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Disagio sociale e sicurezza nazionale, la rivoluzione che Caligiuri aveva visto arrivare

Nel dicembre del 2019, quando l’intelligenza artificiale generativa non aveva ancora raggiunto il grande pubblico e il dibattito sulla sicurezza nazionale continuava a privilegiare le minacce convenzionali, Mario Caligiuri aveva già individuato una vulnerabilità destinata ad assumere crescente rilevanza strategica. Nel saggio “La rivoluzione dietro l’angolo. Come il disagio sociale digitale minaccia la sicurezza nazionale”, pubblicato sulla rivista cartacea Formiche nel dicembre 2019, il professore dell’Università della Calabria e presidente della Società italiana di intelligence proponeva una riflessione che andava oltre i confini della sicurezza informatica. La sua tesi era che le trasformazioni tecnologiche, interagendo con le disuguaglianze economiche, la crisi della rappresentanza politica e il progressivo indebolimento delle capacità critiche dei cittadini, potessero compromettere la stabilità delle istituzioni democratiche.

A distanza di quasi sette anni, il testo merita di essere riletto soprattutto per la capacità di individuare un nesso che oggi occupa una posizione centrale nelle valutazioni degli apparati di sicurezza occidentali: quello tra vulnerabilità sociali, manipolazione dell’informazione e tutela dell’interesse nazionale. Caligiuri non si limitava a descrivere le conseguenze politiche della diffusione dei social media. Si interrogava sulla possibilità che il disagio, amplificato dalle piattaforme digitali e alimentato dalla progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni, potesse trasformarsi da questione sociale e di ordine pubblico in un problema di sicurezza nazionale. Un’intuizione che anticipava, sul piano interpretativo, alcuni dei principali interrogativi posti oggi dalla competizione nel dominio cognitivo.

Nel 2019, Caligiuri propose di spostare l’attenzione dalla singola informazione falsa ai meccanismi che ne rendevano possibile la diffusione e l’efficacia. La disinformazione, nella sua ricostruzione, non costituiva un fenomeno isolato, ma il prodotto di un ambiente comunicativo nel quale gli algoritmi influenzavano la percezione della realtà, la formazione del consenso e i comportamenti collettivi. Il problema riguardava quindi la crescente capacità delle piattaforme di incidere sulle dinamiche democratiche, mentre gli Stati faticavano a comprenderne pienamente le implicazioni.

È proprio questa chiave di lettura a risultare particolarmente attuale. La Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026, intitolata “Governare il cambiamento”, riconosce nella trasformazione tecnologica uno dei principali fattori di ridefinizione delle minacce alla Repubblica. Il documento dell’intelligence italiana attribuisce particolare rilevanza ai processi di manipolazione informativa capaci di incidere sulla fiducia dei cittadini, sulla stabilità istituzionale e sulla capacità decisionale dello Stato. La minaccia, in questa prospettiva, non coincide necessariamente con un attacco informatico o con un episodio di interferenza direttamente riconoscibile. Può svilupparsi attraverso dinamiche cumulative, sfruttando vulnerabilità preesistenti e producendo effetti politici e sociali nel medio periodo.

Il parallelismo con il saggio di Caligiuri appare significativo. Già nel 2019, infatti, l’autore aveva osservato che la separazione tra dimensione fisica e virtuale stava progressivamente perdendo rilevanza, mentre il cyberspazio assumeva una posizione determinante nella competizione economica, politica e culturale. La sicurezza informatica rappresentava soltanto uno degli aspetti di un problema più esteso, che coinvolgeva la capacità delle società democratiche di conservare coesione, autonomia decisionale e consapevolezza collettiva. Non si trattava ancora di una sistematizzazione delle odierne minacce cognitive, ma di una riflessione che ne riconosceva alcuni presupposti fondamentali.

Gli sviluppi degli ultimi anni hanno conferito a questa intuizione una concretezza difficilmente immaginabile nel 2019. Il quarto rapporto del Servizio europeo per l’azione esterna sulle interferenze e manipolazioni informative straniere, pubblicato nel marzo 2026, descrive campagne sempre più articolate nelle quali gli attori ostili sfruttano le divisioni politiche e sociali dei Paesi bersaglio, impiegando strumenti tecnologici capaci di amplificarne gli effetti. Secondo il rapporto, il 27% degli episodi di manipolazione informativa individuati nel 2025 comprendeva tecniche riconducibili all’intelligenza artificiale. Le operazioni attribuite ad attori russi e cinesi dimostrano come la produzione automatizzata di contenuti e la loro distribuzione coordinata possano sostenere strategie di influenza orientate a indebolire la fiducia nelle istituzioni e ad accentuare le fratture interne alle società europee.

Nel saggio il disagio sociale non nasce dalla tecnologia, ma trova nell’ambiente digitale un moltiplicatore della propria intensità e una nuova possibilità di mobilitazione. Precarizzazione del lavoro, disuguaglianze economiche, difficoltà delle giovani generazioni e crisi della rappresentanza politica costituiscono, nella sua analisi, fattori di instabilità che possono convergere e rafforzarsi reciprocamente. Una lettura che conserva particolare interesse perché individua nelle condizioni strutturali della società, prima ancora che negli strumenti utilizzati dagli attori ostili, alcune delle principali vulnerabilità delle democrazie.

Anche il riferimento all’intelligenza artificiale assume oggi un significato diverso. Caligiuri ne esaminava le possibili conseguenze sull’occupazione, sulla distribuzione della ricchezza e sulla concentrazione del potere economico, interrogandosi sulla capacità delle istituzioni di governare una trasformazione potenzialmente più rapida dei processi di adattamento sociale. Non tutte le previsioni formulate nel 2019 hanno trovato una conferma definitiva, né sarebbe corretto attribuire al saggio l’anticipazione di ogni successiva evoluzione tecnologica. Resta tuttavia rilevante l’aver collegato la questione dell’automazione alla tenuta del patto sociale, riconoscendo che gli effetti politici dell’innovazione dipendono anche dalla distribuzione delle opportunità e dalla capacità dei cittadini di partecipare ai cambiamenti in corso.

La pertinenza di questa interpretazione emerge anche dal Global Risks Report 2026 del World Economic Forum, che colloca disinformazione e manipolazione informativa al secondo posto tra i principali rischi globali nell’orizzonte biennale, evidenziando contemporaneamente le conseguenze della polarizzazione sociale e dell’erosione della fiducia pubblica. Si tratta di valutazioni che non dimostrano un rapporto causale automatico tra digitalizzazione e instabilità politica, ma confermano la necessità di considerare congiuntamente la dimensione tecnologica e quella sociale.

Un ulteriore elemento di lungimiranza riguarda il ruolo attribuito all’intelligence. Caligiuri insisteva sulla necessità di superare un’impostazione prevalentemente reattiva, sostenendo l’importanza di individuare i segnali deboli attraverso i quali riconoscere l’evoluzione di fenomeni ancora lontani dal manifestarsi come minacce conclamate. Un approccio nel quale l’attività informativa non si esaurisce nella raccolta di dati o nell’identificazione di attori ostili, ma comprende l’interpretazione dei cambiamenti sociali e la capacità di anticiparne le possibili conseguenze sulla sicurezza dello Stato.

A quasi sette anni dalla pubblicazione sulla rivista cartacea Formiche, la riflessione di Mario Caligiuri merita una rilettura. Il motivo? La sua attualità, e la capacità di anticipare i pericoli, comprendendo le vulnerabilità interne di una società di ieri, oggi e domani.

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Crisi della partecipazione? Alla Sapienza votano 3 su 4 e i giovani fanno la differenza

In una fase politica in cui alle consultazioni locali capita sempre più spesso che voti meno di un elettore su due, c’è un luogo a Roma dove la partecipazione resta altissima. Alla Sapienza, chiamata a eleggere il rettore del sessennio 2026–2032, al primo turno ha votato l’80,72% degli aventi diritto e al secondo, chiuso lo scorso 16 ottobre, il 75,07%, con l’86,17% tra i docenti e una partecipazione vicina ai due terzi sia tra il personale tecnico, amministrativo e bibliotecario sia tra le rappresentanze studentesche.

Proprio il voto degli studenti, espresso attraverso i loro rappresentanti nelle assemblee di facoltà e negli organi di governo, racconta meglio di altri dati la vitalità di una comunità che non si limita a subire le scelte sull’università. Il regolamento attribuisce alla componente studentesca un peso che può arrivare al 15% del corpo docente e che nella seconda tornata si è tradotto in 368 voti ponderati, una quota in grado di orientare l’esito di una corsa così serrata.

Rispetto al primo turno i candidati sono scesi da cinque a quattro, dopo il ritiro della prorettrice alla Ricerca Maria Sabrina Sarto, e nessuno ha ancora raggiunto la fatidica soglia della maggioranza assoluta. L’ordine d’arrivo non è cambiato, ma il distacco tra i primi due si è più che dimezzato, da 150,5 a 66,8 voti ponderati, con il prorettore uscente Fabio Lucidi salito da 1.175,93 a 1.207,46, pari a un incremento del 2,7%, e il preside di Scienze politiche, sociologia, comunicazione Pierpaolo D’Urso cresciuto da 1.025,38 a 1.140,63, con un aumento dell’11,2%, il più ampio della competizione. Seguono Riccardo Faccini, a 880,78, e Antonio Carcaterra, rimasto sostanzialmente fermo a 746,13.

Scomponendo il voto si vede come D’Urso abbia guadagnato terreno soprattutto tra i docenti, passando da 678 a 781 preferenze a fronte delle 12 in più raccolte da Lucidi, mentre tra gli studenti resta nettamente in testa con il 54% dei voti ponderati. Il margine che separa i due in questa componente, circa 138 voti ponderati, vale più del doppio dell’intero distacco complessivo, e il dato assume un certo rilievo se si considera che i rapporti con la comunità studentesca rientrano tra le deleghe affidate a Lucidi nella governance uscente.

D’Urso legge il risultato in chiave di cambiamento e sostiene che «il 70% dell’elettorato ha scelto una candidatura di discontinuità con l’amministrazione uscente», affermazione che i numeri non smentiscono, visto che al prorettore è andato il 29,7% dei voti ponderati espressi. Da qui l’appello al «dialogo tra le forze che propongono il cambiamento» e la disponibilità «a raccogliere e coordinare il contributo di tutti coloro che vogliono una nuova pagina per Sapienza», con un’attenzione alle «componenti oggi meno rappresentate, da studentesse e studenti, al personale TAB, ai ricercatori e ai professori associati».

Dal 20 al 23 ottobre si torna a votare e servirà ancora la maggioranza assoluta dei voti, pesati e non pesati, una soglia che appare lontana per chiunque e che rende probabile il ballottaggio tra i due più votati, in programma dal 27 al 30 ottobre. Molto dipenderà dagli elettori di Faccini e di Carcaterra, ma se la tendenza emersa tra primo e secondo turno dovesse confermarsi il sorpasso sarebbe a portata di mano. Comunque vada, la Sapienza consegna l’immagine di un’istituzione in cui la competizione democratica è ancora capace di mobilitare e in cui i più giovani riescono a far valere la propria voce.

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