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Lombardia, stretta sugli educatori: a rischio l’assistenza per minori con disabilità e autismo. Le famiglie: “Perdiamo un servizio essenziale”

In Lombardia sono a rischio gli interventi sociosanitari a sostegno di minori e ragazzi con disabilità e autismo per mancanza di personale riconosciuto idoneo. Secondo quanto prevede il Piano lombardo triennale per la Non Autosufficienza, approvato lo scorso giugno con una delibera regionale (n.6320), i servizi disponibili per i giovani con fragilità, attraverso l’erogazione di Voucher socio-sanitari, a partire dal 1 gennaio 2027 saranno riservati e resi operativi solo attraverso gli educatori professionali socio-sanitari. Escludendo tutti gli altri educatori professionali socio-pedagogici, che costituiscono di fatto invece la maggior parte delle figure che finora rendevano operativi gli interventi e garantivano agli aventi diritto e alle loro famiglie di beneficiarne.

LEDHA-Lega per i diritti delle persone con disabilità, Anffas Lombardia-Associazione famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazione, Anmic Lombardia-Associazione mutilati ed invalidi civili e FAND Lombardia- Federazione tra le associazioni delle persone con disabilità chiedono al Pirellone di tornare ad “aprire anche agli educatori socio-pedagogici, come prevedono le norme nazionali”. Contattato da ilfattoquotidiano.it Giovanni Merlo, direttore LEDHA, commenta: “Avevamo espresso sostanziale apprezzamento per la pianificazione triennale per il Piano regionale per la non autosufficienza ma ai tempi leggendo nei dettagli la delibera approvata è emerso questa disposizione assai stringente rispetto a prima che va a colpire direttamente minori e ragazzi con disabilità e autismo. Escludere dall’anno prossimo tutti gli educatori professionali non sanitari da questo servizio erogato attraverso il Voucher socio-sanitario”, continua Merlo, “farà cessare moltissimi interventi finora erogati e si colpiranno centinaia di famiglie. Regione Lombardia ha stabilito di affidare l’intero sistema di interventi esclusivamente agli educatori socio-sanitari, che sono pochissimi. E’ qualcosa di preoccupante, ci opponiamo”.

Il Voucher socio-sanitario è una misura inserita nel Piano lombardo per la Non Autosufficienza ed è finanziata dal Fondo Sanitario Regionale in teoria per incrementare l’offerta esistente di percorsi di accompagnamento all’autonomia, abilitativi/riabilitativi, di supporto e sostegno ai contesti di vita rivolti ai bambini e ragazzi con fragilità, in particolare ma non solo con autismo, e alle loro famiglie. E’ importante specificare che tale voucher non è un contributo in denaro da spendere liberamente, ma serve a finanziare prestazioni erogate da soggetti accreditati. Dal 2026 la Regione ha riorganizzato le precedenti Misure B1 (disabilità gravissima) e B2 (disabilità grave) nel nuovo programma Misura Servizi e Misura Sostegno.

“Stando così le cose dall’anno prossimo si interromperanno gli interventi a discapito della maggioranza dei fruitori”, denunciano le organizzazioni lombarde. Non si tratta di un fulmine a ciel sereno, dato che già il 20 giugno, pochi giorni dopo l’approvazione del Piano regionale triennale per la non autosufficienza, le principali realtà locali del cosiddetto Terzo settore avevano lanciato l’allarme e chiesto alla Giunta del Pirellone di “estendere esplicitamente il riferimento tanto all’educatore professionale socio-sanitario quanto all’educatore professionale socio-pedagogico per tutte le tipologie di voucher e misure previste”. “Ora però, in assenza di altre comunicazioni, gli enti gestori, di fronte a questa imminente scadenza, stanno informando le famiglie che questi interventi non potranno proseguire”, fanno sapere le organizzazioni. Tra i vari genitori, ad essere stata avvisata di un prossimo taglio del servizio di assistenza per la figlia 13enne con grave disabilità è Silvia Pagetti di Mortara (Pavia). La figlia si chiama Anna, nata sana ma con tetraparesi distonica per danno da parto, non verbale. “Mi ha avvisata”, racconta al Fatto.it Pagetti, “l’ente accreditato che si occupa di fornire l’educatrice professionale, dicendomi che dall’anno prossimo mia figlia non avrà più l’educatrice che ormai da tempo conosceva, la aiutava per 16 ore mensili soprattutto a scuola e nel fare i compiti a casa, con la quale aveva creato un certo feeling reciproco ed era divenuta ormai parte della nostra famiglia”. Va ricordato che senza una figura del genere i giovani con fragilità non potrebbero svolgere tutta una serie di attività.

La madre si dice “molta preoccupata” per quello che potrebbe accadere dal 1 gennaio, dato che l’educatrice aiutava la figlia nei momenti di socialità e inclusione insieme ad altri ragazzi suoi coetanei. “Per noi famiglie con figli con gravi e magari anche plurime disabilità”, denuncia Pagetti, “perdere la figura dell’educatore professionale significa perdere un faro, ricominciare tutto daccapo, reimparare di nuovo tipologia di comunicazione e modalità per riguadagnare empatia, perdere tutte le sicurezze acquisite con sacrifici enormi. Forse arriverà una nuova educatrice ma in ogni caso sarà una persona sconosciuta che provocherà ulteriori cambiamenti alla faccia della tanto decantata continuità educativa, assistenziale, scolastica”. Il disagio di dover ricostruire un clima di fiducia è altissimo ma è evidente soprattutto la paura di non avere più nessuno. “Per assurdo possiamo anche non avere più l’educatrice ma poi con che cosa Regione Lombardia pensa di sostituirla qualora non ci fossero educatrici socio-sanitarie disponibili per tutti? Che fine farà il Voucher sociosanitario di cui abbiamo diritto e che nei fatti non potremmo usufruire? Restiamo”, conclude Silvia, “sempre noi famiglie con bambini disabili da soli a sopperire alle carenze e ai tagli dei servizi”. “Che fare? Se taglieranno le ore di educativa procederemo per le via legali, anche perché questo servizio è previsto dal Progetto di vita di mia figlia, che è uno strumento normativo operativo riconosciuto dallo Stato a tutti gli effetti”.

“I problemi principali adesso sono due”, spiega al Fatto.it Merlo che sta seguendo la vicenda in coordinamento con le altre associazioni locali. “Questa indicazione non ha un vero appoggio giuridico e normativo, visto che non c’è scritto da nessuna parte che gli educatori professionali socio-pedagogici non possano svolgere attività all’interno di servizi socio-sanitari”. Tant’è vero che in tutti i servizi socio-sanitari di Regione Lombardia l’ossatura fondamentale del personale è determinata dagli educatori professionali. “Ma in più”, aggiunge il direttore di LEDHA, “c’è un grossissimo problema numerico concreto perché sono pochissimi gli educatori socio-sanitari, sostanzialmente quasi del tutto assenti dal mercato del lavoro”. Le associazioni protestano. “Ci appelliamo all’assessore al Welfare Bertolaso e all’assessora alla Famiglia, Disabilità e Pari opportunità Lucchini perché accolgano ora questa nostra richiesta”, dichiarano congiuntamente Alessandro Manfredi, presidente di LEDHA, Emilio Rota, presidente di Anffas Lombardia e Angelo Achilli, presidente di ANMIC Lombardia e di FAND Lombardia. “Si tratta di una norma esclusivamente lombarda di cui noi non sappiamo la genesi né da chi viene tale input”, afferma Merlo. “Immagino essere dettata da voler dare un intervento più appropriato e puntuale, ma provocherà invece un effetto esattamente contrario dato che gran parte degli aventi diritto rischiano concretamente di non vedere più fruibili interventi finora erogati”, conclude. Le associazioni invitano tutte le famiglie coinvolte a segnalare l’arrivo delle lettere di preavviso di sospensione del servizio, così da valutare per tempo eventuali forme di tutela del diritto alla cura dei loro figli.

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Non mi sembra che la manovra di Meloni affronti i problemi reali del Paese

L’Italia sta vivendo un grande momento di difficoltà economico e sociale. Non pretendo che i miei testi stimolino la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a compiere una reale inversione di marcia che consiste nel guardare in faccia i problemi reali del paese, ma speravo che qualche politico occasionalmente li leggesse e si mettesse in discussione o perlomeno capisse che investire nel sociale non significa sprecare delle risorse economiche, ma al contrario, si rende l’Italia pronta ad accogliere le sfide che ci attendono. Non mi sembra che i provvedimenti previsti nella legge di bilancio presentata ieri sia il modo adeguato ad affrontare i problemi reali del paese, anzi mi sembra quasi una beffa.

L’Italia, per quanto riguarda le disuguaglianze e la povertà, è messa peggio di 15 anni fa: se non si investe nei giovani con dei progetti concreti che li stimolino a restare, il nostro paese non avrà futuro. I giovani vanno ascoltati, va data loro la possibilità di sviluppare le proprie potenzialità e non di certo nella compravendita di armi che contribuisce alla loro crescita e si infonde la speranza in un futuro migliore.

Non riesco a comprendere come Giorgia Meloni e il suo governo non voglia vedere la realtà, la maggior parte delle famiglie non riesce più a fare la spesa né a pagare le bollette, “le politiche dei bonus” non reggono più e anzi credo che per molte famiglie sia diventato avvilente pensare solo di dover farne richiesta, servono aiuti più corposi e ben strutturati.

Credo che fin tanto che chi ci governa rimane arroccato all’interno dei propri palazzi a tutelare solo i propri interessi, il Popolo ha il dovere di manifestare e chi governa dovrebbe considerare quelle proteste un momento di riflessione per cambiare direzione, e le misure repressive non servono a nulla. Spero (anche se ormai ho perso le speranze) il governo Meloni impari ad ascoltare i bisogni reali del nostro paese.

Io continuerò sempre a dare voce alle vostre storie, sempre a titolo gratuito.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it

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Studio Ipsos, il 71% dei giovani vuole l’educazione sessuale a scuola. E uno su tre si informa con la pornografia

I giovani italiani hanno domande sul sesso, sul consenso, sulla contraccezione e sulle malattie sessualmente trasmissibili, ma spesso non trovano un interlocutore a cui porle. Secondo l’indagine Ipsos per Medici del Mondo, il 71% dei giovani intervistati chiede che sia la scuola a occuparsi dell’educazione sessuale e affettiva. Nell’indagine sono stati coinvolti mille giovani, tra i 16 e i 25 anni, un campione rappresentativo per genere, fascia d’età e area geografica di residenza. “Si tratta di una generazione in cui sei intervistati su dieci sono sessualmente attivi”, ha detto Barbara Toci, Senior Researcher – Public Affairs di Ipsos Doxa, che durante la conferenza stampa al palazzo della Regione Lombardia ha esposto i dati dello studio. “Tre giovani su quattro si dichiarano preoccupati per le infezioni sessualmente trasmissibili, ma non sono abbastanza informati su quali sono le malattie, come si trasmettono e come proteggersi”, ha detto Toci.

Per Elisa Visconti, direttrice di Medici del Mondo, “parlare di educazione sessuale e affettiva equivale a fare prevenzione per la salute individuale e pubblica”. Nel dibattito pubblico e politico italiano, l’educazione sessuale spesso viene trattata come “merce di scambio per voti”, ma diventa di primaria importanza quando si guarda ai dati: “In Italia le infezioni non sono diminuite o scomparse, anzi. Dal 2010 al 2024 la gonorrea si è quadruplicata, con un aumento del 12% rispetto al 2023”, ha affermato Visconti. Internet e l’intelligenza artificiale sono le principali fonti di informazione per i giovani: solo il 18% del campione si è rivolto al personale medico e il 14% a un consultorio. “Uno su tre dichiara di aver avuto come unica fonte la pornografia, pur essendo consapevoli del fatto che sia la rappresentazione di una realtà distorta”.

Per l’Oms, l’educazione sessuale e affettiva dovrebbe essere una materia obbligatoria sin dall’età di 5 anni, per diminuire l’esposizione a infezioni, violenza di genere e gravidanze indesiderate. Nell’Unione Europea sono 19 i paesi che seguono queste linee guida, mentre l’Italia, con il ddl Valditara, ha vietato l’educazione sessuo-affettiva fino alle scuole medie. “Purtroppo non possiamo più entrare nelle scuole, ma sono i giovani e spesso anche i genitori a chiederci una mano perché non sono in grado di gestire relazioni, emozioni, rispetto” ha detto Marta Galli, educatrice e consulente di Italy Needs Sex Education. Nella sua esperienza, Galli ha incontrato più volte bambini delle elementari che erano già a conoscenza di contenuti pornografici o che si sono rivolti a lei per chiedere se la forma dei loro genitali fosse normale. Alle scuole superiori, invece, molte ragazze usano la pillola del giorno dopo come metodo di contraccezione, ignorando le possibili conseguenze. “Se adesso i bambini ci fanno delle domande su queste tematiche noi dobbiamo rispondere ‘chiedi ai tuoi genitori’, perché dal punto di vista legale non possiamo occuparcene noi, anche se siamo dei professionisti”.

Le 600mila firme che sono state raccolte per il referendum “Sì educazione affettiva nelle scuole” sono un segnale della volontà popolare. “Tantissimi ragazzi hanno espresso la volontà di firmare, ma non potevano perché minorenni, altrimenti saremmo arrivati a 2 milioni”, ha affermato Andrea Grassi del Comitato promotore del Referendum, che ha ribadito l’importanza di tenere alta l’attenzione per evitare che con l’anticipo delle elezioni il referendum slitti o cada nel dimenticatoio. Sulla necessità di avere risposte da parte delle politica sono intervenuti anche Luca Paladini e Paola Bocci, consiglieri di opposizione in Regione Lombardia che da anni cercano di tenere alta l’attenzione sul tema delle malattie sessuali e sui diritti. “Lavorare su queste tematiche in Regione non è semplice; una decina di esponenti della maggioranza sono pro vita e un consigliere di Forza Italia si presenta a tutte le sedute con la spilletta per abolire la legge 194“, ha affermato Paladini. A titolo esemplificativo, il consigliere ricorda come al centro per le Malattie Trasmesse Sessualmente di Milano, ci siano stati diversi casi di ragazzi di 18 anni che erano alla terza sifilide: “Oltre alla malattia, si crea anche un problema di resistenza ai farmaci”.

Lo studio ha anche rivelato che un ragazzo su dieci non usa i preservativi per motivi economici e solo il 36% degli intervistati si protegge sempre durante i rapporti sessuali. “Non possiamo chiedere ai giovani di essere responsabili senza offrire loro gli strumenti per esserlo”, ha affermato Visconti. “Come possiamo considerare i giovani abbastanza adulti per poter rispondere delle proprie azioni, ma non abbastanza per ricevere un’educazione alla sessualità, al consenso e alle relazioni?”, si è chiesta la direttrice di Medici del Mondo, marcando ulteriormente l’importanza che l’educazione, fatta da professionisti, ha per i giovani.

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Caregiver in piazza contro il ddl Locatelli: “400 euro al mese per assistere i nostri figli? È lavoro nero di Stato. No elemosina, vogliamo dignità”

“Da soli non ce la facciamo più”, “chiediamo dignità”, “per le armi trovano i soldi, per la disabilità le risorse restano sempre ampiamente insufficienti”, “caregiver uguale lavoro nero”, “per lo Stato siamo invisibili”, “nessun aiuto per chi aiuta”, “disabilitati a vivere”. Sono solo alcuni degli slogan usati dai manifestanti che mercoledì mattina a Roma hanno protestato contro il ddl caregiver familiari voluto dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli (Lega) e tuttora in discussione in parlamento dopo la prima approvazione alla Camera con i soli voti della maggioranza. Si sono riuniti mercoledì 28 ottobre in Piazza Santi Apostoli, stanchi e indignati, i genitori assistenti personali h24 con figli con grave disabilità. A indire la protesta pubblica è la Rete Caregiver e Disabilità Italia per il “riconoscimento e la tutela della figura dei caregiver familiari, insieme per i diritti contro la pietà”. Le associazioni in piazza, prevalentemente costituite da madri e padri assistenti personali conviventi, chiedono a gran voce “una legge giusta, dignitosa e senza paletti”, che veda finalmente riconosciuti i caregiver familiari come lavoratori, con tutele giuridiche, contributi previdenziali, sostegni economici adeguati, oltre a supporti psicologici, momenti di sollievo e servizi di assistenza domiciliare idonei rispetto al bisogno di coloro di cui si prendono cura. Tutti aspetti non garantiti dall’attuale ddl Caregiver.

“Uniti siamo più forti” urlano i manifestanti. La mobilitazione, alla quale hanno partecipato secondo gli organizzatori circa 500 persone provenienti da tutta la Penisola in particolare dall’Abruzzo, Campania, Puglia e Lazio, contesta la legge proposta sia nel merito che nel metodo, in particolare ma non solo nella parte che quantifica il sostegno economico da dare ai caregiver familiari, che potrebbe arrivare al massimo alla misera somma di 400 euro mensili peraltro erogati trimestralmente. Cifra che corrisponde a meno di 2 euro l’ora, ma solo nei casi più complessi e documentati con almeno 91 ore di assistenza settimanali e “in base alle risorse disponibili”, viene precisato nel ddl.

Contattato da ilfattoquotidiano.it Toni Nocchetti, uno dei promotori e presente alla protesta, presidente di Tutti a scuola e blogger del Fatto.it esperto di disabilità, racconta: “stamattina ci siamo svegliati all’alba per raggiungere Roma, eravamo circa 500 donne e uomini, ci siamo incontrati prima in Piazza Santi Apostoli e poi abbiamo raggiunto in corteo piazza Montecitorio dove abbiamo fatto sentire la nostra voce di contestazione contro l’attuale ddl Caregiver voluto dalla ministra Locatelli”. In piazza i caregiver familiari conviventi hanno raccontato le loro esistenze complesse, le gravi condizioni di vita dei propri parenti assistiti praticamente 365 giorni l’anno, alternandosi al microfono degli organizzatori di fronte alla Camera. “La critica al ddl Locatelli è stata assoluta”, aggiunge Nocchetti, “legge ritenuta indegna per le famiglie nella forma e nella sostanza per le ridicole risorse destinate. Ai politici del Movimento 5 Stelle e del Pd presenti in piazza abbiamo chiesto di esprimere una proposta unitaria chiara individuando risorse economiche certe e adeguate”. Storie di drammatico disagio e di estrema solitudine hanno fatto da sfondo ad una manifestazione con striscioni eloquenti che chiedono alla politica di fare una inversione di direzione chiara verso l’attenzione concreta alle persone più fragili.

La Rete Caregiver e Disabilità Italia nasce dall’esperienza diretta di familiari caregiver impegnati nella difesa dei diritti delle persone con disabilità e di chi se ne prende cura. Hanno creato anche un gruppo pubblico su Facebook che conta circa 44mila membri. Tra i suoi fondatori e referenti ci sono ad esempio caregiver familiari come Anna Combatti e Davide Amati. La Rete si propone di dare voce alle famiglie, unire le realtà associative e promuovere un confronto concreto con le istituzioni, superando divisioni territoriali e appartenenze politiche. “Scendiamo in piazza”, commenta Combatti, “per dire no al ddl Locatelli che non risponde ai bisogni reali dei caregiver familiari e delle persone con disabilità grave e gravissima. Non possiamo accettare che, dopo anni di attese, commissioni parlamentari, proposte di legge, sacrifici e battaglie, si continui a parlare di riconoscimento senza garantire diritti certi, tutele adeguate e risposte concrete”.

Manuela Udito è presidentessa dell’associazione C’era una volta un Principe di nome Samuele e fa parte della Rete in quanto sostenitrice. “Sono qui come mamma di Samuele, come caregiver H24”, spiega al ilfattoquotidiano.it. “Da soli non ce la facciamo più. Sono stanca di tutte le ore che non vedete. Delle notti insonni, delle terapie all’alba, dei giorni senza mangiare. Il ddl Locatelli ci offre 400 euro per questo lavoro di cura e solo se siamo persone povere (con reddito annuale da lavoro inferiore ai 3mila euro lordi, ndr). Questa non è assistenza, è lavoro nero riconosciuto dallo Stato, senza contratto, senza pensione. Noi non chiediamo elemosina. Chiediamo dignità. Chiediamo che la nostra stanchezza venga riconosciuta in diritto. Ci dicono che non ci sono soldi per noi, ma per le armi i miliardi in parlamento li trovano sempre. I nostri figli valgono più delle vostre armi. Noi esistiamo e non siamo un mondo a parte ma parte di questo mondo”.

La Rete Caregiver sostiene inoltre che “nessuna famiglia debba essere costretta a scegliere tra assistere il proprio caro e conservare la propria dignità, salute e autonomia di vita. Leggendo la legge”, aggiungono gli organizzatori, “c’è da chiedersi se realmente si sia considerato quanto sia impattante per una famiglia la presenza di un componente con disabilità, al punto di dover sacrificare la vita di un caregiver familiare convivente (in stragrande maggioranza donne over 40 anni, ndr) con conseguenti rinunce alla propria vita sociale ed economica”.

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Non diamo la colpa ai giovani se il contratto sociale è saltato

Chi ha ascoltato i ragazzi sa che chiedono di avere un posto nella società, una prospettiva di futuro, e la risposta non può essere solo repressiva: da loro si pretende responsabilità senza dare potere, è venuto il momento di condividerne un po'

Le scuole fatiscenti e l’accesso all’università a Parigi, gli affitti a Madrid e Lisbona, il carovita, la precarietà e la scuola da noi. Francia, Spagna, Portogallo, Italia: le piattaforme sono diverse, ma un elemento accomuna le manifestazioni di queste settimane: l’età di chi scende in piazza. Molti sono studenti delle superiori, alcuni non ci sono ancora arrivati. A Milano, tra i giovani identificati dopo i saccheggi del 17 e 18 ottobre, il più piccolo ha undici anni e frequenta le medie in una scuola della Barona.

L’occasione era troppo ghiotta per non indurre i media e la politica a buttarcisi; così abbiamo visto adulti che poco o nulla sanno delle condizioni di vita dei ragazzi improvvisarsi sociologi, pedagogisti, psicologi o neuropsichiatri: nella migliore delle ipotesi per pontificare; nella peggiore per legiferare. È il caso del decreto legge 22 ottobre 2026, n. 190, che introduce – per l’ennesima volta in questa legislatura – un nuovo reato, stabilisce che tra i 14 e i 18 anni l’imputabilità è presunta e invia a Milano cinquecento militari per gestire l’ordine pubblico. Ci si spinge fino a stravolgere l’impianto peculiare del processo minorile, che chiede di accertare caso per caso la maturità dell’imputato e segue la logica della messa alla prova e del recupero.

Sgombro il campo da un possibile equivoco: la violenza non si giustifica, e chi spacca vetrine e saccheggia negozi deve risponderne. Ma se l’unica risposta che lo Stato sa dare è penale, vuol dire che ha rinunciato a capire. Come ha rinunciato a capire chi guarda con simpatia a chi contesta il Capitale o l’Ordine costituito, con una senile nostalgia per gli anni in cui “gli eroi son tutti giovani e belli”, che per ragioni anagrafiche non ha potuto vivere da protagonista.

Per capire un fenomeno, si sa, è buona pratica allargare lo sguardo. In questo contributo provo a farlo mettendo in fila tre cose: una generazione sacrificata, un sistema educativo tirato in ballo a sproposito, un diritto che continuiamo a negare.

In fondo alla fila
Chi ha ascoltato i ragazzi, invece di parlare al posto loro, ha sentito sempre le stesse parole: salari inadeguati, lavori che non soddisfano, nessuna certezza sul futuro lavorativo, abitativo e previdenziale. E i dati sono lì, impietosi, a confermarlo. La crisi nasce da un patto che non regge più. La promessa implicita era semplice: studia, impegnati, e avrai un posto nella società almeno pari a quello dei tuoi genitori. Oggi quella promessa non è più credibile, e i diretti interessati lo sanno meglio di noi.

Questo risultato non è frutto del caso: è l’effetto cumulato di scelte. Il debito pubblico è cresciuto quasi sempre senza chiedersi come migliorasse la vita di chi dovrà ripagarlo. La spesa per pensioni e sanità è destinata a crescere, e quella per istruzione e sostegno alla genitorialità a contrarsi. In questa «repubblica fondata sul lavoro», i giovani lavoratori sono poco tutelati. E la tutela dell’ambiente, che l’articolo 9 riformato nel 2022 lega espressamente all’«interesse delle future generazioni», resta più spesso enunciata che praticata.

C’è un filo che tiene insieme queste scelte. La politica risponde, legittimamente, a chi la vota; e chi vota è sempre più anziano, mentre una parte di chi pagherà il conto, quel conto non può nemmeno contestarlo nelle urne. Quando il contratto sociale salta per una parte della popolazione, quella parte cerca altri modi per farsi sentire. Alcuni sono pacifici, altri no.

Il triangolo educativo
Ogni volta che la cronaca coinvolge adolescenti o preadolescenti, la reazione è quasi pavloviana: si tira in ballo il ruolo della scuola, spesso a sproposito. La dimensione educativa è ovviamente decisiva, ma pensare che qualcuno abbia la bacchetta magica è quantomeno ingenuo. Serve un approccio sistemico, che coinvolga tutti i vertici del cosiddetto triangolo educativo: scuola, famiglia e territorio, cioè istituzioni e associazioni.

Non siamo all’anno zero: questi soggetti, almeno quelli pubblici, gli strumenti per intervenire li hanno già. E li usano ogni giorno, in silenzio e nel disinteresse generale. Certo, non tutti sono attrezzati allo stesso modo: le istituzioni sono fatte di persone, e le persone non sono tutte ugualmente capaci. Anche per questo i tre vertici devono sostenersi a vicenda in un dialogo costante.

L’intervista che la dirigente della scuola dell’undicenne della Barona ha dato al Corriere della Sera lo mostra con chiarezza. La scuola su quello studente aveva investito e continua a farlo. Ha costruito un percorso individuale, ha segnalato le difficoltà e chiesto l’intervento dei servizi sociali. E quando lo ha riconosciuto nei video, i docenti hanno pianto per il senso di impotenza.

Da quella storia si ricavano una buona e una cattiva notizia. La buona è che le nostre scuole sono tenute in piedi da persone che sanno quello che fanno e non aspettano il fatto eclatante per muoversi. La cattiva è che, anche quando ciascuno fa la propria parte, a volte non basta.

Ora proviamo a guardare con questa lente il modo in cui reagiamo quando una generazione irrompe sulla scena pubblica. Quasi mai la risposta rafforza uno dei tre vertici. La famiglia, spesso il vertice più fragile, viene colpevolizzata. Sul territorio si mandano militari senza formazione nella gestione dell’ordine pubblico, invece di educatori, assistenti sociali o presidi culturali. La risposta repressiva è necessaria quando vengono commessi reati. Ma dovrebbe essere l’extrema ratio e, in ogni caso, va letta per quello che è: la certificazione di un fallimento. Quando diventa la prima risposta, è come se quel fallimento lo certificassimo in anticipo.

No imputation without representation
C’è poi un paradosso che il decreto rende evidente. Per lo Stato un quattordicenne che commette un reato è presunto maturo quanto un adulto, e come un adulto può essere fermato anche prima di commetterlo. Ma non è abbastanza maturo da partecipare alla scelta di chi fa le leggi.

Gli chiediamo responsabilità e non gli diamo potere. I coloni americani, davanti a un Parlamento che li tassava senza farli votare, risposero: «no taxation without representation», dando vita a una delle grandi rivoluzioni liberali della storia moderna, la prima a concludersi con una repubblica fondata su una costituzione scritta. Due secoli e mezzo dopo, potremmo applicare un principio simile: «no imputation without representation».

Iniziamo a riflettere su come eliminare dall’articolo 48 della Costituzione il requisito della maggiore età per votare. Non ripeto qui l’argomentazione che ho fatto in questo saggio. Mi limito a osservare che il modo strutturale per smettere di legiferare contro l’interesse dei più giovani è dare loro il voto, perché ignorarli diventi più costoso. Con due vantaggi ulteriori: chi può votare non pensa che spaccare tutto sia l’unico modo per farsi sentire; e la responsabilità non si insegna per decreto, si impara esercitandola.

Fare gli adulti
Rubo a Francesco Costa una domanda, anch’essa ispirata dai disordini di Milano, Bologna e Torino: gli adulti possono fare gli adulti? È la domanda giusta. Fare gli adulti non significa pontificare, né rispondere a una vetrina rotta con un nuovo reato. Significa fare in modo che i tre vertici del triangolo educativo funzionino e si sostengano, perché dove uno cede possano arrivare gli altri. E significa accettare di condividere un po’ di potere con chi erediterà le conseguenze delle nostre scelte.

Altrimenti la prossima volta torneremo a stupirci dell’età di chi è in piazza, a cercare un colpevole nella scuola o nelle famiglie e a scrivere un altro decreto. E i ragazzi avranno avuto ancora una volta la conferma di ciò che già pensano: che di loro ci occupiamo solo quando fanno notizia.

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Case popolari agli stranieri, i giudici europei dovranno esprimersi su un tema decisivo

La Corte costituzionale con una sentenza, del 22 ottobre 2026, chiede ai giudici Ue di chiarire se l’Italia possa subordinare l’accesso degli stranieri agli alloggi pubblici al requisito del lavoro. Sotto esame anche i punteggi legati alla lunga residenza in Piemonte. Si può escludere dalle case popolari uno straniero regolarmente soggiornante perché non ha un lavoro? E può farlo l’Italia senza aver previsto in modo esplicito questa limitazione nella legge con cui ha recepito le regole europee? La Corte costituzionale porta la questione davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea, aprendo un passaggio decisivo sul rapporto tra diritto alla casa, parità di trattamento e condizioni imposte ai cittadini extracomunitari.

Con l’ordinanza n. 175, depositata il 22 ottobre, la Consulta ha disposto un rinvio pregiudiziale ai giudici di Lussemburgo e sospeso il giudizio. Non si tratta, dunque, di una bocciatura definitiva delle norme italiane, ma di una richiesta di chiarimento da cui dipenderà la valutazione della loro legittimità.

La controversia nasce davanti al Tribunale di Torino e coinvolge l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), un cittadino straniero, la Cgil Piemonte e i sindacati degli inquilini Sunia e Sicet, contrapposti alla Regione Piemonte e all’Agenzia territoriale per la casa del Piemonte centrale. Nel mirino ci sono le regole regionali introdotte nel 2024: per accedere all’edilizia residenziale pubblica, i cittadini non appartenenti all’Unione europea devono avere un permesso di soggiorno di almeno due anni e svolgere regolarmente un’attività lavorativa subordinata o autonoma. Un requisito che rischia di escludere proprio chi, non avendo un reddito da lavoro, si trova in una condizione di maggiore difficoltà economica e abitativa.

Il nodo è europeo. La direttiva 2011/98 riconosce la parità di trattamento, in determinati ambiti, ai cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti. Prevede però anche la possibilità per gli Stati membri di limitare l’accesso all’assistenza abitativa agli stranieri che svolgono un’attività lavorativa. La domanda è se l’Italia abbia esercitato validamente questa facoltà.

Il requisito del lavoro era già contenuto nel Testo unico sull’immigrazione del 1998 ed è stato mantenuto dopo le modifiche del 2002. Nel 2014, quando l’Italia ha recepito la direttiva europea, la disposizione non è stata cambiata. La relazione illustrativa e gli atti preparatori indicavano la compatibilità della norma con il diritto Ue, ma il testo legislativo non contiene un’esplicita dichiarazione di deroga. La Consulta chiede quindi alla Corte di giustizia se bastino le intenzioni ricavabili dai lavori preparatori oppure se la scelta di limitare la parità di trattamento debba essere scritta chiaramente nella legge.

Nel procedimento torinese è contestato anche il sistema piemontese che attribuisce punteggi aggiuntivi in base a 15, 20 o 25 anni di residenza continuativa nella regione. Secondo il giudice rimettente, premiare una permanenza così lunga potrebbe penalizzare chi ha un bisogno abitativo più urgente, senza un legame diretto con la reale necessità di ottenere un alloggio.

La partita resta aperta: la Consulta non ha ancora stabilito se le disposizioni siano illegittime. Prima dovrà arrivare la risposta dell’Europa. Con l’ordinanza n. 176, anche un giudizio costituzionale collegato è stato rinviato a nuovo ruolo.

In ultimo segnalo come la questione sollevata dalla Corte Costituzionale abbia un impatto più ampio in quanto la questione degli anni di residenza coinvolge anche i migranti interni e in alcuni comuni e regioni viene negata la partecipazione ai bandi per case popolari a chi non ha redditi. Sarà interessante capire l’orientamento dei giudici europei.

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A Baku l’hijab respinto nelle scuole diventa un’arma a doppio taglio per Teheran. E le ragazze rischiano di essere ridotte a simboli di una contesa

Il 21 settembre il governo di Baku ha modificato le norme sull’abbigliamento nelle scuole pubbliche, vietando capi considerati incompatibili con l’uniformità delle divise o con il “carattere laico dell’istruzione di Stato”. Il testo non proibirebbe esplicitamente l’hijab, ma dall’inizio di ottobre alcune studentesse e insegnanti velate si sono viste negare l’accesso alle aule. La reazione non si è fatta attendere: proteste, boicottaggi delle lezioni e almeno 37 fermi annunciati dal ministero dell’Interno azero lo scorso 12 ottobre. In un Paese a maggioranza musulmana e prevalentemente sciita, il provvedimento ha riaperto una questione che va ben oltre il codice di abbigliamento scolastico, nonché oltre gli stessi confini azeri.

Per Teheran, questo sviluppo in un paese vicino – in Iran è anche presente una massiccia minoranza azera, soprattutto nella regione di confine dell’Azerbaijan occidentale, e nel suo capoluogo Tabriz – presenta insieme un’opportunità ed un rischio.

Gli ambienti ultra conservatori iraniani hanno infatti colto l’occasione per denunciare quella che descrivono come “un’aggressione all’identità islamica” del Paese vicino. Il religioso Mohammad Javad Fazel Lankarani ha condannato le nuove restrizioni, mentre esponenti politici e quotidiani conservatori hanno evocato pressioni occidentali ed in particolare il ruolo di Israele. Il giornale Kayhan, il cui direttore viene nominato direttamente dalla Guida Suprema, ha sostenuto che le misure adottate a Baku risponderebbero ad una logica imposta da Tel Aviv, con cui esiste una profonda cooperazione anche sul piano militare – laddove Teheran, in modo apparentemente controintuitivo, sostiene da tempo l’Armenia, paese a maggioranza cristiana, che a sua volta ha una massiccia minoranza in Iran.

È una lettura che riflette una preoccupazione geopolitica autentica, ma anche una convenienza interna. Per la Repubblica islamica questo legame israelo-azero costituisce da tempo un motivo di allarme. Presentare le restrizioni sul velo come il prodotto di un’agenda israeliana consente ai conservatori iraniani di saldare due battaglie: quella per la centralità della religione nella società e quella contro l’influenza strategica di Israele nel Caucaso meridionale.

Eppure, è proprio in questa dimensione che emerge la contraddizione più difficile da aggirare. In Iran, il velo obbligatorio è diventato uno dei simboli della coercizione esercitata dallo Stato sulla vita privata. Sin dalle proteste in seguito alla morte di Mahsa Amini, e alla nascita del movimento “Donna, vita, libertà” nel 2022, nonostante la legge non sia stata ufficialmente abolita, in molte aree urbane dell’Iran le donne senza velo sono diventate quasi la normalità, mentre le autorità oscillano tra periodi di tolleranza e nuove campagne repressive.

È in questo contesto che la vicenda azera può trasformarsi in uno scomodo specchio per Teheran. In questo senso, il quotidiano riformista Mardomsalari ha sottolineato l’ironia di quanti, in Iran, hanno a lungo sostenuto che la legge debba essere rispettata anche quando impone il velo, e ora si ritrovano ad invocare il diritto delle studentesse azere a indossarlo, contro la stessa legge azera. Sui social, decine di attivisti e commentatori – come Golshan Fathi o Moosa Hasanvand – hanno spinto il ragionamento anche oltre, verso una posizione in fin dei conti logica e di buonsenso: obbligare una donna a velarsi e costringerla a togliersi il velo sono due forme diverse della stessa ingerenza.

Si contesta alla radice l’idea che lo Stato possa decidere quale abbigliamento sia legittimo per una donna, sia quando giustifica la propria scelta in nome della laicità, sia quando lo fa in nome della religione. La libertà di scelta, in questa prospettiva, non appartiene né ai sostenitori del velo né ai suoi oppositori: appartiene a chi lo indossa o lo rifiuta.

Il dibattito assume così una dimensione politica e filosofica: i conservatori iraniani possono denunciare la discriminazione religiosa in Azerbaigian ma così facendo rischiano di rafforzare involontariamente le argomentazioni di chi, in patria, chiede di porre fine all’obbligo del velo nei luoghi pubblici. Perché se il problema è il diritto delle ragazze azere a frequentare la scuola indipendentemente dal velo, diventa più difficile sostenere che lo Stato iraniano possa punire le donne iraniane che non vorrebbero indossarlo.

Sul piano diplomatico, Teheran sembra anche consapevole dei rischi. L’ambasciata iraniana a Baku ha respinto le accuse di interferenza nella controversia, dopo che un’organizzazione azera aveva denunciato presunte campagne straniere contro la nuova legge del Paese. Il 20 ottobre il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha auspicato una soluzione fondata sul dialogo, sul rispetto dei diritti fondamentali e sulla comprensione reciproca, insistendo sui legami storici tra i due popoli.

Una cautela non casuale. Iran e Azerbaigian condividono una storia, una frontiera e una maggioranza religiosa sciita ma come accennato le loro relazioni sono attraversate da rivalità strategiche. Teheran guarda con sospetto alla cooperazione azera con Israele e teme che il rafforzamento di Baku alteri gli equilibri regionali. L’Azerbaigian, dal canto suo, difende la propria sovranità e respinge le ingerenze esterne. Il velo offre ora a entrambi un nuovo motivo di attrito, perché trasforma una disputa interna azera in una questione di identità religiosa e legittimità politica. Alcune importanti personalità iraniane, come Ali Akbar Velayati, si sono spinte fino a mettere in dubbio l’opportunità che Baku ospiti il prossimo anno il prossimo summit del Consiglio di Cooperazione islamica.

È improbabile, tuttavia, che da sola la controversia provochi una rottura diplomatica. Più concreto, invece, il rischio che le ragazze escluse dalle aule finiscano per essere ridotte a simboli in una contesa che non hanno scelto.

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Il paradosso dei maschi alfa: perché scegliamo chi vuole dominarci?

di Nicolantonio Agostini

Il candidato democratico al Senato degli Stati Uniti Abdul El-Sayed ha definito il suo avversario repubblicano Mike Rogers un “maschio beta”, accusandolo di sottomettersi a Donald Trump, il presunto “maschio alfa”. Una dichiarazione che mostra quanto il linguaggio della dominanza maschile sia penetrato nella politica americana, anche tra chi si oppone al trumpismo.

Eppure, la storia evolutiva umana racconta qualcosa di diverso. Se proprio vogliamo utilizzare la distinzione tra alfa e beta, questi ultimi non dovrebbero essere identificati con individui remissivi e subordinati, ma con coloro che rifiutano tanto di sottomettersi quanto di sottomettere gli altri. Individui che privilegiano cooperazione, empatia e mediazione rispetto alla competizione per il dominio. Sono proprio queste caratteristiche ad aver svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della socialità umana. Come ho già ricordato in precedenti articoli su questo blog, dedicati al patriarcato e al culto del testosterone, per gran parte della propria storia Homo sapiens ha vissuto in gruppi di cacciatori-raccoglitori relativamente egualitari. La cooperazione e il controllo collettivo delle ambizioni individuali limitavano la concentrazione del potere; l’autorevolezza dipendeva frequentemente dall’esperienza, dalla generosità e dalla capacità di ottenere consenso.

La rivoluzione agricola contribuì a modificare questi equilibri. Sedentarizzazione, accumulazione delle risorse e stratificazione sociale favorirono gerarchie più stabili e forme di potere coercitivo. Ma potrebbe essersi verificata un’altra trasformazione: non furono avvantaggiati soltanto gli individui capaci di imporsi, bensì, in certe condizioni, anche quelli più inclini ad accettare la subordinazione, a scapito di coloro che rifiutavano entrambe le condizioni.

Quando contestare l’autorità comportava punizioni, esclusione o morte, una maggiore propensione all’obbedienza poteva favorire la sopravvivenza e forse il successo riproduttivo. Poiché alcune predisposizioni psicologiche connesse all’autoritarismo e alla deferenza mostrano una componente ereditaria, è possibile ipotizzare che le nuove strutture sociali abbiano modificato anche le pressioni selettive sulle popolazioni umane. Sarebbe un caso di coevoluzione tra geni e cultura: i cambiamenti sociali avrebbero influenzato non solo i comportamenti appresi, ma potenzialmente anche l’evoluzione biologica.

Nelle democrazie contemporanee emerge così un paradosso: il consenso che nelle società relativamente egualitarie poteva contenere le ambizioni dei dominatori oggi può legittimare leader che esaltano forza e potere personale. Naturalmente votare per un leader deciso non significa necessariamente sottomettersi: possono contare interessi, convinzioni e giudizi sulle politiche proposte. Tuttavia, in condizioni di insicurezza economica e sociale, affidarsi a una figura percepita come forte può offrire una scorciatoia cognitiva: risposte semplici a problemi complessi e una promessa di protezione. Il punto non è dunque soltanto l’ambizione dei cosiddetti alfa, ma anche l’attrazione che esercitano. E quando chi li contrasta ne adotta il linguaggio, rischia di rafforzarne il modello.

La lezione evolutiva non è che debbano governare i più remissivi. È che la capacità di cooperare e limitare il dominio individuale ha avuto un ruolo decisivo nella nostra storia. La sfida democratica non è scegliere un alfa cui obbedire, ma costruire istituzioni nelle quali nessuno possa governare come un alfa incontrastato.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Il paradosso dei maschi alfa: perché scegliamo chi vuole dominarci?

di Nicolantonio Agostini

Il candidato democratico al Senato degli Stati Uniti Abdul El-Sayed ha definito il suo avversario repubblicano Mike Rogers un “maschio beta”, accusandolo di sottomettersi a Donald Trump, il presunto “maschio alfa”. Una dichiarazione che mostra quanto il linguaggio della dominanza maschile sia penetrato nella politica americana, anche tra chi si oppone al trumpismo.

Eppure, la storia evolutiva umana racconta qualcosa di diverso. Se proprio vogliamo utilizzare la distinzione tra alfa e beta, questi ultimi non dovrebbero essere identificati con individui remissivi e subordinati, ma con coloro che rifiutano tanto di sottomettersi quanto di sottomettere gli altri. Individui che privilegiano cooperazione, empatia e mediazione rispetto alla competizione per il dominio. Sono proprio queste caratteristiche ad aver svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della socialità umana. Come ho già ricordato in precedenti articoli su questo blog, dedicati al patriarcato e al culto del testosterone, per gran parte della propria storia Homo sapiens ha vissuto in gruppi di cacciatori-raccoglitori relativamente egualitari. La cooperazione e il controllo collettivo delle ambizioni individuali limitavano la concentrazione del potere; l’autorevolezza dipendeva frequentemente dall’esperienza, dalla generosità e dalla capacità di ottenere consenso.

La rivoluzione agricola contribuì a modificare questi equilibri. Sedentarizzazione, accumulazione delle risorse e stratificazione sociale favorirono gerarchie più stabili e forme di potere coercitivo. Ma potrebbe essersi verificata un’altra trasformazione: non furono avvantaggiati soltanto gli individui capaci di imporsi, bensì, in certe condizioni, anche quelli più inclini ad accettare la subordinazione, a scapito di coloro che rifiutavano entrambe le condizioni.

Quando contestare l’autorità comportava punizioni, esclusione o morte, una maggiore propensione all’obbedienza poteva favorire la sopravvivenza e forse il successo riproduttivo. Poiché alcune predisposizioni psicologiche connesse all’autoritarismo e alla deferenza mostrano una componente ereditaria, è possibile ipotizzare che le nuove strutture sociali abbiano modificato anche le pressioni selettive sulle popolazioni umane. Sarebbe un caso di coevoluzione tra geni e cultura: i cambiamenti sociali avrebbero influenzato non solo i comportamenti appresi, ma potenzialmente anche l’evoluzione biologica.

Nelle democrazie contemporanee emerge così un paradosso: il consenso che nelle società relativamente egualitarie poteva contenere le ambizioni dei dominatori oggi può legittimare leader che esaltano forza e potere personale. Naturalmente votare per un leader deciso non significa necessariamente sottomettersi: possono contare interessi, convinzioni e giudizi sulle politiche proposte. Tuttavia, in condizioni di insicurezza economica e sociale, affidarsi a una figura percepita come forte può offrire una scorciatoia cognitiva: risposte semplici a problemi complessi e una promessa di protezione. Il punto non è dunque soltanto l’ambizione dei cosiddetti alfa, ma anche l’attrazione che esercitano. E quando chi li contrasta ne adotta il linguaggio, rischia di rafforzarne il modello.

La lezione evolutiva non è che debbano governare i più remissivi. È che la capacità di cooperare e limitare il dominio individuale ha avuto un ruolo decisivo nella nostra storia. La sfida democratica non è scegliere un alfa cui obbedire, ma costruire istituzioni nelle quali nessuno possa governare come un alfa incontrastato.

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