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L’obbligo di pubblicare le sentenze di assoluzione è legge: anche il Senato approva il ddl di Enrico Costa (FI)

Via libera del Senato alla legge “garantista” di Enrico Costa. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera esulta ovviamente di fronte alla notizia che il Senato, in meno di un’ora di dibattito, ha definitivamente votato la sua proposta di legge sull’obbligo per tutti i media, giornali, siti, tv, di pubblicare “una sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere, o un provvedimento di archiviazione” se il protagonista del caso, oggetto di un articolo che dava conto del suo coinvolgimento giudiziario, ne fa esplicita richiesta. La notizia è che su una legge che riguarda la giustizia, protagonista in tutta la legislatura di un duro conflitto tra il governo Meloni e le opposizioni, stavolta invece non va così. Scontato il voto favorevole della maggioranza, ma proprio l’opposizione non ne dà uno contrario, ma si astiene, contestando soprattutto il ruolo attribuito al Garante della privacy che, di fronte alla frenata dei media e alla richiesta del soggetto coinvolto, “entro 5 giorni”, quindi un tempo brevissimo, analizza il caso e rende obbligatoria la pubblicazione. Dichiarandolo in aula si astengono M5S, Pd, Avs e Iv. L’unica voce contraria, con meno di un minuto di intervento, è quella del Dem Filippo Sensi che parla “a titolo personale”. Contro il tentativo “di vendicarsi dei giornalisti, del loro lavoro, della libertà di informazione, in un contesto nel quale il giornalismo è sotto attacco, maltollerato e colpito da poteri vari, anche economici, da governi e purtroppo anche dai Parlamenti”.

Ovviamente, dalla Camera, arriva la soddisfazione di Costa, che ha presentato la sua proposta nei primi giorni della legislatura e poi si è battuto, anche con varie “concessioni” all’opposizione, per portarla a casa. “È una norma di civiltà e di giustizia, che tutela concretamente la reputazione delle persone coinvolte in un procedimento penale” dichiara Costa. Che commenta così l’astensione delle opposizioni: “È un segnale importante, visto che sulla giustizia ci sono state spesso divisioni nette”.

Scontata la “ola” di Forza Italia. Perché, mentre resta ancora al palo il ddl Zanettin sugli smartphone, con un duro scontro tra lo stesso Costa e i meloniani favorevoli alle richieste del procuratore nazionale Antimafia Gianni Melillo, passa invece l’obbligo di pubblicare assoluzioni e archiviazioni che entra nel Codice della privacy con il nuovo articolo 144ter. Un legge di due soli articoli, il secondo solo per escludere un carico economico, e che al primo recita così: “Su richiesta della persona nei cui confronti sono stati pronunciati sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero provvedimento di archiviazione, il direttore o il responsabile della testata giornalistica, radiofonica, televisiva o telematica che ha dato notizia del procedimento penale o di atti o provvedimenti relativi è tenuto a dare pubblicità, senza oneri per l’interessato, alla notizia dei provvedimenti favorevoli a quest’ultimo, con rilievo adeguato allo spazio già riservato al relativo procedimento penale”. Dunque un obbligo vero e proprio che, in ben due interviste al Fatto quotidiano, secondo l’avvocato Caterina Malavenda già esiste. Per Costa invece, che lo ha ribadito ancora ieri, siamo di fronte a una norma che stabilisce un principio inderogabile: “Oggi nasce una legge profondamente garantista e liberale, perché rimette al centro la persona, la sua dignità, la sua reputazione e il suo diritto a non rimanere prigioniera per sempre di un’accusa dalla quale è uscita completamente estranea”. Per lui il voto definitivo di oggi è “una bella pagina”, di cui è “particolarmente orgoglioso” perché “la legge porta la firma di Forza Italia, a dimostrazione che il garantismo non è solo nel nostro Dna, ma soprattutto che sappiamo declinarlo in provvedimenti concreti”.

Ovviamente d’accordo con lui la capogruppo di Fi al Senato Stefania Craxi che nel voto di oggi vede “una risposta concreta a una questione di civiltà giuridica, perché quando un cittadino viene assolto o la sua posizione viene archiviata non si può consentire che il sospetto sopravviva alla verità giudiziaria”. In aula, durante il dibattito prima del voto, piena soddisfazione di Pierantonio Zanettin, il capogruppo forzista in commissione Giustizia che da venerdì scorso è candidato come laico del Csm proprio dai capigruppo Craxi e Costa, unico caso del genere nella lista degli aspiranti al Csm: “Il ddl Costa è uno dei provvedimenti più significativi dell’intera legislatura”. Perché “interviene sull’autentico paradosso del processo penale dove riceve grande visibilità mediatica l’apertura di un’indagine o un rinvio a giudizio, con conferenze stampa dei pm, spesso con toni altisonanti, sparate in prima pagina a caratteri cubitali. Poi i riflettori si spengono. Quando arrivano a soluzioni, proscioglimenti, archiviazioni l’attenzione è molto minore e non trova spazio sugli articoli di stampa”.

Ma è con il ruolo attribuito al Garante della privacy che si apre il conflitto con le opposizioni. Recita il testo che se la richiesta dell’assolto o dell’archiviato non viene pubblicata “l’interessato può rivolgere una segnalazione al Garante che decide nei cinque giorni successivi e, all’esito di tale procedimento, può ordinare la pubblicazione della notizia dei provvedimenti favorevoli per l’indagato o l’imputato”. Proprio questo dictat viene bocciato, via via nel breve dibattito a Palazzo Madama, da Ilaria Cucchi di Avs, da Ada Lopreiato di M5S, da Walter Verini del Pd. Cucchi insiste anche sull’ostinata indifferenza della maggioranza e dei meloniani sulle querele temerarie. Lopreiato contesta il coinvolgimento del Codice della privacy perché così “il ddl Costa rischia di sovrapporsi a strumenti già esistenti senza chiarire come debbono coordinarsi”. E giudica sbagliato che “le sentenze di assoluzione, di proscioglimento, di non luogo a procedere e le archiviazioni possano essere messe sullo stesso piano”. Ma soprattutto per Lopreiato la norma Costa limita “la libertà di stampa perché introduce un obbligo generalizzato a carico del direttore o del responsabile anche se la prima notizia era stata pubblicata correttamente”. Ma la maggiore criticità è quell’intervento del Garante che decide in soli cinque giorni, con l’ovvio rischio di “una procedura sommaria”.

L’ultima stoccata arriva, con “perplessità fortissime”, dal Dem Walter Verini di fronte a un ddl “delicato” che riguarda “il rapporto della maggioranza con i principi costituzionali della libertà di informazione e del diritto alla privacy”. Principi che proprio la maggioranza ha attaccato. Verini rivendica gli interventi del suo gruppo alla Camera per cambiare il testo Costa e chiude così: “I giornali non sono l’agenzia Stefani, non sono organismi di regime, debbono fare con coscienza il loro lavoro rispettando il principio della libertà di informazione, senza colpire immotivatamente la reputazione delle persone”. Ma vanno fatti i conti con “la pulsione” della maggioranza a tenere occultati i provvedimenti sui colletti bianchi. Quindi l’astensione è frutto di una norma come quella di Costa di cui “inquieta fortemente la ratio”, nonché il contesto delle iniziative di maggioranza sulla giustizia in cui si inquadra”.

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La Russa querela la storica Ponzani per un intervento in tv. Conte: “Ritiri, i fatti sono accertati”. Pd: “Dovrebbe tutelare la libertà di espressione”

Ignazio La Russa annuncia un’azione giudiziaria contro una storica per un intervento in tv sull’ultimo decreto Sicurezza e sul passato politico della seconda carica dello Stato. Il presidente del Senato ha dato mandato ai legali di querelare Michela Ponzani che a Otto e mezzo, su La7, ha rievocato il Giovedì nero di Milano del 12 aprile 1973: una manifestazione dell’estrema destra non autorizzata durante la quale una bomba a mano uccise l’agente di polizia Antonio Marino, 22 anni. Con le nuove norme approvate dal governo Meloni, il succo, non avremmo La Russa presidente del Senato perché quel giorno si mise a capo della manifestazione. Pd e Movimento 5 Stelle chiedono che La Russa ritiri la querela.

Il 12 aprile 1973, a Milano, i vertici del Msi organizzarono una manifestazione nonostante il divieto imposto dalle autorità per ragioni di ordine pubblico. Tra i protagonisti anche La Russa, allora responsabile cittadino del Fronte della Gioventù. Il corteo degenerò in violenze e scontri con le forze dell’ordine. Furono lanciate due bombe a mano: una ferì un passante e un poliziotto, l’altra colpì mortalmente l’agente. Per l’omicidio furono condannati in via definitiva i militanti neofascisti Vittorio Loi e Maurizio Murelli. Per Emiliano Arrigo, portavoce di La Russa, dagli atti giudiziari risulterebbe “non soltanto l’assenza di qualsiasi sua responsabilità in relazione a quella tragica vicenda, ma persino alla semplice ipotesi di manifestazione non autorizzata”. A conferma di ciò, aggiunge, il presidente del Senato può vantare “un certificato penale intonso”.

“Invito il presidente La Russa a ritirare la querela annunciata”, chiede Giuseppe Conte. “Chi ha ruoli di grande responsabilità istituzionale non può scagliarsi contro una storica che esprime un giudizio negativo sull’ennesimo decreto sicurezza partorito dal Governo ed espone un più ampio ragionamento evocando il Giovedì nero di Milano. I fatti sono peraltro accertati da tempo: a capo del corteo non autorizzato che si tenne il 12 aprile 1973, a Milano, c’era anche Ignazio La Russa, all’epoca leader del Fronte della Gioventù di Milano, insieme ai vertici del Msi. Quella parata divenne l’occasione per compiere atti di aggressione e di teppismo da parte dei gruppi più estremisti della destra eversiva, in un clima sociale fortemente incandescente”. Il ‘potere di turno’, aggiunge l’ex premier, “lasci al dibattito storico, oltreché politico, la libertà di discutere liberamente senza subire intimidazioni. La conversione alla democrazia va dimostrata nei fatti!”.

Solidarietà alla storica arriva anche dal Pd. I senatori Dario Parrini, Francesco Verducci e Walter Verini definiscono l’annuncio della querela “un atto grave e infondato” e ricordano che la libertà di ricerca e di discussione pubblica è un principio fondamentale della democrazia. “È un triste giorno quello nel quale il Presidente del Senato annuncia una querela contro una storica di valore” che “ha ricordato, correttamente, una pagina buia della storia italiana. Anche il gruppo dem alla Camera contesta l’iniziativa: “La seconda carica dello Stato dovrebbe essere la prima a tutelare la libertà di ricerca e di espressione“.

Al fianco di Ponzani si schiera infine Differenza Donna, che denuncia il rischio di intimidazioni nei confronti di chi ricostruisce pagine scomode della storia italiana. “La ricerca storica non può essere sottoposta al controllo delle autorità politiche”, afferma l’associazione. “Come associazione femminista e transfemminista, conosciamo i meccanismi attraverso i quali si tenta di delegittimare la parola delle donne quando esercitiamo la libertà di parola esprimendo i saperi, quando interroghiamo il potere e mettiamo in discussione le narrazioni dominanti. La democrazia fondata sull’antifascismo ha il dovere di custodire la memoria, non di sottrarla al confronto pubblico”. La conclusione: “La storia non si querela”.

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Caregiver familiari, sì della Camera al contributo fino a 400 euro al mese: requisiti e a chi spetta

La Camera ha approvato in prima lettura il disegno di legge Locatelli sulla riforma dei vantaggi garantiti ai cosiddetti caregiver, cioè alle persone che si prendono cura di familiari con disabilità o non autosufficienti. La legge prevede un allargamento dei diritti di queste persone e un bonus da 400 euro al mese.

Le risorse però sono limitate e soltanto poche decine di migliaia dei milioni di caregiver italiani potranno accedere ai fondi. La legge non è inoltre ancora ufficialmente in vigore. Dovrà prima essere approvata al Senato e, se ci saranno modifiche, superare un ulteriore passaggio alla Camera.

La nuova legge sui caregiver è stata approvata alla Camera

Sono diversi anni che il Parlamento tenta di riformare i vantaggi che la legge offre ai caregiver. Tra il 2013 e il 2025 sono state presentate una trentina di proposte di legge sull’argomento, tutte finite nel nulla.

La riforma è necessaria perché la Legge 104, che regola buona parte dei benefici delle persone che assistono i propri familiari con disabilità, risale al 1992 e sta mostrando alcune inadeguatezze. Oggi le persone che richiedono assistenza sono moltissime e si calcola che i loro caregiver siano tra i 7 e gli 8,5 milioni.

Chi sono i caregiver secondo la nuova legge

La definizione base di caregiver rimane quella della legge di bilancio per il 2018: una persona che assiste un familiare con disabilità o non autosufficiente in maniera gratuita e non professionale. Il familiare in questione deve essere titolare:

  • o dei benefici della legge 104;
  • o dell’indennità di accompagnamento.

La nuova legge introduce però anche le cosiddette tutele differenziate. Un modo per allargare la platea dei caregiver, riconoscendo il loro ruolo in base alle ore di assistenza. Oltre a coloro che assistono un familiare per più di 91 ore a settimana, già considerati caregiver, saranno inclusi anche:

  • coloro che assistono un familiare tra 30 e 90 ore alla settimana;
  • coloro che assistono un familiare tra 10 e 29 ore alla settimana;
  • i caregiver non conviventi, con almeno 30 ore alla settimana di assistenza.

Verranno introdotti inoltre nuovi vantaggi per queste categorie:

  • i permessi solidali per i dipendenti;
  • l’esonero dalle tasse universitarie per gli studenti caregiver;
  • i permessi per i giovani che svolgono il servizio civile.

Chi potrà avere bonus da 400 euro al mese

La misura centrale della nuova legge è un bonus da 400 euro al mese esentasse che l’Inps elargirà ad alcuni caregiver. Le rate saranno trimestrali, quindi ogni tre mesi il caregiver riceverà 1.200 euro. Ci son operò requisiti molto stringenti per accedere a questo bonus:

  • Isee di massimo 25.000 euro;
  • almeno 91 ore di assistenza settimanali da parte del caregiver;
  • un reddito non superiore a 3.000 euro l’anno.

I fondi stanziati per questo bonus sono di circa 260 milioni di euro all’anno. La misura partirà dal 2027.

Le critiche alla nuova legge sui caregiver

Le opposizioni hanno votato contro al testo, criticando soprattutto la platea molto ristretta del bonus da 400 euro, che fondamentalmente potrà essere ottenuto da chi vive della pensione di invalidità del familiare assistito. “Misure povere per chi è già povero” le ha definite Alleanza Verdi Sinistra, sottolineando che i 400 euro arriveranno a circa 52mila persone degli almeno 7 milioni di caregiver italiani.

Le associazioni che si occupano dei caregiver sottolineano la mancanza di garanzie sui contributi figurativi per la pensione, che è tra le principali richieste della categoria.

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