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La piazza non basta, il Paese ha bisogno di chi sa costruire. La riflessione di Bonanni

Un malessere attraversa il Paese e trova eco nella piazza. Raccoglie inquietudini autentiche ma talvolta offre riparo a chi scambia la protesta con la devastazione. Vetrine infrante, negozi saccheggiati, mezzi incendiati, agenti feriti non sono il linguaggio del dissenso: ne rappresentano la negazione. E chi convoca una manifestazione ha il dovere politico di prendere le distanze, senza equivoci, da ogni violenza.

La libertà di manifestare è un presidio della democrazia, non una concessione del potere. Proprio per questo va custodita con rigore. Il diritto di contestare non autorizza a violare la legge; ma gli atti di pochi non possono diventare il pretesto per screditare le ragioni di molti. Vale per le mobilitazioni promosse dall’USB come per qualunque altra iniziativa: rappresentatività, regolarità degli scioperi e responsabilità degli organizzatori si giudicano sui fatti, non sulle etichette. Chiamare sciopero generale una iniziativa senza lavoratori, dovrebbe far riflettere.

Nelle piazze si invocano salari dignitosi, una scuola migliore, cure accessibili, pace e sicurezza. Domande legittime, urgenti. Ma ripeterle come formule rituali non basta. Occorre spiegare perché le risposte siano mancate, quali scelte abbiano aggravato i problemi e soprattutto come uscirne. Senza questa fatica, l’indignazione diventa un calendario di appuntamenti, non forza di cambiamento.

E qui la responsabilità si sposta dalla strada ai palazzi. Chi cavalca la protesta per logorare la maggioranza e chi agita lo spettro del disordine per colpire l’opposizione compiono lo stesso errore: trasformano le difficoltà nazionali in materiale per la propaganda. Possono guadagnare un titolo di giornale, ma perdono autorevolezza. E quando governo e opposizione rinunciano entrambi a guidare, il vuoto non resta vuoto a lungo.

I nodi sono antichi e non consentono facili assoluzioni. Il lavoro è gravato da imposte pesanti, mentre i salari non possono crescere stabilmente senza produttività e investimenti. Scuola e sanità soffrono inefficienze che non si curano con gli slogan. Le scelte energetiche, compresa la rinuncia al nucleare, meritano una discussione sui costi della dipendenza e sulle alternative possibili. Sono nodi lasciati da governi diversi: nessuno può scagliare la prima pietra.

Serve, dunque, un’ambizione pubblica: non una tregua artificiale fra avversari, ma una competizione più esigente. Chi propone la riforma più efficace? Chi indica risorse, tempi, responsabilità e risultati verificabili? Chi sa collaborare sulle priorità nazionali senza rinunciare alla propria identità? La democrazia vive di conflitto; decade quando il conflitto sostituisce il governo dei problemi.
La domanda, allora, non è chi saprà riempire la prossima piazza o vincere la prossima schermaglia. È chi avrà il coraggio di contendere agli altri non soltanto il potere, ma la capacità di esercitarlo bene. Perché un Paese non si risolleva a colpi di slogan, né a colpi di pietra: si risolleva con la responsabilità di chi sa costruire.

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La posta in gioco nelle piazze è più alta dei disordini. Scrive Bonanni

La democrazia non si misura dal numero dei cassonetti incendiati. Eppure, da Parigi a Milano, da Torino a Roma, c’è chi scambia la guerriglia urbana per un sussulto di coscienza civile. Le vetrine infrante diventano un grido d’allarme, gli assalti alle forze dell’ordine protesta. È un abbaglio pericoloso: capire le ragioni del malessere non significa concedere impunità alla violenza.

Il primo torto lo subiscono proprio i giovani. Studenti che chiedono una scuola migliore, pace e giustizia e futuro finiscono oscurati da minoranze organizzate, incappucciate, che si appropriano della piazza e ne stravolgono il messaggio. Parlano di libertà e intimidiscono. Invocano la pace e aggrediscono. Difendono la scuola e devastano gli spazi comuni. Non guidano una generazione: ne sequestrano la voce.
Chi ha conosciuto la giovinezza sa quanto siano preziose l’impazienza e la voglia di cambiare tutto. Non servono ragazzi rassegnati o silenziosi. Ma proprio perché quella spinta è preziosa, non va consegnata ai professionisti dello scontro. La protesta è una risorsa democratica; la sopraffazione ne è la negazione.

C’è poi un paradosso che grida vendetta. Troppi adulti, prontissimi a celebrare ogni tumulto come una lezione politica, spariscono quando si tratta di educare alla partecipazione. Dove sono nelle scuole, nelle associazioni, nei luoghi in cui si impara a discutere, organizzarsi, assumersi responsabilità? Il lavoro quotidiano non fa notizia. Il fuoco di un cassonetto sì. Così l’assenza educativa si traveste da solidarietà generazionale.

Nemmeno lo Stato può permettersi scorciatoie. Chi indossa una divisa deve garantire il diritto di manifestare e la sicurezza di tutti, con interventi legali, necessari e proporzionati. Gli abusi, quando ci sono, vanno accertati e sanzionati. Ma accusare preventivamente ogni agente equivale a lasciare i cittadini, manifestanti compresi, senza una tutela credibile.

Resta una questione che merita attenzione, non fantasie. In un’Europa esposta a disinformazione, interferenze e guerre ibride, l’esasperazione delle piazze può fare comodo a molti. Esistono finanziatori occulti o reti di provocatori? Indaghino le autorità, se emergono prove. Senza prove, evocare regie misteriose serve soltanto ad avvelenare il dibattito e a colpire avversari politici.

La posta in gioco è più alta dei disordini. Da un lato c’è chi usa il caos per soffocare il dissenso autentico. Dall’altro chi sfrutta la paura per reclamare un ordine libero da controlli e garanzie. Due estremi che si alimentano a vicenda, mentre i social premiano le immagini più brutali e cancellano le ragioni più serie.

La risposta non è scegliere tra barricate e manganelli. È ricostruire una politica capace di ascoltare, luoghi veri in cui i giovani possano contare davvero, istituzioni ferme, autorevoli e rispettose della legge. Perché una democrazia che giustifica la violenza si indebolisce. E una che sacrifica le libertà per combatterla ha già perso la propria battaglia.

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