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A Savona cinque chilometri di vestitini per ricordare i bambini uccisi a Gaza

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Cinque chilometri di vestitini. Così a Savona 80 realtà del territorio, tra associazioni, sindacati, organizzazioni religiose, scout e partiti, hanno voluto ricordare le migliaia di bambini e adolescenti uccisi da Israele nella Striscia di Gaza negli ultimi tre anni. La lunga linea di vestiti ha attraversato le spiagge e i quartieri della città, in modo da restituire a tutti, compresi i passanti distratti, l’orrore delle morti. “Cinque chilometri di vestiti di bambini, per rendere visibili le vite spezzate, per dare forma e corpo al genocidio ancora in corso” si legge nel comunicato dell’iniziativa. “Ogni completino ha rappresentato simbolicamente una giovane vittima innocente, per denunciare questo clima di disumanizzazione delle morti, declassate dai militari israeliani a meri obiettivi di pianificazione tramite algoritmi e AI, a semplici danni collaterali. Per cercare di restituire alla percezione e al sentire comune l’orrore della tragedia di Gazain corso ormai da tre anni”.

L'articolo A Savona cinque chilometri di vestitini per ricordare i bambini uccisi a Gaza proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Nazionalisti, liberali, ultrareligiosi: il “Blocco del cambiamento” sfida Netanyahu alle elezioni. Ma sulla Palestina la pensa (quasi) come lui

Un mese prima del voto del 27 ottobre, i maggiori esponenti politici israeliani fuori dall’attuale governo si sono ritrovati nella casa di Tel Aviv del leader di Yesh Atid, Yair Lapid, per suggellare un patto: rimanere uniti con l’obiettivo di escludere Benjamin Netanyahu dall’esecutivo israeliano. Riuniti intorno a un tavolino da caffè ci sono il padrone di casa insieme al suo alleato Naftali Bennett nella coalizione Yachad, il leader di Yashar, Gadi Eisenkot, quello dei Democratici, Yair Golan, e di Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman. Promettono un radicale stravolgimento delle politiche portate avanti dall’esecutivo Netanyahu, insieme ai suoi alleati estremisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, e per questo sono già stati ribattezzati Change Bloc, il blocco del cambiamento. Ma basta leggere i loro programmi elettorali e ascoltare le loro dichiarazioni per capire che sul tema diventato di gran lunga il più importante per il futuro dello Stato di Israele, ossia il rapporto con il popolo palestinese, poco cambierà anche in caso di loro vittoria. Nessuno di loro si batterà per liberare i territori illegalmente occupati e nella campagna ellettorale non trova spazio nemmeno l’idea di un percorso di pacificazione tra popolazione ebraica e palestinese.

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