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Divieto social ai minori, stop della Commissione Ue: “Leggi nazionali rinviate per un anno, prima il nostro regolamento Kids act”

Dopo il divieto social per i minori approvato dalla Grecia, primo paese in Europa a varare il ban, arriva lo stop di Bruxelles. “La Commissione ha deciso di rinviare di 12 mesi qualsiasi progetto di legge nazionale che si sovrapponga alle future norme armonizzate, ritenendolo fondamentale per evitare una frammentazione del nostro mercato interno”, ha dichiarato Thomas Regnier, portavoce della Commissione Ue. “Per salvaguardare il lavoro dei nostri co-legislatori, dobbiamo ora concentrarci sui negoziati relativi all’EU Kids Act e garantire un’efficace applicazione delle nostre norme”, ha aggiunto il funzionario di Bruxelles. Come effetto del rinvio, l’avvocato Stefano Bertone e Antonio Affinita (Moige) indicano i rischi sulla salute pubblica, ricordando la sanzione inflitta a Meta dal tribunale del New Mexico.

In attesa del provvedimento europeo per proteggere i più giovani, Regnier ha citato il Digital service act come strumento di tutela. Il portavoce della Commissione ha lanciato lo stop alle cancellerie del Vecchio Continente esprimendo il parere di Bruxelles sulla proposta di legge austriaca, con il ban previsto fino a 14 anni. La decisione del rinvio si ripercuote anche sull’Italia. Pochi giorni fa la presidenza del Consiglio dei ministri aveva lasciato trapelare sulle pagine di Repubblica la linea di Giorgia Meloni. La premier “non è contraria o ostile” al divieto per i giovanissimi. Tuttavia mai hai espresso il suo favore esplicito verso il ban dai social network, contenuto nel disegno di legge 1136, fermo da oltre un anno in attesa dei pareri del governo, ma con il via libera incassato proprio dall’Europa. Fratelli d’Italia, con Lavinia Mennuni, aveva esortato il Parlamento ad approvare il provvedimento, anche un emendamento per tutelare i giovani. Invito subito raccolto dal Partito democratico e Italia Viva. Ma ora il progetto bipartisan potrebbe arenarsi, dopo la decisione annunciata da Bruxelles.

Il portavoce Ue ha indicato l’Italia tra gli Stati che hanno già notificato le proprie leggi alla Commissione, insieme a Slovenia, Belgio e Francia. “Il lavoro è in corso”, ha detto Regnier, precisando che “questo non cambierà la nostra posizione di base: non frammenteremo il nostro mercato interno. Se lo si fa, con età diverse e leggi diverse nei vari Stati membri, diventa quasi impossibile far rispettare le norme”. La Commissione europea punta ora ad approvare la sua proposta di regolamento battezzata Kids act, accelerando il trilogo dei negoziati con Consiglio e Parlamento europeo.

Il divieto social è fortemente sostenuto dalle associazioni delle famiglie promotrici della class action contro Meta e TikTok, per i possibili danni ai minori. Tra le sigle c’è il Moige, Movimento genitori italiani. Il direttore generale Antonio Affinita, interpellato da ilfattoquotidiano.it esprime stupore per la mossa di Bruxelles: “Molto grave lo stop al divieto, si tratta di una ingerenza nelle politiche sulla salute pubblica degli Stati membri, un tema su cui gli i governi nazionali restano sovrani. Di fatto è impedito di legiferare in attesa di un provvedimento europeo”, ha dichiarato Affinita. “Del resto siamo perplessi sul Kids act, a partire dalla soglia troppo bassa fissata a 13 anni, come è già ora”, conclude il direttore generale. Il Moige aveva elencato 8 profili critici del provvedimento in discussione a Bruxelles, per tutelare i giovani dalle conseguenze dei social network. Ad esempio, l’assenza di responsabilità economica, penale e civile per i danni che un minore può subire. Oppure il parental control, eludibile, difficile da comprendere per i non esperti e interamente a carico dei genitori. I limiti di sicurezza da imporre alle piattaforme, secondo il Moige, troppo lasco e senza garanzie concrete. Infine, l’incertezza sulle sanzioni.

Anche l’avvocato Stefano Bertone, tra i legali del team della class action contro Meta e TikTok, si concentra sui rischi del rinvio di Bruxelles sulla salute pubblica: “La sopravvivenza e la salute mentale dell’età adolescenziale è una pretesa dell’oggi, non di dopodomani o tra 12 mesi”. L’avvocato ricorda il precedente legale negli Stati Uniti, con la maxi sanzione per i danni ai minori inflitta alla casa madre di Facebook e Instagram: la priorità è “evitare che si moltiplichino e aggravino anche da noi gli effetti di quella ‘tempesta’ che ha investito la salute mentale di milioni di adolescenti nel Nuovo Messico, come ha dichiarato il tribunale locale poche settimane fa, condannando Meta a quasi un miliardo di dollari di sanzioni”.

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La truffa con la falsa voce di Vannacci: “Versa 250 euro, ne guadagnerai 10 mila. Garantiscono Meloni e Mattarella”

Una truffa con la falsa e suadente voce di Roberto Vannacci, clonata con l’intelligenza artificiale, come amo per pescare a strascico nell’oceano sterminato di Youtube. Migliaia di vittime ignare possono abboccare all’esca, mentre guardano un video sulla piattaforma di Google e spunta la frode travestita da pubblicità. “Tutto è trasparente, me ne faccio personalmente garante”, esordisce il falso Vannacci. “Il link è sotto il video, seguendolo, puoi iniziare a guadagnare già oggi. Basta un versamento minimo di 250 euro”. Cliccando, si approda all’indirizzo della truffa: proxiacoadvir.pro.

Il precedente contro Fideuram con la voce clonata di Messina

Anche Paolo Molesini, ex presidente di banca Fideuram, è caduto nella trappola della voce clonata dall’IA. È costata 39 milioni di euro, ma senza gli investigatori il bottino poteva arrivare a 95 milioni. Il timbro replicato era di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa. In quel caso i criminali hanno mirato ad una vittima di altissimo profilo. Stavolta, nel setaccio dei delinquenti possono restare impigliati migliaia di persone comuni. Ilfattoquotidiano.it può documentare la clip con la voce di Vannacci, ma i vip emulati possono essere molti di più, negli annunci pubblicitari su Youtube. Cambia forma anche la pagina linkata all’inserzione fraudolenta. Oggi, 28 ottobre, ecco la “bufala” nel titolo d’apertura: “Le società Fininvest, Microsoft e alcuni miliardari italiani stanno lanciando una piattaforma che garantisce un reddito mensile fino a 30.000 euro”.

La frode con finte pagine giornalistiche, l’endorsement dei Berlusconi, Vacchi e Ferrero

Ieri, 27 ottobre, campeggiava un falso sito di Rai News, con un quadretto bizzarro in cima: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la premier Giorgia Meloni, Piersilvio e Marina Berlusconi, l’influencer Gianluca Vacchi, l’imprenditore Giovanni Ferrero. Insieme sotto un titolo cubitale: “Oggi, 27 ottobre 2026, è l’ultimo giorno di iscrizione al progetto di guadagno automatizzato QuantumAI sostenuto dal governo. A ogni investitore è garantito un reddito di 10.000 euro al mese dopo l’attivazione”. Una falsa notizia camuffata neppure a regola d’arte.

Ecco la proposta per l’utente, annunciata in una clip incastonata dentro un finto articolo giornalistico, tra endorsement del presidente del capo dello Stato, garanzie di palazzo Chigi e il timbro dei miliardari sul nuovo sistema di guadagno: “Versa 250 euro – esorta la voce neutra e professionale – e l’algoritmo automatizzato di Intelligenza artificiale compra da solo gli asset ai prezzi migliori, e li vende non appena il prezzo sale un po’. Non è necessario capire il trading, il programma fa tutto al posto vostro. Poi scelgo l’importo da prelevare, indico la banca e premo ‘prelevo denaro’. E rimarrete scioccati”. C’è da crederci. “All’inizio pensavo fosse un’altra truffa – prosegue la clip – ma non era il mio primo prelievo sul conto bancario”. Grazie all’app Quantum AI, suggerisce la voce, “nella prima settimana ho guadagnato 2 mila 500 euro. Potete ottenere lo stesso risultato, ma prima bisogna registrarsi. Inserite anche voi il vostro nome completo, l’email e il numero di telefono”. Poco dopo chiamerà l’azienda, avvisa la voce, basta confermare l’identità e il gioco è fatto.

“Il consiglio della premier: registra i tuoi dati, ti contatterà un consulente personale”

Tra il video e lo spazio per la registrazione, la pagina ospita un falsa dichiarazione, virgolettata, attribuita a Giorgia Meloni: “La piattaforma rappresenta un passo significativo verso il benessere finanziario di ogni cittadino italiano. Oggi più di 500.000 dipendenti pubblici, pensionati, titolari di imprese, lavoratori e casalinghe in tutta Italia stanno già prelevando fondi da QuantumAI direttamente sui propri conti presso Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM e Poste Italiane”. All’esortazione della premier segue il “Pannello di monitoraggio” con le “statistiche in tempo reale: negli ultimi minuti, 2076 utenti si sono registrati e 726 hanno effettuato il primo deposito di almeno 250 euro”. A titolo di esempio, nomi inventati come Francesca Colombo, Valentina Bruno, Marco Rossi, Chiara Marino, tutti dalla città di Ivrea, con la somma esatta del prelievo o del deposito.

Scendendo ancora, arriva un altro video. Il logo di Rai News è in alto a destra, un uomo con gli occhiali scimmiotta un collegamento televisivo: “Ho provato io stesso, senza dubbi ogni italiano può iniziare, in un mese ho raggiunto un reddito superiore a 10 mila euro. E’ stata lanciata con la partecipazione dei principali esponenti politici del paese, Giorgia Meloni e Sergio Mattarella”. Recita il sottopancia con grafica da all news: “Ultim’ora, 98% operazioni riuscite”. Un’occasione talmente ghiotta che “il numero di posti disponibili è limitato”, bluffa il testo in pagina sotto il video, per “evitare il sovraccarico del sistema: al momento restano 8 posti”. Infine, il riepilogo delle istruzioni: compilare il “sottostante” modulo di registrazione con i dati di contatto, attendere la chiamata del “consulente personale”, investire almeno 250 euro, configurare la piattaforma col supporto del predetto consulente, passare all’incasso. “I pagamenti arriveranno sul vostro conto bancario ogni giorno alle 10:00”, la rassicurazione conclusiva.

Il gesto di Meloni contro la clonazione

Contro la clonazione della voce ad opera dell’Intelligenza artificiale, giova ricordare anche il gesto della premier Giorgia Meloni, ad inizio ottobre: per difendersi dai deepfake ha registrato il marchio, con tanto di copyright. L’effetto? “Una modesta, modestissima quasi nulla utilità”, ha commento sulla Stampa il 9 ottobre Guido Scorza, esperto di privacy digitale. Neppure il copyright mette al riparo dalla clonazione della voce.

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Il Garante della privacy blocca servizi televisivi e articoli sull’11enne coinvolto negli scontri a Milano: “Riservatezza del minore va rispettata”

Il Garante della privacy blocca la diffusione di un video e di alcuni articoli riguardanti un ragazzino di 11 anni, coinvolto negli scontri di Milano, durante le proteste per il carovita. Lo stop è giunto con il provvedimento n. 809, firmato ieri dal presidente Pasquale Stanzione, a tutela del diritto alla riservatezza del minore. Nel mirino dell’Autorità c’è un servizio trasmesso “su Rai News e nella trasmissione Le Iene“, ma anche “articoli giornalistici online pubblicati dalle testate Open (www.open.online), Il Giornale d’Italia (www.ilgiornaleditalia.it), Corriere della Sera” nell’edizione milanese, “Milano Post (www.milanopost.info)”. Emittenti tv e testate “dovranno comunicare entro tre giorni le misure adottate“: ovvero, spiegare in che modo hanno provveduto a fermare la diffusione dei loro contenuti, additati dal Garante. Il provvedimento cita il video trasmesso da Le Iene, con “immagini del minore intento a compiere i menzionati atti vandalici, oltreché a inveire nei confronti del soggetto che ha effettuato le riprese”.

Secondo la nota diffusa oggi dall’Autorità, articoli e video hanno diffuso dati rilevanti come “le immagini, l’età, il quartiere, la scuola frequentata e altri dettagli personali“. Abbastanza per rendere “il minore identificabile, con possibili gravi ripercussioni sul suo sviluppo“. L’Autorità ammonisce sulla priorità del diritto del minore alla riservatezza, rispetto al diritto di cronaca delle testate giornalistiche, “qualunque sia il ruolo del minore nei fatti narrati. L’interesse pubblico a raccontare gli eventi può essere soddisfatto senza esporre i minori coinvolti“. Chiunque diffonda ulteriormente immagini e contenuti legati al minore – ammonisce il Garante – rischia la violazione delle leggi sulla privacy. Intanto, procede l’indagine.

Secondo Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy, il provvedimento del Garante è corretto: sui minori, “la normativa sulla privacy prevede speciali tutele che sono contenute sia nella Carta di Treviso che nelle Regole deontologiche relative al trattamento dei dati personali nell’attività giornalistica, che sono parte integrante del Codice della Privacy. Le testate che non rispettano queste norme, non violano quindi solo la deontologia della categoria professionale, ma anche il GDPR, e per questo si espongo a pesanti sanzioni da parte del Garante per la protezione dei dati personali”.

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Sciopero generale 30 ottobre, 22mila persone preparano le proteste su 3 chat Telegram: “Vietato incitare alla violenza”

Su Telegram procede l’organizzazione delle proteste, mentre Youssef Siher è agli arresti con l’accusa di terrorismo e il gruppo Movimento 17 ottobre ha chiuso i battenti. Prossimo appuntamento: lo sciopero generale del 30 ottobre contro il carovita. La linea emersa dalla chat Italia in piazza è chiara: nessuna violenza, aggregarsi alle proteste delle sigle e delle organizzazioni promotrici della piazza, seguire le loro istruzioni, nessuna contestazione autonoma. La via del saccheggio, dell’assalto alla proprietà privata di banche e negozi di lusso, è bocciata senza appello. Il primo messaggio di benvenuto in cima alla chat, fissato il 20 ottobre alle 19,10, è inequivocabile: “Purtroppo ci hanno ‘bannato’ tra mille virgolette i gruppi di Telegram, per questo abbiamo deciso di crearne un altro ‘questo qua’. Per questo però vorrei annunciarvi un punto critico. – NON bisogna ASSOLUTAMENTE INCITARE alla VIOLENZA, che sia verbale o altro”.

Luoghi, date delle contestazioni e imprevisti al corteo

Non è l’unico gruppo attivo sulla piattaforma di Pavel Durov. La pagina Piazze piene conta circa 16.224 iscritti (2308 nel gruppo di discussione a portata di link), quella di Mappa della rivolta 3.734. Italia in piazza, con 2.359 partecipanti, è erede della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre: la data non è un accessorio. Quel giorno sono esplose le guerriglie urbane durante le manifestazioni contro il carovita nelle principali città italiane. 24 ore dopo è nata la comunità virtuale Movimento 17 ottobre, su Telegram, “spenta” dagli amministratori il 23 ottobre, alla viglia delle contestazioni di sabato 24. Ma la piazza covava da mesi in altri luoghi del cyberspazio. Ora oltre 22 mila persone, sparse su 3 chat Telegram, seguono l’organizzazione delle manifestazioni di sabato 30 ottobre. Anche Piazze piene e Mappa della rivolta (con una grafica interattiva dei luoghi delle proteste) indicano una linea non violenta e di servizio. I partecipanti prima condividono luoghi e date delle manifestazioni in tutta Italia. Poi, il giorno delle proteste, in presa diretta scambiano dettagli sui cortei: l’orario e il punto del raduno, la direzione del corteo, indirizzi precisi, contrassegnando tutto con l’hashtag della città, per reperire le informazioni locali nell’oceano della pagina nazionale. Durante le contestazioni, ogni imprevisto è segnalato in diretta, in chat: ad esempio, i fermi delle forze dell’ordine. Sabato 24 ottobre, diversi manifestanti hanno messo in guardia gli altri con un messaggio di questo tenore: attenzione, autorità di sicurezza hanno voluto scattare una foto del volto accostato al documento di identità.

Il confronto tra le chat e la discussione su assalti ai negozi

Il tema della violenza è quasi totalmente estraneo alle 3 chat Piazze piene, Mappa della rivolta e Italia in piazza. Scarseggiano discussioni sull’opportunità di spaccare vetrine, assaltare negozi, occupare palazzi delle istituzioni e simboli del potere, banche in primis. Temi dibattuti nella chat Movimento 17 ottobre, spenta dalle autorità. Quest’ultima suggeriva strumenti tecnologici dove organizzare contestazioni al riparo dallo sguardo dallo Stato: Signal, app bluetooth come Briar e Session, GrapheneOS per cancellare ogni dato sullo smartphone. Nulla di tutto ciò appare nelle chat Telegram ancora attive, dove corre la protesta in vista del 30 ottobre. Per distinguere le due galassie della contestazione online, si possono contare i messaggi che contengono un invito alla violenza. Sono lo 0,14% (10 su 7140 messaggi) nelle chat Italia in piazza, salgono all’1,7 per cento nella pagina del Movimento 17 ottobre. “Sembrano percentuali irrisorie, ma sono circa 30 in media al giorno, dal 18 al 23 ottobre, 170 in tutto”, dice il Lorenzo Alvisi, dottorando dell’Imt di Lucca. Il ricercatore ha mappato le comunità online per una ricerca scientifica. E cita un altro numero: “Gli utenti che hanno invitato almeno una volta alla violenza sono il 12,1% per il Movimento 17 ottobre, contro l’1.7% del gruppo di Italia in piazza”, prosegue Alvisi.

“Italia in piazza”, restyling in corso: sparito sito e “fondatore”

La chat Telegram Piazze Piene è attiva da mesi, già al tempo delle proteste Pro Pal nel 2025. Mappa della rivolta da poche settimane. Italia in piazza è sbarcata sulla piattaforma di Durov il 7 ottobre scorso, erede della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre, battezzata i primi giorni del mese. Qui ha covato la protesta, per settimane, senza che nessuno fuori dalla bolla ne avesse sentore. Ad eccezione di pochissimi, allertati dai partecipanti: ad esempio, centri sociali e collettivi studenteschi milanesi. Ora la galassia Italia in piazza è in corso di restyling: il 20 ottobre, 19 chat telegram hanno lasciato il posto ad una sola pagina nazionale, dove sono confluite le “edizioni” locali. Venerdì 23 ottobre (tra le 12 e le 15) un altro cambiamento: sparito l’admin con il profilo Andrea, insieme al sito internet piazza-italia-hub.lovable.app, 24 ore prima dell’arresto di Siher. Nelle chat di Italia in Piazza Andrea si presentava come fondatore e TechDev, ovvero lo sviluppatore tecnologico. Firmava gran parte dei comunicati, non sappiamo se sia l’autentico creatore del gruppo. Degli altri 5 admin, ne restano in servizio solo tre. Due profili amministratori hanno abbandonato la discussione, per traslocare nella chat Movimento 17 ottobre tra il 18 e il 23 ottobre.

L’identikit: 40 per cento apolitico, in cerca di rappresentanza

Lorenzo Alvisi, con il supporto dell’Intelligenza artificiale Claude, ha tracciato l’identikit ideologico di Italia in Piazza. La gran parte degli iscritti non sa a che santo votarsi, non aderisce a partiti politici e non si sente rappresentato da nessuno. Ma è incline ad attivarsi politicamente, anzi lo desidera, attende solo la chiamata giusta. Nella ricerca sono classificati come antisistema: circa il 40 per cento. La sinistra, incluse le posizioni estreme, raduna un altro 40 per cento circa. Il 15 per cento è di centro. Di destra la quota del 5 con lo 0,5 di estrema destra. Oltre le idee, conta la tecnica: in Italia è il primo caso di proteste supportate dall’Intelligenza artificiale. “L’IA compare in più punti della mobilitazione – sostiene l’esperto – nelle chat i partecipanti discutono le locandine generate con l’IA, e tra gli strumenti diffusi nei gruppi c’è la ‘Mappa della Rivolta’, un sito il cui codice pubblico mostra che è stato costruito in larga parte con Claude e che prevede perfino un amministratore AI”. Un’architettura sofisticata e complessa: un sito ufficiale, circa 40 pagine connessi tra Telegram, Instagram e TikTok. Con migliaia di persone in cerca di rappresentanza.

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“19 chat Telegram controllate da sei admin”: chi c’è dietro “Italia in piazza”, la galassia social che organizza le proteste

“Mai vista una tecnologia così sofisticata per organizzare le proteste”, dice Lorenzo Alvisi, dottorando del Programma Nazionale in Cybersecurity presso Scuola Imt Alti Studi Lucca. È tra gli autori di un’analisi preliminare sul ruolo svolto dalle piattaforme digitali nell’organizzazione delle proteste esplose il 17 ottobre. Uno studio in attesa di pubblicazione, ma ilfattoquotidiano.it può già anticiparne i dettagli. Spicca un dato: “Cinque admin e un fondatore che controllano tutto”, dice l’esperto, illustrando un messaggio in chat. Appare in automatico, ogni volta che un utente porge domande sulla struttura di comando.

Il report traccia la mappa della galassia online marchiata “Italia in piazza”, tra i detonatori delle iniziative di protesta: un sito web e circa 40 gruppi, tra pagine TikTok e 19 chat Telegram. Instagram, secondo Alvisi, è solo la copertina e la costola meno importante. “Telegram ha compiti di coordinamento, ma il motore è TikTok”, dice il ricercatore. “È il social network della generazione Alfa, ragazzini delle superiori nati dopo il 2010”, aggiunge. Dunque minorenni intorno ai 16 anni. Mentre un piccolo nucleo di sei admin controlla la rete di 19 gruppi Telegram, sorti il 7 ottobre. Il motivo? La chat WhatsApp, battezzata Italia in piazza 17 ottobre all’inizio dello stesso mese, era frenata dal tetto per gli iscritti: massimo mille. Dunque, stando al report, l’8 ottobre chiude i battenti e trasloca su Telegram, senza vincoli al numero dei partecipanti. La chat nazionale copia il nome da WhatsApp: Italia in piazza, togliendo la data. Le 18 edizioni locali si distinguono adottando nomi di città e regioni.

“Sul gruppo nazionale, al 19 ottobre, si contavano 4.073 utenti”, dice Alvisi. In totale “saliamo a 9.010, ma la stragrande maggioranza degli utenti locali partecipa anche alla pagina nazionale”, prosegue il dottorando. Le 19 chat Telegram condividono lo stesso stemma: un megafono nero. E rimandano l’una all’altra: quando un utente chiede lumi sui vari gruppi, risponde un bot offrendo l’intera lista dei link. Quando si invocano informazioni sui capi, il bot firma un messaggio automatizzato con i nomi dei profili al comando delle chat: “Fondatore: Andrea, web developer. Vice-fondatore: Ludo, staff. Amministratore: Ily, staff. @Marco, staff. @nonbannato. @ssoqquadro, moderatrice”. Sei nomi inventati, nessun indizio sulle persone reali. Non sappiamo se il profilo Andrea sia il creatore delle 19 chat Telegram. “Ora il profilo è chiuso, ma nei messaggi appare come il fondatore”, dice Alvisi. Il nickname Andrea nasce contestualmente alla chat nazionale. Suo è il primo post, il 7 ottobre. Lui è il creatore dei topic, gli argomenti discussi dagli utenti. Il mare è l’immagine del suo emblema, “iltuoprefe2” come tag per essere trovato dagli altri utenti.

Alvisi delinea la struttura al comando della galassia Telegram: “Sei admin detengono il nucleo del potere, Andrea è tra gli amministratori di tutte le chat tranne due, dove non c’è lui è presente Marco”. Gli admin tengono le redini: escludono gli utenti con un ban, decidono chi accogliere, restringono o ampliano i poteri di centinaia di moderatori, mettono in evidenza i messaggi in chat orientando il dibattito. Poche persone, una struttura decentrata, per depistare l’identificazione. Se cade una delle 19 gambe Telegram, il corpo resta in piedi. Una pianeta in grado di calamitare infinite orbite delle proteste: “Se voglio organizzare una contestazione in una scuola, conviene spedire un link in quella rete, già ricca di migliaia di nodi”, dice Alvisi. L’esperto tira le somme della ricerca preliminare: “Mai prima d’ora le proteste avevano poggiato su un’infrastruttura tecnologica così complessa e coordinata”. Sito web con link a decine di gruppi, chat e comunità, bot automatici per gestire i collegamenti, sfuggendo a ogni radar, perché “nessuno aveva idea di cosa stava succedendo”. Sabato 24 ottobre si annunciano proteste nelle più importanti città d’Italia. Sarà il banco di prova, per capire se dalle chat si scende in piazza.

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Rivolte a Milano: com’è nata (e poi fallita) l’alleanza tra studenti, centri sociali e galassia social

Gli inquirenti indagano sulla possibile saldatura tra due anime delle contestazioni che hanno scosso Milano e l’Italia, con violente guerriglie urbane, tra il 17 e il 20 ottobre. Da una parte i movimenti anarchici e antagonisti. Dall’altra, i giovanissimi che si radunano nelle piazze virtuali, nella galassia digitale di chat e social network. Ilfattoquotidiano.it ha ricostruito una cronologia dettagliata dell’incontro tra i diversi gruppi delle contestazioni milanesi, attraverso colloqui con due fonti. Riscontri giungono anche da un’analisi preliminare sul ruolo delle piattaforme online nell’organizzazione delle proteste, firmata da Lorenzo Alvisi, dottorando del Programma nazionale in cybersecurity presso la Scuola Imt Alti Studi Lucca. È tra gli autori di uno studio in attesa di pubblicazione, ma i dettagli si possono già anticipare. Ai primi di ottobre, una community WhatsApp radunava mille iscritti desiderosi di scendere in piazza il 17 ottobre. Centri sociali e collettivi studenteschi milanesi hanno provato a guidarli in piazza. Ma l’alchimia è fallita e le strade si sono separate.

La chat WhatsApp: il terreno comune tra antagonisti e nuovi “capi” online

Una data e un luogo: 8 ottobre 2026, Giardini in transito di Milano. Quel giorno, in quella piazza, si è svolta un’assemblea tra esponenti dei centri sociali, collettivi studenteschi (universitari e delle scuole superiori) e leader meneghini della chat WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre. Nella ridda delle sigle digitali, facciamo chiarezza: la pagina Instagram Movimento 17 ottobre, tra i detonatori delle proteste, è nata ai primi di ottobre con due antecedenti. La pagina Instagram e la community WhatsApp battezzate con lo stesso nome: Italia in piazza 17 ottobre. Alle cronache era nota la pagina Instagram, molto meno la chat WhatsApp. La comunità virtuale desta lo stupore di una studentessa campana. Il 3 o 4 ottobre, la ragazza avvisa un’attivista lombardo aderente ad un’organizzazione universitaria: qualcosa di grosso bolle in pentola, la nuova community raduna folle di arrabbiati. Lo studente meneghino alza il sopracciglio, è la conferma di un sentore vago: su TikTok, già a settembre spuntavano profili social che esortavano a protestare il 17 ottobre.

Pochi giorni dopo la segnalazione giunta in Lombardia dalla Campania, ai Giardini in transito di Milano arrivano i “leader” milanesi della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre. Incontrano gli studenti e i centri sociali. I diversi gruppi condividono lo scopo: organizzare la piazza contro il carovita. Chi ha invitato all’appuntamento i “capi” milanesi della community? Secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, esponenti dei centri sociali milanesi. Anche loro partecipavano alla “comunità” virtuale. In chat, su WhatsApp, hanno scovato i numeri di telefono e contattato personalmente i leader emersi durante le discussioni online. La community nazionale era divisa in gruppi locali distinti per città. Nella sezione milanese è nato l’incontro tra gli attivisti dei centri sociali e i nuovi leader della protesta digitale. Ecco la genesi dell’incontro tra le anime, molto differenti, delle proteste contro il carovita a Milano. Ma l’unione non è andata a buon fine.

La frattura sui neofascisti

Centri sociali e collettivi studenteschi volevano guidare la contestazione riempiendo le piazze con gli arrabbiati in chat e sui social network. Ma i dubbi sono emersi subito, all’assemblea dell’8 ottobre. Gli studenti temono “la possibile presenza di realtà neofasciste all’interno del corteo, la mancanza di una linea politica chiara, l’eccessiva vaghezza del messaggio della manifestazione”. Ecco il punto di frizione: “Da una parte, chi ritiene fondamentale portare in piazza più persone possibile”, senza escludere l’estrema destra; “dall’altra, chi sostiene la necessità di stabilire dei paletti e definire meglio la linea politica”. Dunque, “il corteo del 17 si prospetta molto imprevedibile”. Così, studenti ed esponenti dei centri sociali scendono piazza come scelta individuale, senza i loghi delle organizzazioni. Temono atti violenti e vogliono prenderne le distanze.

La nuova chat Telegram Movimento 17 ottobre: “Via dal gruppo Italia in piazza”

Il 17 ottobre, nelle vie milanesi, esplode la paventata guerriglia. Il giorno dopo nasce la chat Telegram Movimento 17 ottobre. Il primo messaggio, alle 20,33 del 18 ottobre, dice: “Abbiamo creato questo gruppo come spazio per discutere e parlare insieme. Alcuni di noi erano nel gruppo di Italia in piazza, quelli che hanno chiamato ieri. Ma hanno un’impostazione liberale che tollera razzismo e fascismo e toglie spazio ai partecipanti per decidere insieme come organizzarci. Dobbiamo fare come in Francia. Li sono ben organizzati e, soprattutto, attivi”. Il secondo messaggio è una clip video in onore dello storico centro sociale milanese sgomberato. Inizia così: “È passato un anno dallo sciopero del Leoncavallo…”.

Il report illustrato da Lorenzo Alvisi arricchisce la ricostruzione de ilfattoquotidiano.it. Partiamo dalle date. L’8 ottobre (lo stesso giorno dell’assemblea ai Giardini in transito) chiude i battenti la community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre, stando al messaggio di un utente, perché il tetto ai mille iscritti soffoca la partecipazione. Ventiquattro ore prima erano spuntati 19 gruppi Telegram battezzati con lo stesso nome, Italia in piazza, con un vantaggio: nessun limite agli iscritti. Condividono la stessa immagine di profilo: un megafono nero.

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Falle Php, Agenzia cyber: “Almeno 60 mila domini a rischio, governo in allerta”. E spunta l’altro bug sull’autenticazione dei siti web

“Il governo Meloni sta seguendo costantemente l’evoluzione della sicurezza informatica in Italia”, dopo la rivelazione da parte di OpenAI di due falle nel linguaggio PHP. E’ la rassicurazione giunta a ilfattoquotidiano.it dall’Agenzia nazionale per la cybersicurezza (Acn). “In queste ore, il raccordo istituzionale” con l’esecutivo “è stato continuo e tempestivo, garantendo un flusso informativo costante sulle misure adottate”, prosegue l’Autorità.

Il pericolo della “completa compromissione dei portali web”

I rischi sono molto gravi: sfruttando i “buchi”, ora di dominio pubblico, i criminali possono ottenere “la completa compromissione dei portali web”, per rubare “tutti i dati presenti nei sistemi colpiti”, ma anche per costruire un “ponte per ulteriori compromissioni in profondità (account, password, dati personali, dati aziendali, etc) all’interno di reti di soggetti pubblici e aziende”. La minaccia riguarda tutti, avvisa Acn, pubbliche amministrazioni e imprese private: “Il 69.3% dei portali a livello mondiale sono realizzati o utilizzano PHP”, dice citando i numeri del W3Tech, la piattaforma online che monitora i sistemi più diffusi per la creazione e la gestione dei siti web. L’Agenzia ha individuato “almeno 60.000 domini che utilizzano la tecnologia PHP e il numero finale probabilmente sarà più elevato in quanto i più comuni CMS (es. WordPress, Joomla, Drupal, etc) sono realizzati in PHP”. Tutti sono stati avvisati e sollecitati a seguire le istruzioni di sicurezza.

L’Autorità Cyber: “Senza la patch, staccate i sistemi da Internet”

Il pericolo, sottolinea l’Autorità cyber, è esteso al punto da rendere insensato focalizzarsi su specifici servizi: “In linea teorica, il rischio sussiste” per tutti i sistemi basati su linguaggio PHP “esposti su Internet”. Secondo William Nonnis, analista tecnologico della presidenza del Consiglio dei ministri, oltre il 70 per cento dei software per la gestione del personale, nelle aziende e nelle pubbliche amministrazioni, sono basati su PHP. Dunque, anche le informazioni contenute nelle buste paga dei lavoratori sarebbero a rischio: parliamo dei dati bancari incluso l’Iban. “Confidiamo nel fatto che tutti i soggetti interessati adottino tempestivamente tutte le misure tecniche e organizzative necessarie a mitigare le potenziali vulnerabilità”, auspica l’Agenzia. Qualora non si riesca sybito a tappare la falla con le patch rilasciate dalla dalla Fondazione PHP, l’Autorità cyber raccomanda di “spegnere” i sistemi sganciandoli da internet. Ieri, per precauzione, oltre 30 servizi digitali del governo del Regno Unito erano offline, in attesa di metterli al riparo dai criminali informatici. Anche la Germania ha spento per prudenza siti di ministeri. Istituzioni essenziali fuori dal web anche in Olanda e Francia. In Italia, non risultano ministeri offline.

L’altra minaccia, compromesse 8 chiavi di eMudhra: a rischio i certificati dei siti web

I due bug nel linguaggio informatico PHP non sono l’unica falla nella sicurezza informatica globale. Il 20 ottobre la fondazione che gestisce il browser Mozilla ha annunciato la compromissione di 8 chiavi del colosso tecnologico eMudhra, per autenticare i siti web. Secondo due esperti ascoltati da ilfattoquotidiano.it, chiunque sia in possesso delle chiavi può sostituirsi al gigante indiano. Con quali conseguenze per le persone comuni? Potenzialmente, le mail ricevute non si sa se siano autentiche oppure no. Ma è solo un esempio. In ballo ci sono i certificati, ovvero il lucchetto visibile quando un sito si mostra legittimo. Tutti i browser per accedere a internet, su smartphone e pc, si fidano di quei certificati. Un sistema centralizzato, fondato su una lista di poche decine di autorità, inclusa eMudhra: i browser di navigazione online e i sistemi operativi si fidano solo di loro. Ma con le 8 chiavi trafugate è possibile creare un falso sostituto “valido”, per qualsiasi sito, anche delle banche o di posta elettronica, servizi distanti da eMudhra.

Roio: “Il prezzo della centralizzazione. Non possiamo consegnare ancora più potere agli stessi pochi custodi”

Secondo Denis Roio, co-fondatore dell’Associazione Italiana dei Crittografi, “con questa falla si può fare phishing autenticando siti al posto di altri”. Non è un “trucco” affatto facile, alla portata di tutti i criminali informatici. Ma il rischio, in teoria, è approdare su un sito sensibile, ad esempio del governo, riconosciuto come autentico dal browser, mentre si tratta di un’esca per una truffa, indistinguibile all’occhio dell’utente. Sul browser appare l’indirizzo giusto e il lucchetto regolare, ma il sito sarebbe falso. La vulnerabilità, sulla carta, tocca anche le firma digitali, diffuse in Europa anche nelle pubbliche amministrazioni. Emudhra ha dichiarato che si ritirerà volontariamente dal mercato globale della sicurezza: una misura della gravità della falla. Secondo Denis Roio, “il caso mostra il prezzo della centralizzazione: otto chiavi compromesse consentono di falsificare certificati per qualsiasi sito nel mondo. Il documento congiunto delle agenzie di sicurezza Americane (Five Eyes) avverte che emergeranno nuove vulnerabilità e che l’intelligenza artificiale accelera gli attacchi”. “Le prossime falle arriveranno, la risposta non può essere consegnare ancora più potere agli stessi pochi custodi”, ammonisce l’esperto. La soluzione? “Evitare la centralizzazione, per scongiurare il rischio che l’errore di una singola parte travolga tutti”.

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Falle del codice PHP, “offline oltre 30 servizi governativi del Regno Unito”. Cloudflare: “Milioni di attacchi hacker”

Mentre Cloudflare lancia l’allarma su “milioni” di attacchi hacker sulla sua rete, decine di siti del governo inglese sono offline. Ma l’allarma dilaga in tutta Europa, dopo la scoperta delle gravi falle di sicurezza nel linguaggio di programmazione Php. Ministeri e istituzioni “spente” anche in Olanda, Germania, Francia, Finlandia. Molti siti e servizi dell’Unione europea funzionano grazie al linguaggio PHP. In Italia, l’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale ha rilasciato ieri due patch per mettere al riparo i sistemi. Ma i rischi sono già in atto per milioni di cittadini del Vecchio Continente, non solo in Italia.

Giù siti governativi del Regno Unito, consigli Comunali e serie tv della Bbc

Almeno 32 servizi digitali dell’esecutivo britannico sono inaccessibili, altri 4 operativi solo in parte. Alla Camera dei Lord del parlamento inglese, è la Baroness Lloyd (sottosegretaria per il settore digitale) ha tracciare il perimetro della gigantesca falla, in grado di minacciare la sicurezza informatica in tutto il mondo. I disservizi online derivano soprattutto dalle “misure precauzionali adottate per proteggere i sistemi mentre vengono applicati gli aggiornamenti di sicurezza”, ha chiarito Lloyd. Mentre nessun grande servizio pubblico essenziale rivolto ai cittadini è stato colpito, ha rassicurato un portavoce del governo laburista guidato da Andy Burnham. Ma Downing Street ha esortato “tutte le organizzazioni, private e pubbliche, grandi e piccole” a seguire le indicazioni di protezione. Il Centro nazionale per la sicurezza informatica del Regno Unito (Ncsc) ha diffuso le istruzioni per aggiornare i sistemi “tappando” la falla. Ove non sia possibile, il consiglio è di staccare la spina, mettendo “offline il sistema finché non possa essere pienamente messo in sicurezza”. L’Office for Budget Responsibility (Obr), l’organismo indipendente di controllo dei conti pubblici, ha oscurato il proprio sito, per mettersi al sicuro. Ieri erano finiti offline anche i siti dei consigli comunali di Edimburgo e Oxford, ora tornati accessibili. Restano irraggiungibili le pagine di diversi programmi della Bbc, tra cui quelli delle serie “Doctor Who” e “The Traitors”, anche se non c’è conferma di un legame con le vulnerabilità del linguaggio Php.

Cloudflare: “Milioni di attacchi in corso”. Amazon conferma. Istituzioni offline in Germania e Olanda

Intanto, sulla piattaforma X Matthew Prince, amministratore delegato della società di infrastrutture Internet Cloudflare, ha lanciato l’allarme: “milioni” di tentativi di sfruttare le vulnerabilità di PHP sulla propria rete nelle 10 ore precedenti l’annuncio pubblico. “Da migliaia, il numero è balzato a decine di migliaia nei 45 minuti successivi all’annuncio, a centinaia di migliaia nel giro di due ore e ora a milioni”, ha dichiarato il Ceo del colosso americano,citato dall’emittente pubblica inglese Bbc. “Al momento”, ha chiarito Prince, “non sappiamo se qualche hacker sia riuscito a sfruttare con successo le falle” di sicurezza. Anche Amazon conferme l’esistenza di criminali informatici al lavoro per sfruttare le vulnerabilità, ma finora i suoi siti web funzionano normalmente.

In Germania, come precauzione, ieri erano offline diversi siti dei ministeri, su indicazione dell’Ufficio federale per la sicurezza informatica (BSI). Ma nessun indizio di violazione, secondo il ministro per il Digitale tedesco Karsten Wildberger. “Prendiamo molto sul serio questo incidente e gli attuali avvertimenti”, ha dichiarato il politico della Cdu al quotidiano Bild. L’allarme per la falla del linguaggio PHP, tocca l’intera Europa. In Olanda offline il sito del National Cyber Security Centre (il centro per la sicurezza informatica nazionale), a titolo precauzionale. I Paesi Bassi hanno disattivato diversi servizi e siti web istituzionali, secondo la testata giornalistica Euronews: giù il sistema di identità digitale DigiD, il portale governativo Overheid.nl, il sito della camera bassa del parlamento, i cinque principali partiti politici del Paese. Ma anche infrastrutture chiave come il porto di Rotterdam e diversi ospedali. Il fornitore informatico statale finlandese Valtori ha spento in blocco i servizi web del governo “come misura precauzionale”. In Francia, il Ministero dell’Interno ha messo in modalità manutenzione i siti delle amministrazioni locali, prosegue Euronews.

Una dichiarazione congiunta per esortare ad agire immediatamente sui sistemi online è giunta dalle autorità europee, con un documento firmato dalla Commissione Ue, ENISA, CERT-EU, Europol e la rete europea dei centri nazionali di risposta agli incidenti informatici. Molti siti e servizi delle istituzioni Ue sono basati su Drupal, fondato sul linguaggio PHP. The Drop Times, testata giornalistica specializzata sulle tecnologie Drupal, conta 770 siti attivi per 44 servizi della Commissione, con centinaia di milioni di visite l’anno.

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