Schlein imbarca di tutto a sinistra, ma rischia di perdere il centro

Con questa bulimia di potere che lo pervade, è inevitabile che il Pd cerchi consensi ovunque, e che in questo senso abbia aperto a Rifondazione comunista “prestandole” il senatore Andrea Crisanti per fare il gruppo: un mezzo tecnico per agevolare la raccolta delle firme necessarie per presentare la lista, ma anche una scelta politica. Solo che quando ti metti in casa gente inaffidabile poi l’incidente è dietro l’angolo. E infatti.
Ieri il segretario di Rifondazione, Maurizio Acerbo, uno che deve stare parecchio davanti a X, di buon mattino si è così espresso: «Inneggiare al 7 ottobre non è reato. C’è chi inneggia a Israele e chi a Hamas. In una democrazia è assolutamente lecito». Pure peggio del vigliacco «né con lo Stato né con le Br» degli estremisti di cinquant’anni fa poiché questa posizione, sotto la copertura formale di una considerazione sulla libertà di espressione, finisce per normalizzare l’apologia di un pogrom. Inevitabile la frittata.
Persino nel gruppo dirigente del Nazareno, anche se non in chiaro, hanno storto il naso. E qualcuno deve averlo chiamato, tanto che poi Acerbo ha fatto una precisazione che peraltro non precisa nulla. A peggiorare le cose ci si è messo il professor Crisanti in persona con una frase tremenda: «È una questione dei palestinesi scegliere i propri rappresentanti. Se fosse Hamas, se lo hanno deciso loro, ben venga. Ma penso a una Hamas rinnovata, quella di oggi la considero un’organizzazione terroristica».
Il «merdone»– così Filippo Sensi – pestato da Acerbo rimanda al problema del famoso perimetro del campo largo e si intreccia con le primarie. Non è solo che il Pd si copre a sinistra. Il fatto è che il favore di Elly Schlein a Rifondazione si può leggere come una mossa della sua campagna elettorale per le primarie: acchiappo Acerbo e così divento il punto di riferimento per i compagni dell’estrema sinistra, dunque io vi consento di presentarvi alle elezioni e sarò ricompensata ai gazebo.
Mossa spregiudicata e anche piuttosto rischiosa perché non è affatto detto che i voti conquistati a sinistra compensino quelli che si rischia di perdere al centro. Del resto, è proprio questo il paradosso del campo largo: più si allarga, più rischia di smarrire la propria natura, con il rischio di trasformarsi da coalizione ad accozzaglia, rischio che sta soprattutto alla leader del Pd cercare di evitare. Del resto, sposare in toto le piazze dei giovani (anche il corteo di Askatasuna?), l’occhieggiamento del mondo pro-Pal, concupito anche da Giuseppe Conte, tutto rientra in una logica di marketing politico.
Ha colto il punto Sensi: «Dobbiamo sapere che quando imbarchiamo tutto e il contrario di tutto, e in quel tutto e il contrario di tutto ci sono tante cose che sono agli antipodi rispetto ai valori che sosteniamo, si crea un rischio»; e ovviamente la stessa opinione ce l’hanno, da fuori, Carlo Calenda e Pina Picierno.
Ma i big del Pd non sembrano porsi il problema di una coalizione che per arraffare fino all’ultimo voto si sta snaturando, e d’altra parte la cosa non desta meraviglia. Lo scivolamento su posizioni molto fredde sul’Ucraina e molto calde sulla Palestina è stato evidente anche nel documento politico del correntone Franceschini-sinistra che si è riunito a Montepulciano, un convegno di tre giorni – la durata di Woodstock – ma senza grandi emozioni, il cui senso è stato soprattutto nella esibizione dei muscoli in vista della formazione delle liste: “il partito siamo noi”. Contenuti, scarsini.
Per quelli bisogna spostarsi a Orvieto, all’assemblea di LibertaEguale, dove si sono affrontati i nodi delle questioni istituzionali e dell’economia e dove finalmente si è parlato di una cosa di cui tutti sembrano essersi dimenticati: come far crescere il Paese, necessaria condizione per redistribuire. Giorgio Gori e Marco Bentivogli su questo hanno detto cose di cui il tavolo del campo largo farebbe bene a prendere nota
Nella telenovela dei grandi capi, tra stop and go tattici, si è deciso che finalmente venerdì si terrà un incontro tra Schlein, Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli per fare partire l’iter che porterà al fatidico programma. Anche per la loro incapacità di darsi una fisionomia precisa, i centristi restano out, fuori dalla foto di gruppo. E anche Maurizio Acerbo. Almeno per ora.
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