occhi di Dio”.

Un libro che è un invito non solo ai bambini, ma anche agli adulti per riscoprire un legame invisibile tra cielo e terra, attraverso immagini poetiche ispirate ai Testi Sacri?

“Sì, ed è forse una delle cose a cui tengo di più. Formalmente è un libro per bambini, ma mentre lo scrivevo mi sono accorto che molte delle domande della piccola stella erano anche le nostre. Noi adulti spesso abbiamo imparato a nascondere le domande dietro le nostre sicurezze, gli impegni, il lavoro, la frenesia quotidiana. I bambini invece hanno ancora il coraggio di chiederci: perché siamo qui? Dove va una persona quando muore? Dio dov’è? Perché esiste il dolore? Il cielo è davvero così lontano?

Sono domande immense. Per questo ho voluto che le immagini poetiche della storia fossero attraversate dalla Parola di Dio, senza trasformare il racconto in una lezione. La Bibbia stessa utilizza continuamente immagini: la luce, le stelle, il cielo, la strada, il buio, il seme, il mare…

Sono immagini capaci di parlare a un bambino e, nello stesso tempo, di riaprire nel cuore di un adulto domande che forse aveva smesso di farsi. Il cielo e la terra, nella prospettiva cristiana, non sono due mondi estranei. C’è un legame invisibile che li unisce. E forse abbiamo bisogno di tornare ad alzare lo sguardo per accorgercene. Il libro è scritto proprio pensando sia ai bambini sia agli adulti sia perché nasca un dialogo tra loro“.

In un tempo nel quale i bambini sono immersi da una realtà veloce, piena di immagini, informazioni e stimoli, cosa manca e di cosa hanno bisogno per crescere?

“Ora rispondo a questa intervista dal Madagascar dove mi trovo in missione. Qui in Africa c’è un detto che dice: “Voi occidentali avete l’orologio. Noi abbiamo il tempo”. Credo che oggi ai bambini non manchino gli stimoli. Semmai ne hanno troppi. Manca un tempo di qualità che noi non diamo loro. Che noi da bambini avevamo. E che dobbiamo recuperare.

Manca qualcosa di molto più semplice e prezioso: il tempo. Il tempo dell’ascolto, dello stupore, del silenzio, della relazione. Il tempo per fare una domanda senza ricevere immediatamente una risposta da uno schermo. Un bambino può avere accesso in pochi secondi a una quantità di informazioni che una volta sarebbe stata impensabile. Ma conoscere tante cose non significa necessariamente imparare a vivere.

Per crescere abbiamo bisogno di sentirci amati. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi negli occhi, che ci ascolti, che ci aiuti a dare un nome alle emozioni, alle paure, ai sogni. Abbiamo bisogno di imparare che non tutto deve essere immediato, che una difficoltà può essere attraversata, che una caduta non è la fine e che il nostro valore non dipende dai risultati, dall’apparenza o dall’approvazione degli altri.

E credo che i bambini abbiano un bisogno enorme anche di stupore. Se perdiamo la capacità di stupirci davanti a un tramonto, a una stella, al mare, a un gesto gratuito d’amore, rischiamo di avere tantissime informazioni sulla vita senza riuscire più a percepirne la meraviglia“.

Che risposte mancano agli adulti di oggi a tal punto da non riuscire a trasmetterle ai bambini?

“Forse prima ancora delle risposte manca la disponibilità a confrontarsi con le grandi domande. Noi adulti siamo diventati bravissimi a spiegare ai bambini come funziona il mondo, ma molto più fragili quando dobbiamo provare a dire loro perché vale la pena viverci.

Possiamo insegnare come avere successo, come essere competitivi, come raggiungere un obiettivo. Ma facciamo più fatica a rispondere a domande come: chi sono? Quanto valgo? Cosa rende davvero felice una vita? Cosa faccio quando soffro? Cosa rimane quando perdo qualcuno che amo? C’è una speranza più forte della morte?

E un bambino percepisce immediatamente se ciò che gli diciamo è qualcosa che abbiamo imparato oppure qualcosa che cerchiamo di vivere. Per questo credo che la grande sfida educativa non sia trovare formule perfette da consegnare ai più piccoli. È tornare noi adulti a cercare ciò che è essenziale. Non possiamo indicare ai bambini una stella se abbiamo smesso noi per primi di guardare il cielo.

Come raccontare ai bambini il valore della vita? Prima di tutto facendoglielo sperimentare. Un bambino comprende che la vita è preziosa quando sente che la sua vita è preziosa per qualcuno. Quando si sente accolto, ascoltato, perdonato, incoraggiato. Quando scopre che non deve conquistarsi l’amore dimostrando continuamente di essere il migliore.

Poi possiamo raccontargli che ogni persona è unica e irripetibile. Che non esiste nessuno al mondo che possa prendere esattamente il suo posto. Che dentro ciascuno di noi c’è una luce che può diventare dono per qualcun altro. Ed è proprio questa una delle immagini che attraversano “Come una stella nel cielo”: una piccola luce può sembrare insignificante davanti all’immensità della notte, eppure può diventare un punto di riferimento per qualcuno che sta cercando la strada.

Ai bambini direi questo: non pensare mai che la tua vita sia troppo piccola per fare qualcosa di grande. E forse dovremmo ricordarlo anche noi adulti. Perché il valore di una vita non si misura dal successo, dalla fama o da quanto possediamo. Si misura dalla capacità di amare e di lasciarsi amare. Ed è questa, alla fine, la luce che nessun buio può spegnere.

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Un libro per rompere il blackout dell’Avana: così la letteratura sfida l’embargo contro Cuba

Agosto 2026. L’Avana compie cent’anni dalla nascita di Fidel Castro, ma non c’è parata o celebrazione ufficiale che possa nascondere il buio profondo in cui è sprofondata la capitale cubana. L’isola galleggia drammaticamente in una fame energetica cronica e in un blackout quasi perpetuo, tra cumuli di rifiuti bruciati agli angoli delle strade, la piaga insidiosa delle droghe sintetiche come il químico che rode la gioventù e i frigoriferi tristemente spenti nelle case delle famiglie. L’embargo economico e commerciale degli Stati Uniti, inasprito ulteriormente dalla morsa feroce di Trump e della sua cerchia di poteri forti a Wall Street, rappresenta una corda stretta implacabilmente attorno alla gola del popolo cubano. A questo si sommano le inefficienze interne e una burocrazia asfissiante che complicano ogni giorno la sopravvivenza. Di fronte a questo scenario, l’ignavia dell’Unione Europea e del governo italiano è assordante, un silenzio complice che dimentica troppo in fretta quando le Brigate Mediche Cubane sono arrivate in Italia durante la pandemia di Covid-19 per salvare vite umane senza chiedere nulla in cambio. Non si può permettere che i falchi di Washington decidano arbitrariamente se un intero popolo debba vivere o morire, ed è fondamentale spezzare le catene di questo criminale blocco economico.

In questo spaccato di resistenza quotidiana e di stridenti contraddizioni, si inserisce il viaggio di Alessandro Casolari, firma de L’Osservatorio sulla Repressione, e di Silvia Zaramella, insegnante e scrittrice ferrarese. Diciassette giorni vissuti non da semplici turisti in cerca di svago, ma da ospiti accolti nella casa della dottoressa Surama, una donna di sessant’anni nel cuore ferito della Habana Vieja, a due passi da Plaza Vieja. Dall’Italia i due viaggiatori hanno portato con sé ventitré chili di farmaci preziosissimi, tra antibiotici e analgesici. Un piccolo grande sforzo che, come ha raccontato lo stesso Casolari, è sembrato all’inizio come tentare di svuotare l’oceano con un cucchiaino di plastica. L’impatto umano ed emotivo è stato tremendo per chi, militante da una vita, si è ritrovato a fare i conti con vecchi combattenti della Rivoluzione ridotti in condizioni di estrema miseria. Ma la solidarietà autentica non si gira mai dall’altra parte quando incontra le crepe della storia: le affronta direttamente e cerca soluzioni concrete e praticabili.

Ed è proprio in questo contesto che la storia trova una rotta precisa e trasformativa. In calle San Ignacio, lo Stato cubano ha ceduto un antico edificio di epoca spagnola ai Comités de Defensa del Barrio con un obiettivo nobile e ambizioso: trasformarlo in una mensa di quartiere attiva trecentosessantacinque giorni all’anno, pensata per garantire tre pasti quotidiani alle fasce più fragili e indifese della popolazione locale. Il grande ostacolo da superare è rappresentato dall’energia. La struttura possiede già dei pannelli solari installati, ma per renderli pienamente operativi e del tutto indipendenti dalla traballante rete elettrica statale, occorrono commutatori e cavi specifici. Senza questi componenti tecnologici fondamentali, i pannelli restano totalmente inerti e i fornelli rischiano di spegnersi prima ancora di accendersi.

Di fronte alla richiesta d’aiuto lanciata dalla dottoressa Surama, la risposta è arrivata in modo inaspettato ma potentissimo dal mondo della cultura e della letteratura. Ad aprile, Silvia Zaramella ha pubblicato con la prestigiosa casa editrice Sensibili alle foglie di Renato Curcio il romanzo intitolato Perfetto. Si tratta di un’opera intensa, amara e ironica, che racconta la storia di una quarantenne ferrarese il cui mondo viene sconvolto dall’arresto improvviso del fidanzato. Un diario lucido e profondo sulla solitudine, sulla capacità di rialzarsi tra le nebbie della provincia, sulla complessità della vita quotidiana e sul necessario rifiuto dell’ossessione tossica per la perfezione. Per finanziare l’acquisto immediato dei commutatori necessari alla mensa, è nato così il progetto solidale battezzato Un libro per Cuba. L’autrice ha messo a disposizione ben centottanta copie del proprio romanzo. Se nelle librerie e online il valore commerciale del volume sarebbe di quattordici euro, per questa specifica campagna di solidarietà viene offerto al prezzo speciale di dieci euro. Non si tratta di un semplice sconto promozionale, ma di un invito caloroso affinché la cultura e l’amore fraterno siano davvero alla portata di tutti.

L’intero ricavato di questa lodevole iniziativa sarà devoluto interamente, senza intermediari o costose passerelle retoriche, all’acquisto dei dispositivi elettrici per la mensa popolare cubana. È una filiera cortissima che unisce idealmente la pianura padana alle strade vibranti e dolenti dell’Avana. Con soli dieci euro non si sta semplicemente comprando un libro da leggere con passione, ma si sta donando un pasto caldo, un sorriso sincero e un briciolo di speranza concreta a chi, in questo momento storico drammatico, affronta difficoltà inimmaginabili. Si sta letteralmente trasformando l’inchiostro in pane. Sfogliando le pagine di questo romanzo, il lettore saprà che, grazie al proprio contributo, dall’altra parte del mare qualcuno stasera siederà a tavola con una preoccupazione in meno e una luce nuova nel cuore.

Ci sono storie che meritano di essere lette, e storie che meritano di essere cambiate. Oggi hai l’opportunità di fare entrambe le cose con un unico, semplicissimo gesto d’amore. Non restiamo inerti a guardare l’oceano o a voltarci dall’altra parte. Partecipa anche tu a questa catena di umanità, sostieni la mensa popolare e stringiti con forza al popolo cubano. Per avere il libro, sostenere la campagna e fare una donazione diretta, è possibile utilizzare il bonifico bancario tramite IBAN o visitare il link ufficiale su Instagram per tutte le informazioni di dettaglio. La spedizione dei volumi viene effettuata comodamente con la modalità Piego di Libri, ed è sufficiente scrivere un messaggio diretto sulla pagina Instagram dedicata per concordare l’invio.

Link Instagram del progetto e per ordinare il libro: https://www.instagram.com/p/DeuI7arjUaC/
IBAN per il versamento e sostegno della campagna: IT51F3253203200006572007406
Spedizione: Gestita tramite Piego di Libri (scrivere direttamente in privato su Instagram per concordare i dettagli).

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