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“Boia chi molla”, foto di Mussolini e fasci littori: in Lombardia le cene per la marcia su Roma. A Milano esponenti di FdI, Lega e Futuro nazionale

Quattro cene, in Lombardia, per ricordare la marcia su Roma. Centinaia di nostalgici, tra cui alcuni esponenti politici locali, hanno voluto celebrare i giorni in cui le Camicie nere entrarono a Roma e quando, proprio il 28 ottobre del ’22, il governo Facta si dimise, aprendo la strada a Benito Mussolini grazie al diniego di Vittorio Emanuele III alla richiesta di firmare lo stato d’assedio. Quattro appuntamenti diversi, dunque: uno alle porte di Milano, a Zibido San Giacomo, uno a Pavia, uno a Brescia e uno a Salò con oltre 300 persone.

Camicie nere, sì, motti neofascisti come “boia chi molla”, cori, e poi lungo le pareti l’effigie del Duce, i fasci littori, l’aquila sul Tricolore. Nella trattoria Isola Fiorita, a due passi dal capoluogo lombardo, circa cento persone si sono ritrovate per festeggiare l’anniversario della data che ha permesso a Mussolini di arrivare al governo. Dietro l’organizzazione, ambienti di Futuro nazionale. In particolare il comitato 421 di Milano, il cui referente è l’avvocato Renato Maturo, già collaboratore di Ignazio La Russa, e lo storico esponente della destra sociale Roberto Jonghi Lavarini. Maturo, nei giorni scorsi, ha incontrato informalmente il candidato in pectore di Forza Italia a Milano, il sottosegretario Matteo Perego di Cremnago. E prima ancora il numero due di FnV, Massimiliano Simoni. Presenti, alla cena, anche alcuni esponenti locali di Fratelli d’Italia e Lega.

Da quanto apprende ilFattoQuotidiano.it, a mettere in piedi l’incontro pavese è stato Marcello Olivari, che risulta essere referente del comitato di Futuro nazionale di Codevilla, nonché esponente dell’area più ortodossa del partito (vale a dire, più a destra). Dietro la cena di Brescia, invece, ci sarebbe il dirigente di FnV Gianfranco Chiari, già fondatore dell’associazione Il Nord per Vannacci e, peraltro, vittima nei giorni scorsi di un’aggressione all’interno di un ristorante.

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Lite tra vannacciani a Vicenza, si dimette il direttivo di Thiene: “Ci hanno imposto il candidato sindaco”. Joe Formaggio: “Volevano un posto alle Comunali”

Un referente vicentino del partito di Vannacci lascia in polemica e tuona: “Futuro nazionale è un partito come gli altri. Parlano tanto di meritocrazia, poi nei coordinamenti locali mettono vecchi politici usciti da altri partiti. Dove sta la meritocrazia? Lì dentro c’è sudditanza, non c’è militanza”. Se lo dice un oppositore, è un conto. Se a dirlo è un ex fedelissimo di Vannacci, che si è speso per portare tesserati e volti nuovi nel movimento, è un altro discorso. Enrico Santini, 46 anni, ha lasciato il ruolo di referente del Comitato costituente 683 a Thiene, in provincia di Vicenza, 24mila abitanti (e 200 tesserati in pochi mesi): assieme a lui, si sono dimessi tutti gli altri cinque membri del direttivo thienese e anche qualche sostenitore ha lasciato la tessera.

Il motivo? “I vertici regionali ci avevano promesso una certa autonomia in vista delle elezioni amministrative del prossimo anno – dice Santini a ilFattoQuotidiano.it – ora invece ci hanno imposto il candidato sindaco, ordinandoci di scegliere un tesserato del partito, anziché una figura vicina alle istanze del territorio. Per me, essere uomo di destra vuol dire anche rispettare gli impegni presi: non lo hanno fatto. Noi ci siamo dimessi e non siamo gli unici”. Di recente, il partito dell’ex generale ha salutato alcuni dirigenti a Matera, Asti, Lecco, Pescara e in Calabria. Ora succede a Thiene, tra i comuni più importanti del Vicentino chiamati al voto nel 2027.

Santini è dispiaciuto. Da sempre a destra, ex di Forza Nuova (“quando ero giovane, poi sono cresciuto” spiega), era convinto di aver trovato il suo spazio politico in FnV. “C’era tanto entusiasmo, ora c’è tanta delusione – continua – i primi dubbi sono arrivati quando ho visto le nomine dei coordinamenti provinciali, sono politici usciti da altri partiti: a Vicenza Joe Formaggio da Fratelli d’Italia, a Verona Stefano Valdegamberi dalla Lega, a Treviso Mariangelo Foggiato sempre dalla Lega, in Friuli l’ex leghista Gianangelo Bof”. Secondo il fuoriuscito, la logica sarebbe chiara. “Il partito prevale sul paese. Io invece penso solo alla mia città. L’abilità politica non si misura sull’obbedienza a un diktat”.

Così punta il dito contro Formaggio, volto noto della destra vicentina, ex consigliere regionale in Veneto con FdI. “Non abbiamo avuto interlocuzioni con lui, lo abbiamo invitato a una nostra iniziativa e non si è presentato. Ora andrà nei banchetti in cui gli dicono ‘sissignore’. Si è fatto vivo solo nei giorni della spaccatura”. Lo stesso Formaggio ha risposto sui social dicendo che Santini e gli altri membri del direttivo thienese cercavano un posto sicuro alle prossime comunali. Quindi si sarebbero fatti da parte per ripicca? “Lui mi attacca, ma sta girando la frittata” dice Santini. “Loro vanno in cerca di poltrone. Se fossi stato zitto e avessi detto sempre di sì, forse avrei trovato qualche carica”.

Formaggio ha replicato con un comunicato stampa: “Prendiamo atto e ringraziamo del lavoro svolto i quattro del direttivo del comitato costituente 683 e auguriamo loro buona continuazione da civici. Vogliamo ricordare che FnV non è un partito che serve per ambizioni personali e accordi prematuri sotto banco. Non ci risulta ci siano problemi con i tesserati di Thiene la cui maggioranza non è nemmeno iscritta al comitato 683. Nei prossimi giorni si procederà a creare e a strutturare il Circolo cittadino che sarà delegato a valutare il meglio sia per le comunali del 2027 che per la politica del territorio”. E infine: “In questi giorni stiamo incontrando imprenditori, professionisti e nuovi iscritti che non si erano avvicinati a FnV per la non sintonia con i quattro. Infine FnV sarà pronto a dare il suo contributo per le Comunali del ’27 . Di chi non c’è si è sempre fatto a meno”.

L’ex referente di Fnv conclude con una nota amara. “Io mi aspettavo gente nuova a condurre la nave, non l’ho trovata. Dispiace per tutto l’impegno che io e il direttivo ci abbiamo messo, ma siamo convinti che in una piccola città debbano prevalere le logiche di quel paese, non del partito”. Così, si è rotto qualcosa con i vertici provinciali. “Da un partito di vera destra mi sarei aspettato onestà, coerenza e rispetto per la parola data: in Futuro nazionale non è stato così”.

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Giovani troppe ore sui social? La ricetta di Futuro nazionale: “Mandiamoli a lavorare a 13 anni”

La vera emergenza è sotto i nostri occhi. Vale a dire “l’invasione che sta alimentando insicurezza, violenza e disordini nelle nostre città”. Ed ecco che, appena dopo che i riflettori dei media si sono spostati sui giovani che hanno protestato in tutta Italia, arriva la proposta di Futuro nazionale: mandare a lavorare i 13enni.

A depositare il progetto di legge è il consigliere regionale vannacciano in Veneto, Stefano Valdegamberi, che prima se la prende col governo (“un esecutivo incapace di fermare qualche centinaio di maranza dovrebbe fare mea culpa, anziché cercare giustificazioni a Mosca”), poi mette nero su bianco il vecchio adagio “chi fatica in giovinezza, gode i frutti in vecchiezza”. E allora “invece di trascorrere tante ore sui social, i ragazzi dovrebbero avere anche la possibilità di dedicare qualche ora alla settimana a un’attività concreta, imparando il valore dell’impegno, della puntualità e della responsabilità”. E via di esempi: “Riordinare gli scaffali di un supermercato, sistemare i vestiti in un negozio o svolgere semplici mansioni in una pizzeria sono esperienze che aiutano a crescere”.

La proposta di legge riguarda i giovani dai 13 ai 16 anni: regolare contratto, massimo otto ore alla settimana, consenso dei genitori e “mansioni leggere e sicure” che “non compromettano la scuola e il riposo”. Per Valdegamberi così “non si obbliga nessuno a lavorare, vogliamo dare ai giovani un’opportunità in più. Proteggere i minori significa impedire lo sfruttamento, non privarli della possibilità di fare esperienze formative. Otto ore alla settimana possono insegnare molto: il valore dei soldi, il rispetto per il lavoro e la soddisfazione di conquistarsi qualcosa con le proprie capacità”.

Va ricordato che la cosiddetta alternanza scuola-lavoro esiste già (ora Formazione scuola-lavoro) e riguarda tutti gli istituti scolastici, dai licei ai professionali, dalle classi terze in avanti. “Non vogliamo favorire lo sfruttamento, il lavoro nero o situazioni incompatibili con l’età” spiega Valdegamberi. “Vogliamo esattamente il contrario: regole chiare, rapporti di lavoro trasparenti e controlli efficaci, affinché queste esperienze possano svolgersi legalmente e diventare occasioni di crescita”. Secondo il consigliere regionale veneto è necessario recuperare “una cultura dell’impegno, del merito e della concretezza, aiutando i giovani a comprendere il rapporto tra lavoro, guadagno e responsabilità individuale”.

Valdegamberi, lo scorso aprile, aveva depositato la legge che vincola la collaborazione dei genitori – nei casi in cui i figli commettano reati – all’erogazione o meno di “benefici e provvidenze economiche regionali”. Un provvedimento ripreso a settembre da un senatore di FdI, Matteo Gelmetti, che ne ha fatto un disegno di legge: “Più che Fratelli d’Italia, sono ‘copioni d’Italia’” aveva commentato Valdegamberi.

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I vannacciani si ritrovano in un convento napoletano. I religiosi si dissociano: “Il Vangelo si fonda sull’accoglienza dello straniero”

A Napoli le porte del convento si aprono alla politica, ma non per questo i padroni di casa ne condividono le idee. Tutt’altro. Nel Rione Sanità, il Complesso Monumentale Vincenziano ospita l’iniziativa di Futuro nazionale, eppure i missionari hanno voluto mettere nero su bianco, preventivamente, che concedere una sala non significa sottoscrivere le posizioni degli ospiti. A riportare la notizia è Repubblica Napoli.

L’appuntamento, intitolato “Destra Sociale per Futuro Nazionale”, ha come ospite Gianni Alemanno, già sindaco di Roma, che lo scorso maggio ha accompagnato l’ingresso di Indipendenza nella formazione di Vannacci. Ad accoglierlo ci sono i referenti campani del partito: Enzo Perez, Mimmo De Mattia, il coordinatore provinciale Ciro Borriello e quello regionale Lello Di Capua.

Alla vigilia della riunione, i missionari vincenziani hanno diffuso una nota per spiegare che la disponibilità degli ambienti rientra nella consueta apertura a iniziative culturali, civiche e associative. Tuttavia non c’è alcun sostegno politico né un avallo alle idee dei partecipanti, dal momento che i missionari escludono di poter essere associati a messaggi o proposte incompatibili con il Vangelo e con la dottrina sociale della Chiesa. Richiamano quindi l’eredità di San Vincenzo de’ Paoli: “Il nostro impegno sociale nasce dal Vangelo, non da un’appartenenza ideologica”, scrivono, indicando nell’accoglienza di migranti e stranieri, nella tutela della dignità di ogni persona e nell’aiuto ai più vulnerabili i principi della propria attività. Il passaggio finale è altrettanto esplicito: ogni impostazione che divida le persone o stabilisca chi meriti di essere accolto, sostengono, è incompatibile con la loro idea di carità.

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“Adda venì Vannacci”: chi è davvero il generale e perché una parte d’Italia lo aspetta? Dalla carriera militare alla Lega, il nuovo libro di Francesco Bonazzi indaga il fenomeno politico – L’estratto

È in uscita il 27 ottobre per l’editore Aliberti Adda venì Vannacci. Chi è davvero il Generale e perché una parte d’Italia lo aspetta del giornalista Francesco Bonazzi. Dalla carriera militare ai rapporti con la Lega fino alla nascita di Futuro Nazionale, l’autore passa al vaglio le posizioni di Roberto Vannacci su sicurezza, famiglia, lavoro, immigrazione, Europa. In un ritratto tagliente e a tratti impietoso, in cui non si concedono scorciatoie nemmeno ai suoi avversari, mette alla prova quella promessa di buonsenso che attraversa i suoi discorsi. Per capirlo, sostiene Bonazzi, dargli del fascista non basta. Bisogna leggere ciò che scrive, osservare come si muove e guardare ai vuoti lasciati dalla politica che vorrebbe fermarlo. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, un estratto del volume:

Il dividendo dell’incertezza

Il fenomeno FN non è il trionfo della destra identitaria e non è neppure portatore di una qualche identità, come si cerca di far credere. V si piazza a gambe divaricate, sia fisicamente che idealmente, al centro di mille paure fomentate negli anni e indica un nuovo percorso politico e di conquista del potere alla nuova destra nazionalista e xenofoba. La destra di FN è orgogliosa, muscolare, giovane, senza grossi scheletri negli armadi e si rivende come la destra autentica e senza filtro che scaccia la falsa destra accomodante e imborghesita. V è la moneta cattiva che tenta di scacciare la moneta buona, come nella legge di Gresham.

O, se si vuole essere più brutali, come la nuova agenzia di vigilanza che viene ingaggiata dopo che quella presente non ha “performato” in modo adeguato.

In tutti questi mesi V ha tentato di accreditarsi sul mercato dell’offerta politica come la risposta baldanzosa e movimentista, a tratti persino spiritosa e futurista, alla destra grigia di Giovambattista Fazzolari, alla destra familista di Arianna Meloni e Francesco Lollobrigida, alla destra nepotista di Ignazio La Russa, alla destra inefficiente e tromboneggiante di Adolfo Urso, alla destra delle circolari torve e vagamente inquisitorie del ministro Giuseppe Valditara e a quella dandy e leggiadra di Alessandro Giuli.

V è la naturale evoluzione del generale Francesco Paolo Figliuolo, l’eroe della campagna vaccinale, che tutto può e tutto risolve in un delirio di paure inedite e tecnocrazie in divisa, innescato da una classe politica inetta e che non vuole assumersi delle responsabilità che teme essere impopolari.

V è la prosecuzione sui social media del mitico onorevole Giuseppe Tritoni di Vogliamo i colonnelli, impersonato da Ugo Tognazzi. Più che un’identità, la sua destra è un eterno ritorno, una reincarnazione dell’uomo forte, perfetto per un popolo che forse è stato più mussoliniano che realmente fascista. Un popolo che oggi è in una certa misura già pronto a diventare vannacciano.

V pilota con fiero cipiglio questa nuova destra che si proclama efficiente e identitaria, ha gli stivaloni ben piantati nella tradizione italica più retorica e autocompiaciuta,

ma fonda il suo sistema di valori su una categoria farlocca come il concetto di identità e su un’elaborazione teorica debole o inesistente. Questa famosa identità esiste? Non esiste? Alla fine poco importa. Tanto serve solo a escludere.

L’identità e la sua estrema difesa diventano la giustificazione di ogni deriva securitaria, di ogni xenofobia, di ogni pulsione razzista e della fatidica remigrazione.

Senza la bandierina della «nostra identità» restano sul campo, nudi e impresentabili come il culo della scimmia, razzismo, discriminazioni e gli abusi di potere in divisa dell’ICE (Immigration and customs enforcement). Alla fine, come recita uno slogan di chi si è opposto alla polizia speciale di Trump «Police everywhere, justice nowhere» («polizia ovunque, giustizia da nessuna parte»). Vogliamo arrivarci anche in Italia?

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