Mbappé dittatore, e la suscettibilità della Cina

A Kylian Mbappé non serve il pallone d’oro, gli basta esercitare il suo potere illimitato. Dopotutto, a un dittatore basta comandare. Solo questo e nient’altro. E Mbappé è un leader intransigente, un autocrate senza scrupoli. O meglio, questo è quello che dicono i social, in quell’abisso oscuro che è lo humor dei tifosi di calcio nel 2026.
Da qualche giorno circola online un filmato tratto da un talk show francese. A Mbappé viene chiesto quale meme che lo ritrae lo faccia ridere di più, e lui risponde: «Quando hanno fatto un video di un tizio – credo fosse un dittatore cinese – e hanno messo la mia…», per poi indicarsi il volto. Il dittatore cinese in questione è proprio Mao Zedong, non ci si può sbagliare.
In Cina non l’hanno presa benissimo. Tre grandi aziende hanno interrotto le collaborazioni con il calciatore e la televisione di Stato ha sospeso la trasmissione delle partite della Liga, oltre a eliminare le pubblicità con il francese. L’hashtag sulla rottura con Dongpeng, azienda di bevande energetiche, è diventato il tema più discusso su Weibo. Anche perché durante i Mondiali della scorsa estate, Mbappé pubblicizzava le bevande in ogni modo possibile in Cina, anche con immagini generate dall’intelligenza artificiale.
Dongpeng ha annunciato la «tolleranza zero» verso i comportamenti che offendono i sentimenti nazionali. Mengniu e Shanghai Milkground, due aziende del settore lattiero-caseario, hanno dichiarato di interrompere «con effetto immediato» ogni collaborazione. Le dichiarazioni di Mbappé sono state condannate anche dalla Federazione calcistica cinese (Cfa), che ha detto di aver «immediatamente intrapreso azioni diplomatiche decise nei confronti del Real Madrid», chiedendo al club delle scuse formali e pubbliche.
Scuse che sono arrivate, formali e pubbliche. «Il Real Madrid desidera esprimere le sue scuse al popolo cinese per il disagio che possa essere stato causato dalle parole del nostro giocatore Kylian Mbappé», si legge in una nota ufficiale della società da cui traspare una riverenza esasperata. «Il nostro club ha un profondo rispetto per la Cina, la sua storia, la sua cultura e i suoi cittadini, così come per i milioni di tifosi cinesi che provano affetto e ammirazione per il Real Madrid».
Perfino il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha parlato di un «rifiuto unanime» per parole che feriscono il popolo cinese.
Su Mao non si scherza. Mbappé l’ha imparato a sue spese, letteralmente. E infatti si è scusato per una frase detta con troppa leggerezza: «Durante una recente intervista, ho reagito a un’immagine di me stesso. Il mio commento è stato inopportuno e ora capisco che ha ferito molte persone in Cina e nelle comunità cinesi di tutto il mondo. Chiedo scusa a tutti coloro che sono rimasti turbati dalle mie parole». Ha aggiunto di nutrire «profondo rispetto» per il popolo cinese e la sua storia.
Si è scusato anche Javier Tebas, presidente della Liga, preoccupato che le parole del calciatore danneggino il rapporto con la Cina e «gli oltre venti club» dei campionati professionistici spagnoli. In controluce, più che il danno morale, si legge il terrore per gli interessi economici in gioco.
🚨🇨🇳 NEW: Kylian Mbappé has been dropped by multiple Chinese brands following comments he allegedly made about Chairman Mao
Mbappe told a French talk show images of his face superimposed onto Mao make him “laugh the most” pic.twitter.com/qNGS4LwKdb
— Politics Global (@PolitlcsGlobal) October 27, 2026
Riprendendo un tweet di Sid Lowe, giornalista del Guardian che segue da anni la Liga spagnola, bisognerebbe chiedersi per che cosa si sta scusando esattamente Mbappé? Ha risposto con noncuranza a una domanda scema, parlando di un meme su di lui. Si può discutere del buon gusto della battuta, certo, ma non c’è stato nessun attacco al popolo cinese, nessuna provocazione politica, nessuna campagna contro la Cina. E soprattutto, nessuno ha davvero interesse a far saltare contratti multimilionari per una frase del genere. Non le aziende che investono sul mercato cinese, non la Liga che vende le proprie partite, non i partner commerciali che da questi rapporti ricavano denaro. Eppure tutti si affrettano a scusarsi, condannare, prendere le distanze, come se il rischio maggiore fosse non dimostrare abbastanza indignazione. Davvero si teme l’effetto domino che parte dal battito d’ali di una farfalla sul Twitter Calcio e diventa un caso diplomatico tra il Real Madrid e la Cina?
Chi frequenta gli ambienti digitali del tifo calcistico conosce molto bene la versione dittatoriale di Mbappé. Va anche oltre il confine del demenziale. Il suo volto viene sovrapposto a quello di Mao, Kim Jong-un o Stalin; in altri video caccia dallo spogliatoio i compagni che non sarebbero alla sua altezza. Altezza calcistica, s’intende. Basta un errore grossolano con il Real Madrid o la nazionale perché internet metta in scena la punizione.
Dopo il 4-1 della Francia sulla Norvegia ai Mondiali, per esempio, un video mostrava Ousmane Dembélé festeggiare la sua prima tripletta in Nazionale mentre Mbappé lo fissava con aria furiosa; poi gli si avvicinava, gli metteva una mano sulla spalla e gli diceva: «Ottimo lavoro». Poi, con un tono più cupo: «Non farlo mai più».
La caricatura è grottesca, anche se non priva di fondamento. Da anni Mbappé è considerato una presenza ingombrante ovunque vada. Nel 2022 si disse che il Paris Saint-Germain avesse licenziato il direttore sportivo Leonardo anche su sua indicazione. Nei negoziati per il rinnovo, ha alzato le pretese insieme al proprio status, arrivando a percepire lo stipendio più alto della storia del calcio europeo, con un salario base di settantadue milioni di euro lordi l’anno, e un potere decisionale su molte faccende legate alla squadra. Sempre minacciando di potersi trasferire al Real Madrid da un momento all’altro.
Il trasferimento è arrivato nell’estate del 2024. Mbappé è entrato in una squadra fresca vincitrice della Champions e, secondo diverse ricostruzioni, ha alterato gli equilibri dello spogliatoio. Ha segnato moltissimo, ma nelle prime due stagioni non sono arrivati i trofei attesi. Al centro sportivo di Valdebebas si sono succeduti quattro allenatori, finora con poco successo.
In un’intervista a L’Équipe, Mbappé aveva detto di cogliere l’aspetto divertente dei meme, ma anche di essere preoccupato dalla leggerezza con cui si evocano figure responsabili di atrocità storiche. È una preoccupazione comprensibile: ora una battuta su uno di quei meme ha prodotto una crisi commerciale multimilionaria. Anche il dittatore può finire sotto processo.
La Cina non è nuova a reazioni del genere quando un protagonista dello sport mondiale dice qualcosa che non piace. Nel 2019 toccò alla Nba, durante la tournée cinese dei Los Angeles Lakers e dei Brooklyn Nets. Daryl Morey, allora general manager degli Houston Rockets, pubblicò un tweet in solidarietà con i manifestanti di Hong Kong: «Fight for Freedom. Stand With Hong Kong». Bastarono sette parole per far saltare molti contratti. La televisione di Stato sospese le trasmissioni della Nba, la federazione cestistica cinese interruppe i rapporti con i Rockets e sponsor e partner commerciali si sfilarono. La lega si trovò stretta tra libertà d’espressione e un mercato da cui arrivavano ricavi enormi. La prima dichiarazione ufficiale riconobbe che il tweet aveva «profondamente offeso» gli amici e i tifosi cinesi. Due giorni dopo il commissioner Adam Silver difese la libertà d’espressione.
Anche LeBron James definì Morey «disinformato» e «non al corrente della situazione». Disse che il tweet avrebbe potuto danneggiare molte persone, anche finanziariamente, e poi precisò di riferirsi alle conseguenze, non al contenuto. Non fu una gran figura per uno sportivo abituato a prendere posizione sui diritti civili. Silver, dopo una prima risposta conciliante, difese poi la libertà d’espressione; LeBron scelse invece di prendere le distanze da Morey.
Il caso è subito diventato esemplificativo di quanto sia difficile tenere insieme i principi e gli interessi economici quando in gioco c’è il mercato cinese, un mercato troppo grande per essere ignorato. In più, Pechino mette facilmente il broncio, e soffre critiche e battute molto più di ogni democrazia occidentale (come quando decise di mettere al bando Winnie the Pooh solo perché sui social si diceva che assomigliasse al presidente Xi Jinping). Sembra quasi un complesso di inferiorità, rispetto alle piccinerie in questione: parliamo di una superpotenza globale che si comporta come se una battuta sui social potesse metterne in discussione il prestigio. Così l’orgoglio nazionale finisce per apparire come permalosità. E per dimostrare di non tollerare le offese, si arriva a tagliare rapporti commerciali che facevano comodo a entrambe le parti.
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