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Israele al bivio: l’autogol dell’opposizione fa il gioco di Netanyahu. E ora l’attacco all’Iran è più vicino

Scrivo questo post con grande rammarico, ma con una netta consapevolezza del quadro politico israeliano all’indomani di queste elezioni. Pare che una grande fetta dell’elettorato viva consapevolmente accettando la minaccia di un isolamento internazionale, di sanzioni economiche, di un conflitto perenne e di ben sei o sette fronti aperti con i paesi vicini o lontani. Altrimenti l’esito di questo voto non sarebbe spiegabile.

Benjamin Netanyahu – il principale responsabile, come primo ministro, della sciagura del 7 ottobre e del massacro compiuto da Hamas; colui che ha rifiutato qualsiasi commissione d’inchiesta; colui che a due o tre giorni dalle urne ha proposto come soluzione economica il passaggio a un’economia basata sulle criptovalute; colui che alla vigilia del voto ha diffuso un’immagine creata dall’intelligenza artificiale che mostrava Tel Aviv sotto una bomba atomica iraniana – questo leader politico non solo non ha perso il suo potere, ma ha riscosso un ampio consenso.

Che cosa possiamo dedurre da questo esito? A mio avviso, che molti israeliani non comprendono la reale posizione internazionale del proprio paese e, con il loro voto, finiscono per attirare sanzioni, minacce e guerre. Dopo il risultato di martedì notte, Netanyahu si sentirà autorizzato dal suo popolo – che è anche il mio – a sferrare all’Iran quello che definirà un “attacco preventivo”. Se a questo aggiungiamo l’incertezza del quadro politico americano, vediamo come ancora una volta il Medio Oriente rischi di incendiarsi.

L’elettorato di Netanyahu è un fenomeno peculiare. Stanotte, mentre seguivo l’evoluzione dei dati dagli exit poll fino ai risultati reali, mi è tornato in mente un evento storico traumatico che tutti i lettori conoscono bene. Netanyahu vinse le elezioni per la prima volta dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin: si candidò contro Shimon Peres, premio Nobel e statista di caratura mondiale, riuscendo a prevalere a pochi mesi dall’uccisione di Rabin per mano di un terrorista dell’ultradestra.

Perché collego quell’evento al voto di oggi? Perché l’elettorato di Netanyahu ragiona esattamente come la tifoseria di una squadra di calcio: non c’è un’analisi razionale sull’operato del governo, sull’andamento dell’economia, sulla sicurezza reale dei cittadini, sulla qualità del sistema scolastico o sulle pensioni. Nonostante negli ultimi quattro anni tutti questi ambiti abbiano registrato fallimenti, gli elettori non valutano questi aspetti: tifano per Netanyahu a prescindere dal piano politico.

La prova è semplice: solo tre o quattro giorni fa, Netanyahu ha ammesso apertamente che Israele rischia le sanzioni e che gli Stati Uniti stanno cambiando atteggiamento, sostenendo che tali sanzioni si potrebbero aggirare con le criptovalute. Poi ha agitato la minaccia dell’atomica iraniana, dimenticando che solo sei mesi fa dichiarava che gli attacchi preventivi avevano già distrutto ogni capacità nucleare dell’Iran. La logica e la verità sono diventate del tutto opzionali per questo elettorato.

Nella giornata di giovedì terminerà lo scrutinio delle elezioni israeliane. Nel momento in cui scrivo si sta verificando l’esito delle ultime 400.000 buste, ma non è un motivo per sperare in un cambiamento per come lo avevamo immaginato. Adesso il blocco di Netanyahu ha 53% e il blocco di Eisenkot ha 48. I dati ufficiali definitivi non cambieranno questo esito: nelle campagne precedenti le “doppie buste” (il sistema per il voto a distanza o fuori sede) hanno sempre mostrato una leggera tendenza verso la destra.

La parola cambiamento è tornata molto in queste settimane. Se veramente le forze democratiche, che nella società israeliane credono in uno Stato democratico e liberale, vogliono operare un reale cambiamento, allora devono invitare i partiti arabi – che sono i grandi vincitori di quest’ultima tornata elettorale – a governare insieme con il blocco di Eisenkot. Vorrei aggiungere, come israeliano che vive fuori del suo paese, nella cosiddetta “diaspora”, che se nell’establishment occidentale qualcuno avesse osato dire sugli ebrei le cose che i partiti legittimi di governo, ma anche di opposizione, dicono degli arabi israeliani, allora tutti noi ebrei della diaspora grideremmo all’antisemitismo: è ora di finirla con questa retorica e andare verso il cambiamento perché a mio avviso è l’unica strada per il futuro di Israele. Scelte diverse porteranno a un paese boicottato, invischiato in guerre continue con i suoi vicini, senza più alcuna prospettiva di pace.

Ma c’è un’altra questione che va analizzata con pari durezza: anche il cosiddetto “blocco del cambiamento” – i partiti di Gadi Eisenkot, Naftali Bennett, Yair Lapid e Avigdor Lieberman – ha commesso un errore politico gravissimo e imperdonabile. Rifiutando a più riprese qualsiasi ipotesi di governo con i partiti arabi, hanno ceduto a pregiudizi ideologici e compiuto un autogol strategico clamoroso. Nel tentativo di escludere dall’esecutivo i rappresentanti del 20% della popolazione israeliana, hanno finito per fare il gioco di Netanyahu. Se i partiti che intendono fermarlo si alleassero con i partiti arabi israeliani, avrebbero i numeri per bloccare la formazione di un nuovo governo di destra o di estrema destra.

Il modo in cui è stata trattata la popolazione araba israeliana in questi ultimi anni è intollerabile: un clima di aperto disprezzo e ostilità. La violenza e gli omicidi all’interno di questa comunità hanno raggiunto livelli mai visti prima. E il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha agito deliberatamente in questa direzione, considerando gli arabi israeliani come quinte colonne o collaboratori dei palestinesi. Ogni giorno si assiste a incursioni nei territori e ad azioni alimentate da frange estremiste armate.

Tutto ciò è gravissimo. I partiti arabi hanno ottenuto un’alta affluenza perché i cittadini sono usciti a votare per rispondere alle offese di Ben-Gvir. Rifiutarsi di collaborare con loro solo perché arabi è di una cecità politica inaccettabile per uno Stato che ospita una minoranza così consistente. Gli israeliani devono decidere se vogliono vivere in un paese in cui tutte le rappresentanze politiche legittime possono governare, o se intendono affermare che il 20% della popolazione ha diritto di voto ma non di governo. Agli occhi del mondo, questo è l’ennesimo segnale di una società discriminatoria con venature di apartheid — una deriva che non aiuta Israele e che, al contrario, aumenta i rischi per le comunità ebraiche in tutto il mondo.

L’atteggiamento verso la popolazione araba mi sdegna profondamente anche per un motivo molto concreto, legato al sistema sanitario: oltre il 20% dei medici e degli infermieri negli ospedali israeliani sono arabi, così come quasi il 50% dei farmacisti. Sono loro a curare i nostri anziani, i nostri genitori e i nostri figli, e lo fanno con immensa dedizione.

Una società che affida la propria salute a questi professionisti e poi nega valore politico al loro voto si macchia di un’ipocrisia inaccettabile, riducendoli a semplici servitori utili nel momento del bisogno. E così facendo, ci si consegna nuovamente nelle mani di Netanyahu e dell’estrema destra.

Tuttavia, temo che nei prossimi giorni Netanyahu possa ritenere legittimato un attacco all’Iran. E il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, che prima delle elezioni aveva sollevato forti perplessità evidenziando come l’azione non fosse dettata da reali esigenze di sicurezza nazionale, si troverà ora nell’impossibilità di frenarlo, poiché il voto popolare viene usato per legittimare l’ennesima escalation. A Netanyahu poco importa se l’intelligence americana conferma che non ci sono movimenti o minacce imminenti nei siti nucleari iraniani: gli basterà appagare le aspettative della sua tifoseria elettorale.

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Le elezioni in Israele sono cruciali per Netanyahu: l’ombra del conflitto con l’Iran per influenzare il voto

Nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni israeliane, considerate da molti tra le più importanti nella storia recente del Paese, mi sembra che l’analisi non debba fermarsi alle tradizionali categorie di destra e sinistra. Ci troviamo di fronte a fenomeni che sollevano interrogativi più profondi sul funzionamento della democrazia e sul rapporto tra sicurezza nazionale e interesse politico.

Negli ultimi giorni si è parlato molto dei tentativi del governo guidato da Benjamin Netanyahu di aumentare la tensione con l’Iran. Diverse fonti giornalistiche hanno riferito che aerei da combattimento israeliani si sarebbero avvicinati al confine iraniano per poi rientrare alle basi, senza oltrepassarlo. Secondo alcune ricostruzioni, tale operazione sarebbe stata interpretata da alcuni osservatori come una dimostrazione di forza e da altri come un possibile tentativo di provocare una reazione iraniana.

Non è un segreto che queste elezioni rappresentino una prova cruciale per il governo. A mio avviso, Netanyahu legge i sondaggi, percepisce l’umore del Paese e comprende che il suo lungo ciclo politico potrebbe avvicinarsi alla conclusione. Dopo quasi due decenni in cui è stato la figura dominante della politica israeliana, l’idea di perdere il potere potrebbe apparirgli particolarmente difficile da accettare. A questo si aggiungono questioni che probabilmente continueranno a pesare nel dibattito pubblico anche dopo il voto: le discussioni sulle responsabilità politiche precedenti al 7 ottobre, le future inchieste e le polemiche relative ai rapporti tra alcuni suoi collaboratori e il Qatar. Sono tutti temi che potrebbero contribuire a un giudizio severo sull’operato del governo.

È in questo contesto che nasce una mia ipotesi personale, sulla quale non pretendo di avere alcuna certezza. Mi chiedo se possa esistere la tentazione di utilizzare una grave crisi militare come strumento per modificare il quadro politico interno. Un conflitto diretto con l’Iran potrebbe infatti creare una situazione di emergenza nazionale tale da spingere verso il rinvio delle elezioni o verso la formazione di un governo di unità nazionale guidato dalla stessa leadership attualmente al potere.

So bene che si tratta di un’ipotesi grave. In molte democrazie occidentali sarebbe considerata quasi impensabile. Tuttavia, proprio perché Israele sta vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia, ritengo che qualsiasi decisione che possa influire sul regolare svolgimento del processo democratico debba essere osservata con la massima attenzione.

Ciò che trovo significativo è che i principali segnali di cautela sembrano provenire da alcune istituzioni dello Stato. Secondo recenti ricostruzioni giornalistiche, il capo di stato maggiore Eyal Zamir avrebbe sottolineato l’importanza di permettere lo svolgimento delle elezioni senza interferenze e avrebbe espresso preoccupazione per le conseguenze che una nuova guerra potrebbe avere sul processo elettorale.

In definitiva, la questione non riguarda soltanto il destino politico di Netanyahu. Riguarda la capacità delle istituzioni democratiche di resistere alle pressioni generate da una situazione eccezionale e di garantire che decisioni di guerra e di pace vengano assunte esclusivamente per motivi di sicurezza nazionale, e non per esigenze di sopravvivenza politica.

Un elemento che mi porta a pensare che Netanyahu percepisca concretamente il rischio della sconfitta non sono tanto i sondaggi, quanto il modo in cui sta conducendo la campagna elettorale. Guardando la comunicazione del Likud e del governo uscente, colpisce l’assenza quasi totale dei ministri che hanno caratterizzato gli ultimi anni di governo. Figure come Yariv Levin, principale promotore della riforma giudiziaria, o altri ministri che hanno avuto ruoli centrali nella legislatura sembrano improvvisamente scomparsi dalla scena pubblica e dalla propaganda elettorale. Anche il ministro della Difesa viene raramente posto in primo piano. Personaggi che per anni sono stati presentati come colonne dell’azione governativa oggi non vengono quasi mai utilizzati come simboli della campagna.

È una scelta che, a mio parere, suggerisce una certa consapevolezza politica. Se il governo fosse convinto che il proprio operato sia stato giudicato positivamente dagli elettori, sarebbe naturale mettere in mostra i risultati ottenuti, le riforme realizzate e i ministri che le hanno portate avanti. Invece la campagna sembra ruotare quasi esclusivamente attorno alla figura di Netanyahu.

Ancora più significativo è il fatto che il dibattito non sia costruito sui risultati ottenuti dal governo, sui miglioramenti per i cittadini o sui successi amministrativi. Il messaggio centrale appare molto più semplice e radicale: o vince la destra oppure nascerà uno Stato palestinese. Una narrazione fondata principalmente sulla paura e sulla contrapposizione identitaria piuttosto che sul bilancio dell’azione di governo.

A questo clima si sommano gli episodi di violenza sul terreno: gli attacchi nelle aree di Hebron e Nablus riportano subito al centro il tema della sicurezza, immediatamente riassorbito nella retorica di Netanyahu sull’esigenza di una leadership forte. Diventa così sempre più difficile scindere le reali necessità di sicurezza nazionale da un loro uso strumentale nella comunicazione politica.

Anche il livello del confronto pubblico sembra essersi deteriorato. In questi giorni si sono sentite espressioni e attacchi personali che, in una democrazia matura, dovrebbero suscitare forte preoccupazione. Quando un avversario politico viene ridicolizzato o descritto come una scimmia manovrata da altri poteri, si abbandona il terreno del confronto democratico per entrare in quello della delegittimazione personale.

Per questa ragione ritengo che il tema non siano soltanto le percentuali elettorali o le previsioni dei sondaggisti. Ciò che colpisce è il comportamento stesso della classe dirigente uscente. Se davvero una parte del gruppo di governo arrivasse a considerare accettabile l’uso di una crisi militare per influenzare il calendario politico o il clima elettorale, ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto più grave di una semplice competizione tra partiti.

Naturalmente questa rimane una mia interpretazione e non un fatto dimostrato. Tuttavia la combinazione tra l’estrema personalizzazione della campagna, la scomparsa dalla scena dei principali ministri, il ricorso costante a messaggi di emergenza e il deterioramento del linguaggio politico mi sembrano il segnale di un sistema sotto forte pressione.

Al di là di chi vincerà le elezioni, l’impressione è quella di un Israele attraversato da una profonda sofferenza politica e istituzionale. Una democrazia è solida non quando tutti sono d’accordo, ma quando gli avversari si riconoscono reciprocamente come legittimi. Quando prevale la paura, quando il dibattito pubblico si riduce a scontri personali e quando ogni elezione viene descritta come una battaglia esistenziale, è il tessuto democratico stesso a mostrare segni di affaticamento.

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