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Vetrine e saccheggi, a sinistra c’è il vuoto. Perché nessuno ha visto arrivare questi giovani?

Certo è grave che nessuno a sinistra li abbia visti arrivare questi giovani che da settimane mettono a ferro e fuoco città come Milano, Roma, Bologna (per non parlare di Parigi e della Francia intera). Grave perché il mancato avvistamento prova ancora una volta come da quelle parti non siano più in grado di cogliere gli umori della società e i relativi bisogni.

Eppure, dovrebbero essere proprio pane per i denti di quelle forze politiche che dichiarano di voler rappresentare fasce sociali subalterne, bisognosi, ultimi. Malauguratamente, nel momento del bisogno esse si sono rivelate desolatamente inadeguate. Dipenderà forse dalla loro ormai inesistente presenza sul territorio, nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nei luoghi di aggregazione. Giovani incappucciati e spesso minorenni privi di qualsivoglia slogan politico che non attaccano sedi di partito (almeno per adesso) o simboli istituzionali, ma depredano negozi, arraffano beni di lusso e non, biciclette, felpe, scarpe, persino torte e dolci magari per festeggiare. Che cosa ci dicono quelle vetrine rotte e questi saccheggi?

Ci dicono per cominciare che la protesta spontanea non nasce dal sentirsi parte di una classe sfruttata, come nelle lotte politico-sindacali dell’Otto-Novecento. Sembra invece alimentata dalla rabbia di sentirsi esclusi dal circuito dei consumi. Questi ribelli non reclamano un’utopia, una città ideale. Vogliono le stesse scarpe e gli stessi marchi che vedono addosso ai ricchi che magari odiano. Non contestano il modello sociale consumistico di cui sono vittime, lo hanno anzi interiorizzato al punto da essere incapaci di mettere nel mirino il sistema che lo produce e che li esclude.

Davanti a queste novità, la sfida per il cambiamento è certamente impegnativa. La sinistra storica aveva un soggetto sociale di riferimento facilmente riconoscibile, la classe operaia, collocata nella sfera della produzione delle merci e lì rintracciabile. Aveva un avversario chiaramente identificabile, la borghesia. E, grazie al marxismo nelle sue infinite declinazioni, aveva un mito, il socialismo. Oggi il soggetto sociale di riferimento è frantumato, polverizzato nella sfera dei consumi e nel limbo del precariato, sensibile solo alla capacità che ha di consumare merci. L’avversario ha mutato pelle e cambiato volto, il sistema capitalistico non è più soltanto la fabbrica e nemmeno la tradizionale finanza, una decina di grandi multinazionali, soprattutto quelle che la fanno da padroni nei più sofisticati settori tecnologici, governano il mondo. E la città ideale, il mito? Evaporato, svanito, anche a causa delle terribili esperienze consumate nei cosiddetti paesi del socialismo reale.

Ebbene, di fronte a questi sconvolgenti della struttura sociale, come si attrezzano i nostri partiti progressisti? Si professano come sempre paladini dei più deboli, degli indifesi, degli emarginati. Salvo non sapere più, almeno questa è l’impressione, dove stiano costoro e che cosa essi veramente desiderano. Non sembra abbiano la capacità di analizzare la disarticolazione sociale e soprattutto, al di là della voglia di essere più radicali o di rincorrere il fantomatico centro, non aspirano neanche ad identificare un soggetto sociale definito (meglio essere vaghi per prendere più voti) a cui ancorarsi. Soprattutto pare si vergognino a porsi una domanda elementare: visti gli eccessi, come va riformato, o superato, questo capitalismo rapace che sta divorando persino sé stesso?

Certamente nessuno, ragionevolmente, dovrebbe accontentarsi di riproporre vecchie, inefficaci ricette pseudoriformiste. E soprattutto nessuno può più rimettere in campo il socialismo vecchia maniera come approdo. Ma se non è l’uno né l’altro, che cosa? Ad oggi, il vuoto assoluto. Che non presidia più niente delle antiche aspirazioni della sinistra e lascia spazi immensi di conquista agli avversari, l’ultima versione, la più rapace, del capitalismo.

Servirebbe un pensiero all’altezza del tempo, con un progetto di società alternativa in grado di superare le disuguaglianze sociali che ci stanno distruggendo con le discriminazioni che ne conseguono. Sono i nostri progressisti in grado di rispondere a questa domanda di cambiamento? Ne hanno la voglia? Sono vocati a questi scopi o vogliono solo presidiare un campo per scopi elettorali senza esaudire la domanda politica che da quel campo sembra levarsi?

Se è vero che i giovani che si ribellano non hanno un programma politico, è pur vero tuttavia che le loro proteste si manifestano ormai in ogni angolo della vecchia Europa (e non solo). Agli smagati superstiti della tradizione comunista, quelli formati nella famosa scuola di Frattocchie (ce ne sono ancora tanti in circolazione a sinistra), non dovrebbe sfuggire che le nuove leve che irrompono sulla scena invadendo le città e distruggendo negozi potrebbero in fondo essere espressione di quelle forze di produzione di marxiana memoria che spingono e si ribellano perché l’organizzazione sociale e la relativa sovrastruttura politica sono ormai di ostacolo al loro dispiegarsi. Una volta questa roba loro l’avrebbero chiamata prodromo di una rivoluzione. Una situazione nella quale, mancando una risposta adeguata, anche le forze che si rappresentano come di sinistra rischiano di essere spazzate via con il vecchio mondo.

Di fronte a queste sommosse, il disorientato elettore della sinistra, anche se in molti casi gradisce queste manifestazioni (vedere sondaggi), preferirebbe di gran lunga delle riforme, purché serie. Il salario minimo, che in quanto salario ai suoi occhi sempre una forma di sfruttamento è, non sembra bastare. Si vorrebbe di più per intaccare questo modello di società ingiusta. Ma se la rivoluzione no, per carità, allora, cosa può ed è in grado di offrirgli questa sinistra?

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Una “Alleanza per la Costituzione” non può prescindere da un riformismo radicale

di Mario Tiberi

Si discute molto sulle questioni irrisolte nel cosiddetto “campo largo”; personalmente ho ricevuto però conforto nell’ascoltare recentemente i principali dirigenti del campo progressista fare ripetuti riferimenti alla nostra Costituzione come testo contenente tali valori di fino alla proposta di Giuseppe Conte di denominare “Alleanza per la Costituzione” lo schieramento politico di cui dovrebbe fare parte, che sembra richiamare un passo di un articolo di Federico Caffè: “oggi ci si trastulla nominalmente alla ricerca di un ‘nuovo modello di sviluppo’. E si continua ad ignorare che esso, nelle sue ispirazioni ideali, è racchiuso nella Costituzione”. Ciò implica di andare oltre il suggestivo trittico laico: liberté, égalité, fraternité ed anche del messaggio fondamentale di Beveridge del Welfare state come lotta contro i giganteschi mali sempre attuali della società: bisogno, inattività, malattie, ignoranza, miseria.

Le diatribe su programmi e scelta del leader del “campo largo” hanno richiesto molte, forse troppe, energie; numerosi sono i rilievi che vengono rivolti ai più autorevoli esponenti politici del fronte progressista, anche quando non si può negare lo sforzo di avvicinamento programmatico che si sta realizzando nelle varie sedi, istituzionali e non. Ritengo che la critica più incisiva sia, tuttavia, quella di coloro che lamentano la mancanza di una visione d’insieme, un quadro di riferimento ideale dal quale trarre l’immagine di quel “sol dell’avvenire”, necessario per riscaldare i cuori di chi dovrebbe sostenerne la realizzazione: una sorta di “Dio, Patria e Famiglia” che viene spesso esposto come stemma culturale del blocco conservatore del nostro Paese. Si tratta, in sostanza, si tratta di trasmettere ai potenziali sostenitori i valori essenziali di riferimento.

Forse il presidente dei Cinque Stelle, nel richiamarsi alla Costituzione, ha tratto conforto dalla lettura del recente libro di Antonio Polito, La Costituzione non è di sinistra per lui che intende caratterizzarsi come “progressista” e non “di sinistra”, trascurando l’illuminante osservazione di Norberto Bobbio, che vedeva nell’impegno per la giustizia sociale il tratto inconfondibile della sinistra storica. L’impegno per una maggiore equità non può certo mancare nel programma dello schieramento alternativo al centro-destra ed allora credo che si possa affermare che la Costituzione è “anche di sinistra”; del resto, dà forza la consolidata storiografia sul nostro documento fondamentale quale frutto dell’ammirevole compromesso realizzato nell’Assemblea Costituente da forze politiche cattoliche, liberali, socialiste e comuniste.

Ecco dunque l’ispirazione ideale di Keynes per “un più alto tipo di società possibile”, da costruire attraverso una coraggiosa azione politica interventista nei confronti del “sistema in cui viviamo”, inesorabilmente contraddistinto da vistosi squilibri nella distribuzione del potere politico ed economico; la chiara attenuazione di tali squilibri è il compito storico che uno schieramento politico progressista deve assolutamente perseguire per quanto difficile possa essere. E non bisogna dubitare che percorsi politici innovativi, anche radicali, siano appunto incompatibili con i dettami costituzionali; quale interprete migliore di Meuccio Ruini, uno dei più autorevoli protagonisti dei lavori dell’Assemblea Costituente, che ha scritto: “La nostra Costituzione è elastica e adattabile a quella che potrà essere la forza e la prevalenza storica delle varie correnti. Il che non ha da ritenersi compromesso deteriore ma pregio e virtù della Costituzione”.

Le forze disponibili a compiere tale percorso devono avvertire la necessità di definire i connotati del “tipo più alto di società” con la consapevolezza che occorra operare i necessari compromessi con altri settori della società, politici e non, avendo sempre l’ambizione di allargare il più possibile il consenso rispetto al progetto di profondo rinnovamento proposto al Paese.

Si tratta, quindi, di contraddistinguere in modo chiaro il necessario riformismo come riformismo radicale per distinguerlo dal legittimo e diffuso uso politico del termine riformismo: esiste nella tradizione socialcomunista, cattolica e liberale una qualificata critica, seppure differenziata, delle liberaldemocrazie caratterizzate dal rispetto generoso dei meccanismi delle economie di mercato capitalistiche. Ciò avviene quando numerose voci, non solo di economisti, mettono in evidenza i fallimenti del mercato, anche nelle sua più avanzata forma della cosiddetta globalizzazione, rispetto al superamento di problemi qualitativi seri: emigrazione, sicurezza, protezione dell’ambiente, tenuta dello “Stato sociale”, clamorose disuguaglianze, e così via. Certamente bisogna tenere ben viva la consapevolezza dei possibili fallimenti dell’ampia area del “non mercato” ma non si possono dimenticare le voci anche recenti di intellettuali che possono agevolare l’acquisizione del consenso di larghi settori, anche benestanti, delle nostre liberaldemocrazie, indispensabili per realizzare una sorta di working class liberalism, secondo una suggestiva espressione del Premio Nobel Acemoglu; già “un più alto tipo di società”!

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Nel Pd c’è chi prepara l’aut-aut per Schlein: o candidata premier o segretaria

Mentre a sinistra è in corso un numero degno di Arturo Brachetti, il formidabile interprete di incredibili trasformazioni, nel Pd circolano i soliti sospetti e riemergono insanabili distanze tra il corpaccione filo-schleiniano, riunito a Montepulciano, e l’area riformista, riunita a Orvieto. Andiamo con ordine.

In Parlamento si vanno formando nuovi gruppi necessari per evitare di raccogliere le firme per presentare una lista elettorale. Questione tecnica ma anche un pochino politica che presenta inevitabili risvolti grotteschi (Brachetti appunto), come quello di Aboubakar Soumahoro e Bruno Tabacci – il diavolo e l’acqua santa – uniti nella lotta in soccorso di Riccardo Magi che, invano, aveva chiesto aiuto a Giuseppe Conte e Elly Schlein. La quale invece ha pensato di chiedere a Andrea Crisanti, il virologo senatore dem, di aderire a Rifondazione comunista per aiutare il partitino di Maurizio Acerbo sempre per evitare di raccogliere un numero esorbitante di firme – regalino del Melonellum – indispensabili per presentare la sua lista.

Cosicché la segretaria del Pd non dà una mano al radicale Magi ma la offre alla “Rifondazione comunista dei poveri” di Acerbo, portatore di un bertinottismo bonsai che evidentemente Schlein ritiene utile e forse sentimentalmente vicino. Non bastavano Conte, Fratoianni e un Pd spostato a sinistra, ci mancava anche una spruzzatina rifondarola (dei poveri) per oscurare un altro po’ il profilo di una sinistra di governo.

Da Orvieto, dove si apre oggi l’assemblea annuale di LibertaEguale – partecipano esponenti come Paolo Gentiloni, Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Stefano Ceccanti, Claudia Mancina, Piero Fassino, Marco Bentivogli e tanti altri – si nota proprio questo. Spiega Ceccanti: «Qui a Orvieto ci sono figure molto autorevoli del riformismo italiano che discutono delle prospettive del centrosinistra. Riformismo per noi non è una categoria astratta ma la sostanza di una sinistra di governo, per questo qui mettiamo in campo idee per una piattaforma di governo che bilanci le spinte massimaliste che ormai sono predominanti nel campo largo».

Un’altra politica economica, certo. E scelte chiare in politica estera: «C’è un punto non negoziabile: il sostegno pieno sull’Ucraina. Su questo non possono esserci ambiguità». Ed è appunto molto brutto, sull’Ucraina, il documento del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza riunito a Montepulciano nel quale ci si limita a dire che «occorre chiedere con forza la nomina di un inviato europeo per l’Ucraina, scelto tra figure di altissima caratura istituzionale, che rappresenti l’Unione nel confronto con Trump e Putin, portando ai tavoli negoziali le ragioni del diritto internazionale, dell’aggredito, di una pace che sempre comporta compromessi ma non può diventare resa alla politica di potenza e alla sopraffazione».

Nemmeno l’abituale frase sulla prosecuzione del sostegno, in ogni forma, a Kyjiv! C’è invece la definizione di genocidio a Gaza e un durissimo attacco a Ursula von der Leyen. Mentre sulla questione delle primarie Franceschini in una intervista a Repubblica ha detto: presto ai gazebo Schlein contro Conte in una giornata sola. Il problema è quando. E qui spunta qualcosa che è molto più di una indiscrezione.

Questa: la leader del Pd vorrebbe spostare le primarie più in là possibile non solo perché ha ancora bisogno di tempo per affermarsi con più forza nel Paese. Ma soprattutto perché teme che non solo da Conte ma anche dal suo stesso partito venga avanzata la richiesta, se vincesse lei ai gazebo, di lasciare la segreteria del partito, in quanto “leader di tutti”: pare affermarlo indirettamente anche Franceschini quando dice che il leader «dovrà fare il candidato premier dell’intero schieramento, non del partito di provenienza». Niente doppio incarico, si sarebbe detto una volta.

Vedremo se dall’altro convegno del weekend, quello del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza che si tiene a Montepulciano, arriveranno altri indizi in questo senso. Un messaggio a Elly di questo tenore: facciamo le primarie subito, noi ti sosteniamo, ma se vinci dovrai lasciare la segreteria del partito. Al tuo posto ci va un reggente. Fumo negli occhi, per Elly Schlein. Che è sicura di battere Conte ma che ha anche bisogno di blindarsi al Nazareno. Non sia mai spunti qualche coltello.

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L’ambiguità sull’Ucraina di una Schlein sempre più ostaggio di Conte

Le astensioni incrociate su cinque mozioni diverse sulla politica estera non sono esattamente un gran segnale di unità, anche se, come raccontano alcuni giornali, mercoledì alla Camera Elly Schlein e Giuseppe Conte sono apparsi particolarmente soddisfatti. Contenti loro.

Peccato che il Pd – non parliamo degli altri – abbia perso l’occasione per valorizzare la chiara posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina contro la Lega seguendo l’abc della politica che impone di incunearsi nelle contraddizioni dell’avversario.

Lo hanno capito solo i riformisti del Pd, oltre Carlo Calenda e Matteo Renzi, Pierferdinando Casini e Mario Monti. La linea è un’altra: a testa bassa contro il governo anche quando dice cose giuste. In ogni caso al Nazareno, a quanto pare, c’è entusiasmo per i «passi avanti» in vista del programma comune del campo largo. Si confida in una soluzione lessicale in grado di salvare capra e cavoli, ponendo la centralità della “trattativa” e lasciando sullo sfondo (ma come?) il problema dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Come se bastasse evocare la pace per sciogliere il nodo politico e morale del sostegno a un Paese aggredito.

L’ambiguità, in realtà, non è più un rischio: è già il metodo di lavoro. E Giuseppe Conte, su questo terreno, non sembra disposto a concedere nulla, nemmeno a costo di mandare in frantumi la coalizione perché per l’avvocato del populismo la questione ucraina non è una voce fra le altre del programma: è una linea identitaria, uno strumento di pressione sul Pd e, soprattutto, un modo per misurare quanto Schlein sia disposta a cedere pur di tenere in piedi l’alleanza.

Domenica la segretaria del Pd davanti alla assemblea nazionale metterà a sistema questa fiducia e forse indicherà qualcosina in più rispetto alle sue ultime uscite: se non proprio una data per la prima riunione del “tavolo” per il programma, almeno qualche punto fermo sulla sua “scaletta”. Di fatto, ancora è nebbia sui nodi principali: l’Ucraina – si è già detto – ma poi anche su chi fa parte della coalizione e sul problema delle primarie. Ma non è neppure chiaro se il Pd andrà al tavolo con un proprio programma.

L’unica cosa che in queste ore veramente interessa la squadra della segretaria è la sua incoronazione come unica candidata del partito alle primarie. Per questo occorre una modifica dello Statuto con una norma che escluda la celebrazione del congresso nell’anno delle elezioni politiche, in modo tale da prorogare il mandato di Schlein. Scontata l’approvazione della modifica statutaria, la giornata sarà un Elly day.

Il Nazareno sta organizzando una massiccia presenza anche di chi non è membro dell’assemblea. Si vuole fornire l’immagine di un partito tutto già impegnato nella campagna elettorale di Schlein in vista delle primarie, si serrano le fila perché – dicono gli uomini di Stefano Bonaccini, ora grande sostenitore della segretaria – «non ci sono elementi sostanziali di garanzia di una gestione realmente unitaria dei passaggi successivi».

Leggi: non ci deve essere spazio per dissensi sul nome della leader del partito. Con la speranza, inoltre, che non ci siano altre candidature che potrebbero toglierle voti. Ma come farà Schlein a convincere Alessandro Onorato o Franco Gabrielli di non presentarsi ai gazebo o a Matteo Renzi di non mandare in campo una candidatura di Casa riformista? Un problema non da poco che Conte non ha.

Così, mentre il Pd cerca di blindare la propria segretaria, l’avvocato del populismo può permettersi di tenere aperta ogni partita: quella sul programma, quella sull’Ucraina, quella sulla leadership del campo largo. Non ha bisogno di proclamarsi candidato unico, né di modificare uno Statuto per garantirsi la permanenza alla guida del Movimento. Gli basta che Elly Schlein sia costretta a inseguirlo.

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