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C’è un grosso deficit di trasparenza nelle politiche culturali

La causa principale della mala gestione delle politiche culturali italiane va identificata nel diffuso deficit di trasparenza: sia sul versante pubblico (ministeriale) sia sul versante privato (imprenditoriale ed associativo), si registra infatti una grave – talvolta inquietante – carenza di informazioni, dati, analisi.

Da molto tempo – anche su questo blog – vado denunciando il grave deficit, che si riproduce a livelli macro e micro: un esempio? Il 20 ottobre il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi (FdI) ha annunciato un interessante progetto denominato “Che Spettacolo l’Italia!”, nell’economia della Festa del Cinema di Roma, annunciando un sostegno del suo dicastero per la produzione di cortometraggi (curiosamente denominati “film turismo”) che andrebbero proposti prima della proiezione di film nei cinematografi per promuovere il “cineturismo” (concetto ideato oltre vent’anni fa da Michelangelo Messina), ovvero le “location” nelle quali sono stati girati. Il ministro ha annunciato contributi oscillanti tra 150mila e 400mila euro per ogni cortometraggio, ma non ha annunciato l’entità complessiva del fondo. Paradossale. L’ho chiesto all’ufficio stampa del MinTur e la risposta è stata: “Lo si saprà quando verrà pubblicato il bando, il 10 novembre”. Perché rinviare al bando un’informazione essenziale per valutare la portata dell’iniziativa?

Altro esempio?! Il Ministero della Cultura ha deciso di assegnare a Cinecittà (società pubblica) una sovvenzione integrativa di 10 milioni di euro, come se la dotazione annua dei sempre più desertificati “studios” di Via Tuscolana (oltre 30 milioni) non fosse sufficiente. Pubblicità della decisione (autocraticamente assunta dal ministro della Cultura Alessandro Giuli)?! Nessuna, se non uno scoop del quotidiano confindustriale Il Sole 24 Ore, nell’edizione di venerdì 30 ottobre.

E sul fronte privato, mi limito a ricordare quel che ho denunciato venerdì scorso anche su questo blog: è stata organizzata dall’Apa (la lobby dei produttori audiovisivi, guidata da Chiara Sbarigia) e dall’Anica (la lobby dei cinematografari, guidata da Alessandro Usai) la ennesima edizione della kermesse “Mercato Internazionale Audiovisivo” (Mia), generosamente sovvenzionata dai ministeri degli Esteri e della Cultura, ecc.: non è pubblico – in violazione di norme di legge – il bilancio di questa iniziativa. Si tratta di un “market” privato gestito delle associazioni di categoria (solo le imprese, non autori e creativi), tenuto in piedi da una rete di finanziamenti pubblici frammentata, affidati senza gara e difficile da ricostruire. E non è mai stata realizzata una valutazione di impatto dell’efficacia ed utilità della kermesse. Trasparenza zero.

Stessa dinamica per il festival che si è inventata l’anno scorso la Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni in quel di Rimini e Riccione, l’imperdibile “Italian Global Series Festival”, anche questo organizzato dalla lobby Apa (e pure il sito web di questa iniziativa non ha la sezione obbligatoria per legge, “Trasparenza”)… Milioni e milioncini di danaro pubblico che vengono assegnati (chissà perché) in assenza di procedure pubbliche, con uso ed abuso della discrezionalità del Principe (o Principessa) di turno.

Sono iniziative utili per la crescita del sistema audiovisivo nazionale, utili per la democrazia culturale?! Chissà. Forse sì, forse no. Nessuno può dirlo.

Non solo deficit di trasparenza amministrativa, ma anche deficit di valutazione delle politiche pubbliche in materia di cultura. Il mix tra queste due dinamiche è esplosivo, anzi devastante.

In questo scenario, finisce per non stupire che, a fronte di surreali rallentamenti e della aggravatasi paralisi dei pagamenti da parte del Ministero della Cultura – in particolare della Direzione Cinema e Audiovisivo –, il Direttore Generale Giorgio Carlo Brugnoni (che è anche paradossalmente Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura) si faccia invece vanto dell’“efficientamento” da lui ottenuto da quando è stato assunto nell’ottobre 2025, dopo che il suo predecessore Nicola Borrelli è stato sacrificato sull’altare dello scandalo “tax credit”. Non esistono dati – oggettivi ed indipendenti dalla P.A. – che consentano di smentire le sue affermazioni: autoreferenzialità assoluta. Insomma anche lui se la canta e se la suona.

Ed incredibilmente nessuno ha ancora ben compreso quante centinaia di milioni di euro sono stati realmente destinati dallo Stato al settore cinematografico-audiovisivo, dato che le “valutazioni di impatto” che la Dgca ha affidato all’Università Sapienza di Roma (Disse) non hanno mai evidenziato lo “splafonamento”, ovvero quanto previsto dal Fondo Cinema e Audiovisivo (606 milioni di euro nel 2026, cui sono stati aggiunti in itinere altri 50 milioni di euro – non si sa ancora assegnati a chi e come e perché – e da ultimo 20 milioni; di questi ultimi, si è saputo che i succitati 10 milioni andranno a Cinecittà per non bene identificati progetti “speciali” e “straordinari”) sia stato contraddetto dall’effettivo budget speso dallo Stato (stanziamenti, impegni, pagamenti)…

In questo scenario opaco e nebbioso, come è possibile comprendere il vero funzionamento del sistema culturale, e l’efficacia della mano pubblico?! Ci si deve attrezzare – come è spesso costretto a fare l’istituto di ricerca indipendente che ho fondato oltre trent’anni fa, l’IsICult – con gli strumenti del giornalismo investigativo, ma il muro di gomma delle istituzioni sembra spesso impenetrabile, nonostante istanze di accesso, diffide, ricorsi al Tar, segnalazioni all’Anac…

Qualche speranza di miglioramento cognitivo la si attende dalla nuova legge sul cinema e l’audiovisivo, che sta per essere approvata definitivamente dal Senato (si prevede entro la prima metà di novembre), dato che questo testo bipartisan (fortemente voluto da Fratelli d’Italia – Federico Mollicone – e Partito Democratico – Matteo Orfini – e Movimento 5 Stelle – Gaetano Amato) prevede tra l’altro un rafforzamento strutturale degli strumenti di monitoraggio e valutazione delle politiche pubbliche, attualmente evanescenti. E forse non a caso c’è chi sta remando contro l’approvazione di questa nuova legge, non rivoluzionaria ma certamente migliorativa rispetto all’attuale assetto conservativo, squilibrato a favore dei “big player” e delle loro lobby, penalizzante i produttori indipendenti ed i giovani autori. E paralizzato da una paleoburocrazia indegna di un Paese civile.

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Dalla Festa del Cinema di Roma al Mercato Internazionale Audiovisivo: opacità, lobby e nessuno che ne parli

Come ogni anno, sia la Festa del Cinema di Roma sia il Mercato Internazionale Audiovisivo (per qualche giorno si sono svolti in contemporanea) rappresentano occasioni di incontro relazionale e confronto tecnico tra i professionisti del settore cinematografico e audiovisivo, e non soltanto passarelle per attrici ed attori e per paparazzi e influencer, anche se la quasi totalità dei giornalisti italiani si appassiona più ai look che ai numeri.

Anche in materia di dati e analisi, queste kermesse finiscono per evidenziare un approccio asettico ed acritico: sarà forse perché sono iniziative generosamente finanziate dal Principe, e quindi – suvvia! – “non è bello” anche soltanto sussurrare che egli è semi-nudo, se non nudo, ovvero che il reame è in crisi, se non alla fame… Si tratta di iniziative autoreferenziali, nella cui economia ideologica il concetto di autocoscienza (e finanche autocritica) è totalmente assente.

Sarà anche perché queste iniziative sono guidate da esponenti del settore che rappresentano interessi ben precisi: il Presidente della Fondazione Cinema per Roma, Salvo Nastasi, l’uomo più potente del settore spettacolo in Italia, è anche Presidente della Società Italiana degli Autori ed Editori – Siae; la Presidente della potente lobby Apa, ovvero l’Associazione dei Produttori Audiovisivi, Chiara Sbarigia, guida giustappunto il Mia (dopo essere stata per anni Presidente della società pubblica Cinecittà), insieme al Presidente dell’Anica (produttori cinematografici ma anche Netflix ed altri influenti player) Alessandro Usai.

Da anni, vado scrivendo (denunciando) che molte iniziative italiane nell’ambito del settore culturale non rispettano regole “basic” di trasparenza: è il caso emblematico del Mia, che pure beneficia di non pochi milioni di euro di danaro pubblico, tra Ministero della Cultura, Ministero degli Affari Esteri, e finanche Commissione Europea. Il Mia non pubblica sul proprio sito web un bilancio, e viola la legge in materia di trasparenza. La legge n. 124/2017 impone infatti ad associazioni e fondazioni di pubblicare online i contributi pubblici, se complessivamente pari o superiori a 10.000 euro annui. È prevista anche una sanzione pari all’1% degli importi ricevuti e, se perdura l’inadempimento, addirittura la restituzione integrale del beneficio. Evidentemente nessun Ministero o altra Pubblica Amministrazione richiama il Mia a quest’obbligo.

Ci si può aspettare dall’Apa e dall’Anica analisi e ricerche che evidenzino come la gran parte delle maggiori e migliori società di produzione audiovisiva italiane siano state acquisite, nell’ultimo decennio, da multinazionali straniere come la tedesca Fremantle e la francese Banijay? Ovviamente no. Ci si può aspettare dall’Apa e dall’Anica un’analisi critica della (mala) gestione dello strumento del “tax credit”, di cui hanno ben approfittato per un decennio? Ovviamente no. Offrono dati che sono funzionali ai loro propri interessi, e generalmente proponendo uno scenario idilliaco, limitandosi a chiedere allo Stato… più danaro per sostenere “la crescita”.

Quindi inaffidabile è anche l’ottava edizione del “Rapporto sulla Produzione Audiovisiva Nazionale di Apa”, che mette confusamente assieme più fonti (Certa Università Cattolica, eMedia, Symbola, OpenEconomics…), senza alcuna spiegazione metodologica, e quindi senza validazione oggettiva di dati verificabili, e senza che questi numeri possano essere quindi ritenuti attendibili. Numerologie fantasiose e strumentali. E le rare testate giornalistiche che li rilanciano non si pongono queste perplessità: vale anche per il maggiore quotidiano economico nazionale, qual è il confindustriale Il Sole 24 Ore (senza dimenticare che Apa ed Anica sono associazioni che aderiscono a Confindustria…).

D’altronde, come si può sperare in ricerche e studi che hanno committenti “partigiani” possano offrire analisi oggettive e indipendenti, che potrebbero mettere in discussione le loro stesse attività e anche il loro foraggiamento pubblico?!

Il problema non è marginale, perché in verità dovrebbe essere lo Stato stesso a studiare seriamente l’efficacia del proprio intervento (anche) nel settore culturale: invece, non esiste una strumentazione tecnica minimamente adeguata.

Da anni denuncio – da ricercatore specializzato in IsICult prima che da giornalista investigativo – come quella stessa “valutazione di impatto” prevista dalla Legge Franceschini del 2016, che dovrebbe essere indipendente dal Mic per consentire al Principe – ma magari anche ai sudditi… – di capire il vero stato di salute del settore, sia ormai ridotta ad un documento illeggibile, privo di approccio critico, e quindi perfettamente inutile anche ai fini delle esigenze di conoscenza del Parlamento… Anche l’iter stesso della legge di riforma del settore – che arriverà in Senato per essere approvata definitivamente il 3 novembre prossimo – non s’è certo caratterizzato per una profonda volontà di conoscere lo stato dell’arte. Si procede ancora per approssimazione cognitiva e per scontri interni ed oscuri mercanteggiamenti tra lobby, grandi e piccole: nasometria cognitiva e clientelismo diffuso.

D’altronde, siamo in un Paese nel quale il Direttore Generale del Cinema e dell’Audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni (che è anche incredibilmente Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, in un’impropria sovrapposizione di ruolo di gestione amministrativa e di orientamento politico: caso unico in Italia) si vanta sempre più dell’“efficientamento” dell’amministrazione che dirige, allorquando la gran parte degli operatori del settore lamentano ritardi kafkiani, superiori a quelli di cui soffrivano ai tempi dell’ex Dg Nicola Borrelli.

E naturalmente in nessuna pubblica occasione – che sia la Festa del Cinema di Roma o il Mia – qualcuno alza il ditino e urla “ma, guardate, il Principe è nudo!”, oppure denuncia con onestà intellettuale lo stato di profonda crisi strutturale del settore. E d’altronde, nessuno sembra ricordare che esiste un regolamento (il Dpcm n. 271 del 22 dicembre 2010) che prevedrebbe tempi ragionevoli nei rapporti con la Pa: per esempio, gli organizzatori di festival dovrebbero essere pagati dal Ministero della Cultura entro 90 giorni da quando trasmettono i consuntivi delle iniziative sovvenzionate, ma questa regola non viene quasi mai rispettata.

Insomma, fatta la legge, trovato l’inganno. Pubbliche virtù e vizi privati. Così si (mal) governano le politiche culturali in Italia.

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