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Ventisei miliardi, tante misure e l’incognita dei risultati

Questa settimana il Consiglio dei ministri ha approvato la quinta e ultima legge di bilancio della legislatura. La presidente del Consiglio l’ha presentata come si sfoglia un catalogo: l’aliquota del 33 per cento fino a 55.000 euro, il forfettario a 100.000, la cedolare all’1 per cento per gli inquilini under 35, il bollo abolito per sempre, le targhe personalizzate, un voucher di 300 euro per gli over 75. Ogni voce ha un destinatario riconoscibile. Poche ne chiamano un’altra.

Pochi giorni fa ho sostenuto che i programmi italiani non falliscono nei capitoli, ma nei punti in cui un capitolo dovrebbe agganciarsi al successivo. La manovra lo conferma, con una precisazione doverosa. Un filo c’è. La clausola di salvaguardia nazionale consente di escludere dalle regole europee fino a 0,3 punti del prodotto interno lordo per la difesa e altrettanti per la sicurezza energetica, e lega così spesa, obiettivo e vincolo. Su quelle destinazioni c’è poco da eccepire. Tra le altre voci, invece, il filo manca. La presidente del Consiglio ha chiesto di leggere ogni misura «insieme a quelle già fatte». È l’invito giusto, e conviene accettarlo fino in fondo.

Prima i conti, tenendo distinti due momenti. Nel quadro trasmesso a Bruxelles il 15 ottobre la manovra valeva 23,5 miliardi: 10 coperti da nuove entrate e tagli, 13 in deficit. Il 28 ottobre i miliardi sono diventati 26. Secondo le prime ricostruzioni, i 2,5 in più verrebbero da altra spesa spostata sotto la clausola e da prelievi più alti su banche, giochi e tabacchi. Anche fermandosi al primo quadro, più di metà della manovra si regge sul debito. Un anno fa era un’altra storia: secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, la legge per il 2026 lasciava in deficit meno di un miliardo su oltre 18.

Poi il profilo nel tempo, dove i documenti del governo parlano da soli. Le politiche per la famiglia valgono circa 5 miliardi nel 2027 e meno di 3 nel 2029. Le infrastrutture scendono da quasi 4 miliardi nel 2028 a uno l’anno dopo. Tra le coperture accade il contrario. Il contributo di banche e assicurazioni, ottenuto alzando di tre punti l’imposta sul reddito degli istituti, si dimezza. Una voce chiamata «altre entrate» sale invece da poco più di un miliardo a quasi 6. Nel 2029 la copertura più grande della manovra non ha ancora un nome. La spesa si concentra nell’anno del voto, il conto negli anni successivi.

Un filo, in una legge di bilancio, ha una forma precisa. Per ogni misura che supera i 500 milioni la legge dovrebbe indicare tre cose. Il risultato atteso, misurato partendo dai dati amministrativi disponibili e indicando quali altri servono. Chi ne risponde. La data in cui l’Ufficio parlamentare di bilancio lo verifica. Non basta rendicontare quanto si è speso. Bisogna valutare che cosa è cambiato rispetto a ciò che sarebbe accaduto comunque. Per le misure temporanee, la verifica viene prima del rinnovo. Per quelle permanenti serve una revisione obbligatoria in Parlamento, perché non c’è un rinnovo da fermare: il bollo auto, per esempio, costerà circa 2,3 miliardi l’anno senza scadenza. Ancora il 15 ottobre, nel documento inviato a Bruxelles, la stessa esenzione figurava tra le misure temporanee contro il caro energia, in risposta alla raccomandazione europea di proteggere le famiglie vulnerabili senza oneri permanenti.

Il Pnrr ha già legato il pagamento delle rate a traguardi con una data, e le prime evidenze dell’Ufficio parlamentare di bilancio suggeriscono che la capacità amministrativa costruita per raggiungerli possa durare oltre il Piano. Gli strumenti, del resto, esistono già. Lo stesso documento cita i piani di analisi e valutazione della spesa avviati dai ministeri e il reclutamento di personale specializzato. Una verifica seria ha un costo, perché richiede all’Ufficio un mandato esplicito e le persone per esercitarlo. È un costo minimo rispetto a 26 miliardi spesi senza sapere che cosa abbiano prodotto.

Applichiamolo al fisco. Un dipendente con 55.000 euro di imponibile pagherà, con le nuove aliquote, circa 15.350 euro di imposta lorda, la cifra citata in conferenza stampa. Un professionista forfettario con lo stesso imponibile, calcolato con un coefficiente forfettario invece che sui costi effettivi, ne paga 8.250. La differenza supera i 7.000 euro l’anno, ed è una stima prudente, perché il forfettario non versa nemmeno le addizionali regionali e comunali. La manovra la estende a chi fattura fino a 100.000 euro, mentre al dipendente arrivano al massimo 500 euro. Perde il lavoratore dipendente nella stessa fascia di reddito. Sull’IVA, poi, il governo dovrà conciliare due indirizzi: l’esonero per la nuova fascia richiede un’autorizzazione europea che oggi non c’è, mentre Bruxelles raccomanda all’Italia di ridurre le agevolazioni fiscali, IVA compresa. Un secondo perdente è meno visibile. Un regime che premia chi resta sotto una soglia può insegnare alle piccole attività a non crescere, mentre il governo stesso registra una produttività che non riparte. Contare quante attività passano al regime ordinario non basterebbe, perché alcune lo farebbero comunque. Bisogna guardare anche quante si fermano appena sotto il limite e come evolvono, negli anni, i ricavi di chi vi si avvicina. Se si addensano lì, la soglia è diventata un tetto.

Sui giovani il discorso è più breve. Il premio da 2.500 euro per gli under 30 e la cedolare all’1 per cento possono avere funzioni legittime. Passano però da chi un lavoro o un affitto li sta già ottenendo. Il governo stesso conta circa 2 milioni di inattivi disponibili, con un’incidenza del 19 per cento tra i 15 e i 24 anni, e per loro la manovra non prevede un percorso che finisca con un’assunzione. Se poi la cedolare deve portare più alloggi sul mercato, la legge dica quanti contratti concordati in più, in quali città, entro quale data.

La sanità pone una scelta più che un’incoerenza. Il Fondo sanitario cresce di 3,4 miliardi, fino a 146,3. Accanto, 1,6 miliardi finanziano un voucher di 300 euro per gli over 75 con pensione fino a 28.000 euro, da spendere in prestazioni e farmaci che il Servizio sanitario non copre. È un contributo individuale, uguale per tutti. Con la stessa cifra si poteva finanziare un servizio continuativo di assistenza domiciliare per chi non è più autosufficiente. Le due strade raggiungono persone diverse e rispondono a bisogni diversi. Solo la seconda, però, alleggerisce chi oggi assiste un genitore, spesso una figlia o una nuora che finisce per lasciare il lavoro. È lì che sanità, cura e occupazione femminile si toccano. Il voucher, per come è stato annunciato, non dice come sarà valutato. Andrebbe misurato chi lo usa, per quali prestazioni e quanto riduce i bisogni di cura rimasti senza risposta. Solo così il confronto con l’alternativa diventa una scelta informata.

Il punto riguarda tutti, non solo la maggioranza. Non ogni misura deve giustificarsi con il prodotto interno lordo, perché una protezione può valere per ciò che protegge. Ma ogni misura deve dire quale risultato, economico o sociale, giustifica le risorse che impiega. Secondo il governo, la manovra aggiunge due decimi di crescita nel 2027 e uno nel 2028, poi i due scenari (con o senza manovra) tornano a crescere allo stesso ritmo. Il prodotto interno lordo resterebbe più alto di circa tre decimi, a fronte di un deficit più alto di mezzo punto per due anni. Non è un effetto nullo. È modesto, e non segna un’accelerazione duratura. In finanza pubblica nessuna voce sta da sola: quando l’impulso è modesto e gli interessi costano già oltre il 4 per cento del prodotto interno lordo, ogni miliardo senza un risultato dichiarato pesa due volte. Chi, nel 2029, potrà dire che cosa questi 26 miliardi hanno spostato oltre al saldo?

La stessa regola vale per chi si candida a sostituire questo governo. Il centrosinistra sta scrivendo il suo programma, e ciò che vale per una manovra vale per un programma: una promessa che tocca due capitoli va scritta tenendoli entrambi davanti. Il modo più serio di criticare questa legge non è contestarne le voci una per una. È dire quali cancellerebbe, a chi toglierebbe e dove sposterebbe le risorse. Chi vuole riportare il forfettario a 85.000 euro dica quanto recupera e a chi lo restituisce. Chi vuole conservare il bollo abolito dica dove trova 2,3 miliardi ogni anno. Un Paese che ha pagato per decenni misure senza verifica merita un’opposizione capace di indicare i perdenti delle proprie promesse con la stessa franchezza con cui indica quelli altrui.

Le voci si contano la sera della conferenza stampa. Il filo si vede soltanto dopo, quando i soldi sono stati spesi e qualcuno deve dire che cosa hanno cambiato.

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Il centrosinistra ha un problema di cerniere, non di capitoli

In questi giorni i leader del centrosinistra chiedono di vedersi per cominciare a scrivere il programma. Il calendario è fissato, con il testo entro l’anno e le primarie all’inizio del 2027, e anche il metodo si intravede: incontri tematici su lavoro, scuola, sanità e sicurezza, poi un tavolo dove ogni forza porta le sue priorità. Ne uscirà un documento ordinato per capitoli. È il modo più naturale di scrivere un programma. È anche il modo più sicuro di scriverne uno che non si potrà attuare.

Ad agosto ho scritto su queste pagine che i programmi scritti per tavoli tematici producono capitoli difendibili e un insieme che non sta in piedi. Non falliscono nei capitoli. Falliscono nelle cerniere, cioè nei punti in cui un capitolo dovrebbe agganciarsi al successivo e nessuno ha previsto il gancio. Un reddito senza formazione diventa assistenza. Un lavoro senza servizi per la non autosufficienza scarica su una figlia il costo di un genitore malato, finché lei esce dal mercato del lavoro. Allora si discuteva di sequenza. Ora che i tavoli stanno per aprirsi, serve dire come impedirlo.

I tavoli separati non sono una svista. Sono un rifugio. Le cerniere sono esattamente i punti in cui le anime di una coalizione si scontrano, e il tavolo per temi permette di non scegliere prima del voto. Ciascuno scrive il proprio capitolo, nessuno scrive il collegamento, e il documento finale accosta promesse che al governo si riveleranno incompatibili. La scelta rinviata, però, non scompare. Si ripresenta al primo Consiglio dei ministri, con meno tempo, meno soldi e davanti a tutti. A quel punto non è più una discussione sul programma. È una crisi.

Per questo serve una regola politica, e riguarda la firma. Che cosa succede se due forze firmano i rispettivi capitoli ma rifiutano di firmare la cerniera che li collega? Succede che quella promessa non entra nel programma come impegno comune. Resta nel testo come dissenso dichiarato, con il nome di chi sostiene ciascuna posizione. L’elettore deve poter distinguere ciò che la coalizione ha deciso da ciò che ha soltanto accostato. Chi dissente può bloccare la promessa comune, ma non può nascondere il disaccordo. E chi rifiuta di firmare deve spiegarlo adesso, in campagna elettorale, invece di farlo scoprire agli elettori dopo. Un programma con dieci dissensi dichiarati dice qualcosa di vero: che su dieci punti quella coalizione non ha deciso. Per i partiti è un costo, ed è questo a rendere sconveniente il rinvio.

Il caso più difficile è il sostegno al reddito, dove lavoro e welfare si toccano. Prendiamo Marco. Ha quarant’anni e lavorava nella meccanica finché lo stabilimento ha chiuso. Oggi il suo sostegno dipende dal ministero del Lavoro, la formazione dalla Regione, l’incentivo all’impresa che potrebbe assumerlo dal ministero delle Imprese. Tre uffici, tre calendari, nessuno che risponda del risultato. Una coalizione che volesse scrivere davvero questa cerniera dovrebbe sciogliere tre nodi prima del voto. Il primo: chi deve partecipare a un percorso attivo e chi ne resta esentato, per età, salute o carichi di cura. Il secondo: quali obblighi assume l’amministrazione prima di chiederne al beneficiario, dall’orientamento entro un mese a un corso legato a un fabbisogno documentato. Il terzo: che cosa accade se il corso viene erogato e il lavoro non arriva. La risposta seria è che il sostegno prosegue. E se l’impresa che aveva firmato un impegno di assunzione non lo rispetta senza giustificazione, perde per un anno l’accesso al fondo. Ma solo se la responsabilità è accertata. Su ciascun nodo una parte della coalizione dovrà cedere qualcosa. È lì, e non nel capitolo sul lavoro, che si misura l’accordo.

Lo stesso vale per i costi. Estendere le tutele a chi cambia lavoro, senza ridurre quelle di chi le ha già, è un impegno credibile solo se dichiara chi lo finanzia. Una parte la paga chi usa di più il lavoro instabile. Il meccanismo esiste già. Dal 2013 chi assume a tempo determinato versa un contributo in più per finanziare l’indennità di disoccupazione, e dal 2018 quel contributo sale a ogni rinnovo. Va esteso a tutti i contratti brevi e discontinui, e reso più alto quanto più il contratto è breve, perché chi genera il bisogno di protezione contribuisca a finanziarla. Per il resto la coalizione deve dire quali incentivi a pioggia elimina, a cominciare dagli sgravi contributivi concessi a tutti a prescindere dal lavoro che producono, e quanto recupera. Quelle risorse vanno nei servizi, e ci guadagna soprattutto il ceto medio: scuola di qualità per i figli, sanità territoriale che evita il privato, asili e assistenza agli anziani che restituiscono tempo e lavoro, soprattutto alle donne.

Le altre cerniere chiedono la stessa firma. Tra formazione e industria il dato è noto: nel primo semestre del 2026, secondo Cnel e Unioncamere, il 44,8 per cento delle assunzioni programmate è risultato difficile da coprire. Gli ITS Academy portano al lavoro entro un anno almeno otto diplomati su dieci perché le imprese partecipano alla progettazione dei corsi. Da qui la regola per ogni corso pagato con denaro pubblico per trovare lavoro: le imprese lo progettano fin dall’inizio, dicono quali figure cercano e si impegnano su assunzioni che si possono verificare. Dove la domanda privata è debole, come in molte aree del Mezzogiorno, a indicare le figure da formare può essere un’amministrazione pubblica. I corsi di base e quelli di lingua restano fuori da questa regola, perché sono un diritto.

Poi c’è la cerniera tra industria e Stato. L’economista Claudio De Vincenti, in un libro dal titolo eloquente, «Per un Governo che ami il mercato», ha proposto l’immagine più esatta: lo Stato come ancora e timone. L’ancora serve nella burrasca e impedisce che una crisi distrugga in diciotto mesi competenze costruite in vent’anni. Il timone serve a scegliere la rotta, con ricerca, infrastrutture e competenze per i lavori che verranno. Quanto mettere nell’ancora e quanto nel timone è una scelta da firmare prima del voto. Non un incentivo a pioggia da rinnovare a dicembre.

Tra sicurezza e quartiere, infine. Nel primo semestre del 2026 i reati sono calati del 10 per cento, eppure un italiano su quattro non si sente sicuro a camminare da solo la sera. Il palazzo con la luce delle scale rotta da mesi dipende da prefettura, comune, case popolari e servizi sociali, e nessuno risponde del quartiere. Serve un piano unico per il quartiere, giudicato anche su quanto si sentono sicuri i residenti.

Sopra tutte c’è la scala europea. Il Rapporto Draghi stima in 800 miliardi l’anno gli investimenti aggiuntivi necessari al continente, e un Paese che alza da solo tutele e salari rischia di vedere gli investimenti spostarsi dove costa meno. Con un debito comune e una politica industriale europea, le stesse cerniere nazionali rendono molto di più. Tutto si tiene, o niente regge.

Solo dopo la firma viene l’architettura, e qui non serve inventare nulla. Palazzo Chigi può già coordinare i ministeri e sostituirsi a un’amministrazione in ritardo. Il Pnrr, il piano finanziato dai fondi europei dopo il Covid, ha mostrato che un obiettivo con una data e un pagamento legato al risultato cambia il comportamento delle amministrazioni. Manca un accordo politico che renda vincolante l’uso di questi strumenti. Per ogni cerniera firmata servono quattro cose: un obiettivo misurabile, un’unica cassa per tutti i ministeri coinvolti, un responsabile che possa spostare risorse e sostituirsi a chi è in ritardo, una verifica annuale in Parlamento. Se l’obiettivo manca, lo stanziamento torna in discussione.

La firma vale anche per i conti. Un risparmio futuro non paga una spesa di oggi. Ogni cerniera deve dire quanto costa nei primi due anni e chi paga. Deve reggere anche senza debito comune europeo, che resta un acceleratore e non le fondamenta. E un margine c’è già: il piano di bilancio concordato con Bruxelles concede all’Italia sette anni, invece di quattro, per rimettere in ordine i conti, in cambio di riforme e investimenti. Le cerniere sono il modo di dare a quell’impegno un contenuto verificabile.

Resta la fiducia, che nessuna tabella produce da sola. Nel sondaggio Swg condotto a luglio e ripreso da Linkiesta, il 30 per cento degli elettori dichiarava che nessun partito lo rappresenta davvero. Le promesse economiche sono state emesse per trent’anni e spesso smentite, e quella moneta si è svalutata. Per riconquistarla ogni cerniera deve dire anche che cosa chiede in cambio, e a chi. L’impresa che assume Marco firma un impegno, e quell’impegno viene controllato come quelli del governo. Il comune che ottiene il piano di quartiere pubblica i suoi tempi di intervento. È il modo più serio di rispettare i cittadini: non trattarli come destinatari di un sussidio, ma come persone senza le quali le riforme non si fanno. Chi si sente parte del progetto chiede ancora protezione, ma non solo. Chiede di contare.

I capitoli si scrivono in una notte di trattativa, ciascuno al proprio tavolo. Le cerniere vanno scritte prima, tutti insieme, o non si scrivono più. Chi le rinvia lo scoprirà al governo, il giorno in cui si accorgerà di aver vinto le elezioni con un indice.

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